Stevanin, negata ancora la semilibertà. Resta il mistero del tronco trovato nel 1995: possibile legame con una 17enne scomparsa

Il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha respinto una nuova richiesta di semilibertà presentata dai legali di Gianfranco Stevanin, il serial killer di Terrazzo condannato all’ergastolo per l’omicidio di sei donne e detenuto da 32 anni. La decisione è arrivata nei giorni del suo 66° compleanno, trascorso nel carcere di Bollate.
Secondo i giudici, Stevanin non avrebbe maturato «una sufficiente revisione critica» dei crimini commessi e non avrebbe ancora una piena consapevolezza del male provocato. La difesa aveva sostenuto che l’età, insieme ad alcune patologie, avrebbe ormai ridotto gli impulsi sessuali e quindi la sua pericolosità sociale. Il Tribunale ha però ritenuto che non vi siano i presupposti psicologici per concedere il beneficio.
Stevanin venne arrestato il 16 novembre 1994 dopo la denuncia di una prostituta austriaca che aveva temuto di essere uccisa. Da quell’episodio partirono le indagini che portarono alla scoperta degli omicidi e del casolare nelle campagne di Terrazzo dove, secondo le ricostruzioni giudiziarie, l’uomo sezionava o occultava i corpi delle vittime. Tra le donne uccise figuravano anche Claudia Pulejo e Biljana Pavlovic, con le quali aveva avuto rapporti sentimentali.
Parallelamente resta aperto un mistero mai risolto. Nel luglio 1995, in uno scolo irriguo vicino ai terreni della famiglia Stevanin, venne trovato all’interno di un sacco un tronco femminile privo degli arti e della testa. I resti, appartenenti a una donna minuta e forse molto giovane, sono ancora conservati all’Istituto di Medicina legale di Verona.
Nei mesi scorsi i carabinieri hanno chiesto alla Procura di verificare se quel reperto potesse appartenere a Stanislava Chlebcová, cittadina slovacca scomparsa nel 1994 quando aveva appena 17 anni. La giovane era fuggita da un centro di rieducazione per adolescenti a Zlaté Moravce, in Slovacchia, ed era poi finita vittima della tratta di esseri umani, arrivando in Italia.
Con lo pseudonimo “Diana” era riuscita a mantenere per un periodo i contatti con la famiglia attraverso telefonate e lettere spedite da Verona. Nell’ultima, datata 1° ottobre 1994, raccontava di essere costretta a lavorare e manifestava forte preoccupazione per la situazione delle ragazze dell’Est. Da allora di lei non si è saputo più nulla.
Il caso è stato affrontato anche dalla trasmissione “Chi l’ha visto?” e dalle autorità slovacche. La Procura aveva autorizzato nuovi accertamenti genetici sul tronco rinvenuto nel 1995, ma il tempo trascorso avrebbe compromesso il Dna, rendendo impossibile ottenere una risposta certa. Resta quindi senza soluzione il dubbio che quei resti possano appartenere alla giovane “Diana”.




















