1 Agosto 2022 - 11.23

Elezioni – Alla ricerca del “Centro” perduto: perché chi è uscito da Forza Italia ha ragione

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di Umberto Baldo

Ieri, ragionando fra me e me sulle prossime elezioni politiche, mi ponevo queste domande:

Hanno ragione quei politici e commentatori che affermano che le elezioni “si vincono al Centro”, e quindi per guadagnare consensi ogni Partito dovrebbe annacquare le proprie posizioni più radicali, per renderle più appetibili ad un numero maggiore di potenziali elettori che si posizionerebbe a metà strada fra destra e sinistra?

Ha ancora senso oggi parlare di “Centro” nello schieramento politico, o per essere ancora più chiaro, oggi esiste ancora il “Centro” in politica?

E poiché al concetto di Centro politico solitamente colleghiamo le parole ceto moderato, ceto medio, classe media, esistono nella realtà queste categorie, oppure il Centro politico inteso come luogo della moderazione e del pragmatismo è una mera finzione spaziale, geometrica e lessicale presente solo nella mia mente?

E ancora, ha ancora senso definire classe media quella con una certa fascia di reddito (da tot euro a tot euro), che svolge una professione lavorativa supposta sicura (impiegati, insegnanti, medici, commercialisti, ingegneri, quadri aziendali, piccoli imprenditori, piccoli proprietari terrieri, ecc.), e che quindi rifuggirebbe da ogni forma di estremismo?

Per caso ve le siete poste anche voi queste domande?

Se avete trovato una risposta sarei ben lieto di conoscerla, perché confesso che io una soluzione esaustiva ed inattaccabile non sono riuscito ad individuarla.

E sì che ci ho riflettuto a lungo, attingendo giocoforza (e questo forse potrebbe rappresentare un limite) alla mia esperienza passata, al mio vissuto, come si usa dire.

Nella prima Repubblica era sicuramente tutto più schematico; c’era la sinistra egemonizzata dal Partito Comunista, c’erano la destra nostalgica del Movimento Sociale, e poi c’era la Democrazia Cristiana, che sulla tradizione Sturziana e Degasperiana basava il suo essere il “Centro” dello schieramento.

Dopo la caduta del muro di Berlino e l’uragano tangentopoli, contemporaneamente all’imporsi del Berlusconismo, che sicuramente aspirava ad impersonare il nuovo Centro politico, dalle valli alpine assistemmo alla discesa di un movimento fondato da Umberto Bossi, fortemente ideologizzato, che riuscì ad intercettare il malcontento crescente nelle diverse classi economico-sociali dell’Italia settentrionale (tanto tra i borghesi che tra gli operai, per intenderci), raccogliendo gli umori degli elettori di centro, però radicalizzandoli.

Il Veneto bianco, la canonica d’Italia, ne fu il paradigma più eclatante, passando in blocco dalla Dc alla Liga veneta.

Scomparse, meglio spazzate via dalla scena politica sia la “chiesa democristiana”, sia la “chiesa comunista”, abbiamo poi visto emergere ed affermarsi una drammatica pulsione irrazionale sovranista ed antieuropeista, la nascita di movimenti apertamente anti-sistema come il M5S, e poi il proliferare di partiti, partitini e liste, che si dichiarano di sinistra, centrosinistra, centro, centrodestra e destra, tutti però tesi alla illusoria ricerca di un elettorato cosiddetto di centro moderato “vecchi tempi”.

Ma la scomparsa delle classi sociali di riferimento, con gli operai del nord che votano Lega, e la ormai irreversibile personalizzazione leaderistica della competizione politica, amplificata dai media e dai social, hanno completamente spiazzato il tipo di elettorato al quale pensavo di appartenere.

E qui arriviamo all’oggi.

Io non sono mai stato comunista; non ho mai cantato né “bandiera rossa” né l’ “Internazionale”, ed alle feste dell’Unità ci andavo solo quando avevo voglia di mangiare costine di maiale, perché con le griglie i “compagni” ci sapevano fare.

Ma non sono mai stato neppure democristiano, e non ho mai frequentato le parrocchie od i circoli cattolici.

Facevo riferimento, sia dal punto di vista culturale che politico, a quella che all’epoca veniva definita “area laica”, e che sostanzialmente io individuavo solo nel Partito Repubblicano e nel Partito Liberale, perché a mio avviso socialisti e socialdemocratici avevano comunque radici marxiste.

Ovviamente mi rendo conto che la storia non si ripete, che certe cose appartengono ormai al passato, ma poiché i miei principi ed i miei valori sono rimasti sostanzialmente quelli, di fronte agli attuali schieramenti politici mi trovo, a voler essere buoni, in estrema difficoltà a scegliere per chi votare.

Volendo laicamente pormi di fronte ai programmi dei Partiti, e rifiutando ovviamente una scelta di appartenenza ideologica, confesso di trovarmi in notevole difficoltà.

Essendo fermamente europeista ed atlantista non posso trovarmi d’accordo con le pulsioni anti Ue ed anti Nato, per non dire filo Putin, latenti nei due grandi partiti sovranisti; Fratelli d’Italia e Lega.

Né condivido alcune proposte di riforme costituzionali, propugnate da FdI, a favore del Presidenzialismo, e del ripristino del principio della prevalenza del diritto nazionale su quello europeo

Ma debbo confessare che almeno un paio di proposte della Lega mi trovano invece d’accordo; cioè quelle relative all’autonomia regionale differenziata, e ad un contrasto più deciso all’immigrazione clandestina.

Vedo invece come il fumo negli occhi le reiterate proposte di Salvini della cosiddetta “pace fiscale”, che rappresenta uno schiaffo ai contribuenti onesti, e quella di una flax tax senza prima parlare di una seria lotta all’evasione e all’elusione fiscale.

Berlusconi non lo considero neppure; lo ritengo un sopravvissuto che, a capo di un Partito personale, propone ancora le dentiere a spese dello Stato per gli anziani.

Guardando a sinistra, ed al Pd in particolare, ne apprezzo sicuramente l’ancoraggio ai principi europei e atlantici, e certi valori sociali.

Ma ad esempio non condivido assolutamente la politica delle “porte aperte” nei confronti dell’immigrazione e delle Ong, con il rifiuto di distinguere fra rifugiati veri e migranti economici, come pure non apprezzo l’abbandono dei principi legati alla famiglia tradizionale (non condivido per esempio l’adesione alle teorie gender, o amenità tipo “genitore 1” e “genitore 2”).

Il fenomeno M5S lo considero un accidente nella storia di questo Paese, destinato ad esaurirsi come a suo tempo l’Uomo Qualunque di Giannini. Dei grillini ricorderemo la riduzione del numero dei Parlamentari, che ho condiviso ed apprezzato, ma anche l’aver imposto due istituti, come il Reddito di Cittadinanza ed il Bonus 110%, senza voler tenere conto che l’assenza di controlli preventivi avrebbe favorito ogni sorta di truffa e malaffare.

Cosa resta?

Rimane quello che comunemente nel linguaggio politico viene definito appunto il “Centro”, che in questa fase sembrerebbe impersonato da Matteo Renzi e Carlo Calenda.

Dei due apprezzo il linguaggio franco, senza giri di parole, equilibrismi, o bizantinismi lessicali, e anche l’attenzione alla salvaguardia dei conti pubblici, problema che invece sembrano non porsi Meloni e Salvini, ed in parte anche il Pd.

Renzi o Calenda rispondono a quelli che sono da sempre i miei principi “laici e liberali”?

Francamente non lo so ancora!

Leggerò bene i loro programmi e poi valuterò, anche in relazione a loro eventuali alleanze.

A tal riguardo dal punto di vista emozionale confesso che preferirei che le forze “centriste” andassero alle elezioni senza apparentamenti, ma sulla base dell’esperienza capisco che, con questa legge elettorale, con i collegi uninominali determinanti, si impone una seria riflessione sul problema del cosiddetto “voto utile”.

E’ comunque incontestabile che un’eventuale alleanza di Calenda (o Renzi) con il Pd cancellerebbe ogni prospettiva di ripristinare una qualsivoglia “area di Centro”, e si rafforzerebbe così il modello bipolare destra-sinistra.

In definitiva, per quanto abbia riflettuto, al momento non ho trovato quel “Centro” di cui si vagheggia, e a questo punto viene spontaneo chiedersi se non sia “come l’Araba fenice, che vi sia, ciascun lo dice, dove sia, nessun lo sa”.

Umberto Baldo

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