30 Settembre 2022 - 17.26

PILLOLA DI ECONOMIA – La Meloni non si ispiri alla Truss

di Umberto Baldo

Visto che per la prima volta nella storia della nostra Repubblica si prospetta un Primo Ministro donna, consiglierei a Giorgia Meloni di non ispirarsi alle politiche economiche di Liv Truss, anche lei donna, di recente approdata al numero 10 di Downing Street al posto di Boris Johnson, cacciato in malo modo dal suo stesso Partito.

Già perché Lady Truss sembra avere una voglia matta di assomigliare, ed emulare, la Iron Lady Margaret Thatcher.

Peccato che il suo sia un thatcherismo monco, dove abbondano i tagli fiscali, ma manca il rigoroso controllo della spesa pubblica imposto allora dalla Lady di Ferro.

Semplificando al massimo, in parole povere l’idea principale della Truss è quella che tagliando le tasse ai più ricchi, costoro sarebbero più propensi ad aumentare le proprie spese, e ciò determinerebbe un “effetto a cascata” a favore delle classi meno abbienti.

A me questa politica fa venire in mente l’immagine di una tavola imbandita dove si abbuffano persone dotate di ampi mezzi economici, dalla quale cade ogni tanto un po’ di cibo che viene afferrato dai poveri che stanno seduti sotto quella tavola: ma io non faccio la premier inglese per cui le mie impressioni contano poco o nulla.

L’alleggerimento dell’imposta dal 45 al 40% per i redditi superiori alle 150mila sterline  (la limatura dell’aliquota base è stata invece solo  dal 20 al 19%;) senza tenere conto ad esempio del già varato pacchetto biennale di 100 miliardi di sterline per il sostegno energetico  di imprese e famiglie, e dell’ascesa dei tassi di interesse, ha determinato un debutto da brivido per il nuovo Governo britannico.

La caduta record della sterlina contro il dollaro (scesa da 1,12 dollari del giorno del budget agli 1,08 di venerdì scorso, con cali fino all’1,03) rappresenta il crollo più rapido dal lontano 1870. 

Parallelamente  sono crollate anche le obbligazioni, con i Gilt ( i nostri Btp) a 10 anni che rendono oltre il 4%, per la prima volta dal 2010.

La Bank of England, che solo la settimana scorsa aveva alzato i tassi  di interesse di mezzo punto portandoli al 2,25%, il livello più alto da 14 anni, non sembra particolarmente entusiasta della politica  della Truss e del suo neo Cancelliere dello Scacchiere (il nostro Ministro del Tesoro) Kwasi Kwarteng,    e addirittura ieri è stata costretta a comprare Gilt  per evitare rischi alla stabilità finanziaria del Regno Unito.

Sembra scontato che un ulteriore aumento dei tassi sia solo questione di tempo, tanto che i mercati si attendono ora per il prossimo anno un tasso di interesse al 6%, il doppio delle previsioni  antecedenti all’arrivo del nuovo Governo.

Per completare il quadro va anche detto che nei giorni scorsi l’Ocse ha rivisto al ribasso le previsioni per l’economia britannica, che secondo le loro stime non crescerà affatto nel 2023, e la settimana scorsa la BoE aveva avvertito che l’economia è già in recessione, e che la stessa durerà oltre 15 mesi.

Riassumendo, il Regno Unito si trova in una situazione difficile, con un’inflazione a due cifre e in ulteriore aumento, riserve valutarie basse, e un debito pubblico ai massimi da mezzo secolo.

In altre parole sta attraversando una tempesta finanziaria paragonabile alla nostra crisi del debito di una decina di anni fa.

Al momento sembra che questi movimenti sismici nell’economia non turbino il Governo, che anzi rilancia la sua politica di «un nuovo approccio per una nuova era incentrata sulla crescita» con l’obiettivo di un tasso d’espansione del 2,5% a medio termine, (dichiarazioni di Kwasi Kwarteng).

Come accennato all’inizio, i tagli  fiscali e della spesa pubblica proposti dalla Truss sono solo apparentemente coerenti con le politiche della sua “eroina” Margaret Thatcher, che furono orientate alle privatizzazioni e alla riduzione delle tasse per i più ricchi, a limitare il più possibile il ruolo dello Stato nella vita economica del Paese, a tagliare i fondi ai servizi pubblici britannici con conseguenze nefaste per la classe lavoratrice, con cui instaurò un durissimo conflitto sociale.

Secondo la Resolution Foundation, un centro studi britannico che si occupa di persone con medi e piccoli guadagni, solo il 15 per cento dei guadagni ricavati dai tagli delle tasse decisi dalla  Truss andrebbero a beneficio della fascia più povera della popolazione.

E addirittura alcuni ex Ministri della Thatcher ritengono che attuare una riduzione delle imposte così ampia in un momento di alta inflazione, sia una scommessa rischiosa per l’economia del Paese: tagliare le aliquote senza fare altrettanto con la spesa pubblica significa sperare che le minori tasse da sole permettano un rilancio dell’economia tale da mantenere lo stesso gettito; un’eventualità tutt’altro che scontata.

Erdogan è convinto che per contenere l’inflazione galoppante si debbano abbassare i tassi; la Truss che per rilanciare l’economia basti tagliare le tasse alle classi più abbienti.

Mi auguro che Giorgia Meloni, quando sarà premier, non guardi alle politiche di questi suoi “colleghi”, ma si faccia guidare da due principi che io considero basilari: quello che la ricchezza prima di distribuirla bisogna crearla, e quello che ad ogni nuova uscita debba corrispondere una copertura od un taglio di spesa pregressa. 

Evitando così che, nel futuro, oltre che di Reaganomics, di Erdoganomics, di Trussnomics, si parli anche di Meloninomics.

Umberto Baldo

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