6 Settembre 2021 - 9.54

Salvini. Il Governo val bene un Green Pass

Fonte immagine Huffington Post
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di Umberto Baldo

La storia ci insegna che, di fronte al dilemma se fosse meglio diventare Re di Francia, oppure continuare a professare le fede protestante (allora i protestanti in Francia si chiamavano Ugonotti), Enrico di Navarra non ebbe dubbi, ed esternò la sua scelta a favore della corona con la nota frase “Parigi val bene una messa”, e di conseguenza si fece cattolico.
Certo i confronti storici non sono sempre del tutto calzanti, ma forzando un po’ la mano, si potrebbe pensare che Matteo Salvini dopo un confronto con i suoi “Governatori” in tema di lotta al Covid, abbia deciso che “il Governo val bene un Green Pass”.
Ma cerchiamo di mettere in fila gli avvenimenti.
Vi avevo riferito dell’inaspettata presa di posizione dei rappresentanti della Lega in Commissione Affari Sociali della Camera, favorevole alla soppressione del Pass vaccinale. Allineandosi così alle posizioni di Fratelli d’Italia e di frange del Movimento 5Stelle, e ciò nonostante i Ministri leghisti avessero votato a favore del provvedimento in sede di Consiglio dei Ministri.
Vi risparmio le reazioni a questa “fuga in avanti” del Capitano e dei suoi uomini, perchè ne abbiamo già parlato.
Ma non c’è dubbio che ad essere i più spiazzati da quel voto in Commissione siano stati i Presidenti delle Regioni governate dalla Lega, che hanno fin da subito mostrato di non gradire quello che a tutti gli effetti sembrava uno strizzare l’occhio agli anti-vaccinisti da parte del loro Partito.
Non credo ci sia voluto molto al Capitano per rendersi conto di essersi spinto un po’ troppo avanti, lasciando con le terga scoperte coloro che istituzionalmente nelle Regioni si trovano a contrastare da oltre un anno la pandemia. Ed è difficile pensare che questi Governatori non abbiano manifestato il loro disappunto, ed i loro dubbi (per non dire contrarietà), anche in vista delle imminenti elezioni amministrative.
Sicuramente avranno pesato molto anche le nette prese di posizione degli ambienti economici ed industriali, Confindustria in testa, che vedono nel Pass vaccinale lo strumento necessario per evitare fermi di produzione conseguenti ad eventuali focolai nelle aziende, che, in questa fase di netta ripresa post pandemica, equivarrebbe a gettare alle ortiche lo sforzo fin qui fatto dal Governo e dal Commissario Figliuolo per vaccinare più italiani possibile.
Io spero abbiano anche influito i sondaggi usciti in questi giorni, perchè un buon leader politico non li insegue i sondaggi, ma li analizza e li valuta nel modo più opportuno.
E questi sondaggi mostrano inequivocabilmente che la stragrande maggioranza degli elettori della Lega (75%) sono favorevoli al Green Pass vaccinale, in quanto lo ritengono “una misura necessaria per salvaguardare la salute dei cittadini». A dire la verità, gli stessi sondaggi ci dicono che anche il 74% dei potenziali elettori di Fratelli d’Italia sono d’accordo con il pass vaccinale, ma ciò sembra non preoccupare più di tanto Giorgia Meloni, che continua imperterrita nella sua opposizione senza quartiere al Governo Draghi, con il chiaro obiettivo di diventare la vera leader dello schieramento di centrodestra, e quindi il possibile futuro premier.
Sicuramente sono state queste le considerazioni, e le spinte, che hanno indotto, o forse costretto, Salvini a confrontarsi in tutta fretta, in video call, con i sette Governatori leghisti (Fedriga, Fontana, Fugatti, Solinas, Spirlì, Tesei e Zaia, che rappresentano bene o male 20 milioni di italiani), per uscire dal cul de sac in cui si era cacciato, tanto da essere tacciato anche dai cittadini (basta leggere le lettere dei lettori di questi giorni sui giornali) come “irresponsabile”.
Urgeva una via d’uscita, che riuscisse a salvare capra e cavoli.
E con l’aiuto del buon senso degli “Amministratori della Lega” è stato alla fine elaborato un documento che è il frutto di una mediazione fra due necessità presenti nella Lega; quella appunto di chi governa le realtà locali a stretto contatto con i cittadini e le forze economico-produttive, e quella della politica nazionale, giocoforza più attenta agli equilibri fra i partiti ed alla competizione elettorale.
Ne è uscita quindi una linea politica che affronta la campagna anti Covid su un piano di doppio binario: con una contro-proposta chiara e univoca rispetto alla linea dettata da Draghi in conferenza stampa, ma anche con un posizionamento netto e distinto rispetto alla fronda radicale leghista (Borghi, Bagnai, Siri), obiettivamente più sensibile alle tematiche della galassia No Green Pass.
Ma cosa si dice in questo documento?
In alternativa all’obbligo ventilato da Draghi, si parla di «promozione della campagna vaccinale” sottolineando come l’incremento delle inoculazioni possa essere ottenuto «con informazioni corrette, salvaguardando la libertà ed evitando obblighi o costrizioni”. Si dichiara poi che l’obbligo vaccinale può essere ammesso «solo in via eccezionale per alcune categorie specifiche».
Sul Green Pass il testo si esprime per un netto “SI”, finalizzato a “favorire aperture in sicurezza a partire dai grandi eventi (per esempio concerti o manifestazioni sportive)”, ma «senza complicare la vita agli italiani» (a partire dai mezzi pubblici).
Su questi primi due temi, mi verrebbe da pensare che Draghi, come un provetto giocatore di poker, abbia volutamente “forzato” sull’obbligo vaccinale per offrire a Salvini e alla Lega una via di uscita dignitosa, qual è appunto quella dell’ accettazione dell’estensione dell’obbligo di copertura ad altre categorie di lavoratori a contatto con il pubblico.
Sul tema dei tamponi, sui quali Salvini si era sbilanciato troppo chiedendoli a spese dei contribuenti per tutti, compresi quindi i “renitenti ai vaccini”, si è arrivati ad un classico compromesso, che prevede la “gratuità” solo per alcune categorie (come i minori che fanno sport, o le persone che per questioni sanitarie non possono vaccinarsi), oltre alla possibilità di utilizzare i tamponi salivari per ottenere il Green Pass (ma su questo punto il Governo aveva già aperto).
Per finire, il documento prevede l’incentivazione delle cure con gli anticorpi monoclonali “prescrivibili anche dal medico di medicina generale”.
Come si vede il Capitano è riuscito a non perdere del tutto la faccia, ottenendo dai Governatori il consenso al “NO” all’obbligo vaccinale esteso a tutti gli italiani, cedendo però sulla progressiva estensione del Green Pass, valutato dai Presidenti come fondamentale da un lato per indurre a vaccinarsi anche gli “irriducibili”, e dall’altro per impedire nuovi lockdown, che sarebbero a questo punto mal visti dalla massa dei cittadini che hanno scelto di immunizzarsi, e che vedono nel vaccino lo strumento per ricominciare a vivere quasi normalmente.
Tutto sommato la “retromarcia” del Capitano mi sembra una notizia positiva, perchè dovrebbe far calare la tensione su un tema cruciale, sgomberando il campo da alcune ambiguità che avevano offuscato l’immagine della Lega in questi ultimi tempi.
E anche perchè conferma la sua determinazione di non abbandonare Draghi: “Noi siamo al governo, e ci rimarremo, per aiutare gli italiani ad uscire dall’emergenza sociale, sanitaria ed economica, come richiesto dal presidente Mattarella”.
Ma questa vicenda, con il riposizionamento “forzato” di Salvini su una linea più ragionevole, maturata assieme ai “suoi” Presidenti di Regione, dovrebbe indurre ad una riflessione sulla necessità che i leader ricomincino a rapportarsi di più con i territori.
Capisco che stiamo vivendo una fase politica nuova, in cui i Partiti come istituzione contano sempre meno, e di fatto a dettare la linea e a fare le scelte sono i “capi” in solitudine, con gli altri (Parlamentari, Ministri, Governatori ecc.) a fare da spettatori e da grancassa.
Non è un caso che ormai i Congressi siano diventati eventi eccezionali, e che, ad esempio nella Lega, si governi il partito a suon di “commissari”.
Ma non è che anche gli altri Partiti brillino per democrazia interna.
Lo so bene che per i leader i Congressi sono “rotture di c…..”, perchè possono mettere in discussione la politica del Partito, ma non bisogna mai dimenticare che sono il solo momento in cui iscritti ed attivisti, oltre che i territori, possono far sentire la loro voce.
Diversamente i Partiti diventeranno sempre meno strumenti di democrazia, per trasformarsi in organismi in mano ad un Capo, ed a pochi oligarchi che fanno riferimento solo a lui.

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