6 dicembre 2018 - 11.52

EDITORIALE – La partita dei rifiuti, il vero business della mafia (anche in Veneto)

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di Ulisse Padovano

I rifiuti fanno parte della storia dell’umanità, ed il problema dello smaltimento iniziò quando l’uomo da cacciatore diventò sedentario ed agricoltore. E che si trattasse di un problema anche nell’antichità, lo provano i primi provvedimenti delle autorità intorno all’anno 1.000, dopo la crisi e gli spopolamenti dovuti alla caduta dell’impero romano.

Arrivando all’oggi, la nostra società produce una mole elevatissima di merci e di oggetti da consumare. Mentre in epoche passate si tendeva a conservare, a riparare e a riciclare, al contrario il nostro odierno sistema di vita, centrato sul consumismo, produce una ingente quantità di rifiuti da smaltire. Persino noi esseri umani, coinvolti nel vorticoso ingranaggio della società moderna, possiamo diventare rifiuti ingombranti, di cui ci si libera a fatica. Pensate alla crisi dei cimiteri!

Il tema “smaltimento rifiuti” nei giorni scorsi è prepotentemente ritornato ad occupare le prime pagine dei media, turbando l’ “idillio” fra Salvini e Di Maio, favorevole il primo ai termovalorizzatori, nettamente contrario il secondo.

Vediamo in una breve carrellata come viene affrontato lo smaltimento fuori dall’Italia.

Cominciando dal nostro Continente, mentre noi ci accapigliamo da decenni sul problema “inceneritori Si, inceneritori NO”, l’Europa del nord ricicla e brucia a tutta manetta, mentre l’Europa del sud le “scoasse” le sbatte prevalentemente nelle discariche. Quindi mentre nel Continente Antico nessuno a livello teorico mette in dubbio il riciclo, indicato da sempre come obiettivo dalla Ue, rimangono ancora differenze profonde sulle due più comuni modalità di smaltimento: bruciare e recuperare energia, oppure interrare tutto e “buonanotte al secchio”. In Svezia e Danimarca si termovalorizzano” da 591 a 587 chili di “scoasse” per cittadino, prassi seguita anche da Olanda, Svizzera, Austria e Finlandia. La media dei maggiori Paesi europei come Francia e Germania si aggira sulla capacità di incenerire 250 chili per cittadino. In Italia ci si ferma a 104 chili. ( dati Etc Wmge, 2017).

Allargando l’orizzonte, si vede che in Africa, Asia e Stati Uniti d’America prevale la discarica. Per far un solo esempio, in Nigeria, a Lagos, si producono due milioni di tonnellate di rifiuti l’anno, che vengono tutti buttati nella discarica di Olusosun, dove lavorano ben cinque mila persone. Anche gli Stati dell’America meridionale e centrale prediligono le discariche, ma non è infrequente anche il semplice “abbandono”. Parimenti l’Asia Orientale e Pacifica punta sulle discariche, ma con un discreto ricorso anche all’incenerimento («What a waste 2.0», World Bank). A Giacarta in Indonesia, spicca la discarica di Bantar Gebang in cui i cumuli di rifiuti toccano anche vette superiori ai 20 metri. Per converso l’Area metropolitana di Tokio conta ben 48 inceneritori, esattamente quattro volte le discariche, che sono solo 12.

Tornando ai termovalorizzatori, Amsterdam ospita ad esempio ben 12 impianti, e a Copenaghen addirittura c’è una pista da sci sopra l’inceneritore, sito a soli 5 km dal centro città.

E in Italia? Secondo l’Ispra, la discarica è ancora l’opzione prevalente, in quanto viene incenerito solo il 19 per cento dei rifiuti urbani. Da non sottovalutare che gli impianti di termovalorizzazione, a parte quello di Acerra in Campania, sono per la più parte al nord.

Tirando le somme, nonostante le “visioni oniriche” di certi nostri politici, i quali per non confrontarsi con i problemi dell’oggi spostano l’attenzione su soluzioni avveniristiche, di fatto ci sono due modi per smaltire le “scoasse”; o le bruci negli inceneritori o termovalizzatori, o le getti in discarica. Così si regolano, in un senso o nell’altro, tutti i Paesi del mondo.

Ma c’è una “terza via”, tipica nel nostro Paese, quella di stiparli in capannoni, e poi “dargli fuoco”. Tralasciando per carità di patria quello che io chiamo “turismo delle scoasse”, che vede i rifiuti prodotti in certe parti d’Italia trasferiti nelle città dotate di termovalorizzatori (addirittura Vienna), con costi ingenti pagati dai cittadini.

La “terza via” si è ormai diffusa in tutte le Regioni italiane. Basta leggere le cronache; 100 incendi in un paio d’anni. Il perché è facile da capire. Nonostante le “visioni”, la realtà è che la “terra dei fuochi” si è estesa anche al nord, al centro e nelle isole. Il motivo è che grazie ai comitati di opposizione sempre presenti, non si riesce a chiudere il ciclo dei rifiuti.

E nessuno vuole spiegare ai cittadini che nonostante la “raccolta differenziata” esisterà sempre un residuo non recuperabile, che si tratti di rifiuti domestici o industriali.

Quindi non costruiamo termovalorizzatori, lasciamo che il business sia sempre più in mano alla criminalità organizzata, che alla fine fa un bel falò, il che vuol dire “diossina gratis per tutti”.

Mi rendo conto che nessun politico ama confrontarsi con le “paure” della gente. Ma non è assecondandole, rifiutando anche gli studi scientifici, che si risolvono i problemi. Che non spariranno esorcizzandoli.

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