8 Luglio 2022 - 10.57

PILLOLA DI ECONOMIA –  1 dollaro = 1 euro

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di Umberto Baldo

Trattandosi di un dato volatile per definizione, quando si parla di tasso di cambio euro/dollaro, o dollaro/euro che è la stessa cosa vista da angolazione inversa, bisogna sempre fare riferimento ad un momento preciso.

Quindi, nel momento in cui scrivo il cambio euro dollaro è pari a 1.016.

Do per scontato che tutti sappiano a cosa mi riferisco, ma in ogni caso questo numero vuol dire che per comprare un euro servono 1,016 dollari, e se preferite per comprare un dollaro servono 0,99 euro.

Tanto?  Poco?

In assoluto è una domanda che non ha alcun senso, in quanto il tasso di cambio è il frutto di una molteplicità di fattori economico-politici, oltre a tutto filtrati dai mercati.

Quello attuale è un valore piuttosto basso, che in una prospettiva breve indica che la parità fra le due valute è ormai un dato quasi acquisito.

Certo siamo ben lontano da quel 2008 in cui fu registrato il massimo storico del cambio, con l’euro che valeva 1,60 dollari, e ci avviciniamo potenzialmente  a quell’ inizio del 2002, quando per comprare un euro bastavano soltanto 0,90 dollari.

Il contributo maggiore a questo rafforzamento della moneta verde l’ha dato sicuramente la Fed con gli annunciati consistenti aumenti dei tassi, finalizzati al raffreddamento di un’inflazione da consumi, in presenza di un’economia che, contrariamente a quella europea, gira ancora abbastanza bene.

A questo vanno aggiunti l’impennata dei prezzi delle materie prime, da sempre commercializzate in dollari, ed il peggioramento delle stime del Pil europeo, che hanno ingrossato il canale della liquidità europea verso i mercati finanziari statunitensi, attratta da rendimenti più alti.

Di fatto il dollaro Usa sta tornando ad essere uno dei classici beni rifugio.

Sicuramente gli gnomi della Bce, finora piuttosto timidi per ciò che attiene i tassi,  la discesa dell’euro sul dollaro l’avevano messa in conto, ma forse non in queste dimensioni.

Ma cosa cambia con questo tasso di cambio?

In linea generale si può dire che l’indebolimento dell’euro può rappresentare un’opportunità per Paesi fortemente orientati all’export come il nostro, per il semplice motivo   che ora vendere all’estero le nostre merci diventa più facile, perché più conveniente per gli acquirenti.

E’ però altrettanto vero che l’inflazione galoppante, unita all’impennata del costo delle materie prime (solitamente espresso in dollari), aumentando i costi di approvvigionamento delle nostre imprese, potrebbe mitigare, se non annullare, i vantaggi del cambio più favorevole.

Comunque si può affermare che a sorridere in questa fase dovrebbero essere i settori legati al turismo Usa, e le molte imprese italiane che esportano su quel mercato (un business da oltre 54 miliardi di dollari).

Meno buone le prospettive dei settori che importano beni dagli Usa, e parliamo di farmaci, chimica, computer, e tecnologia in genere (circa 23 miliardi).

A livello di cittadini consumatori la quasi parità dollaro/euro rende molto più convenienti le mete europee per i viaggiatori americani, ma penalizza gli europei che vogliono recarsi negli Usa per turismo o lavoro.

Ovviamente diventano più costosi per i cittadini europei anche i beni acquistati negli Usa.

Basti un solo esempio: nel settembre 2021, un iPhone 13 costava negli Usa 799 dollari. Per acquistarlo servivano al cambio di allora 694 euro. Oggi, per gli stessi 799 dollari, di euro ne servono 783.

Su questo scenario incombe comunque l’andamento del settore dei prodotti energetici, dal petrolio al gas, che sono scambiati in dollari.

E’ comprensibile che il rafforzamento del dollaro, ed il parallelo crollo dell’euro, inneschino il timore che scatti un nuovo rialzo del prezzo dei carburanti e del gas, già alle stelle, con  tutte le ricadute negative sulle economie del vecchio continente.

Comunque la si veda, lo scenario internazionale resta ballerino, per cui è molto probabile che questa instabilità duri a lungo.

Umberto Baldo

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