1 Giugno 2019 - 8.28

Brexit, o non Brexit? Questo è il problema

Alla fine il primo ministro  britannico Theresa May ha deciso di mettere fine alla sua agonia politica.  Non è che avesse alternative, viste le ripetute bocciature della Camera dei Comuni dell’accordo da lei trovato con la Ue, e dato il clima sfavorevole creatosi all’interno del suo Partito.
Tutto a posto dunque?
Via la “vispa Theresa” la Brexit procederà alla svelta senza scosse?  Ma siamo certi che la situazione kafkiana  in cui si dibatte il regno di Albione sia tutta colpa della May, oppure si tratti semplicemente degli esiti di una frantumazione senza precedenti della politica, e della società britannica, rispetto ad un quesito che non andava sottoposto alla volontà popolare in quei termini?
Io credo sia evidente che non si possa ragionevolmente pensare che “fatta fuori la May si risolva tutto”.
Le cose non stanno affatto in questi termini.
Al momento sembra che il successore più accreditato possa essere Boris Johnson, il biondo ex Sindaco di Londra.  Uno che ama dipingersi come il novello Churchill (il senso del ridicolo non alberga solo in Italia), e che ha sempre detto di voler puntare dritto all’uscita dalla Ue senza accordo, al cosiddetto “No-deal”, come è stata ribattezzata la Hard Brexit.
La verità è che chiunque sia il prossimo premier, la situazione della Brexit non cambia: come da proroga concessa dalla Ue, la Gran Bretagna dovrebbe uscire dalla Ue al massimo entro il 31 ottobre 2019.
Ove mai il biondo Boris diventasse primo ministro, l’accordo Brexit firmato da May e dalla Ue lo scorso novembre diventerebbe quasi certamente carta straccia. Johnson ne chiederebbe probabilmente un altro senza il “backstop”, la controversa clausola imposta da Bruxelles per far rimanere l’Irlanda del Nord nell’unione doganale Ue, e preservare così la fluidità e la pace del confine irlandese. 
Ma l’Ue non accetterà mai, e allora il No-deal, dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche, diventerebbe a quel punto sempre più realistico.
Prima però ci sono dei passaggi politici, tutti interni alla Gran Bretagna. 
Johnson, per diventare premier, deve prima di tutto conquistarsi la leadership del suo partito conservatore, e la scelta avverrà entro il luglio prossimo. 
Questi “sir” che controllano il Conservative Party non hanno fretta evidentemente! 
Il meccanismo è particolare: i parlamentari Tory  devono votano a ripetizione i candidati in lista; a ogni turno viene escluso l’ultimo in classifica, e così via, fino a quando non ne rimangono due (come gli highlander!).  
A quel punto entrano in gioco i 124mila iscritti al partito, in gran parte over 50 e benestanti. Perché saranno loro, al ballottaggio, a eleggere il leader conservatore, che diventerà premier se il partito è al potere, e se conquista la fiducia del Parlamento. Altrimenti si va a elezioni.
Come si vede un percorso piuttosto “articolato”, ed “accidentato”, che se va bene troverà il suo sbocco in ottobre,
E sempre che Johnson non venga condannato in tribunale, dove è stato convocato per rispondere delle accuse di condotta scorretta mentre ricopriva una carica pubblica, legata alle sue dichiarazioni durante la campagna per il referendum sulla Brexit , in cui aveva affermato che il Regno Unito inviava a Bruxelles 350 milioni di sterline a settimana (più del doppio del contributo netto reale). 
A quel punto, vinta la partita interna al suo Partito, per Johnson non sarebbe ancora finita.
Perché c’è da chiedersi se il nuovo premier avrebbe una maggioranza parlamentare per il no-deal.  Il sospetto, visti i voti, a volte quasi schizofrenici, che si sono susseguiti ai Comuni, è che ciò non sia proprio così scontato.
E se dovesse ripetersi un’ulteriore situazione di “stallo” fra Governo e Parlamento come accaduto con la May, non ci sarebbe altra soluzione se non un nuovo referendum, oppure nuove elezioni politiche.
Per la serie: cari elettori, noi non ci riusciamo ad uscire dalla Ue in modo ordinato, per cui pensateci voi!


Fino ad ora i pronostici in caso di nuove elezioni erano tutti per una grande performance del Labour di Jeremy Corbyn.  Ma  a mio modesto avviso non la darei più per scontata, da un lato per l’impronta sempre più marcatamente socialista di Corbyn, e dall’altro perché  con la sua politica incerta e fluttuante ci ha messo del suo nella tragicommedia della Brexit, creando anche divisioni e fuoriuscite nel suo partito. 
Va comunque ricordato che, ammesso che il No-deal avesse i numeri in Parlamento ed il sostengo popolare, non è che la strada sarebbe del tutto in discesa.
In questo scenario, tra Eire ed Irlanda del Nord andrebbe ricostituito un sistema doganale fisico, di fatto mandando al macero gli accordi del Venerdì Santo (10 aprile 1998). Da qui deriverebbero tensioni crescenti che potrebbero da un lato riesumare una fase di violenze, e dall’altro culminare, secondo non pochi osservatori e politici britannici, in un referendum di riunificazione fra e due Irlande.


Fantapolitica? Preavviso di un bagno di sangue?  Forse, ma non c’è di che essere ottimisti, visti i precedenti irlandesi.
Ma non è che al nord del Paese le cose andrebbero meglio. Quasi sicuramente la Scozia riprenderebbe a ruota la propria iniziativa secessionista, spinta dalla volontà di restare nella Ue.  Ed in questa ipotesi non sarebbe proprio facile fermare Parlamento e opinione pubblica scozzese, a meno di non voler militarizzare il Paese. 
Con il rischio che a dire addio alla Ue potrebbero alla fine di un tale percorso essere solo l’Inghilterra propriamente detta, ed il Galles.
Il che sancirebbe la fine del Regno Unito!

 
Sono troppo pessimista?
Può essere, ma non mi sembra di aver ipotizzato scenari tanto fantascientifici.   
Non ci resta che attendere lo sviluppo degli eventi, prendendo al momento atto della fuga già in atto dall’Inghilterra di aziende che non avrebbero più accesso al mercato Ue, e quella di Banche e Finanziarie timorose della perdita del passporting per servizi finanziari britannici verso l’Unione europea.


Forse adesso vi è più chiaro perché nessuno dei sovranisti di casa nostra parla più apertamente di fuoriuscita dalla Ue e dall’euro?
Nel frattempo anche in Inghilterra il tempo passa, e gli scenari cambiano giorno dopo giorno.
Non è stata ininfluente ad esempio la tornata elettorale che ha portato, loro malgrado, gli inglesi alle urne per eleggere i loro rappresentanti al Parlamento europeo.
I risultati hanno vinto l’esplosione del  Brexit Party di Nigel Farage (33%), ed il crollo di Conservatori (9%) e Laburisti (14%).
Ma le cose, come sempre in politica, non stanno come sembrano ad una prima occhiata.
I dati elettorali dicono ben altro.  E cioè che sulla scena politica inglese sono arrivati anche i Liberal democratici, che hanno ottenuto il 21%, ed i Verdi il 12%.
Poiché le elezioni europee hanno assunto il carattere di un referendum per procura sulla Brexit, il risultato elettorale dimostra, numeri alla mano, che attualmente in Gran Bretagna il 55,3% degli elettori sarebbe favorevole a rimanere nella Ue, mentre i contrari il 44,7%. 


Risultato confermato dal sondaggio mensile di YouGov, che evidenziano come per la maggioranza dei sudditi di Sua Maestà Britannica  la Brexit sia stata una decisione sbagliata. 
E’ facile concludere che, se ci fosse un secondo referendum sulla Brexit, il risultato sarebbe probabilmente a favore del “remain”.
Quindi c’è da aspettarsi che Farage e gli estremisti brexiters del Partito Conservatore, Johnson in testa, lotteranno con le unghie e con i denti per impedire una nuova chiamata alle urne per decidere “Brexit o non Brexit”.
Sulla possibilità di indire il quale, guarda caso, Jeremy Corbyn adesso sembra più possibilista.
La commedia non è ancora finita in terra di Albione.

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