18 Novembre 2022 - 9.51

PILLOLA DI ECONOMIA – Eravate per caso clienti di FTX?

Umberto Baldo 

Come sempre succede quando si è fatta la frittata, nessuno sapeva o sospettava niente.

In realtà gli addetti ai lavori sapevano che tutto era pronto per il crollo, ma nel mondo del capitalismo speculativo, quello in cui nuotano per definizione gli squali, quando succede il terremoto tutti fingono di essere sorpresi. 

Il fallimento di FTX, uno dei più grandi Exchange di criptovalute al mondo, cui mi riferisco, è solo il risultato di un cocktail tanto classico quanto esplosivo.

Immaginate di mettere in un miscelatore Sam Bankman-Fried, un  imprenditore trentenne di grandi ambizioni, dotato per di più di un’avidità sconfinata; un settore che, nonostante alcuni tentativi, sfugge alla regolamentazione finanziaria, e le cui dinamiche rimangono oscure per i comuni mortali; una sede posizionata guarda caso in un noto paradiso fiscale (Nassau – Bahamas); una società in cui le regole di governance sembravano un optional; tassi di rendimento al di fuori di ogni logica; nomi prestigiosi gettati là come esche per i gonzi di turno.

Mescolando il tutto cosa volete potesse uscire?

Un castello di carte che nascondeva il consueto “schema Ponzi”, che alle prime serie difficoltà (richieste di rimborsi) in pochi giorni è crollato su se stesso.

E così FTX, che all’inizio di quest’anno veniva valutata 32 (trentadue) miliardi di dollari, l’ 11 novembre scorso non ha potuto fare altro che mettersi sotto la protezione della legge fallimentare americana.

E come sempre succede in questi casi, assieme alla “Casa madre” sono state trascinate nel baratro 130 società affiliate, che il contagio sembra propagarsi anche ad altre società fra cui Genesis Global Capital, la principale piattaforma di prestiti in criptovalute del mondo, e che al momento sembrano convolti circa centomila investitori, ma qualcuno parla già di un milione.  

Cifra che, sono pronto a scommettere, alla fine della fiera potrà essere anche maggiore. 

Sia chiaro che questi ultimi mi fanno sì un po’ di pena, ma non troppo in realtà, perché alla fin fine si tratta di adulti vaccinati e consenzienti, che hanno affidato i loro soldi a gentaglia che glieli ha fatti evaporare, e che probabilmente non potranno fare altro che leccarsi le ferite. 

Però tutto questo non può portare alla sottovalutazione di quello che resta il problema principale del mondo delle criptovalute.

Perché parole come queste nel 2022 non si possono proprio leggere: “Mai nella mia carriera ho visto un fallimento così completo dei controlli aziendali e una così totale assenza di informazioni finanziarie affidabili come si è verificato qui. Dall’integrità dei sistemi compromessa e dalla supervisione normativa difettosa all’estero, alla concentrazione del controllo nelle mani di un piccolissimo gruppo di individui inesperti, non sofisticati e potenzialmente compromessi, questa situazione non ha precedenti“.

Sono state messe nero su bianco da John J. Ray, il nuovo ceo di FTX finita in bancarotta, in una dichiarazione al Tribunale Fallimentare Federale. 

Ray è il massimo esperto di società in liquidazione, visto che ha fatto il commissario liquidatore di Enron, la società energetica texana protagonista nel 2001 di una delle più clamorose bancarotte della storia. 

Ray lo ha scritto in una dichiarazione al Tribunale fallimentare federale. 

Al centro dello scandalo, non saprei come altro definirlo, un sistema di appropriazione indebita di beni. 

Si dice che parte del denaro affidato a FTX dai suoi clienti sia stato risucchiato dal fondo Alameda Research, un’altra società di cui Bankman-Fried era l’azionista di maggioranza, che avrebbe utilizzato i fondi depositati per effettuare scommesse finanziarie estremamente rischiose senza che gli investitori ne fossero informati. 

Queste operazioni erano garantite su un asset altrettanto speculativo, visto che si trattava di FFT, la criptovaluta della casa, regolata dallo stesso Bankman-Fried.

Come ho accennato all’inizio FTX non è il Titanic, ed il mercato non è l’iceberg contro cui si è schiantato.

Il crollo di FTX non  è il risultato di un destino cinico e baro, bensì di  una serie di cecità, di negligenze, in un contesto, quello del mondo delle criptovalute, a voler essere buoni alquanto “tossico”.

Perché se è vero che almeno stavolta il settore bancario tradizionale  sembra non essere pesantemente coinvolto, c’è da chiedersi come sia possibile che fondi di investimento affermati come Sequoia, o il Fondo pensioni degli insegnanti dell’Ontario, o la società giapponese Softbank, si siano affidati a personaggi come Bankman-Fried senza porsi il problema di andare un po’ a fondo per capire come fosse gestita FTX.

E passando alla negligenza, non si può sottacere che le Banche centrali da anni mettono in guardia gli investitori e chiedono una regolamentazione delle criptovalute.
Perché non si riesce a mettere un po’ di ordine, a imporre regola stringenti in questo Far West?

Perché alle società del mondo delle criptovalute si permette di fare quello che negli Stati Uniti è vietato alle Banche sin dalla crisi del 1929, cioè di utilizzare il denaro dei propri clienti per speculare in proprio?  

Divieto per di più rafforzato dopo la crisi del 2008.

Non si può proprio dire che le autorità di controllo a stelle e strisce ne escano bene da questa vicenda.

Poi c’è il contesto, che ha giocato la sua parte.   

Non c’è alcun dubbio che l’ascesa delle criptovalute sia stata favorita, per non dire incoraggiata, dalle montagne di liquidità che negli ultimi dieci anni sono stati iniettate dalle Banche Centrali nel sistema finanziario.

Questo fiume di denaro, creato dal nulla, da un lato è stato determinante per tenere bassi i tassi, ma dall’altro ha spinto gli operatori finanziari ad investire in asset sempre più rischiosi, sempre più arzigogolati, sempre più oscuri, alla ricerca di rendimenti sempre più alti.

E la riprova sta nel fatto che è bastata la stretta in atto, con il ritorno a politiche monetarie più ortodosse e meno espansive da parte delle Banche Centrali, per mettere sotto pressione aziende come FTX, che in un contesto penale non avrei problemi a definire associazioni a delinquere. 

Sono anni, fin dagli albori del bitcoin, che scrivo che un fenomeno del genere non può essere lasciato all’improvvisazione ed all’assenza di regole.

Non occorreva certo essere un esperto di antiriciclaggio per capire che dei due vantaggi decantati, la velocità delle transazioni al di fuori dei canali bancari, e la segretezza, era soprattutto quest’ultimo ad attirare l’attenzione della criminalità organizzata, perché solo chi ha qualcosa da nascondere ha interesse a celare la propria identità quando movimenta denaro. 

E’ evidente che un argine alle criptovalute possa arrivare solo dall’introduzione di valute elettroniche “ufficiali” gestite della Banche Centrali, come il dollaro e l’euro digitali.

Ed è noto che i progetti relativi sono in fase avanzata.

Resterebbero, a quanto è dato sapere, da vincere le resistenze del sistema bancario, che teme che queste valute digitali possano ridurre il monopolio delle Banche nei trasferimenti di denaro (e il commissionale collegato ovviamente).

Nelle more, basterebbe che a livello dei principali Paesi ci si mettesse d’accordo sulla necessità di regolare con fermezza questo mondo opaco.

E sono in  particolare il Congresso degli Stati Uniti, visto che è in questo Paese che si svolge la maggior parte degli scambi, e la Securities and Exchange Commission, il poliziotto americano dei mercati finanziari,  che devono finalmente passare dalle parole ai fatti.

Umberto Baldo

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