22 Novembre 2022 - 8.45

Fotografia dell’Iran

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Umberto Baldo

Non vorrei darvi l’impressione di essere ossessionato dalle rivolte popolari in corso in Iran contro il regime, ma penso capiate che  qualora il potere degli Ayatollah venisse in qualche modo ridimensionato, si tratterebbe di un evento “epocale”, fatte le debite proporzioni di portata analoga alla fine dell’Urss.

Credo che, per capire meglio cosa stia avvenendo, sia utile avere un quadro preciso di cosa sia l’Iran attuale, e di quali siano i suoi assetti istituzionali.

Cominciando con un po’ di geografia, l’Iran, fino al 1935 noto come Persia, confina con altri sette Paesi; Afghanistan, Armenia, Turkmenistan Azerbaigian, Iraq, Pakistan, e Turchia. Confina anche con il Golfo di Oman, il Mar Caspio e il Golfo Persico.

Si tratta di una nazione multietnica (di ben 85 milioni di abitanti), il cui gruppo maggioritario è costituito dai persiani propriamente detti, che rappresentano il 61% della popolazione, che esprimono la lingua ufficiale dello Stato (Farsi), che aderiscono all’Islam sciita, e che occupano le grandi aree urbane come Teheran, Esfahan, Mashhad, Yarz e Shiraz.

Il secondo gruppo etnico è quello degli Azeri, che rappresentano circa il 16% della popolazione, parlano una lingua turca molto simile a quella parlata in Turchia,  ed abitano i territori dell’Iran nordoccidentale, vicino al confine con l’ Azerbaigian.   Di tutte le etnie presenti nel paese quella degli azeri è la più integrata con la maggioranza persiana, con cui condivide anche il credo sciita.

Seguono poi i Curdi, classificati come il terzo gruppo etnico più grande in Iran. Costituiscono circa il 10% della popolazione, e occupano sia le aree rurali che quelle urbane. I curdi che risiedono nelle campagne sono per lo più pastori nomadi.    Qui nasce il primo problema, perché i curdi aderiscono all’Islam sunnita (quello dell’Arabia Saudita per capirci).  Non va poi trascurata la “questione curda”. Il Kurdistan è un vasto altopiano situato nella parte settentrionale e nord-orientale della Mesopotamia. Non è uno Stato indipendente, ma una regione geografica abitata in prevalenza da curdi e divisa fra Turchia, Iran, Iraq e Siria (nord-est). Una nazione senza Stato abitata, secondo le stime, da 30 – 37 milioni di curdi sparsi fra i 15 e i 20 milioni in Turchia, 6 e 8 milioni in Iran, 5 milioni in Iraq e oltre 2 milioni in Siria, cui vanno aggiunti altri 2 milioni nella diaspora più recente emigrata soprattutto in Europa.

I curdi nel loro insieme aspirano da sempre all’autonomia del Kurdistan, ma proprio perché i territori in cui abitano insistono su più Stati, che ovviamente di autonomia non ne vogliono sentir parlare, sono da sempre stati oggetto di tentativi di assimilazione forzata, discriminazioni, e anche persecuzioni.

Non è un caso se le proteste attuali in Iran sono più intense nelle aree curde, e di etnia curda era Mahsa Amini, la prima vittima della repressione della Gasht-e-Ershad, la famigerata “polizia morale”. 

Il quarto gruppo etnico è quello dei Lurs, che sono circa il 6% della popolazione, Per la maggior parte nomadi, abitano nelle zone  rurali, sono governati dagli anziani, e hanno fama di essere fra le tribù più feroci dell’Iran.

Poi ci sono gli arabi,  che rappresentano solo il 2% della popolazione, e risiedono principalmente nelle aree petrolifere.  Da sempre lamentano discriminazioni e negligenze da parte del governo centrale iraniano, che sono alla base dei conflitti etnici scoppiati negli ultimi anni. 

Altre etnie minoritarie presenti in Iran sono i Turkmeni (2%) ed i Balochi (2%).

Questa breve carrellata ci serve per capire che gli iraniani non sono un unico popolo, bensì una sommatoria di diverse etnie, con alcune minoranze che vivono in aree sottosviluppate, e che lamentano di non aver accesso ad un’educazione ed ad un’assistenza sanitaria adeguate. 

In questo tipo di realtà statuale il regime imperiale dello Scià venne decapitato dalla rivoluzione del 1979, scaturita dall’azione di forze politiche e culturali diverse, liberali, marxisti, nazionalisti e religiosi, ma rapidamente “divenuta” esclusivamente islamica per il prevalere in essa della componente religiosa riunita intorno all’Ayatollah Khomeini.

Ciò ha comportato come conseguenza che la Repubblica Islamica sia stata concepita e costruita appunto per garantire un rigido controllo dei religiosi sulla società e sulle istituzioni, dando attuazione all’ideologia del governo islamico.

Ne è derivato un ordinamento statuale caratterizzato dal “dualismo” tra organi di governo dotati di legittimazione religiosa ed organi aventi legittimazione popolare.

Al vertice di tutto il sistema sta la Guida Suprema (carica ricoperta dal 1979 al 1989 dall’ayatollah Khomeini e successivamente dall’ayatollah Ali Khamenei) che riunisce in sé la funzione di guida religiosa e politica, ed è titolare di amplissimi poteri di indirizzo politico, di comando delle forze armate, di controllo dei servizi di sicurezza, nonché di nomina dei capi di “tutti” gli apparati strategici del regime; Capo del sistema giudiziario, Capo della polizia, Capo di Stato maggiore dell’esercito, Comandante delle Guardie della Rivoluzione (sepah-e pasdaran). 

Fra l’altro Khamenei preside i giuristi del Consiglio dei Guardiani della Costituzione, organismo composto da sei giuristi islamici nominati dalla Guida suprema e sei giuristi civili scelti dal Parlamento nell’ambito di una rosa formulata dall’organo principale del sistema giudiziario (il Consiglio Supremo di Giustizia), che ha il compito di vigilare sulla conformità dei disegni e delle proposte di legge alle norme islamiche e alla Costituzione.

Non credo desti stupore se anche il potere giudiziario, pur “indipendente” secondo la Costituzione, in realtà  sia tenuto a conformarsi alle norme islamiche.    L’amministrazione della carriera dei magistrati è affidata ad un “esperto” nominato sempre dalla Guida suprema.  Gli altri organi del potere giudiziario sono il Consiglio supremo di Giustizia ed il Ministero della Giustizia.

Ma come succede in tutti i regimi totalitari accanto ai Tribunali civili e penali “ordinari”, ci sono  Tribunali speciali, denominati “Tribunali della Rivoluzione Islamica”, competenti per gli attentati alla sicurezza nazionale, gli atti di terrorismo, i reati di corruzione e le attività controrivoluzionarie (anche questi nominati dalla Guida suprema).

Quello che residua del potere statuale, come capite ben poco, spetta agli organi legittimati dal voto popolare; il Presidente della Repubblica e l’Assemblea Consultiva Islamica (una sorta di Parlamento).  Non vi sarà certo sfuggito quel “Consultiva”.

In estrema sintesi il regime vigente in Iran, formalmente una Repubblica Islamica, è la manifestazione di un “totalitarismo teocratico” che pretende di legittimarsi e di governare in nome di Allah, e aspira a disciplinare ogni aspetto della vita, penetrando la politica, il diritto, il costume, e la sfera più intima dell’esistenza dei singoli.

Sappiamo dalla storia che i regimi clericali sono i più oppressivi di tutti, e lo si è visto in Europa ad esempio all’epoca delle crociate contro i Catari e gli Albigesi, o delle guerre di religione.

Contro tutto questo stanno combattendo a mani nude le ragazze ed i ragazzi iraniani, partendo dall’invocare libertà che a noi sembrano elementari, quali il potersi vestire come si vuole, il ballo, il canto, l’affettività, la vita di relazione, e soprattutto l’apartheid cui sono sottoposte le donne. 

Scontrandosi con gli uomini del regime che, proprio perché mossi da un’ideologia religiosa totalizzante, abituati ad un potere assoluto e pervasivo, non sembrano neppure in grado di  comprendere, di recepire, la straordinaria spinta che viene dalla nuova “rivoluzione donna” in atto in Iran, e più in generale dalle istanze di emancipazione e dalle aspirazioni di libertà delle giovani generazioni, insofferenti dei divieti  e delle molteplici restrizioni sociali e culturali loro imposte.

Ecco perché in questa fase per certi aspetti mi vergogno della nostra Europa che, tradendo di fatto i propri valori fondanti (rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze) non fa quello che a mio avviso dovrebbe fare contro il fanatismo, l’ intolleranza, la repressione posti in essere dalla casta religiosa iraniana, che in nome dell’Islam opprime un intero popolo.

Certo al momento si contano decine di migliaia di arresti, e ci sono anche state le prime condanne a morte di manifestanti, ma  io credo  che abbiano ragione le donne iraniane quando affermano: “Non potranno ucciderci tutte. La nostra rivoluzione non potrà essere ignorata. Una volta iniziata nulla, tornerà come prima. Le rivoluzioni sono così: non si possono più cancellare, non si possono più dimenticare”.

Umberto Baldo

PS: “Saremo la voce del nostro popolo”. Queste le parole del capitano della nazionale iraniana di calcio prima del match con l’Inghilterra ai mondali in Qatar. Ed infatti i giocatori, con un gesto finalizzato ad esprimere dissenso contro il regime, e a supporto alle rivolte in atto nel Paese per i diritti delle donne, non hanno cantato l’inno nazionale iraniano.  Un gesto importante, non scontato.

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