15 Gennaio 2026 - 15.06

USA – I bifolchi dell’ICE arrestano nativi americani come clandestini. Non dovrebbe essere il contrario?

Umberto Baldo

Nessuno mette in dubbio che l’immigrazione illegale sia un problema serio.
Lo è in Europa, lo è negli Stati Uniti, lo è ovunque la politica preferisca gli slogan alle soluzioni.
Il problema vero nasce quando la affronti come una caccia al bisonte, armando di distintivo e potere repressivo chi distingue la geografia a colpi di manganello o pistola.

Negli Usa il compito spetta all’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia federale che dovrebbe controllare le frontiere.
“Dovrebbe” è la parola chiave.
Perché se rafforzi gli organici arruolando di tutto – gente impreparata, addestrata più alla violenza che alla legge, più al muscolo che al cervello – non puoi stupirti se il risultato finale assomiglia ad una retata fatta al buio.

E infatti lo svarione è arrivato.
Uno di quelli che entrano direttamente nel manuale del ridicolo istituzionale.

Durante i rastrellamenti sono stati fermati cittadini Navajo e Sioux Oglala.
Sì, nativi americani.
Arrestati in America perché sospettati di essere clandestini.

A questo punto non serve nemmeno l’ironia: basta la cronaca.
Perché fermare un Navajo come immigrato illegale equivale ad arrestare un romano perché non ha il permesso di soggiorno a Roma.

È evidente anche a uno stagista del catasto che i cittadini tribali non sono stranieri.
Anzi, a voler essere storicamente corretti – dettaglio evidentemente opzionale per l’ICE – gli antenati di Sioux e Navajo attraversavano il continente americano quando quelli di Trump probabilmente comunicavano ancora a grugniti tra le foreste dell’Europa centrale.

Sioux e Navajo sono fuori da qualsiasi giurisdizione in materia di immigrazione.
Non per opinione, ma per diritto, storia e Costituzione.
Un concetto che dovrebbe essere scolpito nei manuali di educazione civica, ma che evidentemente non figura nei prontuari operativi dei pistoleros dell’ICE, dove il criterio sembra essere uno solo: “non sembri uscito da una cartolina del Midwest? Allora ti arresto”.

Per i popoli indigeni questa non è una svista burocratica: è l’ennesimo schiaffo.
Dopo secoli di espropri, deportazioni e stermini, ora devono anche dimostrare di avere il diritto di stare sulla loro terra.
Un capolavoro di arroganza storica.

Le preoccupazioni sono concrete, soprattutto per le tribù che vivono vicino al confine, come i Tohono O’odham, presenti nel deserto di Sonora da migliaia di anni e abituati a muoversi liberamente su un territorio che esisteva ben prima delle mappe di Washington.
Ma quando il confine diventa una religione e la divisa una licenza di sospetto (e persino di uccidere) anche la storia viene fermata per un controllo documenti.

C’è poco da fare: quando ti guida la furia cieca, quando il colore della pelle diventa un indizio e non un dettaglio, tutto è possibile.
Anche arrestare i discendenti di chi abitava l’America molto prima che l’America decidesse di arrestare qualcuno.

E forse il punto è proprio questo.
Nel suo egocentrismo muscolare, Trump non governa un Paese: recita una parte.
Quella del vendicatore del generale Custer.
Peccato che, come Custer, sembri non aver capito né dove si trova, né chi ha davanti.

Umberto Baldo

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Testata Street Tg Autorizzazione: Tribunale Di Vicenza N. 1286 Del 24 Aprile 2013

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