2 Agosto 2022 - 9.40

PILLOLA DI ECONOMIA – I dolori di Giorgia Meloni

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Se ci pensate bene, qual è oggi il problema principale per Giorgia Meloni, dopo che l’accordo con Matteo Salvini e Silvio Berlusconi le attribuisce, in caso di vittoria alle elezioni del 25 settembre prossimo, la facoltà di indicare il futuro premier?

Non sono certo quattro ragazzotti palestrati fuori dal mondo che in qualche sezione si fanno fotografare sotto le insegne della “X mas”; non sono certo i saluti romani solitamente esibiti ai funerali di qualche camerata scomparso; non sono certo  la fatica e l’irritazione di essere costantemente chiamati a un redde rationem con un passato sempre più remoto e sempre più immaginario, che però a destra obbligatoriamente deve assumere la forma dell’abiura morale, mentre nella sponda comunista ha potuto prendere quella di un più comodo “superamento storico”.

No, i problemi della Meloni sono ben altri, e hanno giocoforza a che fare con l’economia.

Abbiamo sentito il primo stormir di fronde alcuni giorni fa, quando sul  New York Times è apparso un articolo di David Broder in cui si paventava  “la prima volta di un partito di estrema destra alla guida di una grande economia europea”.

E’ pur vero che nei giorni successivi il giornale newyorkese ha aggiustato il tiro, ammorbidendo i toni, ma è indubbio che nelle Cancellerie, nei grandi centri finanziari, là dove si decide l’economia mondiale, si stia discutendo e ci si stia interrogando su come potrebbero cambiare i rapporti dell’Italia con la Ue, con i Mercati e con la Nato, qualora a Roma arrivasse al potere la destra sovranista.

La Meloni è tutt’altro che scema, è in politica da sempre, è una dal carattere tosto, e sa bene che certe sue polemiche anti Europee,  certe giravolte sull’euro,  certi progetti di legge costituzionale mirati a far prevalere il diritto nazionale su quello comunitario, certe alleanze imbarazzanti tipo quella con i neo franchisti di Vox, non saranno facilmente dimenticati, e sa altrettanto bene che i Btp ed il gigantesco debito italiano saranno la palla al piede di qualunque Governo nascerà dopo le elezioni, e a maggior ragione se a vincere sarà il centro destra, che secondo Goldman Sachs: “non condivide la volontà di mantenere ed accelerare l’integrazione europea, e di conseguenza l’Italia resta il Paese più a rischio di diventare uh catalizzatore per rinnovate preoccupazioni circa la sostenibilità del debito”.

Può ben insorgere la Meloni contro queste preoccupazioni e queste analisi impietose, ma le parole non cambiano la realtà, e la realtà dice che un Paese con il nostro debito è inevitabilmente un Paese a sovranità limitata.

Non credo si sia dimenticata di quel 2011, quando il 30 dicembre lo spread arrivò a quota 528, e Berlusconi dovette fare i bagagli in fretta a furia per lasciare il posto a Mario Monti!

Non so quanto margine di manovra avrà effettivamente la Meloni, con un Salvini che è pur sempre un avversario ed un contendente alla sua eventuale leadership, e che quindi continuerà a sparare promesse irrealizzabili ad ogni piè sospinto, ma mi auguro abbia capito che reagire alzando spallucce o addirittura inorgogliendosi di essere sgraditi alla «finanza globalista» sarebbe politicamente suicida.

A dare un primo segnale ci ha provato a maggio a Fiuggi, dove si è vista la passerella di numerosi politici e intellettuali che non provengono dai ranghi della destra italiana, ma tutti in qualche modo dal centro o dalla sinistra “lato sensu” liberale, i vari Tremonti, Pera, Ricolfi, Nordio ecc.

Come non è un caso che faccia trapelare le sue intenzioni di dotare l’eventuale Governo di un Ministro dell’Economia dal curriculum inattaccabile, e di altri  Ministri con uno standing internazionale rassicurante per i mercati.

Insomma sembra intenzionata a far capire al mondo della finanza internazionale che non intende sfasciare il convoglio, magari sfumando sulle vecchie idee di “ridiscutere tutti i trattati Eu, a partire dal fiscal compact e dall’euro” che possono andare bene quando si è all’opposizione, ma diventano imbarazzanti se si è al Governo della terza nazione europea.

Fossi in lei mi imporrei anche di stringere relazioni con le forze politiche dei principali Paesi della Ue: non bastano i polacchi.

Ed in particolare cercherei di dialogare con i partiti appartenenti alla galassia del Ppe, anche perché le dovrebbe essere ormai chiaro che con compagni di viaggio come Orban o la Le Pen non si va da nessuna parte, e che non si governa l’Italia senza le giuste alleanze a Bruxelles. 

Come accennavo prima, la Meloni tutte queste cose le sa, come sa anche  che lasciando in fibrillazione i mercati, l’Europa, e la politica internazionale,  un suo eventuale Governo durerebbe come un gatto in tangenziale.

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