20 Gennaio 2023 - 9.28

PILLOLA DI ECONOMIA – Sovranisti sì, ma con i soldi degli “altri”

di Umberto Baldo

Non è certo un segreto che tutti i leader europei siano fortemente preoccupati per l’Inflaction Reduction Act (IRA) deciso da Joe Biden, e diventato legge lo scorso agosto dopo l’approvazione del Senato e della Camera dei Rappresentanti Usa.

Ma cos’è questo IRA che  tanto turba i sonni dei nostri Capi di Governo?

In estrema sintesi si tratta del più grande pacchetto di sussidi mai deliberato per convincere le imprese a tornare a investire negli Stati Uniti, oltre a concedere robuste agevolazioni fiscali alle famiglie per indurle a «comprare americano», con in testa le auto elettriche.

Il piano in questione è veramente senza precedenti, e per capirlo basta guardare le risorse messe in campo.   L’IRA è dotato di un budget di 738 miliardi di dollari, dei quali 391 miliardi saranno spesi per l’energia e il cambiamento climatico. Gli altri saranno destinati alla riduzione del deficit federale (238 miliardi), a sussidi per tre anni all’Affordable care act (sanità pubblica), alla riduzione dei prezzi dei farmaci da prescrizione e alla riforma fiscale. 

Limitandosi al solo settore automobilistico, è comprensibile che le industrie dell’auto tedesche e francesi temano di non poter reggere la concorrenza Usa: basti dire che l’IRA prevede un credito d’imposta di 7.500 dollari per l’acquisto di un’auto elettrica nuova, e di 4mila dollari per una usata. Incentivi decisamente fuori portata in Europa.

E’ chiaro che il rischio conseguente all’attivazione dell’IRA è quello di innescare una fuga delle imprese europee verso gli Stati Uniti, rischio che i singoli Governi Europei, e la Ue, devono in tutti i modi cercare di contrastare.

A dir la verità sono in corso da mesi colloqui Ue-Usa per cercare di coordinare le politiche economiche, ma cosa volete, mentre negli Stati Uniti il processo decisionale è velocissimo, in Europa bisogna mettere d’accordo 27 Stati, spesso con esigenze diverse se non contrastanti, per cui sul tema dopo lunghi mesi siamo ancora alle discussioni, ai confronti, alle proposte. 

Una sorta di “Dum Romae consulitur…..” in salsa bruxellese.

Inutile dire che i più attivi sul tema sono il premier tedesco Olaf Scholz ed il Presidente francese Emmanuel Macron, che stanno premendo sulla Commissione Ue per fare presto, visto che in gioco c’è il futuro di una parte concistente dell’economia dei loro Stati. 

E la Ue cosa sta facendo?

Al Forum Economico Mondiale di Davos la Presidente Ursula von der Leyen ha accennato, e sottolineo “accennato”, alle prime contro-misure, che potrebbero andare dalla semplificazione dei processi di autorizzazione per i nuovi impianti di produzione, alla facilitazione  del finanziamento dei “Progetti importanti di comune interesse”; iniziative sostenute dall’Unione perché producono benefici che superano i  singoli confini nazionali.  Arrivando anche ad ipotizzare la creazione di un Fondo Sovrano Europeo finanziato dal bilancio comunitario.

Al di là delle belle parole, e delle pie intenzioni della Commissione Ue, io credo si debba partire da un dato di fatto incontrovertibile:  quello che per stare al passo con l’Inflaction Reduction Act degli Usa servirebbero molti miliardi, e si tratta di risorse che l’Europa non ha. 

La von der Leyen ha però anche parlato di una possibile risposta mediante “aiuti di Stato” massicci per indurre le industrie europee a non traferirsi negli Usa. Per esser più chiari si sta parlando di idrogeno, batterie elettriche, pannelli solari, semiconduttori, che dovrebbero essere inclusi in un elenco di progetti industriali strategici per i quali gli “aiuti di Stato” dovrebbero essere più pesanti, sia tramite sovvenzioni dirette che con il credito d’imposta.

Ricordo che per “aiuto di Stato” si intende qualsiasi forma di sostegno economico concesso da un Governo ad una specifica azienda o gruppo di aziende, che genera un vantaggio rispetto ai concorrenti.

E qui siamo arrivati al punto vero della questione. 

Ed è quello che Germania e Francia sarebbero sicuramente in grado di mettere in campo per gli “aiuti di Stato facilitati” più risorse rispetto agli altri Paesi dell’Unione, tipo l’Italia tanto per dire.

E questo rischio è ben presente ai nostri Governanti, che si stanno muovendo per evitare che la risposta dell’Europa all’IRA sia rappresentata appunto dalla sola politica degli aiuti di Stato “facilitati”.

Mi dispiace mettere sempre in evidenza le “giravolte”, le “incongruenze”, dei nostri Demostene, perché nella specie potrebbe sembrare che ce l’abbia con l’attuale destra di governo. 

Ma cosa volete, la realtà è sempre la realtà, e non si può sottacere che  almeno due dei partiti di maggioranza, Fratelli d’Italia e Lega, sono sempre stati in aperta polemica con il mercato unico della Ue, simbolo per loro di imposizioni politiche sovranazionali; che concretamente si traducono ad esempio nella direttiva Bolkestein, nella messa all’asta delle concessioni balneari, nelle liberalizzazioni, ecc……, da loro sempre mal viste, mal sopportate.    

In fondo Scholz e Macron vorrebbero adesso avere mano libera sugli stessi aiuti di stato che FDI, Lega e Forza Italia hanno invocato e difeso in passato per soccorrere Ilva, Alitalia, Mps e altre aziende fuori mercato, accusando Bruxelles, quando rilevava qualche violazione, di indebita ingerenza negli affari politici ed economici italiani (sic!).

Ma allora perché  gli aiuti di Stato adesso non andrebbero più bene ai sovranisti de noaltri?

Semplicemente perché adesso Giorgia Meloni è al governo, e  sta scoprendo che c’è un limite molto molto italiano: quello del nostro  enorme debito pubblico, che limita enormemente le possibilità di intervento nell’economia da parte dello Stato. 

Se, come vorrebbero Germania e Francia, l’Ue risponderà all’IRA di Biden con gli aiuti di stato “facilitati” ci sarà un vantaggio “sproporzionato” per “gli Stati membri che godono di un margine di bilancio più ampio”.  Così si è espresso il Ministro Giorgetti all’ultimo Ecofin.

Detto più semplicemente; con più soldi a disposizione (aiuti concessi dai loro Governi) le industrie tedesche e francesi si troverebbero avvantaggiate rispetto a quelle italiane, e queste ultime rischierebbero così di essere messe fuori mercato. 

Ed ecco quindi che la consapevolezza di essere deboli sul versante del debito pubblico spinge i sovranisti-dirigisti che attualmente ci governano ad allinearsi con i paesi più “liberali”, quelli che rifiutano la logica degli “aiuti di Stato”, e che vorrebbero invece una gestione “collettiva” del problema, con strumenti comuni come il Recovery Fund ed il Sure.

Il che, ironia della sorte, in una sorte di nemesi storica, mostra che il nostro  Governo orgogliosamente sovranista potrà adottare un programma di aiuti e sostegni alla nostra industria solo con i soldi degli “altri”.

A conferma che un conto sono i proclami, le promesse elettorali, le affermazioni tipo “è finita la pacchia”, ed un conto la realtà, frutto di politiche trentennali che hanno creato la montagna di debito che ci opprime, e che opprimerà i nostri figli e nipoti.

A guardar bene le attuali differenze fra la nostra Italia e la Germania e la Francia, forse le aveva previste ante litteram Esopo scrivendo la famosa favola “La cicala e la formica”.

Umberto Baldo

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