13 Aprile 2026 - 19.45

Vannacci è già fuori moda? Dopo il crollo di Orban e il calo di Trump che succede al sovranismo?

Non è ancora la fine del sovranismo, ma è certamente finita la sua stagione di onnipotenza. Per anni è sembrato il linguaggio politico dominante dell’Occidente inquieto: prometteva protezione, identità, confini, ordine; denunciava le élite, sfidava le istituzioni sovranazionali, trasformava ogni conflitto in una prova di autenticità popolare. Oggi, però, qualcosa si è rotto. La caduta di Viktor Orbán in Ungheria, dopo un dominio che sembrava inattaccabile, e l’appannamento di Donald Trump, il cui consenso attraversa una fase di evidente indebolimento, raccontano che il sovranismo non è più percepito come una forza inevitabile. Non è sparito, ma ha smesso di apparire invincibile.

Il caso ungherese è il più simbolico. Orbán non era solo un leader nazionale: era il punto di riferimento internazionale di una destra che aveva fatto dell’“illiberalismo” una proposta di governo. Il suo modello era stato studiato, imitato, celebrato ben oltre Budapest. Per questo la sua sconfitta pesa più del semplice alternarsi delle maggioranze: colpisce il mito di un sistema politico capace di durare indefinitamente grazie alla combinazione di nazionalismo, controllo del potere e costruzione del nemico. Ma proprio il modo in cui Orbán è caduto suggerisce prudenza prima di firmare il necrologio del sovranismo. Gli elettori non hanno rigettato solo una postura ideologica; hanno presentato il conto a un governo logorato, identificato con problemi concreti come inflazione, fatica economica, servizi in crisi, stanchezza del potere. È qui che il sovranismo mostra la sua fragilità: quando smette di sembrare una diga contro il caos e finisce per apparire esso stesso parte del problema.

Lo stesso meccanismo si osserva negli Stati Uniti. Trump resta una figura enorme, capace ancora di polarizzare il dibattito e mobilitare uno zoccolo duro vastissimo. Ma il trumpismo non gode più dell’aura dirompente che lo aveva reso, per molti, sinonimo stesso del futuro. Una parte dell’elettorato che lo aveva sostenuto per rabbia, protesta o fede nell’uomo forte oggi misura il suo giudizio su parametri più materiali: il costo della vita, l’efficacia del governo, la tenuta del quadro internazionale. Quando la promessa di “riprendere il controllo” si scontra con il carovita, con le tensioni geopolitiche o con l’impressione di un conflitto permanente incapace di produrre benessere, il magnetismo del leader si indebolisce. Non scompare, ma si fa più vulnerabile.

È questo il punto politico centrale: il sovranismo non perde perché gli elettori improvvisamente si innamorano del cosmopolitismo, ma perché la sua promessa di protezione viene sottoposta alla prova dei risultati. Finché resta all’opposizione, può presentarsi come rivolta morale contro un sistema corrotto o distante. Quando governa a lungo, però, deve dimostrare di saper trasformare l’identità in amministrazione, la rabbia in efficacia, la propaganda in soluzioni. E qui il meccanismo si inceppa. Perché è relativamente semplice evocare un popolo da difendere; molto più difficile è governarne la complessità senza scaricare ogni fallimento su nemici esterni, complotti o tradimenti interni.

In Europa questo passaggio è particolarmente evidente. La parabola di Orbán segna una discontinuità, ma non cancella il lessico politico che egli ha contribuito a imporre. Anzi, molte delle parole d’ordine del sovranismo sono ormai penetrate nel discorso pubblico ben oltre i partiti che le hanno brandite per primi. Sicurezza, confini, identità, critica delle burocrazie sovranazionali, sospetto verso le mediazioni liberali: sono temi che continuano a orientare il dibattito anche quando il fronte sovranista arretra. Questo significa che il fenomeno non va misurato solo in termini di vittorie o sconfitte elettorali. Una cultura politica può perdere centralità al governo e conservare, tuttavia, una forte capacità di condizionamento simbolico. È per questo che parlare di tramonto definitivo sarebbe prematuro.

Anche in Italia il quadro è meno lineare di quanto possa sembrare. Il sovranismo italiano ha già conosciuto una metamorfosi: da forza apertamente anti-sistema a componente istituzionalizzata del potere. Giorgia Meloni ha incarnato questa trasformazione meglio di chiunque altro, traducendo buona parte del linguaggio identitario in una postura di governo più prudente, più riconoscibile, più compatibile con le regole del gioco europeo. È una normalizzazione che non equivale a una sconfitta del sovranismo, ma piuttosto alla sua adattabilità. Eppure proprio questa versione più disciplinata mostra i suoi limiti quando la realtà economica si fa più dura. Perché anche la destra che si presenta come affidabile deve, alla fine, misurarsi con i conti, con i salari, con i prezzi, con il giudizio quotidiano degli elettori.

Dentro questo scenario si colloca anche Roberto Vannacci. Chiedersi se sia già “fuori moda” significa forse porre male la questione. Vannacci non rappresenta tanto il futuro del sovranismo quanto una sua accentuazione caricaturale e personale. La sua forza sta nell’immediatezza del messaggio, nella provocazione, nella semplificazione brutale, nella capacità di trasformare l’identità in una sfida continua al politicamente corretto. Ma proprio questi tratti, che ne hanno alimentato l’ascesa mediatica, rischiano di segnarne anche il limite. Più che fuori moda, Vannacci appare come il prodotto di un repertorio ormai codificato: non l’invenzione di una stagione nuova, ma la ripetizione in forma più aspra di formule già viste.

Il suo spazio politico esiste, e sarebbe un errore sottovalutarlo. Intercetta una quota di elettorato insofferente non solo verso la sinistra, ma anche verso una destra percepita come troppo normalizzata, troppo istituzionale, troppo addomesticata. In questo senso Vannacci può disturbare, sottrarre consensi, spostare l’asse del discorso pubblico. Ma un conto è agitare il malessere, un altro è trasformarlo in proposta egemonica. Finora la sua figura appare più efficace come detonatore che come costruttore. Più capace di rappresentare una rabbia che di organizzarla in progetto politico duraturo.

Il nodo vero, allora, è che il sovranismo non sta scomparendo: sta entrando nell’età della verifica. Per un lungo ciclo storico ha potuto vivere di rendita simbolica, presentandosi come l’unica risposta netta a una società spaesata dalla globalizzazione, dall’immigrazione, dalle disuguaglianze, dalla crisi della rappresentanza. Oggi quella rendita non basta più. Gli elettori continuano ad avvertire paura, insicurezza, bisogno di appartenenza. Ma chiedono anche risultati. E quando non arrivano, la forza della narrazione si consuma.

Più che la fine di una cultura politica, siamo dunque davanti alla fine del suo automatismo. Non basta più gridare contro Bruxelles, contro le élite, contro gli stranieri, contro il sistema, per apparire credibili. Non basta più incarnare la trasgressione per sembrare il nuovo. Orbán sconfitto, Trump in affanno, Vannacci ancora sospeso tra exploit mediatico e limite politico raccontano tutti la stessa cosa: il sovranismo non è morto, ma non è più il destino naturale della politica contemporanea. È diventato, finalmente, una proposta da giudicare per quello che produce. E per chi ha costruito il proprio successo sulla promessa di difendere il popolo da tutto, è forse questa la prova più difficile.

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