Olimpiadi Cortina. La cattedrale nel bosco

C’è un momento, nella vita di una nazione, in cui il ridicolo smette di far ridere e comincia a costare troppo.
Nel nostro caso 118 milioni di euro.
Alla vigilia delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, la nuova pista da bob di Cortina d’Ampezzo, contestata, odiata, difesa con l’elmetto dell’orgoglio patriottico, è ormai cosa fatta.
Vale la pena ricordarlo: 118 milioni di euro per un impianto che servirà a tre discipline olimpiche – bob, skeleton e slittino – praticate in Italia da una cinquantina di tesserati in tutto.
Non cinquantamila, CINQUANTA.
Il CONI, con una discrezione che definire “sconcertante” è un eufemismo, non pubblica dati ufficiali disaggregatisui tesserati di queste discipline (almeno io non li ho trovati).
Ma basta grattare appena sotto la superficie – società sportive, stime giornalistiche, elenchi federali – per capire che siamo di fronte a discipline sportive per pochi intimi, spesso gli stessi che si alternano da anni.
E allora facendo due conti, senza retorica e senza bandiere svolazzanti: oltre 2 milioni di euro a tesserato.
Altro che sport di base: qui siamo allo sport di casta.
Naturalmente, la giustificazione ufficiale è sempre la stessa: “Non è per i praticanti, è per l’immagine del Paese”.
La solita formula magica con cui in Italia si giustifica qualsiasi spesa irrazionale, purché sia grande, visibile ed inutilizzabile il giorno dopo.
Già, perché la vera domanda non è se la pista sarà pronta in tempo.
Non abbiamo alcun dubbio che lo sarà.
La vera domanda è: che cosa ne sarà il 23 febbraio 2026?
La storia recente risponde con brutalità.
Cesana Torinese: 110 milioni, pista chiusa e abbandonata.
Cortina stessa: pista del 1923, smantellata e dimenticata.
Le piste da bob non diventano mai piscine, scuole, palazzetti o parchi: diventano monumenti allo spreco, avvolti da reti arancioni e silenzio.
Lo sapevano tutti.
Lo sapeva il CIO, che aveva suggerito Innsbruck o St. Moritz. Lo sapeva chi aveva proposto Cesana. Lo sapevano i cittadini di Cortina, in maggioranza contrari.
Voglio immaginare che lo sapesse anche Luca Zaia.
Modestamente da questo network avevo indirizzato un paio di anni fa una lettera aperta a Zaia (https://www.tviweb.it/?s=pista+bob+cortina) chiedendo all’allora Presidente del Veneto se valesse la pena di spendere tanti soldi per un impianto di cui è difficile immaginare un futuro.
Eppure si è scelto di andare avanti, perché senza il bob Cortina “contava meno”.
Ecco il punto politico vero: non lo sport, non l’olimpismo, ma la geopolitica delle medaglie e l’orgoglio territoriale elevato a criterio di spesa pubblica.
Non bastava organizzare i Giochi.
Bisognava possedere ogni disciplina, anche la più inutile, anche la più costosa, anche quella che non lascerà nulla se non un cratere ambientale ed un bilancio da spiegare.
Nel frattempo, con quei 118 milioni, si sarebbero potuti: salvare e modernizzare tutti gli impianti del ghiaccio del Veneto; garantire lo sport giovanile per decenni; evitare che piste, palazzetti e stadi locali chiudano per mancanza di fondi.
Ma questo non fa curriculum: non fa Naaazzzziiiioooone.
E, mi permetto di aggiungere, “la pista non farà la storia” come si è sentito in qualche dichiarazione interessata.
Alla fine, la pista da bob di Cortina non è un impianto sportivo: è un monumento ideologico, costruito per dimostrare che l’Italia “ce la fa da sola”, anche quando sarebbe più intelligente non farcela affatto.
Nel 1960, a Squaw Valley, gli americani ebbero il coraggio di dire no: niente pista da bob, niente gare, niente medaglie.
Sessantasei anni dopo, noi abbiamo avuto il coraggio opposto: spendere tutto, pur di non ammettere che non serve.
Il risultato?
Una pista da 118 milioni, per 50 atleti, destinata a diventare l’ennesima “cattedrale nel bosco”.
Altro che spirito olimpico.
Qui siamo allo sciovinismo refrigerato, servito su ghiaccio… e pagato da tutti.
E non è per fare polemica un tanto al chilo: ma in un momento difficile, in cui per avere una Tac con il SNN serve una benedizione divina, mentre rivolgendosi alla sanità privata i tempi sono ristrettissimi, forse quei 118 milioni si sarebbero potuti spendere con più oculatezza venendo incontro ai bisogni del cittadino.
















