23 Marzo 2026 - 9.16

Realismo o resa? Il nuovo dilemma dell’Europa

Umberto Baldo

È da tempo che vi scrivo che la politica non è quello che ci piacerebbe fare, ma quello che si può fare.

Per questo vi invito  ad abbandonare i richiami nostalgici alla geopolitica degli ultimi ottant’anni. 

Perché il mondo nato dopo il 1945 si sta sgretolando sotto i nostri occhi. 

Perché si incrinano le alleanze, si moltiplicano i conflitti regionali, ed organismi solenni come le Nazioni Unite ricordano sempre più quei teatri di provincia dove gli attori recitano con passione davanti ad una platea ormai quasi vuota.

Insomma, il famoso “ordine internazionale basato sulle regole” oggi assomiglia sempre più a un manuale che nessuno legge ma che tutti fingono di rispettare.

Per questo mi hanno particolarmente colpito le parole pronunciate nei giorni scorsi da Ursula von der Leyen, secondo cui l’Europa non può più considerarsi “la custode del vecchio ordine mondiale”.

Non è una provocazione. Non è nemmeno una polemica. 

È stata detta con il tono tranquillo con cui si annuncia che sta arrivando la pioggia.

Il mondo è cambiato, ci viene spiegato. Le regole non bastano più. Le Grandi Potenze ragionano in termini di interessi e di forza. 

L’Europa deve essere “realista”.

Guardate: non è stato il concetto a sorprendermi.
Perché, a dirla tutta, è esattamente quello che penso e scrivo da tempo.
A colpirmi è stato piuttosto chi lo ha pronunciato.

Uno dei Presidenti europei più deboli degli ultimi decenni; non esattamente la figura che uno immagina quando pensa ad un leader capace di muoversi tra gli squali della geopolitica.

Un monumento all’indecisione, al tentennamento, all’incertezza. 

Ma ragionandoci un po’ su, si potrebbe argomentare che è proprio per questo che qui comincia il problema.

Cerco di spiegarmi meglio.

Il realismo, Machiavelli lo esprimeva cinque secoli or sono, è indispensabile in politica. 

Senza realismo si finisce nel moralismo, nella retorica delle buone intenzioni, nei discorsi pieni di principi e completamente vuoti di conseguenze.

Ma il realismo ha un lato curioso: quando diventa l’unico criterio, finisce per giustificare qualsiasi cosa.

Ogni scelta diventa inevitabile, ogni rinuncia diventa prudenza, ogni arretramento diventa pragmatismo.

A quel punto la politica smette di essere l’arte delle decisioni e diventa l’arte delle spiegazioni.

Naturalmente tutto questo viene raccontato dai politici con grande sobrietà istituzionale. 

Nessuno dirà mai apertamente che le regole non contano più. 

Sarebbe troppo brutale. 

Si preferisce dire che le circostanze sono cambiate, che la storia impone nuove priorità, che bisogna adattarsi.

Il vocabolario è elegante. La sostanza un po’ meno.

In fondo la differenza tra chi rompe le regole e chi smette silenziosamente di difenderle non è poi così grande. 

Cambia lo stile, non sempre il risultato.

Il primo agisce con brutalità, il secondo con prudenza.

Il primo distrugge l’ordine internazionale con decisioni clamorose, il secondo lo lascia lentamente evaporare in nome del realismo.

La politica europea del dopoguerra si fondava su una tensione molto precisa: quella tra il mondo reale ed il mondo che si voleva costruire.

Era una tensione scomoda, certo. Ma era anche il motore della politica.

Se quella tensione scompare, resta soltanto la gestione dell’esistente. 

Una specie di amministrazione condominiale del pianeta, dove si discute molto delle regole mentre qualcuno cambia tranquillamente le serrature.

Ed è qui che il realismo rischia di trasformarsi in qualcos’altro: una forma elegante di rassegnazione.

Perché la storia insegna una cosa molto semplice: le civiltà raramente crollano quando vengono attaccate.

Molto più spesso cominciano ad indebolirsi quando smettono di difendere le idee su cui sono nate (l’esempio più classico, per chi ama la storia, è quello dell’Impero Romano).

E se il nuovo realismo europeo consiste nel considerare quei principi un lusso del passato, allora il problema non è che il vecchio ordine mondiale stia finendo.

Il problema è che l’Europa sembra essersi già seduta in prima fila.
Non per difendere la vecchia geopolitica, ma per assistere, con impeccabile compostezza istituzionale, alla propria uscita di scena (per di più sotto la minaccia dei missili iraniani, visto che ormai  gli Ayatollah hanno dimostrato di poter raggiungere senza problemi Roma, Londra, Parigi). 

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