18 Dicembre 2018 - 12.07

EDITORIALE – Megalizzi, un simbolo di pace contro i sovranismi

Venerdì 14 dicembre è morto un ragazzo italiano.
Si chiamava Antonio Megalizzi, aveva 29 anni, faceva il giornalista con passione e credeva in un’Europa unita, aperta e inclusiva.
È stato ucciso per le strade di Strasburgo, in Francia, da un terrorista, che con il suo proiettile ha colpito uno dei simboli di quella libertà e democrazia occidentale che disprezzano i fondamentalisti islamici.
Tutte le istituzioni europee hanno espresso un messaggio di cordoglio per il nostro connazionale e anche molti esponenti politici.
Lo ha fatto anche il Governo italiano, tramite un cinguettio su Twitter del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e, con lo stesso mezzo di comunicazione, il vice premier Matteo Salvini.
Un breve messaggio, quello del leader della Lega: “Una preghiera per Antonio Megalizzi, l’impegno che non si muoia più così” e nient’altro.
Un fatto anomalo per Salvini, invece noto per la sua fervente attività sui social e per prendere opinione in modo anche veemente su qualsiasi fatto possa alimentare la propaganda a sostegno del Governo e, soprattutto, della sua azione come ministro.
Nemmeno ha sfruttato l’occasione per un attacco contro il mondo islamico e il terrorismo.
Nulla addirittura è arrivato dal resto della destra italiana, in particolare quella più propensa alla polemica contro l’integrazione con altre culture, che sempre, a partire da Giorgia Meloni, ha colto negli atti terroristici occasione per invettive contro chi mette in discussione i valori occidentali e anche contro chi, in Italia come in altri Paesi, sostiene la necessità del dialogo fra culture diverse.
Quel dialogo in cui credeva Antonio Megalizzi, con la sua voglia di Europa unita e il suo sogno di vedere continuare l’integrazione fra i Paesi e le regioni del nostro Continente, in un progetto di coesione che superi gli aspetti economici e diventi culturale, sviluppando valori comuni, attraverso la condivisione delle differenze quali opportunità e non limiti.
E forse la ragione di assenza di messaggi, se non quelli meramente istituzionali, è proprio in ciò che era e rappresentava Antonio, un ragazzo con ideali e speranze contrarie a chi professa ogni giorno pensieri e parole pregne di questa miscela ancora indefinita di nazionalismo e nuovo sovranismo.
Eppure lui era italiano, proprio come quelli che, secondo i sostenitori di queste teorie nel nostro Paese, dovrebbero venire prima degli altri.
Ma evidentemente non tutti.
Risuonano in merito anche le parole del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, quando ha detto che quella a favore del reddito di cittadinanza “magari è l’Italia che non ci piace, ma con cui dobbiamo confrontarci e governare”.
Ecco a cosa poi si riduce l’idea “nazionalsovranista”. Una continua tendenza a escludere l’altro in nome di una presunta superiorità, fino a ricondursi a un mondo sempre più chiuso, che alimenta la propria visione, identificando gli altri come nemici.
Del resto in Europa i vari Paesi governati da sovranisti o presunti tali, da potenziali alleati contro l’Europa, già si sono divisi di fronte a interessi contrapposti.
L’Italia per prima ne ha subito le conseguenze, quando Stati come Austria e Ungheria, potenziali alleati contro l’idea europeista, non hanno dato alcuna disponibilità a sostenere la manovra economica del nostro Paese, perché avrebbe potuto penalizzare il loro.
La stessa dinamica investe ogni giorno la maggioranza in Italia, con Lega e Movimento 5 Stelle che sono alleati solo di facciata e passano il tempo a rivendicare il proprio ruolo rispetto all’altro.
Tutto in base a una visione del mondo e della società che porta in sé il germe dell’intolleranza e della discriminazione continua tra amici e nemici, tra chi è adeguato al mondo perfetto che si immagina e chi invece non lo è e va escluso ed emarginato.
Una cultura divisiva che porta a un continuo tra Stati, in primo luogo, e poi al loro interno, tra chi sostiene una parte e un’altra, che dimostra tutta la pericolosità di queste idee, che alimentano solo scontro e conflittualità tra i popoli e all’interno dei popoli.
In questo clima di crescente ostilità ecco allora che Antonio non è solo un ragazzo italiano morto per mano di un terrorista, ma anche parte di un mondo che viene ogni giorno identificato come nemico.
Non si può attaccarlo direttamente perché è una vittima e farlo sarebbe impopolare.
Allora si sceglie di emarginarlo nella memoria del suo Paese, senza ricordarlo o, al massimo, con un breve messaggio, poco incisivo, per nulla polemico, del tutto dimenticabile.
Per questo chi crede nei valori in cui credeva Antonio deve considerarlo un simbolo in una battaglia a favore della coesione sociale, della costruttiva convivenza fra culture diverse, della forza che richiede credere e lavorare per sviluppare un progetto di unione fra popoli, contro chi vuole dividerli.
Insomma, un simbolo di pace.

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