15 Settembre 2025 - 11.03

Dalla “decrescita felice” al “deconsumo infelice”

In Italia abbiamo una fissazione: trovare un’etichetta per tutto.
Un fenomeno complesso, che richiederebbe analisi e studio? Noi lo impacchettiamo in una parola e via, archiviato.Così, tra i mille neologismi che spuntano come funghi, l’altro giorno mi sono imbattuto nel  termine “deconsumo”. 

Il prefisso “de- privativo” dice già tutto.E subito, per associazione di idee, ho pensato al vecchio cavallo di battaglia di Beppe Grillo; la “decrescita felice”. Solo che qui, a occhio, di felice non c’è proprio niente.Ma da dove è uscito questo neologismo, e come viene declinato?Il termine arriva dal Rapporto Coop 2025, realizzato con Nomisma, NielsenIQ, Circana, GS1, Gfk e persino Mediobanca Ufficio Studi. 

Secondo Coop siamo entrati “nell’era del deconsumo”: famiglie che comprano di meno, strette tra inflazione, potere d’acquisto eroso e paura del futuro.Qualcuno prova a raccontarla come una svolta etica: meno sprechi, più sobrietà, consumo consapevole.
La verità è molto più semplice, e meno poetica: gli italiani cominciano a tirare la cinghia non per scelta, ma per necessità.

Prendiamo i numeri. 

Dal 2019 ad oggi, il carrello della spesa è diventato un campo minato: burro +60%, olio d’oliva +53,2%, riso +52%, cacao +51,4%. E poi caffè +47,6% (così ci passa pure la voglia di svegliarci al mattino), olio di semi +43,6%, patate +40,5%. Zucchero, verdura, uova, pollame, frutta… tutti oltre il +30%. Persino l’acqua minerale è diventata un bene di lusso.

In questo contesto, parlare di “deconsumo” come se fosse una scelta culturale fa quasi ridere. O meglio: fa arrabbiare.Perché i dati del Rapporto Coop confermano che ormai il 42% degli italiani compra avendo come priorità il risparmio, non la gratificazione. E così l’ultimo modello di smartphone resta in vetrina (due milioni di pezzi in meno rispetto al 2022), le sneakers dell’influencer pure. Si tende a comprare solo l’essenziale, non perché si sia improvvisamente diventati virtuosi, ma perché la realtà ci costringe.

Il resto lo vediamo tutti i giorni: supermercati dove il 51% degli italiani prende i prodotti vicini alla scadenza; discount che conquistano sempre più clienti (oltre il 12% in modo stabile); carne e pesce in caduta libera (-16,9%), con la gente che si sposta su tagli poveri e accessibili. 

A titolo di cronaca: ad Abano Terme qualche giorno fa  il pesce spada era  a 34,5 euro al chilo.Cambia anche il modo di vivere: cene a casa con gli amici al posto del ristorante, non per moda ma per necessità. Il “meglio risparmiare” non è più un consiglio prudente: è diventato lo stile di vita imposto a milioni di famiglie.Il problema, però, non è linguistico. Non basta ribattezzare “sobrietà” ciò che in realtà è precarietà.
Il punto è che il consumismo non è finito: è finita la capacità delle famiglie di scegliere.E finché il “deconsumo” verrà raccontato come una tendenza, senza affrontarne le cause strutturali, il rischio è sempre quello di guardare il dito anziché la luna.

E la luna è la crescita della preoccupazione per l’allargamento dei conflitti e per l’intensificazione degli eventi climatici estremi;  una buona metà degli italiani e delle italiane ha iniziato ad accettare la possibilità concreta di un conflitto armato che coinvolga anche il nostro Paese. 

Senza dimenticare la guerra commerciale scatenata da Trump a suon di dazi.A questo scenario globale preoccupante si aggiunge la situazione economica italiana che, una volta esaurita la spinta post-pandemica, si ritrova a crescere a ritmi decisamente inferiori alla media europea. 

Si stima per il biennio 2025-2026 una crescita su base annua del PIL di appena mezzo punto percentuale, mentre altre previsioni sono ancora più pessimistiche (+0,1% nel 2026). A fronte di un’occupazione in crescita (+840mila unità) e di un aumento delle ore lavorate (+2,3 miliardi), la scarsa produttività del Paese resta un problema (fino a -1,4%) e impedisce la mobilità sociale.Certo non sono tutte rose e fiori neanche in altri paesi Europei; con una Germania in crisi industriale ed una Francia quasi sull’orlo di una rivolta sociale.Ma anche se apparentemente l’Italia di oggi potrebbe sembrare un’isola felice, non mi sembra sia il caso di indulgere, come fa il Governo, nell’affermare che “tout va très bien”.

Provino a dirlo a chi, ogni giorno, si trova a controllare dieci volte il prezzo delle uova o del latte.

Permettetemi di chiudere con una  constatazione.L’inflazione esiste da che esiste il mondo, ed è illusorio il solo pensare di eliminarla.Ma a mio avviso è soprattutto nel settore alimentare che ci si marcia alla grande.Ci hanno raccontato che i prezzi sono saliti prima per il Covid, poi per il caro-energia, poi per la guerra in Ucraina. Tutto vero. 

Ma  qualche emergenza è finita, i listini invece no. Anzi: il prezzo “emergenziale” è diventato il nuovo standard.E allora la domanda è legittima: non è che qualcuno, approfittando dell’inerzia della politica, stia facendo una gigantesca speculazione a danno nostro?Come quando nel 2002 ci raccontavano che i prezzi crescevano per colpa dell’euro, e non per le furbizie e l’ingordigia di chi adottò surrettiziamente l’equivalenza 1000 lire uguale a 1 euro.Perché di questo passo, alla fine la dieta che ci stanno imponendo non è “mangiare sano”, ma mangiare meno”.

Umberto Baldo

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