Gas e petrolio nell’Artico: la ‘trivellatrice’ Norvegia pronta a diventare il “salvatore energetico” dell’Europa?

Nel pieno delle tensioni globali, tra la guerra in Medio Oriente e il blocco dello Stretto di Hormuz, la Norvegia si propone come possibile ancora di salvezza per l’Europa sul fronte energetico. Già diventata il principale fornitore di gas del continente dopo il conflitto in Ucraina, Oslo punta ora a espandere le trivellazioni nell’Artico per aumentare produzione ed export.
Una strategia ambiziosa che però incontra forti resistenze. L’Unione Europea, infatti, resta cauta sull’acquisto di idrocarburi provenienti da una regione fragile e strategica come l’Artico. Bruxelles sta inoltre rivedendo la propria politica, che dal 2021 sostiene una moratoria internazionale sulle nuove estrazioni.
Il nodo potrebbe sciogliersi entro settembre, quando è atteso il nuovo documento europeo. Secondo Florian Vidal, ricercatore dell’Università di Tromsø, una conferma della moratoria chiuderebbe di fatto il principale sbocco commerciale della Norvegia: proprio l’Europa. In alternativa, Oslo potrebbe esportare gas liquefatto verso altri mercati, ma perderebbe investimenti europei fondamentali.
Intanto il governo norvegese intensifica il pressing diplomatico. “La crisi gioca a favore della Norvegia, che si presenta come fornitore di ultima istanza”, spiega Patrice Geoffron, docente all’Università Paris-Dauphine-PSL. Una posizione che Oslo respinge ufficialmente: il segretario di Stato Snorre Skjevrak sostiene che la situazione in Medio Oriente non influenzi le scelte energetiche del Paese.
I numeri però sono chiari: la Norvegia copre circa il 30% del fabbisogno di gas e il 14% di quello petrolifero di Regno Unito e Unione Europea. E guarda al futuro con nuovi progetti: due giacimenti di gas (Snøhvit e Aasta Hansteen) e due petroliferi (Goliat e Johan Castberg) sono già attivi nell’Artico, mentre nel Mare di Barents si stima la presenza di miliardi di barili ancora da sfruttare. A gennaio, Oslo ha proposto l’apertura di 70 nuovi blocchi esplorativi, molti dei quali proprio in acque artiche.
La posta in gioco è alta anche sul piano interno: i giacimenti attuali stanno invecchiando e la produzione potrebbe calare dopo il 2030. Mantenere i livelli è cruciale per occupazione, entrate e sostenibilità del welfare.
Non mancano però gli ostacoli. Le trivellazioni nell’Artico sono costose e richiedono prezzi del petrolio sopra gli 80-90 dollari al barile per essere sostenibili. A questo si aggiungono i rischi geopolitici: il Mare di Barents è un’area sensibile, vicina alle infrastrutture militari russe, e nuove installazioni potrebbero aumentare l’esposizione a tensioni o sabotaggi.
Infine, il tema climatico. L’Europa punta alla neutralità carbonica entro il 2050, e nuove estrazioni appaiono in contrasto con questo obiettivo. Oslo difende la propria posizione sostenendo che il suo gas ha emissioni inferiori rispetto ad altre fonti e che resterà necessario nella transizione energetica. Ma per alcuni esperti, come Inès Bouacida dell’IDDRI, la vera soluzione resta ridurre la dipendenza dagli idrocarburi puntando su energie rinnovabili prodotte in Europa.
Per ora Bruxelles resta ferma: la posizione sulla moratoria non cambia. Ma tra crisi energetica e nuovi equilibri geopolitici, il ruolo della Norvegia potrebbe diventare sempre più centrale nei prossimi mesi.










