30 Maggio 2020 - 16.48

Prima o poi la pandemia passa, ma…

Nella preparazione di questo articolo devo dichiarare apertamente di essere largamente debitore al dottor Guido Silvestri, patologo, immunologo e virologo, professore ordinario della Emory University di Atlanta oltre che divulgatore scientifico e autore di una serie di articoli pubblicati sul sito Medicalfacts. Per tutto il periodo dell’emergenza, il dottor Silvestri si è occupato di enucleare delle “Pillole di ottimismo” da contrapporre agli scenari apocalittici spesso descritti e poi smentiti da parte di suoi altrettanto eminenti colleghi. La serie di “Pillole” si è recentemente conclusa con lo scritto che trovate a questo link: https://www.medicalfacts.it/2020/05/20/coronavirus-pillole-ottimismo-fase-2/
Come avete potuto vedere, quindi, è originariamente del professor Guido Silvestri la metafora della navigazione fra due scogli: nell’affrontare la pandemia da Covid-19, l’umanità si trova a bordo della nave che deve passare, come fece la sfortunata Costa Concordia, fra due scogli. Il primo è quello del virus e della sua diffusione, il secondo è quello del costo economico, sociale e psicologico di un prolungato lockdown. L’importante è non fare naufragio, come fece la nave del comandante Schettino, evitando di andare a sbattere contro uno o l’altro dei due scogli, conducendo la nave in porto senza aver riportato squarci irreparabili sullo scavo e sotto la linea di galleggiamento.
Abbiamo vissuto tempi difficili, ma chi dice che si sia trattato di tempi mai visti ha sicuramente torto e non ricorda nemmeno le lezioni di letteratura del liceo. Le novelle raccontate dal “Decamerone” di Giovanni Boccaccio sono l’invenzione letteraria della trascrizione dei racconti fatti da un gruppo di giovani che, in questo modo, alleviano la noia della segregazione durante la pandemia della Peste Nera, quella che fra il 1347 e il 1353 uccise un terzo dei cittadini europei. Si contarono 30 milioni di morti su una popolazione complessiva di 75-80 milioni di persone. Anche in quel caso il virus aveva viaggiato in un mondo già molto connesso. Un avamposto commerciale genovese sul Mar Nero era stato assediato dall’esercito Mongolo, proveniente dalle steppe asiatiche. I soldati assedianti avevano portato la peste e i cadaveri venivano catapultati dentro le mura della città assediata. Quando i mercanti genovesi salirono sulle loro navi per sfuggire all’assedio, portarono con loro il bacillo diffondendo la peste a Costantinopoli e poi in Italia e in tutta Europa. Spero si colga la somiglianza con l’effetto generato in questa ultima pandemia dallo spostamento di persone – non solo cinesi – dall’estremo oriente fino al resto del mondo civilizzato. 
La storia e la letteratura sono disseminate di esempi simili e se l’uomo avesse la capacità di ricordare e di imparare dal passato, allora l’isolamento che abbiamo attraversato non ci sembrerebbe affatto strano. Piuttosto si rivela l’unico vero modo di contrastare una malattia che si propaga per contatto diretto fra esseri umani e per la quale non esiste una cura, una medicina efficace o capace di evitare esiti mortali. 
Prima o dopo la pandemia passa. E’ accaduto in epoca storica e accadrà anche in questo caso: si troverà un vaccino efficace o semplicemente il virus perderà parte della sua forza, oppure ancora scopriremo farmaci che si riveleranno capaci di curare i pazienti affetti da Covid-19. Adesso il problema non è più costituito dalla necessità di mettere il timone in modo da non andare a cozzare contro lo scoglio del virus, quanto piuttosto quello di non fare naufragio nella paura. Pochi si sono soffermati sugli effetti psicologici della quarantena e del lockdown, molti si stanno accorgendo che non basta riaprire la attività economiche perché tutto torni come prima. Il barbiere è aperto e gli uomini possono tornare a tagliare i capelli, ma quanti sono coloro che hanno scoperto, nel frattempo, che una acconciatura un po’ più morbida non è neanche tanto male? Quanti sono coloro che andavano al ristorante con regolarità e che adesso – fra divisori in plexiglass, sedie a distanza di sicurezza, menù sul cellulare da inquadrare con il Q-R Code, preferiscono farsi due spaghetti al pomodoro in casa? Lo shopping certo attrae, ma varrà davvero la pena di fare la fila fuori dal negozio per aspettare di essere l’unico cliente? Spesso accadeva in passato di entrare, dare uno sguardo ai capi senza aver bisogno o voglia di nulla e di uscire con quella maglietta che aveva finito per solleticare il nostro orgoglio. Adesso lo faremo di nuovo?
Un capitolo a parte merita il concetto di vacanza. Durante la pandemia molti hanno utilizzato le proprie ferie per ammortizzare i tagli di stipendio altrimenti provocati dalla cassa integrazione. Moltissimi invece sono stati costretti a ricorrere agli ammortizzatori sociali, durante e ora anche dopo il lockdown. Questo significa ovviamente buste paga più leggere e assegni promessi ma che non arrivano, per mesi. I lavoratori autonomi, gli artigiani, i commercianti, sono stati costretti a star fermi al palo per due mesi e credo che vedano nei prossimi mesi l’occasione per lavorare il più possibile, in modo da recuperare almeno in parte il tempo perso. Tutte queste persone stanno pensando a molti problemi, ma di sicuro non ad andare in vacanza. Dall’altra parte della medaglia ci sono tutti coloro che sul turismo vivono. Per il Veneto si tratta della più grande impresa sul territorio. Certo le spiagge si sono popolate nei primi fine-settimana dopo il blocco, ma il turismo, quello vero, sarà in grado di riprendere? E’ un dubbio che passa attraverso una infinità di incognite ancora non risolte: la libera circolazione fra Regioni, la polemica fra Sardegna (che vuole un passaporto sanitario o quantomeno un certificato di sana e robusta costituzione) e la Lombardia che minaccia ritorsioni per bocca del sindaco di Milano Sala. Il solito giochetto del Sud che non vuole gli untori del Nord e il Governo che non sa decidere. Ma anche se si arrivasse a stabilire che gli italiani possono viaggiare senza impedimenti verso le spiagge della Romagna e del Veneto, o nelle città d’arte e in Puglia piuttosto che in Sicilia, tutto questo non basterebbe. I soldi, i soldi veri e pesanti arrivano dal turismo estero. I tedeschi che calano dal Brennero per stendersi al sole del Lago di Garda o per riempire i capeggi di Jesolo, i giapponesi che scendono compatti dalle navi da crociera e che comprano in blocco tutto quello che si può trovare nelle bancarelle del mercato di Rialto a Venezia, i cinesi. I cinesi, ragazzi, i nuovi ricchi che sono al tempo stesso protagonisti dell’offerta turistica e commerciale di tanti centri balneari e turistici italiani e clienti di quella stessa offerta. 
Aprire o non aprire. Scegliere di stare lontani dallo scoglio del virus o sbattere contro la crisi economica? Con il Recovery Found l’Europa ha finalmente dimostrato di essere presente e di volersi prendere le sue responsabilità. Bisogna sperare che sia sufficiente per cercare di uscire da una delle più profonde, inattese e disperate crisi economiche che si siano mai viste. La via d’uscita sembra essere solo una: tornare a fare una vita assolutamente normale, con coraggio e consapevolezza. Significa che, se abbiamo imparato a lavarci le mani, allora è bene che continuiamo a farlo e ad insegnarlo ai nostri figli, se ci siamo resi conto che la ressa ci è nemica, è meglio evitarla. 
I tavoli del ristorante talmente vicini da trovarsi a cena con altre dieci coppie, praticamente tutte al nostro desco, erano una opportunità di profitto per il ristoratore che adesso dovrà trovare un altro modo per far soldi. E temo che lo farà alzando vergognosamente il prezzo della carbonara…

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