Quando lo Stato si fa Dio

Umberto Baldo
C’è un momento preciso in cui un potere smette di governare e comincia a giudicare le anime.
E’ il momento in cui la legge non viene più presentata come umana e fallibile, ma come volontà divina.
Quando il regime iraniano definisce i manifestanti “nemici di Dio”, non sta reprimendo una protesta, sta cancellando l’idea stessa di cittadinanza.
Chi protesta non è più un soggetto politico, non è un oppositore, non è nemmeno un colpevole: è un sacrilego.
E il sacrilegio, nella storia, si lava con il sangue.
Non è una novità. È una formula antica, rodata, micidiale.
Durante l’Inquisizione di Santa Romana Chiesa l’eretico non veniva perseguito perché metteva in discussione un’idea, ma perché attentava all’ordine divino.
In altre parole l’Inquisizione non puniva opinioni, puniva offese a Dio.
Il rogo non era una pena: era una liturgia, era una purificazione.
La violenza si ammantava di sacralità, e proprio per questo diventava incontestabile.
La violenza diventava giusta perché consacrata.
Il potere non sbagliava mai, perché parlava a nome dell’Assoluto.
Nel potere temporale dei Papi la confusione era totale e deliberata: disobbedire allo Stato significava disobbedire alla Chiesa, e dunque a Dio. Nessuna distinzione, nessuna difesa possibile. La legge non si discute, si subisce. Il rogo di Giordano Bruno ne è la testimonianza più eclatante.
Anche la Ginevra di Calvino, spesso raccontata come un severo esperimento morale, mostra lo stesso volto.
Una città trasformata in comunità di eletti, dove la legge civile applica la legge divina, e, il peccato diventa reato. Una teocrazia senza folklore, senza superstizione, ma con una certezza granitica: chi devia non sbaglia, tradisce Dio.
Michele Serveto non viene eliminato da fanatici ignoranti, ma da una teologia convinta della propria infallibilità.
L’Iran degli Ayatollah non fa nulla di diverso. Cambiano i secoli, cambia il linguaggio, ma la logica resta identica.
Il dissenso politico viene espulso dal terreno della politica e trascinato su quello del sacro. Chi protesta non è più un cittadino, non è un oppositore, non è nemmeno un imputato. È un mohareb, un nemico di Dio.
Quindi chi scende in piazza non contesta un governo di assassini torturatori, ma sfida Dio.
E contro Dio non esistono garanzie, non esiste proporzione della pena, non esiste appello.
Esiste solo la condanna.
Fin qui la storia. Poi c’è il presente. E qui entra in scena l’Occidente.
Un Occidente che conosce bene questo meccanismo, perché lo ha praticato per secoli, ma che oggi preferisce fingere di non riconoscerlo.
Si indigna a giorni alterni, emette comunicati prudenti, misura le parole per non disturbare equilibri diplomatici, forniture energetiche, interessi strategici.
L’Occidente sa perfettamente che definire qualcuno “nemico di Dio” significa autorizzarne la morte.
Eppure continua a trattare il regime iraniano come un interlocutore difficile, non come ciò che è: una teocrazia che sacralizza la repressione.
Questo è il vero scandalo. Non l’ipocrisia degli Ayatollah, che almeno sono coerenti con la loro visione del mondo, ma la viltà di chi, potendo chiamare le cose con il loro nome, sceglie il silenzio od il linguaggio neutro.
La modernità liberale è nata per spezzare questo incubo: per affermare che nessuno governa per conto di Dio, e che nessuna legge è sacra al punto da valere una vita umana.
Quando l’Occidente dimentica questa lezione, tradisce se stesso prima ancora di tradire chi viene represso.
La storia è chiara e non concede attenuanti: ogni volta che uno Stato si proclama interprete di Dio, l’uomo diventa sacrificabile.
Ed ogni volta che l’Occidente tace, diventa complice.
















