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	<title>IL GRAFFIO | TViWeb</title>
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		<title>Hantavirus e No Vax: il virus è meno pericoloso della stupidità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 May 2026 15:02:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Cosa avrebbe dovuto fare l’Organizzazione Mondiale della Sanità davanti a persone morte su una nave da crociera a causa di un virus collegato ai roditori?Fingere che non sia successo?Pubblicare ricette di tiramisù per non turbare la sensibilità dei<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Cosa avrebbe dovuto fare l’Organizzazione Mondiale della Sanità davanti a persone morte su una nave da crociera a causa di un virus collegato ai roditori?<br>Fingere che non sia successo?<br>Pubblicare ricette di tiramisù per non turbare la sensibilità dei professionisti della paranoia sanitaria?<br>Ed il Ministero della Salute italiano cosa avrebbe dovuto fare dopo il transito nel nostro Paese, fra cui uno per il nostro Veneto, di passeggeri potenzialmente esposti all’hantavirus?<br>Tacere?<br>Nascondere tutto?<br>Aspettare magari il placet di Heather Parisi prima di attivare i protocolli sanitari?<br>Siamo ormai arrivati a questo punto grottesco: le Autorità Sanitarie non possono nemmeno comunicare prudentemente un fatto senza scatenare l’isteria preventiva dei No Vax, diventati una specie di setta apocalittica dove ogni raffreddore è un complotto globale, ed ogni epidemiologo un emissario di Big Pharma.<br>Manca solo che accusino i topi di essere finanziati da Bill Gates. Ma diamogli tempo.<br>Eppure, sia l’OMS sia il Ministero italiano si sono mossi esattamente per evitare il panico.<br>Nessun allarme globale.<br>Nessuna emergenza stile Covid.<br>Nessuna previsione catastrofica.<br>Solo l’attivazione dei normali controlli previsti dalla legge in presenza di possibili esposizioni a patogeni infettivi.<br>Cioè il minimo sindacale che uno Stato civile deve fare per proteggere la salute pubblica. Roba quasi offensiva nella sua banalità amministrativa.<br>Hanno anche precisato che l’hantavirus si trasmette normalmente tramite roditori infetti, e che il contagio interumano è raro.<br>Hanno spiegato che il rischio globale è basso, così rassicurando la popolazione.<br>Ma niente.<br>Sui social si è subito aperto il solito circo Barnum della disinformazione compulsiva.<br>Un’umanità che durante il Covid ha imparato una sola cosa: diffidare di chi studia e credere ciecamente a chi urla più forte su TikTok.<br>Così ecco Heather Parisi pontificare su lockdown inesistenti e vaccini che non esistono nemmeno. Un capolavoro.<br>È come protestare contro l’obbligo di patente per guidare un unicorno.<br>Il professor Bassetti le ha risposto ricordando un dettaglio trascurabile: per l’hantavirus non esiste un vaccino, ed il tasso di mortalità può essere altissimo (il 50% di chi si contagia con hantavirus muore).<br>Dettagli, appunto. La realtà scientifica sui social è considerata una fastidiosa superstizione.<br>Nel frattempo è riesplosa la pornografia complottista delle “profezie”.<br>Vecchi tweet rilanciati come fossero i rotoli del Mar Morto.<br>Spam account trasformati in profezie di Nostradamus digitali da milioni di utenti disposti a credere a tutto, purché sia abbastanza assurdo da sembrare segreto.<br>E poi i video di X-Files, le clip tagliate, TikTok trasformato in una fogna epistemologica dove fiction, paura e ignoranza si fondono in una poltiglia tossica.<br>Basta una scena televisiva del 2000 ed improvvisamente qualcuno forse si è convinto che Mulder e Scully lavorassero per l’OMS.<br>Del resto viviamo nell’epoca in cui uno con tre follower ed un cappellino di stagnola si sente più attendibile di un virologo che studia da trent’anni.<br>La verità è molto meno cinematografica e molto più semplice: le Autorità sanitarie fanno il loro lavoro.<br>Monitorano, verificano, informano, cercano di prevenire.<br>Che poi sarebbe esattamente ciò che i cittadini dovrebbero pretendere da uno Stato serio.<br>Ma dopo anni di avvelenamento social, una parte dell’opinione pubblica reagisce alle parole “sorveglianza sanitaria” come Dracula davanti all’aglio.<br>Il problema vero, ormai, non è soltanto il virus.<br>È l’analfabetismo scientifico trasformato in identità politica.<br>È la convinzione arrogante che “una mia opinione” valga quanto anni di ricerca.<br>È la ribellione permanente di persone che si sentono oppresse persino da un comunicato prudente del Ministero della Salute.<br>E qui bisogna essere chiari: criticare le istituzioni è legittimo. Sempre.<br>Trasformare ogni misura sanitaria in una teoria del complotto è invece una forma moderna di fanatismo.<br>Non diverso, nella struttura mentale, da quello religioso. Solo con più emoji e meno latino.<br>La cosa tragicomica è che gli stessi che accusano l’OMS di “terrorismo psicologico” sarebbero i primi a gridare allo scandalo se le Autorità non dicessero nulla ed il problema si aggravasse.<br>Vogliono contemporaneamente controlli perfetti e nessun controllo.<br>Sicurezza totale e totale anarchia.<br>Una posizione filosofica sofisticata quanto pretendere di attraversare l’autostrada bendati accusando il guardrail di limitare la libertà personale.<br>L’hantavirus probabilmente non diventerà il nuovo Covid.<br>Lo dicono gli esperti veri, non gli sciamani da social network.<br>Ma questa vicenda conferma una realtà inquietante: dopo la pandemia non siamo diventati più saggi.<br>Siamo diventati più sospettosi, più isterici e soprattutto più convinti che l’ignoranza personale equivalga a spirito critico.<br>E questa, purtroppo, è una malattia per la quale non esiste ancora alcun vaccino.<br>Umberto Baldo</p>



<p>PS: per quanto ci riguarda, poiché crediamo che i media debbano informare con la massima onestà e trasparenza, state tranquilli che Tviweb, nonostante proteste ed anatemi, continuerà a tenere fede al proprio compito.</p>
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		<title>Un bassanese a capo degli arbitri e l’Inter coinvolta ma non indagata (per ora)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2026 17:59:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dino Tommasi, 50 anni, di Bassano del Grappa, prende il posto di Gianluca Rocchi come designatore arbitrale ad interim per Serie A e Serie B fino al termine dell’attuale campionato. Una nomina arrivata nel pieno di una bufera che scuote<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Dino Tommasi, 50 anni, di Bassano del Grappa, prende il posto di Gianluca Rocchi come designatore arbitrale ad interim per Serie A e Serie B fino al termine dell’attuale campionato. Una nomina arrivata nel pieno di una bufera che scuote il sistema arbitrale italiano e che impone, al di là degli sviluppi giudiziari, una riflessione profonda sulla credibilità dell’intero movimento.</p>



<p>Tommasi eredita una poltrona diventata improvvisamente incandescente. Dovrà gestire il finale di stagione in un clima avvelenato, con le designazioni sotto osservazione e ogni scelta destinata a essere letta attraverso la lente del sospetto. Il suo incarico, formalmente temporaneo, ha in realtà un peso enorme: garantire regolarità, trasparenza e autorevolezza proprio nel momento in cui il mondo arbitrale appare più fragile.</p>



<p>Il punto più delicato riguarda però l’altro fronte della vicenda. La Procura di Milano avrebbe smentito il coinvolgimento dell’Inter tra gli indagati. Vale a dire che Rocchi avrebbe assegnato arbitraggi graditi all’Inter senza il coinvolgimento dell’Inter stessa. Siamo davanti a un paradosso difficile perfino da raccontare: un presunto favore senza un presunto beneficiario attivo, una condotta sospetta che, almeno nella ricostruzione finora emersa, non avrebbe dall’altra parte un interlocutore societario coinvolto.</p>



<p>È qui che il caso assume contorni quasi surreali. Se davvero qualcuno avesse orientato scelte arbitrali verso arbitri graditi a una squadra senza alcun input, richiesta o contatto da parte della squadra stessa, bisognerebbe spiegare quale sarebbe stato il movente, quale il vantaggio perseguito e a beneficio di chi. Il rischio è di trovarsi davanti a un cortocircuito logico prima ancora che sportivo: una presunta anomalia costruita attorno a un soggetto che però non risulta coinvolto.</p>



<p>Naturalmente vale per tutti il principio della presunzione di innocenza, a partire da Rocchi e dagli altri soggetti citati nella vicenda. Ma sul piano sportivo il danno d’immagine è già pesantissimo. Il calcio italiano, che da anni promette trasparenza, uniformità arbitrale e modernizzazione attraverso il VAR, si ritrova ancora una volta a fare i conti con sospetti, retroscena e comunicazioni istituzionali che non bastano a rassicurare tifosi e addetti ai lavori.</p>



<p>La nomina di Tommasi serve a mettere una toppa immediata, non a chiudere il problema. Il finale di campionato dovrà essere gestito con attenzione quasi chirurgica, perché ogni designazione sarà vivisezionata, ogni errore sarà ingigantito, ogni episodio discusso come possibile conferma di una tesi. In questo contesto, l’AIA non può limitarsi alla sostituzione dell’uomo al vertice: deve pretendere e offrire chiarezza, perché il vero tema non è solo chi designa gli arbitri nelle ultime giornate, ma se il sistema sia ancora percepito come credibile.</p>



<p>Il paradosso dell’Inter non indagata, a fronte di ipotesi che parlano di arbitraggi graditi al club, resta il nodo più difficile da spiegare all’opinione pubblica. Se non c’è coinvolgimento della società, allora la narrazione del favore rischia di apparire monca, contraddittoria, persino ridicola. Se invece emergeranno altri elementi, saranno gli organi competenti a definirne il peso. Per ora resta una vicenda che somiglia all’ennesimo terremoto del calcio italiano: molte ombre, poche certezze e una domanda inevitabile sullo sfondo. Chi controlla davvero i controllori?</p>
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		<title>Scandalo arbitri, cosa rischia l’Inter?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Apr 2026 06:54:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La vicenda Inter-Rocchi, se confermata nei suoi aspetti più gravi, avrebbe un peso potenzialmente enorme sul piano sportivo. La premessa resta decisiva: finché non c’è un accertamento davanti agli organi competenti, si parla di ipotesi e non di responsabilità provate.<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>La vicenda Inter-Rocchi, se confermata nei suoi aspetti più gravi, avrebbe un peso potenzialmente enorme sul piano sportivo. La premessa resta decisiva: finché non c’è un accertamento davanti agli organi competenti, si parla di ipotesi e non di responsabilità provate. Ma se venisse dimostrato che l’Inter, attraverso propri dirigenti, tesserati o soggetti riconducibili al club, ha concordato con il designatore Gianluca Rocchi gli arbitri da assegnare alle proprie partite, il caso entrerebbe nel terreno dell’illecito sportivo.</p>



<p>Il punto non sarebbe la semplice preferenza per un arbitro rispetto a un altro. Nel calcio, come in ogni ambiente competitivo, possono esistere valutazioni, timori o gradimenti. La questione cambierebbe radicalmente se quel gradimento si fosse trasformato in un’intesa, in una pressione o in un accordo finalizzato a orientare le designazioni arbitrali. In quel caso, per la giustizia sportiva, il tema diventerebbe l’eventuale alterazione del regolare svolgimento delle gare o il tentativo di assicurarsi un vantaggio in classifica.</p>



<p>Le conseguenze per l’Inter dipenderebbero dalla gravità dei fatti accertati, dal numero delle partite coinvolte, dal ruolo dei soggetti eventualmente responsabili e dall’effetto prodotto sulla classifica. Se fosse provata una responsabilità diretta del club, lo scenario sanzionatorio potrebbe essere molto pesante: penalizzazione in classifica, revoca o non assegnazione di un titolo, retrocessione all’ultimo posto, esclusione dal campionato o da determinate competizioni. Nei casi più gravi, dunque, non si tratterebbe di una semplice ammenda, ma di misure capaci di incidere sulla stagione, sul palmarès e sulla partecipazione alle coppe.</p>



<p>La penalizzazione sarebbe una delle ipotesi più realistiche nel caso in cui la responsabilità fosse ritenuta grave ma non tale da imporre automaticamente la retrocessione o l’esclusione. Potrebbe essere applicata nella stagione in corso oppure in quella successiva, soprattutto se la classifica fosse ormai definita o se la sanzione dovesse risultare davvero afflittiva. Più alto sarebbe il numero di gare condizionate, maggiore sarebbe il rischio di una pena severa.</p>



<p>La revoca dello scudetto o la non assegnazione del titolo entrerebbero in gioco se l’eventuale illecito fosse collegato in modo significativo alla conquista del campionato. Anche qui, però, servirebbe un accertamento preciso: non basterebbe dimostrare un’anomalia nel sistema arbitrale, ma bisognerebbe provare che il club abbia avuto un ruolo e che quelle condotte siano state dirette a ottenere un vantaggio sportivo concreto.</p>



<p>La retrocessione rappresenterebbe lo scenario più duro, insieme all’esclusione dal campionato. Sarebbe ipotizzabile davanti a un quadro probatorio particolarmente grave: accordi sistematici, coinvolgimento di figure apicali del club, pluralità di partite interessate e vantaggio effettivo in classifica. In una situazione del genere, la giustizia sportiva potrebbe ritenere insufficiente una semplice penalizzazione e optare per una misura più drastica.</p>



<p>Anche i singoli dirigenti o tesserati eventualmente coinvolti rischierebbero sanzioni pesanti, a partire da lunghe inibizioni o squalifiche. Per chi avesse partecipato a un illecito sportivo, il rischio sarebbe quello di restare fuori dal calcio per anni. Anche l’omessa denuncia avrebbe un peso: chi fosse venuto a conoscenza di condotte illecite senza segnalarle potrebbe a sua volta essere sanzionato.</p>



<p>Resta però fondamentale distinguere tra inchiesta penale e giustizia sportiva. Un’indagine della magistratura ordinaria non equivale automaticamente a una condanna sportiva. Gli atti possono essere trasmessi alla Procura federale e diventare la base di un procedimento disciplinare, ma l’eventuale responsabilità dell’Inter dovrebbe essere accertata nel sistema della giustizia sportiva. Allo stesso modo, un’eventuale responsabilità di singoli soggetti del mondo arbitrale non comporterebbe da sola una sanzione per il club, se non fosse provato un coinvolgimento diretto o un vantaggio ottenuto attraverso condotte riconducibili all’Inter.</p>



<p>In sintesi, se fosse accertato che l’Inter ha concordato con Rocchi gli arbitri da designare per le proprie partite, il club rischierebbe sanzioni molto serie: dalla penalizzazione alla revoca di titoli, fino alla retrocessione o all’esclusione nei casi più gravi. </p>
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		<title>Troppe vigne in Veneto: è tempo di mettere un limite!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2026 19:45:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[FOOD & DRINK]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Torni in un luogo, in bici, magari dopo un paio d’anni ed è completamente trasformato. Là dove c’era prato, magari qualche coltura tradizionale oggi c’è &#8230; una vigna! In Veneto la vite non è più soltanto una coltura. È diventata<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Torni in un luogo, in bici, magari dopo un paio d’anni ed è completamente trasformato. Là dove c’era prato, magari qualche coltura tradizionale oggi c’è &#8230; una vigna! In Veneto la vite non è più soltanto una coltura. È diventata un modello economico dominante, un paesaggio industriale diffuso, un simbolo identitario che negli anni ha occupato spazio, risorse, scelte politiche e immaginario collettivo. Ma proprio per questo oggi serve il coraggio di dirlo con chiarezza: di vigne ce ne sono troppe, e continuare ad allargarne la superficie è un errore economico, ambientale e sanitario.</p>



<p>Per molto tempo il vino veneto è stato raccontato come una storia di successo senza ombre. Export, turismo, promozione territoriale, reputazione internazionale: tutto sembrava confermare la bontà di una corsa apparentemente inarrestabile. Ma ogni monocultura spinta oltre una certa soglia finisce per presentare il conto. E quel conto oggi non riguarda solo i produttori: riguarda il territorio intero, chi lo abita, chi lavora in agricoltura e chi vorrebbe un’economia più equilibrata e meno fragile.</p>



<p>Il primo nodo è economico. Puntare in modo sempre più massiccio sulla vite significa legare una parte enorme del destino agricolo regionale a un solo comparto, esposto per definizione alle oscillazioni dei mercati, ai cambiamenti nei consumi, alla concorrenza internazionale e alle crisi climatiche. Quando un territorio investe quasi tutto su una sola filiera, smette di essere forte: diventa dipendente. E la dipendenza, in economia, non è mai una buona notizia. Se il vino rallenta, se i prezzi si comprimono, se la domanda cala o si sposta, intere aree rischiano di trovarsi senza alternative credibili. È la fragilità nascosta dietro l’apparente prosperità.</p>



<p>Il secondo nodo è agricolo e sociale. L’espansione della vite ha sottratto spazio ad altre colture, impoverendo la diversità produttiva e restringendo le possibilità per chi vorrebbe fare un’agricoltura diversa: cereali di qualità, orticole, frutteti, allevamento estensivo, produzioni biologiche, filiere locali per il mercato interno. Quando il valore fondiario sale perché tutto ruota attorno al vigneto, entrare in agricoltura diventa più difficile per i giovani e per chi non appartiene già al sistema. Il rischio è un territorio meno pluralista, meno accessibile, meno resiliente.</p>



<p>Poi c’è il tema ambientale, che non può più essere liquidato come un fastidio ideologico. La trasformazione intensiva del paesaggio porta con sé consumo di suolo, semplificazione ecologica, erosione, pressione idrica, perdita di biodiversità. Le colline e le campagne non possono essere considerate solo come superfici da mettere a reddito. Sono ecosistemi, non fabbriche all’aperto. E un ecosistema impoverito è un danno collettivo, anche quando produce profitto per qualcuno.</p>



<p>A questo si aggiunge la questione più delicata, ma non meno urgente: la salute. Dove la viticoltura è intensiva, soprattutto se concentrata in prossimità di abitazioni, scuole e aree frequentate, cresce inevitabilmente la preoccupazione dei residenti rispetto all’uso di trattamenti fitosanitari. Non si può far finta che il problema non esista o ridurre ogni critica a un attacco ideologico contro il vino. La salute pubblica viene prima di qualsiasi rendita di settore. Un grande comparto economico dovrebbe essere il primo a pretendere regole più severe, distanze chiare, controlli rigorosi e trasparenza totale. Se invece reagisce difendendo lo status quo, finisce per alimentare sfiducia e conflitto.</p>



<p>Per tutte queste ragioni serve una scelta politica netta: fermare l’ulteriore espansione dei vigneti nelle aree già sature. Non è una crociata contro il vino, né contro i produttori. È una misura di equilibrio, di buon senso e di lungimiranza. Porre un limite non significa demolire una filiera importante; significa impedirle di divorare tutto il resto. Significa riconoscere che lo sviluppo, per essere davvero tale, deve avere un confine.</p>



<p>Il Veneto ha bisogno di meno retorica e più governo del territorio. Ha bisogno di una programmazione che tuteli la varietà agricola, sostenga le colture alternative, premi le pratiche davvero sostenibili e rimetta al centro l’interesse generale. Continuare a piantare vigne come se il futuro fosse la semplice replica del passato è una scorciatoia pericolosa. I segnali della crisi ci dicono che quella stagione dell’espansione infinita è finita.</p>



<p>Ora la domanda è semplice: vogliamo un Veneto interamente piegato alla monocultura del vino, o un Veneto capace di difendere il proprio paesaggio, la salute dei cittadini e un’economia agricola più equilibrata?</p>



<p>La risposta, se si guarda oltre gli slogan, dovrebbe essere altrettanto semplice: serve un limite, e serve adesso.</p>
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		<title>MPS: lo squillo di Lovaglio (ovvero, quando i numeri rompono il giocattolo)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 20:19:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fossimo in un’osteria del Veneto profondo, tra un’ombra e l’altra, il commento sarebbe uno solo, urlato sbattendo il pugno sul legno: “Ma gavio visto che Lovaglio ghe lo ga messo in culo a tutti quanti?”E avrebbe ragione il nostro saggio<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Fossimo in un’osteria del Veneto profondo, tra un’ombra e l’altra, il commento sarebbe uno solo, urlato sbattendo il pugno sul legno: “Ma gavio visto che Lovaglio ghe lo ga messo in culo a tutti quanti?”<br>E avrebbe ragione il nostro saggio avvinazzato.<br>Perché in un Paese dove solitamente le assemblee societarie finiscono in risse da condominio, la notizia ha dell’incredibile: Luigi Lovaglio ha vinto.<br>Sì quello stesso Lovaglio cui il Cda aveva revocato le deleghe, e di recente persino licenziato per giusta causa.<br>Pulito, senza sbavature, quasi con arroganza.<br>Certo, uno scontro all’ultimo sangue, ma tutto sommato niente colpi di scena da film di serie B.<br>Nessun azionista sbucato dalle Cayman con il 12% del capitale nascosto nelle mutande o nel cappello.<br>È successa una cosa che in Italia consideriamo quasi un atto di terrorismo: ha vinto la realtà.<br>Per anni MPS è stata il nostro &#8220;Parco Giochi del Disastro&#8221;: aumenti di capitale che si susseguivano con la frequenza delle sagre paesane, piani industriali scritti col gessetto sulla lavagna durante l&#8217;ora di ricreazione, salvataggi pubblici a go go, una propensione al suicidio finanziario che nemmeno un lemming depresso.<br>Per lungo tempo i soliti soloni ci hanno ammorbato con la favola del “Risiko bancario”.<br>Grandi manovre, regie occulte, sussurri nei corridoi che contano.<br>In prima fila i soliti noti,<br>Delfin e Caltagirone, con lo Stato a fare da arbitro.<br>Uno Stato che si diceva &#8220;neutrale&#8221;, ma era credibile come un arbitro che si presenta in campo con la maglia della Juve e il tatuaggio della Curva Sud.<br>L’obiettivo era nobile, quasi poetico: trattare MPS non come una Banca che deve prestare soldi e far quadrare i conti, ma come una figurina dell&#8217;album Panini per completare lo scambio perfetto nel sistema bancario-assicurativo.<br>&#8220;Te do un pezzetto di Siena e Mediabanca, tu mi dai un po&#8217; di Trieste, e vissero tutti felici e padroni.&#8221;<br>Il piano era perfetto, mancava solo un dettaglio: Lovaglio si è messo a fare la Banca.<br>Mentre gli strateghi galattici discutevano di massimi sistemi ed incastri di potere, questo &#8220;rompiscatole&#8221; ha commesso l&#8217;errore imperdonabile: ha iniziato a fare utili.<br>Ma utili veri, eh?<br>Di quelli che si vedono, che pesano, e che soprattutto rovinano i sogni di gloria dei manovratori.<br>Gli azionisti, con un cinismo che sfiora la maleducazione, hanno fatto una scelta scandalosa: hanno votato per chi fa guadagnare i soldi invece che per chi voleva usarli come pedine del Monopoli.<br>Lo Stato alla fine si è ritrovato nella posizione del &#8220;povero diavolo&#8221;: quello che intriga e suggerisce, ma non decide, che prova ad influenzare ma non comanda, e che alla fine guarda gli altri che festeggiano.<br>Il grande disegno si è sgonfiato come un soufflé tolto troppo presto dal forno.<br>Il risultato?<br>Il &#8220;Risiko&#8221; è rimasto nella scatola, a prendere polvere.<br>MPS, contro ogni pronostico e tradizione, continua a fare la Banca (incredibile, vero?)<br>Morale della favola: in Italia puoi orchestrare tutto, evocare spiriti, costruire castelli di carte e scenari da fantapolitica.<br>Poi però arrivano i numeri, i soci guardano il portafoglio e votano.<br>Ed è lì che i &#8220;fenomeni&#8221; capiscono che, a forza di voler fare i furbi, sono rimasti col cerino in mano.<br>O come direbbero in osteria: &#8220;I pensava de esser lupi, i se gà sveglià piegore.&#8221;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/mps-lo-squillo-di-lovaglio-ovvero-quando-i-numeri-rompono-il-giocattolo/">MPS: lo squillo di Lovaglio (ovvero, quando i numeri rompono il giocattolo)</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Vannacci è già fuori moda? Dopo il crollo di Orban e il calo di Trump che succede al sovranismo?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 17:45:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non è ancora la fine del sovranismo, ma è certamente finita la sua stagione di onnipotenza. Per anni è sembrato il linguaggio politico dominante dell’Occidente inquieto: prometteva protezione, identità, confini, ordine; denunciava le élite, sfidava le istituzioni sovranazionali, trasformava ogni<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Non è ancora la fine del sovranismo, ma è certamente finita la sua stagione di onnipotenza. Per anni è sembrato il linguaggio politico dominante dell’Occidente inquieto: prometteva protezione, identità, confini, ordine; denunciava le élite, sfidava le istituzioni sovranazionali, trasformava ogni conflitto in una prova di autenticità popolare. Oggi, però, qualcosa si è rotto. La caduta di Viktor Orbán in Ungheria, dopo un dominio che sembrava inattaccabile, e l’appannamento di Donald Trump, il cui consenso attraversa una fase di evidente indebolimento, raccontano che il sovranismo non è più percepito come una forza inevitabile. Non è sparito, ma ha smesso di apparire invincibile.</p>



<p>Il caso ungherese è il più simbolico. Orbán non era solo un leader nazionale: era il punto di riferimento internazionale di una destra che aveva fatto dell’“illiberalismo” una proposta di governo. Il suo modello era stato studiato, imitato, celebrato ben oltre Budapest. Per questo la sua sconfitta pesa più del semplice alternarsi delle maggioranze: colpisce il mito di un sistema politico capace di durare indefinitamente grazie alla combinazione di nazionalismo, controllo del potere e costruzione del nemico. Ma proprio il modo in cui Orbán è caduto suggerisce prudenza prima di firmare il necrologio del sovranismo. Gli elettori non hanno rigettato solo una postura ideologica; hanno presentato il conto a un governo logorato, identificato con problemi concreti come inflazione, fatica economica, servizi in crisi, stanchezza del potere. È qui che il sovranismo mostra la sua fragilità: quando smette di sembrare una diga contro il caos e finisce per apparire esso stesso parte del problema.</p>



<p>Lo stesso meccanismo si osserva negli Stati Uniti. Trump resta una figura enorme, capace ancora di polarizzare il dibattito e mobilitare uno zoccolo duro vastissimo. Ma il trumpismo non gode più dell’aura dirompente che lo aveva reso, per molti, sinonimo stesso del futuro. Una parte dell’elettorato che lo aveva sostenuto per rabbia, protesta o fede nell’uomo forte oggi misura il suo giudizio su parametri più materiali: il costo della vita, l’efficacia del governo, la tenuta del quadro internazionale. Quando la promessa di “riprendere il controllo” si scontra con il carovita, con le tensioni geopolitiche o con l’impressione di un conflitto permanente incapace di produrre benessere, il magnetismo del leader si indebolisce. Non scompare, ma si fa più vulnerabile.</p>



<p>È questo il punto politico centrale: il sovranismo non perde perché gli elettori improvvisamente si innamorano del cosmopolitismo, ma perché la sua promessa di protezione viene sottoposta alla prova dei risultati. Finché resta all’opposizione, può presentarsi come rivolta morale contro un sistema corrotto o distante. Quando governa a lungo, però, deve dimostrare di saper trasformare l’identità in amministrazione, la rabbia in efficacia, la propaganda in soluzioni. E qui il meccanismo si inceppa. Perché è relativamente semplice evocare un popolo da difendere; molto più difficile è governarne la complessità senza scaricare ogni fallimento su nemici esterni, complotti o tradimenti interni.</p>



<p>In Europa questo passaggio è particolarmente evidente. La parabola di Orbán segna una discontinuità, ma non cancella il lessico politico che egli ha contribuito a imporre. Anzi, molte delle parole d’ordine del sovranismo sono ormai penetrate nel discorso pubblico ben oltre i partiti che le hanno brandite per primi. Sicurezza, confini, identità, critica delle burocrazie sovranazionali, sospetto verso le mediazioni liberali: sono temi che continuano a orientare il dibattito anche quando il fronte sovranista arretra. Questo significa che il fenomeno non va misurato solo in termini di vittorie o sconfitte elettorali. Una cultura politica può perdere centralità al governo e conservare, tuttavia, una forte capacità di condizionamento simbolico. È per questo che parlare di tramonto definitivo sarebbe prematuro.</p>



<p>Anche in Italia il quadro è meno lineare di quanto possa sembrare. Il sovranismo italiano ha già conosciuto una metamorfosi: da forza apertamente anti-sistema a componente istituzionalizzata del potere. Giorgia Meloni ha incarnato questa trasformazione meglio di chiunque altro, traducendo buona parte del linguaggio identitario in una postura di governo più prudente, più riconoscibile, più compatibile con le regole del gioco europeo. È una normalizzazione che non equivale a una sconfitta del sovranismo, ma piuttosto alla sua adattabilità. Eppure proprio questa versione più disciplinata mostra i suoi limiti quando la realtà economica si fa più dura. Perché anche la destra che si presenta come affidabile deve, alla fine, misurarsi con i conti, con i salari, con i prezzi, con il giudizio quotidiano degli elettori.</p>



<p>Dentro questo scenario si colloca anche Roberto Vannacci. Chiedersi se sia già “fuori moda” significa forse porre male la questione. Vannacci non rappresenta tanto il futuro del sovranismo quanto una sua accentuazione caricaturale e personale. La sua forza sta nell’immediatezza del messaggio, nella provocazione, nella semplificazione brutale, nella capacità di trasformare l’identità in una sfida continua al politicamente corretto. Ma proprio questi tratti, che ne hanno alimentato l’ascesa mediatica, rischiano di segnarne anche il limite. Più che fuori moda, Vannacci appare come il prodotto di un repertorio ormai codificato: non l’invenzione di una stagione nuova, ma la ripetizione in forma più aspra di formule già viste.</p>



<p>Il suo spazio politico esiste, e sarebbe un errore sottovalutarlo. Intercetta una quota di elettorato insofferente non solo verso la sinistra, ma anche verso una destra percepita come troppo normalizzata, troppo istituzionale, troppo addomesticata. In questo senso Vannacci può disturbare, sottrarre consensi, spostare l’asse del discorso pubblico. Ma un conto è agitare il malessere, un altro è trasformarlo in proposta egemonica. Finora la sua figura appare più efficace come detonatore che come costruttore. Più capace di rappresentare una rabbia che di organizzarla in progetto politico duraturo.</p>



<p>Il nodo vero, allora, è che il sovranismo non sta scomparendo: sta entrando nell’età della verifica. Per un lungo ciclo storico ha potuto vivere di rendita simbolica, presentandosi come l’unica risposta netta a una società spaesata dalla globalizzazione, dall’immigrazione, dalle disuguaglianze, dalla crisi della rappresentanza. Oggi quella rendita non basta più. Gli elettori continuano ad avvertire paura, insicurezza, bisogno di appartenenza. Ma chiedono anche risultati. E quando non arrivano, la forza della narrazione si consuma.</p>



<p>Più che la fine di una cultura politica, siamo dunque davanti alla fine del suo automatismo. Non basta più gridare contro Bruxelles, contro le élite, contro gli stranieri, contro il sistema, per apparire credibili. Non basta più incarnare la trasgressione per sembrare il nuovo. Orbán sconfitto, Trump in affanno, Vannacci ancora sospeso tra exploit mediatico e limite politico raccontano tutti la stessa cosa: il sovranismo non è morto, ma non è più il destino naturale della politica contemporanea. È diventato, finalmente, una proposta da giudicare per quello che produce. E per chi ha costruito il proprio successo sulla promessa di difendere il popolo da tutto, è forse questa la prova più difficile.</p>
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		<title>Il pannello dove lo metto? Tutti ecologisti sino a che…</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Mar 2026 12:09:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>C’è una figura ormai stabile nel paesaggio umano occidentale, come il bidone della differenziata fuori posto o la pista ciclabile che finisce contro un muro; l’ecologista da salotto.Lo riconosci subito. Non tanto per quello che dice, ma per come lo<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>C’è una figura ormai stabile nel paesaggio umano occidentale, come il bidone della differenziata fuori posto o la pista ciclabile che finisce contro un muro; l’ecologista da salotto.<br>Lo riconosci subito. Non tanto per quello che dice, ma per come lo dice.<br>Ha lo sguardo ispirato, la frase pronta, il tono da predica domenicale.<br>Non è uno che difende l’ambiente: è uno che officia l’ambiente.<br>Una specie di chierico laico, con la differenza che al posto del Vangelo cita report letti a metà, e post condivisi con zelo missionario.<br>Ora, mettiamoci d’accordo: chi è che non vuole aria pulita, acqua limpida, cieli azzurri?<br>Solo uno con un serio problema di connessione neuronale potrebbe dichiararsi a favore dello smog a tempo pieno.<br>Su questo siamo tutti allineati, persino il più incallito industriale degli anni Settanta, se lo resusciti.<br>Il punto non è l’obiettivo. Il punto è la coerenza, quella strana creatura che sparisce sempre nel momento decisivo<br>Perché il nostro ecologista da salotto è inflessibile su tutto: no al nucleare, no al gas, no al petrolio, no al carbone.<br>Una sequenza di “no” che sembra il rosario dell’Apocalisse energetica.<br>Poi però arriva il momento in cui qualcuno propone qualcosa di concreto.<br>Un impianto. Un progetto. Una soluzione reale, magari imperfetta, magari discutibile, ma reale.<br>E lì succede il miracolo.<br>Diventa improvvisamente un urbanista, un paesaggista, un agronomo, un esperto di biodiversità, un difensore del campanile, del filare di pioppi, del tramonto “come non si vede più”.<br>Tutto, pur di dire un altro No. Ma questa volta non è un No ideologico. È un No territoriale.<br>Tradotto: non qui.<br>Il caso di Torre di Mosto è quasi didattico, tanto è perfetto.<br>Siamo nel veneziano, nel Veneto che lavora, produce, consuma energia come se fosse ossigeno.<br>Si parla di un impianto fotovoltaico ancora in fase di studio, non di una raffineria saudita.<br>E cosa succede?<br>Proteste, comitati, indignazione, e ieri manifestazione ovviamente.<br>Il paesaggio! Il territorio! L’identità!<br>Improvvisamente, i pannelli solari diventano una minaccia esistenziale.<br>Nel frattempo, giusto per dare un minimo di contesto a questa commedia dell’assurdo, nel resto del mondo accadono cose leggermente più rilevanti.<br>In Medio Oriente si ridisegnano equilibri energetici con la delicatezza di una ruspa. In Asia si riaccendono le centrali a carbone come se non ci fosse un domani, come se il clima fosse un dettaglio decorativo.<br>La Cina costruisce centrali nucleari con la stessa frequenza con cui noi inauguriamo rotonde.<br>E noi?<br>Noi discutiamo se un campo fotovoltaico turba la vista dalla finestra della cucina.<br>C’è qualcosa di profondamente comico, e insieme tragico, in questa sproporzione.<br>È come se, mentre la nave imbarca acqua da tutte le parti, l’equipaggio litigasse sulla tonalità del blu delle scialuppe.<br>La verità è che l’ecologista da salotto non vuole davvero una transizione energetica.<br>Vuole l’idea della transizione, la sua versione estetica, moralmente gratificante e rigorosamente indolore.<br>Vuole sentirsi dalla parte giusta senza pagare il prezzo di esserci davvero.<br>Perché la transizione, quella vera, è sporca, invasiva, complicata.<br>Richiede impianti, infrastrutture, compromessi.<br>Richiede di accettare che qualcosa cambi sotto casa propria, non solo sotto quella degli altri.<br>Ma questo rompe l’incantesimo.<br>E allora meglio continuare con la liturgia del “No”: rassicurante, elegante, totalmente sterile.<br>Nel frattempo, l’energia continuerà a servirci; non per capriccio, ma per vivere.<br>E qualcuno, da qualche parte, la produrrà.<br>Se non siamo noi, saranno altri, con criteri, diciamo, meno raffinati dei nostri.<br>Ma almeno, vuoi mettere, il panorama resterà intatto.<br>Fino al prossimo blackout, naturalmente.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Matteo Miotto ed i nostri caduti insultati da Trump; zero reazioni della politica di casa nostra: inaccettabile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Jan 2026 10:30:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Io c’ero quella fredda giornata del 31 dicembre 2010 quando arrivò la notizia della morte di un alpino italiano in Afghanistan: Matteo Miotto era primo caporal maggiore degli alpini di Thiene (Vicenza), e fu ucciso a 24 anni in Afghanistan,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Io c’ero quella fredda giornata del 31 dicembre 2010 quando arrivò la notizia della morte di un alpino italiano in Afghanistan: Matteo Miotto era primo caporal maggiore degli alpini di Thiene (Vicenza), e fu ucciso a 24 anni in Afghanistan, colpito durante un conflitto a fuoco nel distretto di Gulistan. In forza al 7° reggimento, era di guardia nell&#8217;avamposto &#8220;Snow&#8221; al momento dell&#8217;attacco. Un ragazzo vicentino che perse la vita l’ultimo giorno dell’anno. Un alpino, uno di noi, mai dimenticato. Ricordo ancora il cordoglio dignitoso della famiglia mentre tutti noi stavamo fuori dalla casa di Matteo ad attendere conferme. Mai dimenticato. Fino ad oggi. Quando la memoria di Matteo è stata infangata dalla ennesima uscita di un presidente, quello americano, che non merita neanche di essere citato per nome. Non si sputa sui nostri morti, su chi ci ha lasciato onorando la bandiera e la Patria. E ci giunge fortissimo lo sdegno di tanti per il silenzio che ha accompagnato questo insulto a vittime come Matteo. Nel pezzo di Baldo spieghiamo il perché.</p>



<p>Luca Faietti</p>



<p></p>



<p></p>



<p>A Roma “li mortacci tua” non è solo un insulto.<br>E’ una maledizione laica, un modo brutale per dire: stai superando un limite, stai toccando ciò che non si tocca. I morti, appunto.<br>Ecco, le parole di Donald Trump sui militari dei Paesi Nato impegnati in Afghanistan suonano esattamente così. Non un’opinione politica, non una boutade da campagna elettorale.<br>Ma un secco, sprezzante: “li mortacci vostri”.<br>Perché quando si deridono, si sminuiscono o si liquidano come comprimari i soldati alleati degli Usa che hanno combattuto per vent’anni sotto mandato Onu, non si offende un governo.<br>Si offendono i morti.<br>E, con loro, i vivi che sono tornati a casa con una gamba in meno, una schiena spezzata o una testa che non dorme più.<br>L’Italia in Afghanistan ha lasciato sul terreno 53 militari. Cinquantatré bare avvolte nel tricolore. E oltre 700 feriti, molti dei quali segnati per sempre.<br>Altro che “retrovia”. Altro che “presenza marginale”.<br>Basta scorrere l’elenco delle missioni, dei reparti, delle province più calde – Herat, Farah, Bala Murghab – per capire che i nostri soldati erano lì dove si sparava davvero.<br>E spesso con mezzi inferiori, regole d’ingaggio più restrittive e una politica che li salutava in partenza salvo poi dimenticarsene al ritorno.<br>Su questo punto, all’estero, qualcuno ha reagito.<br>Il premier britannico Starmer ha parlato di parole offensive.<br>Veterani, famiglie, perfino membri della famiglia reale inglese hanno ricordato a Trump che la guerra afghana non è stata un picnic americano con comparse europee.<br>In Italia, invece, silenzio. Meloni zitta, tutti gli altri muti.<br>Ed è qui che la vicenda diventa politicamente imbarazzante.<br>Perché il silenzio non arriva da un governo qualunque.<br>Arriva dal governo dei “patrioti”, da chi si riempie la bocca di bandiera, onore, divisa, valori delle Forze Armate.<br>Da chi non perde occasione per farsi fotografare davanti a un picchetto d’onore o per rivendicare il rispetto dovuto ai militari.<br>E allora una domanda diventa inevitabile: il rispetto vale solo quando non disturba Washington?<br>Perché qui non si trattava di polemizzare con Trump sul commercio, sui dazi o sulla Nato come struttura politica.<br>Qui si trattava di difendere soldati italiani caduti. Uomini che hanno obbedito allo Stato, non ad un Partito. Che sono morti sotto governi di destra, di sinistra, tecnici, arcobaleno e monocromatici.<br>E invece niente. Nessuna parola. Nessuna indignazione. Nessun “così non si fa”.<br>Come se quei 53 morti fossero un dettaglio statistico sacrificabile sull’altare della realpolitik o, peggio, della sudditanza politica.<br>Trump può permettersi di lanciare il suo “li mortacci vostri” da oltreoceano, certo. È nel personaggio.<br>Ma chi governa l’Italia non può permettersi di incassarlo in silenzio.<br>Perché a forza di tacere, di minimizzare, di voltarsi dall’altra parte, si manda un messaggio chiarissimo: i nostri soldati vanno onorati solo nei discorsi ufficiali, non quando qualcuno li offende davvero.<br>E questa sì, più delle parole di Trump, è una mancanza di rispetto che grida vendetta.</p>
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		<title>Vicenza Oro, l’altra faccia di una fiera di poco successo per il territorio!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Jan 2026 14:11:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È partita nel quartiere fieristico di Italian Exhibition Group, Vicenzaoro January 2026, uno degli appuntamenti di riferimento a livello globale per l’industria del gioiello. La manifestazione inaugura il calendario internazionale delle fiere di settore e si presenta con numeri consolidati: oltre 1.300<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>È partita nel quartiere fieristico di Italian Exhibition Group, Vicenzaoro January 2026, uno degli appuntamenti di riferimento a livello globale per l’industria del gioiello. La manifestazione inaugura il calendario internazionale delle fiere di settore e si presenta con numeri consolidati: oltre 1.300 brand espositori, il 40% dei quali esteri, provenienti da 30 Paesi.</p>



<p>Eppure.</p>



<p>Per anni la Fiera dell’Oro di Vicenza è stata sinonimo di eccellenza, centralità e visione. Un appuntamento capace di dettare le linee del settore orafo-gioielliero internazionale, attirando buyer, aziende, designer e media da tutto il mondo. Oggi, però, il suo peso appare ridimensionato, e il declino – lento ma costante – è percepibile tanto dagli addetti ai lavori quanto dagli operatori storici del comparto.</p>



<p>Uno dei segnali più evidenti è la progressiva riduzione di eventi collaterali realmente incisivi. Conferenze di alto profilo, momenti di confronto culturale, contaminazioni con moda, design e arte sono diventati più rari o poco riconoscibili. La fiera sembra aver perso quella capacità di raccontarsi e di produrre contenuti che vadano oltre la semplice esposizione commerciale. In un contesto in cui le manifestazioni fieristiche competono anche sul piano dell’esperienza e della narrazione, questa mancanza pesa in modo significativo.</p>



<p>A questo si aggiunge l’assenza di vere “star” del settore. Le grandi firme internazionali, i designer capaci di catalizzare attenzione, le personalità in grado di generare eco mediatica non trovano più a Vicenza una tappa obbligata. Senza nomi forti dello showbiz a fare da traino, l’attrattività dell’evento si indebolisce, così come l’interesse della stampa specializzata e non e dei buyer internazionali, sempre più selettivi nelle loro scelte.</p>



<p>Il progetto di rilancio affidato a Italian Exhibition Group avrebbe dovuto rappresentare una svolta. L’idea di inserire Vicenza in una strategia fieristica integrata, capace di valorizzarne la storia e allo stesso tempo proiettarla in una dimensione globale, resta però in gran parte sulla carta. La percezione diffusa è quella di una fiera gestita più in chiave amministrativa che strategica, priva di una visione forte e distintiva. E poco collegata alla città, poco sinergica nel rafforzare il connubio col</p>



<p>territorio. Le sinergie promesse non si sono ancora tradotte in un reale riposizionamento internazionale.</p>



<p>Il contesto globale, nel frattempo, corre veloce. Le fiere di riferimento si trasformano in piattaforme ibride, investono su contenuti, community, innovazione digitale e storytelling. Vicenza, che un tempo anticipava i trend, oggi sembra inseguirli, perdendo progressivamente quella leadership che l’aveva resa unica.</p>



<p>Il declino della Fiera dell’Oro di Vicenza non è dunque il risultato di una singola mancanza, ma di una somma di scelte prudenti, di occasioni mancate e di una visione che fatica a emergere. Non si tratta di una crisi irreversibile, ma di una fase che impone una riflessione profonda. Senza un cambio di passo deciso, fatto di coraggio progettuale, contenuti di alto livello e protagonisti capaci di ridare centralità all’evento, il rischio è quello di restare una fiera importante per la sua storia, ma sempre meno decisiva per il futuro del settore.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/vicenza-oro-laltra-faccia-di-una-fiera-di-poco-successo-per-il-territorio/">Vicenza Oro, l’altra faccia di una fiera di poco successo per il territorio!</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Street TG: informazione locale che fa la differenza. I numeri e l’affidabilità di Tviweb</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jan 2026 10:10:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un’epoca in cui la velocità dell’informazione rischia spesso di compromettere l’accuratezza, Tviweb rappresenta un punto di riferimento solido e riconoscibile per l’informazione locale in Veneto. Il suo Street TG è il cuore pulsante di un progetto editoriale che unisce<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>In un’epoca in cui la velocità dell’informazione rischia spesso di compromettere l’accuratezza, Tviweb rappresenta un punto di riferimento solido e riconoscibile per l’informazione locale in Veneto. Il suo Street TG è il cuore pulsante di un progetto editoriale che unisce presenza sul territorio, verifica delle fonti e una diffusione capillare delle notizie.</p>



<p><strong>Numeri che parlano chiaro</strong></p>



<p>Lo Street TG di Tviweb raggiunge oltre 200.000 contatti quotidiani, sommando il pubblico del notiziario e quello intercettato attraverso il lancio delle notizie sulla rete social proprietaria. Un’audience reale, coinvolta e radicata nel territorio, che segue con continuità gli aggiornamenti su cronaca, attualità, economia e vita locale.</p>



<p>A questo si aggiunge una rete editoriale composta da 30 giornali locali, capaci di garantire una copertura estesa e puntuale su tutta l’area veneta, con circa 500.000 lettori complessivi. Un ecosistema informativo che permette alle notizie di circolare in modo efficace, mantenendo sempre una forte identità territoriale.</p>



<p><strong>Correttezza e credibilità dell’informazione</strong></p>



<p>La forza di Tviweb non è solo nei numeri, ma soprattutto nel metodo. Ogni contenuto nasce da un lavoro giornalistico attento, basato su verifica delle fonti, linguaggio chiaro e rispetto dei fatti. Lo Street TG porta l’informazione direttamente tra le persone, raccontando il territorio con uno sguardo vicino ai cittadini ma sempre professionale.</p>



<p>Questa impostazione ha costruito nel tempo un rapporto di fiducia con il pubblico: un valore fondamentale sia per i lettori sia per le aziende e le istituzioni che scelgono Tviweb come canale di comunicazione.</p>



<p><strong>Un’opportunità concreta per il tuo brand</strong></p>



<p>Investire su Tviweb significa associare il proprio marchio a un’informazione credibile, diffusa e riconosciuta, capace di raggiungere quotidianamente centinaia di migliaia di persone. È un’occasione strategica per chi desidera valorizzare i propri messaggi all’interno di un contesto editoriale serio, autorevole e profondamente connesso al territorio.</p>



<p>Creare una connessione con Tviweb vuol dire entrare in un circuito informativo vivo, dinamico e in costante crescita, dove la qualità dell’informazione diventa valore anche per la comunicazione pubblicitaria.</p>



<p>Contatti pubblicità</p>



<p>📧 amministrazione@tviweb.it</p>



<p>📞 0444 1240421</p>



<p>📍 Viale del Lavoro 38, Vicenza</p>



<p>Tviweb: l’informazione locale che conta, ogni giorno.</p>
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		<title>2026: le dieci cose che non vorrei nel nuovo anno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Jan 2026 12:05:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si parla spesso di desideri, promesse e buoni propositi, ma a volte è più onesto e forse più utile partire da ciò che non vorremmo più vedere. Per il 2026 io non vorrei, prima di tutto, un mondo che continui<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Si parla spesso di desideri, promesse e buoni propositi, ma a volte è più onesto e forse più utile partire da ciò che non vorremmo più vedere. Per il 2026 io non vorrei, prima di tutto, un mondo che continui a considerare la guerra una soluzione accettabile, normalizzando la distruzione e il dolore come se fossero effetti collaterali inevitabili della politica. Non vorrei un pianeta che prosegue indisturbato verso il collasso ambientale, mentre si moltiplicano le conferenze, le parole solenni e gli impegni disattesi, e il tempo reale della natura scorre molto più veloce di quello dei governi. Non vorrei un’Italia rassegnata, che ha smesso di indignarsi e di pretendere, dove l’ingiustizia diventa abitudine e la precarietà viene raccontata come flessibilità. Non vorrei una società in cui la disinformazione e l’odio viaggiano più rapidi della conoscenza, alimentati da algoritmi che premiano lo scontro e semplificano la complessità fino a renderla caricatura. Non vorrei un’economia che continua a produrre disuguaglianze sempre più profonde, in cui pochi accumulano ricchezze smisurate mentre molti faticano a vivere dignitosamente pur lavorando. Non vorrei che la politica restasse prigioniera di slogan, personalismi e paure costruite ad arte, incapace di visione e di coraggio, soprattutto quando si tratta di investire sui giovani e sul futuro. Non vorrei un’Italia che perde i suoi talenti perché non sa o non vuole offrir loro spazio, fiducia e prospettive, trasformando l’emigrazione in una scelta obbligata invece che libera. Non vorrei una cultura ridotta a ornamento, considerata un lusso superfluo e non una necessità, mentre scuole, biblioteche e luoghi di sapere vengono impoveriti o lasciati soli. Non vorrei un mondo che tratta le persone  come numeri o problemi, dimenticando che dietro ogni essere umano ci sono storie, diritti e speranze. E infine non vorrei arrivare al 2026 con la sensazione di aver sprecato un altro anno aspettando che qualcosa cambiasse da solo, senza assumerci la responsabilità, individuale e collettiva, di provare davvero a cambiare direzione.<br></p>
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		<title>Quei test maledetti di Medicina: quando l’accesso diventa una farsa di Stato”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Dec 2025 10:07:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[Gossipando]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per scriverne il finale servirebbero davvero le menti di Agatha Christie, Simenon e Conan Doyle messi insieme.E forse neppure loro basterebbero.Eppure &#8211; rischio la blasfemia – questa doppia tornata di prove scritte è stata, paradossalmente, una benedizione.Perché ha finalmente messo<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Per scriverne il finale servirebbero davvero le menti di Agatha Christie, Simenon e Conan Doyle messi insieme.<br>E forse neppure loro basterebbero.<br>Eppure &#8211; rischio la blasfemia – questa doppia tornata di prove scritte è stata, paradossalmente, una benedizione.<br>Perché ha finalmente messo nero su bianco, al di là di ogni ragionevole dubbio, lo stato comatoso in cui versa da anni il nostro sistema educativo.<br>Altro che mistero.<br>Il dato che salta agli occhi è uno solo, enorme come un elefante in corsia: il disallineamento gravissimo tra le aspettative di chi ha costruito i test (professori universitari) e la realtà della preparazione con cui i ragazzi escono dal liceo.<br>Due mondi paralleli che non si parlano più. Io lo sostengo da tempo: il problema non è Medicina, ma l’intero sistema scolastico, da decenni orientato più all’ascolto, all’inclusione, al “non traumatizziamo nessuno”, che alla preparazione vera.<br>Nei sistemi selettivi – Cina in testa – si studia, punto. Qui da noi si partecipa.<br>Capisco che, in una società ormai disinteressata al valore del sapere in sé (se non è immediatamente monetizzabile, non conta), questo discorso suoni stonato.<br>Ma tant’è.<br>E cosa avrebbero dovuto fare gli insegnanti, in questi anni? Resistere eroicamente? Impossibile. I genitori chiedono voti e promozioni, costi quel che costi, e spesso trovano nel sistema giudiziario un alleato pronto a intervenire se qualcuno osa valutare troppo severamente il pargolo.<br>Così si è arrivati qui.<br>Ma torniamo ai test, che meritano un capitolo a parte.<br>Più che una graduatoria, il risultato assomiglia a un gioco dell’oca.<br>Erano partiti in 54 mila.<br>Dopo il tormentato semestre filtro di Medicina, e due appelli che al confronto Waterloo fu una brillante vittoria strategica, al Ministero sono riusciti a mettere insieme una lista di circa 22.500 “idonei” (i numeri ballano a seconda delle fonti, ma siamo lì).<br>Il seguito della fiaba è stato fissato dal decreto del Ministero dell’Università e della Ricerca n. 1115 del 22 dicembre 2025, che spiega come funzionerà la graduatoria (pubblicazione prevista per il 12 gennaio 2026) e come verranno gestiti i recuperi dei famigerati “debiti”.<br>Nel frattempo, i Tribunali farebbero bene ad attrezzarsi: la valanga di ricorsi è già in formazione.<br>I numeri, più precisamente, parlano di 25.450 idonei complessivi tra Medicina, Odontoiatria e Veterinaria. P<br>Per “idoneo” si intende chi ha ottenuto almeno una sufficienza nelle tre prove di fisica, chimica e biologia (sic!).<br>Di questi, circa sette su dieci (17.175) avrebbero portato a casa almeno due sufficienze su tre. E ora arriva il capolavoro.<br>La graduatoria che assegnerà una sede universitaria agli “eletti” sarà suddivisa in nove sezioni, ordinate dal paradiso all’inferno, così:</p>



<ol class="wp-block-list">
<li>chi ha passato tutte e tre le prove, senza rifiuti</li>



<li>chi ha passato tutte e tre le prove, con un voto rifiutato al primo appello</li>



<li>chi ha passato tutte e tre le prove, con due voti rifiutati</li>



<li>chi ha passato tutte e tre le prove, rifiutandole tutte al primo appello</li>



<li>chi ha passato due prove su tre, senza rifiuti</li>



<li>chi ha passato due prove su tre, con un voto rifiutato</li>



<li>chi ha passato una prova su tre, senza rifiuti</li>



<li>chi aveva passato due prove al primo appello ma ha rifiutato e poi è andato peggio</li>



<li>chi aveva passato una prova al primo appello, ha rifiutato e poi ha fatto disastro<br>Vi siete persi? La vostra mente vacilla? Tranquilli. È normale.<br>La mia prima reazione è stata chiedermi chi avesse partorito un simile marchingegno.<br>Mi sono venuti in mente il Mago Otelma, Branko, Simon &amp; The Stars.<br>Poi ho capito che avevo esagerato: loro almeno qualche stella la guardano.<br>E non è finita. Le ultime due categorie sono dedicate a chi, nella prima prova, aveva uno o due risultati sufficienti ma ha deciso di rifiutarli, per poi non riuscire a ottenere nemmeno una sufficienza al secondo appello.<br>Questi studenti potranno chiedere, entro il 27 dicembre, di “ripescare” il risultato del primo appello.<br>Peccato che finiranno comunque in fondo alla graduatoria. Il sistema di punteggio è altrettanto creativo:</li>
</ol>



<ul class="wp-block-list">
<li>categoria 1: 700 punti di base + punteggi delle tre prove</li>



<li>categoria 2: 600 punti + risultati</li>



<li>categoria 3: 500 punti + risultati</li>



<li>categoria 4: 400 punti + risultati</li>



<li>categoria 5: 300 punti + risultati delle due prove passate</li>



<li>categoria 6: 200 punti + risultati</li>



<li>categoria 7: 100 punti + risultati</li>



<li>categorie 8 e 9: zero punti di partenza, conta solo ciò che resta<br>No, non state avendo un ictus.<br>È proprio questa “genialata” che provoca questi sintomi.<br>L’8 gennaio verrà finalmente pubblicata la graduatoria definitiva e ognuno saprà dove potrà immatricolarsi.<br>Ma per chi ha debiti non finisce qui: la palla passa ai singoli Atenei, che dovranno decidere se e come organizzare corsi di recupero e ulteriori prove.<br>Il decreto parla di esami “uniformi” su tutto il territorio nazionale.<br>Senza spiegare come.<br>Il rischio di difformità è altissimo, così come quello di nuovi ricorsi per il cambio delle regole a partita già giocata.<br>Resta difficile da comprendere come in poco più di un mese si possano recuperare vuoti di preparazione grandi come i buchi neri, ma siate certi che nessun Rettore vorrà entrare nel mirino delle associazioni studentesche.<br>Solo a marzo inizierà il vero percorso universitario dei futuri medici.<br>E ciliegina sulla torta: i voti del semestre filtro non faranno media per la laurea, se lo studente non lo vorrà.<br>Evvai. Dopo, cosa concediamo? Il libretto a punti?<br>Ah, dettaglio rassicurante: i dati delle graduatorie saranno conservati per cinque anni, poi anonimizzati.<br>Non sia mai che tra qualche decennio un paziente curioso voglia sapere se il chirurgo che gli aprirà la pancia entrò a Medicina con un “sei politico”.<br>Capisco che il Ministro avrebbe preferito “mangiare una merda” (scusate il francesismo) piuttosto che gestire una débâcle del genere, e che sia istituzionalmente costretto a dire: “È solo la prima volta, la prossima faremo meglio”.<br>Certo. C’è sempre l’opzione di chiedere una consulenza all’esimio professor Ucamàra, Magnifico Rettore dell’Università della Baucàra, celebre per il motto immortale: “Più ch’el studia, manco impara.”<br>Tanto, Peggio di così non potrebbe fare!<br>Umberto Baldo</li>
</ul>
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		<item>
		<title>Natale senza neve, stagione a rischio per il turismo Veneto e non solo!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Dec 2025 16:42:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Natale&#160; si avvicina e in molte località di montagna l’atmosfera è tutt’altro che invernale. Piste verdi, prati scoperti, temperature sopra la media: la mancanza di neve naturale non è più un’eccezione ma una condizione che si ripete con inquietante<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il Natale&nbsp; si avvicina e in molte località di montagna l’atmosfera è tutt’altro che invernale. Piste verdi, prati scoperti, temperature sopra la media: la mancanza di neve naturale non è più un’eccezione ma una condizione che si ripete con inquietante regolarità. Per il turismo montano, che da sempre fonda gran parte della propria economia sulle festività natalizie, il rischio di un flop è concreto. Alberghi, rifugi, scuole di sci, ristoranti e tutto l’indotto legato alla stagione bianca guardano al calendario con preoccupazione, sapendo che senza neve le prenotazioni calano e le disdette aumentano.</p>



<p>È ormai evidente che il pianeta si stia scaldando. Non è un’opinione né una bandiera politica, ma un dato di fatto supportato da osservazioni, misurazioni e dall’esperienza quotidiana. Il tema del cambiamento climatico non appartiene né alla destra né alla sinistra: riguarda l’economia, il lavoro, i territori e le comunità. La montagna è uno degli ambienti più sensibili a queste variazioni e lo sta dimostrando in modo lampante, soprattutto sulle Alpi ma anche sugli Appennini, dove le stagioni sciistiche iniziano sempre più tardi e finiscono sempre prima.</p>



<p>La domanda che molti si fanno è semplice e al tempo stesso rivelatrice: da quanto tempo non nevica davvero in pianura? Nelle aree della Pianura Padana la neve è diventata un evento raro, spesso limitato a brevi episodi che durano poche ore o pochi giorni. Un tempo le nevicate invernali erano parte della normalità; oggi sono ricordate quasi con nostalgia, come qualcosa di straordinario. Questo cambiamento, percepibile anche da chi non vive in montagna, è uno dei segnali più chiari di un clima che sta mutando rapidamente.</p>



<p>Per cercare di salvare la stagione, molte località fanno sempre più affidamento sull’innevamento artificiale. Una soluzione tampone, costosa e energivora, che richiede grandi quantità d’acqua e temperature comunque sufficientemente basse per funzionare. Ma anche questa strada mostra limiti evidenti: senza freddo stabile, i cannoni non bastano, e i costi rischiano di superare i benefici. Nel medio-lungo periodo, la questione diventa strutturale e pone interrogativi seri sul futuro del turismo invernale tradizionale.</p>



<p>Il rischio, oggi, non è solo quello di un Natale sottotono, ma di un intero modello economico da ripensare. La montagna si trova di fronte a una sfida epocale: adattarsi a un clima che cambia, diversificare l’offerta turistica, investire in forme di sviluppo più sostenibili. Ignorare il problema o ridurlo a uno scontro ideologico significa rinviare soluzioni che invece diventano ogni anno più urgenti. La neve che manca non è solo un disagio stagionale: è il segnale di una trasformazione profonda che sta già incidendo sulla vita e sul lavoro di migliaia di persone.</p>
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		<item>
		<title>E se fossimo noi ad abolire Musk? Ultima chiamata per l’Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Dec 2025 11:33:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E se fossimo noi europei a decidere finalmente il nostro destino? E se smettessimo di oscillare tra la sudditanza tecnologica a Musk, il ricatto politico di Trump e l’aggressione strategica di Putin? Oggi l’Europa è schiacciata tra tre poteri che<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/e-se-fossimo-noi-ad-abolire-musk-ultima-chiamata-per-leuropa/">E se fossimo noi ad abolire Musk? Ultima chiamata per l’Europa</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>E se fossimo noi europei a decidere finalmente il nostro destino? E se smettessimo di oscillare tra la sudditanza tecnologica a Musk, il ricatto politico di Trump e l’aggressione strategica di Putin? Oggi l’Europa è schiacciata tra tre poteri che non la rispettano: l’oligarchia tecnologica americana, il nazionalismo aggressivo statunitense e l’imperialismo russo. A tenerli insieme è un capitalismo estremo che non riconosce più confini, leggi, diritti. La tecnologia è diventata un’arma di dominio, l’informazione uno strumento di manipolazione, la paura una leva di controllo. E l’Europa, finora, ha scelto troppo spesso di obbedire invece che governare.</p>



<p>Musk non è soltanto un imprenditore visionario, è il simbolo di un potere privato che detta l’agenda pubblica. Dalle piattaforme social ai satelliti, dalle infrastrutture digitali alla finanza globale, il messaggio è chiaro: chi controlla la tecnologia controlla la politica. Trump non è solo un candidato ma la voce di un’America che non pensa più in termini di alleati bensì di vassalli. Lo ha già detto: chi non si piega verrà abbandonato. Difesa, economia, sicurezza energetica verranno subordinati a un interesse nazionale interpretato in chiave brutale e transazionale. Putin completa il cerchio sfruttando le divisioni europee, alimentando il caos, investendo nella destabilizzazione permanente. La sua non è solo una guerra militare ma informativa, culturale e politica, una guerra per svuotare l’Europa dall’interno e renderla irrilevante.</p>



<p>Nel frattempo noi ci perdiamo nei decimali dei bilanci, nei veti incrociati, in nazionalismi sempre più piccoli mentre i poteri che contano diventano sempre più grandi. Il rischio non è soltanto l’invasione militare. Il rischio vero è la colonizzazione politica ed economica, diventare una zona grigia del mondo: mercato di consumo, base militare, periferia tecnologica senza sovranità digitale, senza difesa comune, senza una politica estera unitaria.</p>



<p>Serve una reazione adesso. Un’Europa che investa davvero nella propria autonomia tecnologica, che costruisca una difesa comune reale e non simbolica, che parli con una sola voce su energia, guerra, diplomazia e commercio, che metta limiti chiari al potere dei colossi privati e che difenda la democrazia anche contro chi la logora dall’interno. Non c’è più tempo per l’ambiguità, non possiamo più permetterci di essere prudenti mentre il mondo si riarma, si polarizza e si radicalizza. Trump ci anticipa già come saremo spazzati via, Putin lavora ogni giorno perché accada, i nuovi oligarchi globali prosperano sul nostro immobilismo.</p>



<p>L’Europa ha davanti solo due strade: continuare a essere terreno di conquista oppure diventare finalmente soggetto politico della storia. Abolire Musk, in senso politico, significa abolire l’idea che il potere privato possa governare il destino collettivo. Contrapporsi a Trump significa smettere di pensarsi come colonia. Resistere a Putin significa smettere di essere divisi. Non è più una questione di ideologia, è una questione di futuro. E il futuro, se non lo costruiamo noi, verrà deciso da altri.</p>
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		<title>Tartufo e caviale: perché vanno apprezzati come simbolo dello slow food</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Nov 2025 07:54:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[FOOD & DRINK]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Caro Baldo,ho letto il tuo articolo su Tviweb. L’ho letto con attenzione, perché quando tu scrivi, ti si deve seguire. Anche quando stai leggermente provocando, cioè… quasi sempre. Ora, tu ti domandi come mai ci sia questa mia dichiarata simpatia<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Caro Baldo,<br>ho letto il tuo articolo su Tviweb. L’ho letto con attenzione, perché quando tu scrivi, ti si deve seguire. Anche quando stai leggermente provocando, cioè… quasi sempre.</p>



<p>Ora, tu ti domandi come mai ci sia questa mia dichiarata simpatia per il tartufo e questa mia tenera considerazione per il caviale. Bene. Preparati.</p>



<p>Prima di tutto: il tartufo non è un “ingrediente costoso”. È un personaggio. Ha carisma. Si presenta al tavolo con la stessa disinvoltura con cui certi politici appaiono in conferenza stampa: non chiede permesso, invade la scena. Apri una campana di vetro e boom: lui domina l’aria, i pensieri, le conversazioni e a volte anche le persone.</p>



<p>Il tartufo non piace a tutti, e va benissimo. Chi lo ama, lo riconosce da lontano. Chi non lo capisce, lo guarda e dice: “Ma sa di terra”. E certo che sa di terra. È nato lì. Non viene dal supermercato in fiore. È la natura che parla chiaro: profondo, radicato, senza trucco. Il tartufo è come un pensatore: non lo puoi affrontare distrattamente.</p>



<p>Il caviale, invece, è tutta un’altra storia. All’opposto del tartufo, non urla. Sussurra. È l’eleganza della misura. Il caviale è l’unico alimento che ti insegna la lezione fondamentale della vita: la qualità sta nella quantità giusta. Se ne metti troppo, rovini tutto. Se lo mangi come se fosse salsa, stai sbagliando mestiere.</p>



<p>E poi diciamocelo: il caviale è una meditazione zen in forma commestibile. Devi fermarti. Devi assaggiare lentamente. Devi sentire la salinità che si apre piano, come una conversazione interessante. È una pausa. Una parentesi. Una parentesi di gusto che ti costringe alla calma. Altro che status symbol: è autodisciplina.</p>



<p>E allora perché piacciono a me, Baldo?<br>Semplice: perché rappresentano il contrario della velocità con cui viviamo. Sono una dichiarazione di resistenza umana. Una piccola rivoluzione personale contro il panino mangiato in auto, il caffè trangugiato in corsa, l’aperitivo fatto “tanto per”.</p>



<p>Tartufo e caviale ti dicono: fermati. Respira. Assapora. Vivi il momento.<br>Che poi, se fossimo onesti, la vera domanda non è “Perché mi piacciono?”.<br>È “Perché non dovrebbero piacermi?”.<br>Ho forse l’obbligo morale di dichiarare amore solo alla pasta al pomodoro? A cui, tra l’altro, io voglio benissimo. Ma si può amare la semplicità e l’eccellenza, il pane e la poesia, la trattoria e la cucina stellata. Non sono contraddizioni. Sono possibilità.</p>



<p>In conclusione: non ho bisogno che il tartufo e il caviale mi rappresentino. Non sto cercando medaglie gastronomiche. Mi piacciono perché mi fanno sentire presente, sveglio, sensibile al mondo.</p>



<p>Tutto qui.<br>Se poi qualcuno vuole trasformare questo in una questione di status, almeno che sia status con sapore.</p>



<p>Cordialmente,<br>quello che quando arriva il tartufo sorride già prima di mangiare….</p>
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		<title>Zaia, il politico che tutti voterebbero: perché piace così tanto a destra e a sinistra?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Sep 2025 11:29:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Luca Zaia continua a godere di un consenso che in Veneto appare quasi inattaccabile. I sondaggi più recenti lo danno al 72% di fiducia personale, con quasi un elettore su due pronto a sostenere la sua lista. Non si tratta<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Luca Zaia continua a godere di un consenso che in Veneto appare quasi inattaccabile. I sondaggi più recenti lo danno al 72% di fiducia personale, con quasi un elettore su due pronto a sostenere la sua lista. Non si tratta solo di un primato numerico, ma di un fenomeno politico che va oltre la Lega e oltre gli schieramenti tradizionali. Zaia piace a destra e a sinistra perché incarna un profilo raro nella politica italiana contemporanea: moderato, rassicurante, capace di unire più che dividere. Non è un uomo di rottura, ma di equilibrio; non un leader che agita gli animi, ma che li ricompone.</p>



<p>La sua forza sta nello stile, più che negli slogan. In una terra che dalla stagione della Democrazia Cristiana in poi ha sempre prediletto figure centriste e non divisive, Zaia ha saputo interpretare l’anima moderata dei veneti. Qui l’elettorato non ama gli estremismi, non si riconosce nei toni urlati o nella contrapposizione permanente, ma apprezza chi sa raccontare la politica con sobrietà, chi media tra interessi diversi senza spaccare il tessuto sociale. È un approccio che abbraccia il mondo operaio, quello professionale e quello imprenditoriale, restituendo l’immagine di un presidente di tutti, non di una parte. Ed è proprio in questa capacità di “parlare a tutti” che sta la radice del suo successo duraturo: Zaia non divide in categorie contrapposte, ma tiene insieme, costruendo un consenso che non si logora nello scontro quotidiano.</p>



<p>Non è un caso che la sua popolarità superi i confini della coalizione di centrodestra. Tra gli elettori del Partito Democratico, oltre sette su dieci dichiarano di stimarlo. Un dato sorprendente se rapportato alla polarizzazione nazionale, ma spiegabile con la capacità di Zaia di radicarsi nel territorio e di costruire una narrazione del buon governo fondata sulla concretezza amministrativa, sulla vicinanza ai problemi quotidiani, sulla chiarezza comunicativa. La sua immagine pubblica non è mai stata quella di un politico lontano, arroccato nei palazzi, ma di un presidente che “sta tra la gente”, che si muove con linguaggio semplice, diretto, e che non fa della distanza istituzionale un muro ma un ponte.</p>



<p>Il picco di consenso del 2020, quando raggiunse il 92% durante l’emergenza sanitaria, è stato la conferma della sua statura di leader capace di gestire momenti critici con pragmatismo e senza cadere nella retorica. In quei mesi drammatici, Zaia seppe comunicare fermezza senza generare panico, mostrando un volto rassicurante in una fase di grande incertezza. Nonostante il tempo trascorso, quell’immagine si è sedimentata nella memoria collettiva, diventando parte integrante del suo capitale politico. Eppure il suo successo non si esaurisce in quella stagione eccezionale: da allora i livelli di gradimento si sono stabilizzati sopra il 70%, a testimonianza che il suo rapporto con i cittadini è strutturale, non legato solo all’emergenza.</p>



<p>Oggi, a distanza di anni, quell’onda non si è esaurita. La “Lista Zaia” rappresenta un contenitore che va oltre i partiti e si affida a un rapporto diretto tra persona e cittadini. In fondo è questo il cuore del suo successo: l’idea che Zaia sia più grande della Lega, quasi un marchio autonomo, il volto di un Veneto che si riconosce in uno stile politico sobrio, concreto, vicino. È raro, in Italia, che un leader regionale diventi un simbolo a sé stante, capace di scavalcare le logiche di partito e di incarnare direttamente una comunità. Ma nel caso di Zaia è ciò che è avvenuto: la sua figura è diventata sinonimo di stabilità, continuità e pragmatismo.</p>



<p>I veneti, in larga parte, lo rivorrebbero ancora perché in lui vedono non solo un amministratore efficiente ma un presidente che somiglia al carattere della sua terra: poco incline ai proclami, molto alla sostanza. Il Veneto è una regione laboriosa, che predilige il fare al dire, che diffida delle ideologie troppo astratte e preferisce la politica che risolve problemi concreti. In questo senso Zaia è percepito come lo specchio fedele di un’identità collettiva: non un leader calato dall’alto, ma l’espressione naturale del territorio.</p>



<p>Per questo Zaia rimane, oggi come ieri, il simbolo di una politica che non divide ma tiene insieme, che non alza i toni ma costruisce fiducia. La sua figura si è trasformata in una sorta di garanzia di stabilità in tempi incerti, un punto di riferimento che supera i cicli della politica nazionale. In un’Italia abituata allo scontro permanente, il Veneto continua a scegliere la via della moderazione, e in questa scelta trova nel suo governatore un interprete perfetto. Forse sta qui la spiegazione ultima del suo consenso: Zaia non è solo un uomo di partito, ma il presidente che i veneti riconoscono come proprio, quasi al di là della politica stessa.</p>
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		<title>Mia Moglie, Phica.eu e lo scandalo a orologeria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Sep 2025 07:52:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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<p></p>



<p>“Mia Moglie” e<a href="http://phica.eu/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;Phica.eu&nbsp;</a>non sono nati ieri.&nbsp;</p>



<p>Il primo, un gruppo Facebook aperto nel 2019, 30mila iscritti; il secondo un forum attivo addirittura dal 2005, con 720mila&nbsp;&nbsp;iscritti, 600mila accessi al giorno e 20milioni di visite al mese.&nbsp;</p>



<p>In comune avevano la stessa logica miserabile: raccogliere e diffondere foto di donne inconsapevoli, commentarle, trasformarle in merce da scambio, in trofei digitali.</p>



<p>Il dramma, però, non fa ridere: parliamo di vent’anni di un forum che raccoglieva foto rubate come fossero figurine, di migliaia di mogli e ragazze esposte al ludibrio senza consenso.&nbsp;</p>



<p>Non è goliardia, è violenza digitale.&nbsp;</p>



<p>Ma finché non tocca a chi conta, resta confinata tra “le cose di serie B”.</p>



<p>Guardate che parliamo di cose inaudite, di commenti quali&nbsp;“: ‘Se la incontrassi la ridurrei su una sedia a rotelle’. ‘Le metterei tre ca***i in cu***o e due in f***a’ &#8211; “Deve ringraziare che sono lontano, perché a questa la scop*** da viva e da morta’”, come raccontato da una ragazza siciliana che aveva denunciato fin dal 2023.<br>E qui sta il primo scandalo: a quanto si legge su social e media le denunce ci sono sempre state. Mille donne comuni avrebbero segnalato il gruppo “Mia Moglie” alla Polizia Postale.&nbsp;</p>



<p>Da tutta Italia sono piovute denunce contro<a href="http://phica.eu/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;Phica.eu</a>.&nbsp;</p>



<p>Ci sarebbero testimonianze precise, ragazze che hanno trovato le loro foto rubate al supermercato, professioniste che hanno visto sezioni intere del forum dedicate a loro.&nbsp;</p>



<p>Ma per anni non è successo nulla.</p>



<p>Cosa volete, sarà perché sono anziano e ne ho viste tante, sarà perché sono convinto come Giulio Andreotti che “a pensare male si fa peccato, ma a volte ci si azzecca”, mi rimane il dubbio che lo “scandalo” sia deflagrato solo quando ad essere coinvolte sono state donne famosi, della politica e dello spettacolo, quelle che quando parlano i media si mettono in fila.</p>



<p>Perché purtroppo in Italia funziona così: puoi gridare allo scandalo quanto vuoi, ma se non hai un nome noto, la tua voce vale come un gettone da jukebox.</p>



<p>Infatti dopo anni di attività di questi siti, in un volgere di pochi giorni ecco la svolta: tra quelle immagini compaiono anche volti noti, donne della politica, giornaliste, figure pubbliche.&nbsp;</p>



<p>E d’improvviso — magia! — la vicenda diventa notizia, i siti vengono oscurati, le autorità si muovono, la politica si indigna bipartisan.&nbsp;</p>



<p>Come se la dignità di una donna valesse di più a seconda del cognome che porta.</p>



<p>È qui che la vicenda diventa ironicamente tragica: in Italia non basta essere vittima per meritare attenzione.&nbsp;</p>



<p>Devi essere una vittima “VIP”.&nbsp;</p>



<p>Maria Rossi di Voghera? Archivio.&nbsp;</p>



<p>Giorgia Meloni o Elly Schlein? Prima pagina, conferenza stampa, giro di vite immediato.&nbsp;</p>



<p>È la logica dello scandalo a intermittenza, che si accende solo quando a subire è qualcuno che conta.</p>



<p>Ma la verità è semplice: non c’è alcuna differenza tra le foto rubate a una premier e quelle di una studentessa di provincia.&nbsp;</p>



<p>Non cambia nulla.&nbsp;</p>



<p>La violenza è la stessa, il danno è lo stesso, la vergogna è la stessa.&nbsp;</p>



<p>Rubare un’immagine, diffonderla senza consenso, commentarla con disprezzo, è un atto che umilia e ferisce allo stesso modo.&nbsp;</p>



<p>Non importa se riguarda una premier, un’attrice o una studentessa.</p>



<p>E se ci vogliono vent’anni e una sfilza di denunce ignorate prima che qualcuno si accorga del problema, allora il vero scandalo non è “Mia Moglie” o<a href="http://phica.eu/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;Phica.eu</a>.<br>Il vero scandalo&nbsp;non sono i siti. Il vero scandalo è che per vent’anni non ci siamo accorti — o meglio, abbiamo fatto finta di non accorgerci — che le vittime non erano loro, ma tutti noi, come società.</p>



<p>In altre parole il vero scandalo siamo noi.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://webmail.aruba.it/smart/javascript/release/dojo/dojo/resources/blank.gif" alt=""/></figure>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://webmail.aruba.it/smart/javascript/release/dojo/dojo/resources/blank.gif" alt=""/></figure>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://webmail.aruba.it/smart/javascript/release/dojo/dojo/resources/blank.gif" alt=""/></figure>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://webmail.aruba.it/smart/javascript/release/dojo/dojo/resources/blank.gif" alt=""/></figure>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://webmail.aruba.it/smart/javascript/release/dojo/dojo/resources/blank.gif" alt=""/></figure>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://webmail.aruba.it/smart/javascript/release/dojo/dojo/resources/blank.gif" alt=""/></figure>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://webmail.aruba.it/smart/javascript/release/dojo/dojo/resources/blank.gif" alt=""/></figure>



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		<title>Taser o non Taser? Questo è il dilemma</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Aug 2025 06:38:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non so se sia una tara genetica, o una di quelle eredità che ci portiamo dietro da secoli, ma noi italiani sembriamo avere nel DNA il gusto della divisione e della polemica.Su tutto.Ci si accapiglia per la squadra del cuore,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p></p>



<p>Non so se sia una tara genetica, o una di quelle eredità che ci portiamo dietro da secoli, ma noi italiani sembriamo avere nel DNA il gusto della divisione e della polemica.<br>Su tutto.<br>Ci si accapiglia per la squadra del cuore, figuriamoci se non si litiga quando in ballo ci sono temi maledettamente seri.<br>Uno di questi è la sicurezza.<br>Eppure dovrebbe essere la base di ogni convivenza civile, un terreno comune.<br>Invece no: diventa il campo di battaglia preferito della politica, con la destra e la sinistra a rinfacciarsi slogan, come se si trattasse di un derby calcistico.<br>La domanda che mi faccio da sempre è semplice: possibile che i partiti non riescano a capire che la sicurezza dei cittadini non è un vezzo ideologico, ma una necessità concreta?<br>Che quella che viene bollata con disprezzo come “deriva securitaria” non è altro che la voce del Sior Piero e della Siora Maria, più preoccupati della loro casa e del loro quartiere che delle dispute filosofiche nei talk show?<br>È “deriva securitaria” impedire che un anziano, tornato dall’ospedale, trovi la sua casa occupata da abusivi e finisca letteralmente in strada?<br>È “deriva securitaria” dire che un comportamento violento va fermato, e che chi brandisce un coltello non si convince con carezze e rosari?<br>Il punto è che, spesso, certa sinistra fa fatica a riconoscere il ruolo cruciale delle forze dell’ordine.<br>Cosa che invece i progressisti di altri Paesi hanno capito benissimo: se lasci il tema della sicurezza alle destre, hai perso in partenza.<br>Perché la sicurezza non è una fissazione, è la preoccupazione prioritaria di qualsiasi cittadino normale.<br>Venendo all’attualità, negli ultimi giorni due persone sono morte dopo essere state fermate dai carabinieri con il taser, uno nell’hinterland genovese, l’altro ad Olbia.<br>Subito i quattro militari finiscono sotto inchiesta, e subito si riapre il teatrino politico: arma da difesa o strumento di repressione?<br>Per chi non lo sapesse: il taser è una pistola che rilascia una scarica elettrica ad alto voltaggio e basso amperaggio.<br>Sia chiaro che non è un giocattolo, ma serve proprio a neutralizzare un soggetto violento senza dover ricorrere alla pistola vera.<br>E infatti lo usano già polizie di oltre cento Paesi, dagli Stati Uniti al Canada, dall’Australia al Regno Unito, dalla Germania alla Spagna, dalla Grecia alla Repubblica Ceca alla Finlandia.<br>In Italia ne abbiamo in dotazione circa cinquemila.<br>Che sia a rischio zero è ovvio che no.<br>Ma se uno scalmanato aggredisce con una bottiglia rotta, un coltello o un machete, e non si riesce a calmarlo e bloccarlo, le alternative realistiche sono solo tre: lasciare che faccia danni a cittadini e agenti, che dovrebbero difendersi a mani nude; sparargli con la pistola vera; usare il taser, peraltro con un protocollo da operetta che obbliga gli agenti ad avvertire prima il malintenzionato: “Attento, adesso ti sparo!”.<br>Non prendo neppure in considerazione certi commenti dell’on. Ilaria Salis: “Le forze dell’ordine dovrebbero essere formate per tutelare la sicurezza delle persone, limitando al minimo l&#8217;uso della forza …”.<br>Bene, d’accordo, ma come si blocca senza l’uso della forza un ubriaco armato?<br>Con la meditazione trascendentale?<br>Il problema vero è che in Italia la gestione della sicurezza resta sempre ostaggio dell’ideologia.<br>Se un agente usa la pistola, finisce sotto processo. Se insegue un malvivente, rischia un’incriminazione. Se usa il taser, viene comunque indagato.<br>Risultato? Qualsiasi scelta diventa quella sbagliata.<br>Qualcuno, fra cui anche dei poliziotti, hanno lanciato l’idea di introdurre il “BolaWrap”, un dispositivo di contenimento a distanza, progettato per immobilizzare temporaneamente un soggetto, attraverso il lancio di un laccio in Kevlar lungo circa 2,5 metri. Alle estremità del cavo sono presenti due ancore con quattro uncini ciascuna, che consentono al laccio di avvolgersi rapidamente attorno alle gambe o al torso del soggetto, impedendogli i movimenti.<br>Certo potrebbe sembrare la soluzione alternativa alla pistola elettrica. Ma in realtà rispetto al taser cambia poco: perché se il soggeto colpito cade in avanti e batte la testa, va al Creatore lo stesso.<br>Così, mentre noi litighiamo, la realtà resta lì, dura e semplice: i cittadini vogliono vivere tranquilli, e vogliono che chi li difende sia messo nelle condizioni di farlo.<br>Finché la politica preferirà i dogmi ideologici al buon senso, la cosiddetta “destra securitaria” potrà continuare a governare senza fatica.<br>Perché il cittadino medio, al netto delle chiacchiere, non vota contro chi gli dà, o gli promette, sicurezza.<br></p>
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		<title>Medici no vax: siamo su scherzi a parte? Il ministro Schillaci caccia i terrapiattisti dalla sanità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Aug 2025 06:54:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immaginate una Commissione mondiale di geografi incaricata di misurare la distanza tra Polo Nord e Polo Sud.Per spirito di pluralismo, qualcuno ci infila due terrapiattisti convinti: quelli che guardano le foto satellitari e vedono… Photoshop.E allora che si fa? Si<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Immaginate una Commissione mondiale di geografi incaricata di misurare la distanza tra Polo Nord e Polo Sud.<br>Per spirito di pluralismo, qualcuno ci infila due terrapiattisti convinti: quelli che guardano le foto satellitari e vedono… Photoshop.<br>E allora che si fa? Si mette ai voti la misura della Terra? E magari, per alzata di mano, la maggioranza decreta che il Pianeta è una pizza 4 stagioni, con l’emisfero Sud a base di carciofini.<br>Benvenuti nell’Italia del pluralismo a tutti i costi, anche a costo di sembrare ridicoli.<br>La vicenda della NITAG – la Commissione Scientifica che dovrebbe consigliare il Ministero sulle campagne vaccinali – è da manuale di commedia all’italiana.<br>Un organismo indipendente, con 22 esperti, nato per basare le decisioni su dati ed evidenze “scientifiche”, un luogo dove si decide se e come vaccinare i bambini o come prevenire un’epidemia.<br>Eppure dentro ci erano finiti, per “equilibri politici”, anche due medici diventati idoli dei No vax, Eugenio Serravalle e Paolo Bellavite, noti per avere espresso pubblicamente opinioni scettiche o quantomeno ambigue sui vaccini contro il COVID-19 e sui vaccini pediatrici.<br>Non a caso Francesca Russo, direttore della Prevenzione della Regione Veneto, dopo soli due giorni dalla nomina, ai primi di agosto aveva rinunciato alla designazione al NITAG, mettendo nero su bianco che la presenza di membri con posizioni antiscientifiche rendeva quella Commissione semplicemente indifendibile.<br>Due, non mille: bastano e avanzano per trasformare un Comitato scientifico in un’arena da talk show, dove l’uno vale uno, e l’epidemiologo si siede accanto al complottista col megafono.<br>Il ministro Orazio Schillaci, con un gesto di normalità (che in questo Paese allo sbando ormai sembra rivoluzionario), di fronte alla levata di scudi della comunità scientifica e di parte della politica, ha detto stop e ha sciolto la Commissione.<br>Via i terrapiattisti della sanità. Applausi.<br>Ma ecco la sorpresa: la Premier Giorgia Meloni, anziché dire “grazie” al suo Ministro, storce il naso.<br>E con lei una fetta del suo Partito, che pare ancora prigioniero di qualche cambiale elettorale firmata ai tempi delle piazze No vax.<br>Evidentemente, qualche vecchio debito con gli ambienti antivaccinisti non è stato ancora estinto. Certo potremmo anche leggerlo come un incidente estivo, che però rischia di lasciare qualche strascico nella maggioranza che anche nel recente passato ha dovuto affrontare il pressing dell&#8217;anima “no vax” al suo interno: dalla nomina della Commissione d&#8217;inchiesta sul Covid, alla decisione dell&#8217;Italia di non aderire al nuovo regolamento sanitario dell&#8217;Oms, fino al piano pandemico ancora non approvato.<br>Così, il “pluralismo” diventa l’alibi per mantenere aperta la porta agli apprendisti stregoni della scienza.<br>Come dire: se invitiamo Pasteur, invitiamo anche lo sciamano col tamburo, non si sa mai che porti qualche “spunto alternativo”.<br>Il pluralismo è una cosa seria, ci mancherebbe; ma non può diventare il bancone di un’osteria dove tutte le opinioni hanno lo stesso prezzo.<br>Altrimenti, domani, per coerenza, toccherà mettere i seguaci di Nostradamus nelle commissioni meteorologiche ed i fan di Harry Potter in quelle di ingegneria aerospaziale.<br>E magari qualcuno che ci dica pure che la bacchetta magica è una valida alternativa al vaccino.<br>Il problema non è il dibattito: la scienza vive di contraddittorio. Il problema è la caricatura. Perché quando un Governo difende il diritto dei No vax a sedere in una Commissione scientifica, non difende la libertà di pensiero.<br>Difende la superstizione, la propaganda, il folklore.<br>È come affidare l’Istituto Geografico Militare ad un gruppo di navigatori che giurano che “le mappe antiche dimostrano che Atlantide c’è”.<br>Il guaio è che i social hanno ormai sdoganato tutto: uno vale uno, l’esperto vale il barista, il virologo vale lo youtuber.<br>Il risultato? Un Paese che invece di vaccinarsi si cura con il bicarbonato.<br>E allora, cara Premier, diciamolo chiaro: questo non è pluralismo.<br>È populismo di bassa lega.<br>E se per tenere buoni i nostalgici del “io il vaccino non lo faccio perché me l’ha detto Facebook” si svende l’autorevolezza delle istituzioni scientifiche, allora sì: l’Italia rischia di diventare davvero quella pizza gigante di cui parlavamo all’inizio.<br>Ma non quattro stagioni: margherita.<br>Perché, diciamolo, in fondo è più facile da digerire.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Record di incidenti, colonna di 7 km dopo Montebello (VI): bollino rosso per rientri poco intelligenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Aug 2025 09:16:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ennesimo incidente sulla A4, un veicolo è uscito di strada e sta provocando code per 7 km tra Montecchio vicentino e Soave. C’è un mistero che ogni estate si ripete, puntuale come l’afa e le zanzare: perché mai milioni di<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Ennesimo incidente sulla A4, un veicolo è uscito di strada e sta provocando code per 7 km tra Montecchio vicentino e Soave. <br>C’è un mistero che ogni estate si ripete, puntuale come l’afa e le zanzare: perché mai milioni di italiani decidono di rientrare dalle ferie proprio di lunedì, il giorno peggiore di tutti? È come scegliere di fare la fila alle Poste il 2 gennaio o di andare all’Ikea il sabato pomeriggio: un gesto che sfida la logica.</p>



<p>Il lunedì, si sa, è già di per sé il giorno più odiato della settimana. Se poi ci aggiungiamo ore di code, clacson impazziti e bambini stanchi sul sedile posteriore, diventa un incubo collettivo. Eppure niente, ostinati, gli italiani tornano in massa proprio quel giorno. Forse perché l’idea di avere ancora la domenica intera in vacanza fa sentire meno colpevoli, forse perché “così fan tutti”, forse semplicemente perché il masochismo, da noi, è una forma d’arte.</p>



<p>Il risultato è sempre lo stesso: traffico paralizzato, autogrill presi d’assalto come se fossero oasi nel deserto, autostrade trasformate in parcheggi a cielo aperto. E mentre ci si lamenta della coda infinita, qualcuno in auto esclama la frase più ipocrita di sempre: “Mai più, l’anno prossimo partiamo in un altro giorno”. Ma puntualmente, dodici mesi dopo, eccoli di nuovo lì, incolonnati al casello di Chiusi come se fosse un rito sacro.</p>



<p>La verità è che basterebbe poco per salvarsi: rientrare il sabato, partire il martedì, o azzardare una notte di viaggio. Ma l’Italia non ama semplificarsi la vita. Anzi, sembra quasi godere nel complicarsela, trasformando il ritorno a casa in una maratona di pazienza e sopravvivenza. Così il bollino rosso diventa l’ultima cartolina dell’estate: un ricordo fatto non di mare, monti e tramonti, ma di clacson, code e aria condizionata a palla.</p>
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		<title>Estate 2025: italiani i nuovi poveri, non ci resta che piangere?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Aug 2025 06:02:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ferragosto è passato. Primi consuntivi dell’estate Baldo Umberto “È tempo che i gabbiani arrivino in città, L&#8217;estate sta finendo, lo sai che non mi va, Io sono ancora solo, non è una novità, Tu hai già chi ti consola, a<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Ferragosto è passato. Primi consuntivi dell’estate</p>



<p>Baldo Umberto</p>



<p>“È tempo che i gabbiani arrivino in città, L&#8217;estate sta finendo, lo sai che non mi va, Io sono ancora solo, non è una novità, Tu hai già chi ti consola, a me chi penserà…”<br>E’ una strofa del tormentone del 1985 con cui il duo “I Righeira” vinsero il Festivalbar, e di fatto era un inno alla fine dell’estate.<br>E avevano ragione loro: Ferragosto è andato, l’estate “ufficiale” reggerà ancora qualche giorno sulle brochure dei tour operator, ma nella testa degli italiani è già autunno.<br>La sabbia comincia a sembrare segatura, le granite hanno il sapore dell’acqua stagnante, e il mare diventa più un ricordo Instagram che una gioia reale.<br>Hai voglia a dire che settembre è ancora estate (ed è vero climaticamente), e che “le prenotazioni volano” (così almeno giurano gli operatori turistici per autoconvincersi).<br>Ma a chi vogliono darla a bere? In Italia il calendario è diverso: passata la metà di agosto cala il sipario, si chiude la baracca, scatta il richiamo della foresta; ma la foresta sono i palazzi grigi delle città, gli uffici ripartiti a metà, e le scuole da riaprire.<br>A questo punto credo che un primo bilancio della stagione si possa abbozzare, anche se non ufficiale: il draft, come direbbero in azienda.<br>La domanda è semplice: per cosa ricorderemo l’estate 2025?<br>Per il caldo direi proprio di no, perché nonostante tutti gli sforzi profusi dai negazionisti del climate change, ciascuno di noi il caldo estremo di questi giorni lo sente sulla propria pelle, ed ormai è chiaro che “ogni estate è la più calda di quelle passate, e la più fresca di quelle future”.<br>Ovviamente sul fattore climatico c’è poco da fare, poco da filosofeggiare: è così, è inutile prendersela, e non basta negarlo davanti a un mojito annacquato sotto l’ombrellone.<br>La vera novità è che la gente comincia a scappare in montagna, e forse tra un paio d’anni il “tormentone balneare” sarà sostituito da “fuga in malga”.<br>Ma torniamo alle spiagge.<br>Da sempre l’altare laico dell’italiano medio, che però quest’anno ha dimostrato un affetto un po’ più tiepido.<br>“Ferragosto senza il pienone: bene gli stranieri, in calo gli italiani”, immagino stiate pensando sia uno dei titoli che ci hanno accompagnato in queste ultime settimane.<br>Sbagliato: Si tratta del titolo del 17 agosto 2023 del più importante quotidiano economico del Paese (https://www.ilsole24ore.com/art/ferragosto-senza-pienone-bene-stranieri-italiani-calo-AFMD4kZ) , il che dimostra che il problema del calo degli italiani nei sacri bagnasciuga della Patria non è un problema del 2025.<br>La tendenza era già visibile negli anni scorsi.<br>E quindi per certi aspetti hanno forse ragione i balneari ad essersi sentiti quasi il bersaglio di questa estate, il classico capro espiatorio (avete notato che nemmeno i politici amici li hanno difesi?).<br>Certo, la questione delle concessioni e dei prezzi da rapina resta.<br>Un ombrellone in certe località costa più di un leasing auto, ed un piatto di spaghetti alle vongole rischia di finire al vaglio della Guardia di Finanza.<br>Ma sarebbe riduttivo dire che è tutta colpa dei listini delle spiagge.<br>Non è un fulmine a ciel sereno! Come abbiamo visto già nel 2023 i giornali scrivevano “Ferragosto senza pienone”.<br>Solo che i balneari hanno fatto orecchie da mercante. E adesso piangono lacrime di coccodrillo, mentre chiedono pietà come se fossero loro le vittime.<br>Il punto vero è che sempre più famiglie scoprono che una settimana di vacanza al mare equivale ad un mese di stipendio.<br>E qui casca l’asino. Perché gli italiani non sono scemi (anche se a volte si impegnano per sembrare tali).<br>Hanno capito che una settimana di mare vuol dire sacrificare tra il 10% e il 17% del reddito annuo. Una follia. Non è più “villeggiatura”, è autolesionismo.<br>Con buona pace delle foto di Ferragosto da postare sui social, il bilancio familiare non perdona.<br>Negli ultimi anni i costi sono saliti in modo costante; nel 2025 addirittura tra il 5% e il 20% in quasi tutti i comparti; strutture ricettive, ristoranti, stabilimenti, trasporti.<br>Risultato? La vacanza estiva rischia di diventare un lusso per pochi, e non parlo dei soliti yacht attraccati a Porto Cervo.<br>E se gli operatori turistici piangono oggi, forse farebbero meglio a guardare al domani: con stipendi fermi ed inflazione che viaggia “sottotraccia”, il futuro promette lacrime amare.<br>Già, perché i numeri ufficiali raccontano di un’inflazione stabile all’1,7%.<br>Peccato che nei supermercati gli alimentari, soprattutto frutta e verdura, aumentino in percentuali ben più elevate, e nei voli aerei le tariffe sembrino quelle di un’asta Sotheby’s.<br>Ma certo i nostri statisti in doppiopetto forse non hanno mai fatto la spesa, né prenotato un volo low cost a 600 euro.<br>Alla fine, la fotografia è questa: gli italiani, stretti tra redditi stagnanti e prezzi folli, hanno riscoperto la staycation, ovvero “restare a casa”.<br>Che suona meglio di “non ci possiamo permettere un tubo”, ma la sostanza è quella.<br>Insomma, l “estate che sta finendo” non è certo stata esaltante.<br>Per me quindi il bilancio provvisorio è semplice: sole rovente, portafogli vuoti, e illusioni finite.<br>Certo, a tenere in piedi il carrozzone ci sono gli stranieri.<br>Tedeschi, francesi, olandesi, americani, arabi, ora anche i russi, che spendono e spandono, dando ossigeno a spiagge e ristoratori (ed alla bilancia commerciale, con grande gioia di Meloni, Giorgetti e Santanché).<br>Ma la cosa che mi disturba molto e che sotto sotto percepisco un retrogusto amaro: un sapore di neocolonialismo turistico.<br>Un po’ quello che accadeva – e accade ancora – in Africa, dove i locali, poveri, restavano spettatori dei privilegi altrui.<br>Oggi i “poveri” siamo noi: italiani che guardano le proprie spiagge diventare scenografie di lusso per altri, senza più il diritto di goderne davvero.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Trump/Putin tanti sorrisi ma nessun risultato sulla guerra in Ucraina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Aug 2025 07:32:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>(Dal The Newyorker) Niente esprime meglio la capacità di resistere all&#8217;aggressione russa che accogliere l&#8217;aggressore su un tappeto rosso e applaudirlo. Venerdì, Donald Trump ha fatto entrambe le cose all&#8217;inizio del suo vertice in Alaska con Vladimir Putin. Questo saluto<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>(Dal The Newyorker) Niente esprime meglio la capacità di resistere all&#8217;aggressione russa che accogliere l&#8217;aggressore su un tappeto rosso e applaudirlo. Venerdì, Donald Trump ha fatto entrambe le cose all&#8217;inizio del suo vertice in Alaska con Vladimir Putin. Questo saluto trionfale è stato seguito da numerose strette di mano amichevoli, una o due cordiali pacche sul braccio e un passo amichevole oltre una schiera di caccia americani F-22 alla base congiunta Elmendorf-Richardson. Quando i due sono arrivati a distanza di voce dalla stampa americana, un po&#8217; di dura realtà si è fatta strada. &#8220;Presidente Putin, smetterà di uccidere civili?&#8221;, ha gridato qualcuno. Ma, nel milleduecentosessantottesimo giorno dall&#8217;invasione russa dell&#8217;Ucraina, Putin e Trump non hanno mai vacillato nella stucchevole cordialità con cui si erano salutati per il loro primo incontro in sei anni. Putin ha mimato di non essere riuscito a sentire la domanda e ha alzato le spalle. In un istante, Trump lo accompagnò per un giro apparentemente improvvisato sulla sua limousine presidenziale; le immagini della Bestia che procedeva lentamente verso la sede dove si sarebbero tenuti i loro colloqui formali mostravano Putin, attraverso il finestrino, con un ampio sorriso.</p>



<p>Quando sono riemersi , poco più di tre ore dopo, dopo una sessione più breve del previsto che non includeva il pranzo previsto, l&#8217;ammirazione reciproca continuava a fluire liberamente. Entrambi sorridevano. Trump si è concesso ai media in un&#8217;esaltazione per il &#8220;fantastico rapporto&#8221; che aveva sempre avuto con Putin e ne ha elogiato  la &#8220;profondissima&#8221; dichiarazione di apertura. Putin, se possibile, è stato più esagerato di Trump, elogiando l&#8217;impegno personale del presidente americano nel &#8220;perseguire la pace&#8221;, come recitava il logo proiettato sul palco alle loro spalle. Putin ha fatto persino leva sull&#8217;odio di Trump per il suo predecessore, Joe Biden, adottando il suo punto di vista secondo cui la guerra con l&#8217;Ucraina non sarebbe mai scoppiata se Trump, e non Biden, fosse stato il presidente americano. Dopo venticinque anni al potere, l&#8217;ex agente del K.G.B. L&#8217;agente ha imparato bene come accarezzare l&#8217;ego della sua quinta controparte statunitense.</p>



<p>Ciò che Putin non ha offerto, tuttavia, è ciò che Trump chiede, senza successo, da mesi: un cessate il fuoco nella guerra della Russia con l&#8217;Ucraina. &#8220;Non c&#8217;è accordo finché non c&#8217;è un accordo&#8221;, ha riconosciuto Trump nel suo breve intervento. Mentre parlava di &#8220;grandi progressi&#8221; e Putin accennava ad accordi non specificati che erano stati raggiunti, &#8220;non ci siamo arrivati&#8221;, ha ammesso Trump. E questo è tutto. Dopo dodici minuti, e senza una sola domanda, la conferenza stampa si è aggiornata, lasciando i giornalisti sbalorditi a interpretare l&#8217;esito criptico: era davvero finita lì, dopo tutto il clamore di Trump?</p>
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		<title>L’estate dei “pinocchi”: il turismo è in crisi o no? Chi ha ragione tra operatori e Governo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Aug 2025 08:50:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Turismo in Italia: estate da record o crisi mascherata? L’estate 2025 in Italia racconta due storie apparentemente opposte. Da un lato, le cifre ufficiali parlano di un settore in piena salute: secondo il World Travel &#38; Tourism Council, la spesa<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Turismo in Italia: estate da record o crisi mascherata?</p>



<p>L’estate 2025 in Italia racconta due storie apparentemente opposte. Da un lato, le cifre ufficiali parlano di un settore in piena salute: secondo il World Travel &amp; Tourism Council, la spesa dei visitatori internazionali toccherà i 60,4 miliardi di euro, con un contributo totale al PIL di 237,4 miliardi, pari all’11 per cento dell’economia nazionale. Il Ministero del Turismo sottolinea inoltre come il nostro Paese sia leader nel Mediterraneo per tasso di saturazione nelle prenotazioni online e mantenga tariffe medie competitive rispetto a Grecia e Spagna.</p>



<p>Ma basta una passeggiata lungo molte spiagge italiane per percepire un’altra realtà. Albergatori e operatori balneari parlano di cali di presenze tra il 15 e il 25 per cento rispetto allo scorso anno. Anche nel cuore di agosto, in passato sinonimo di tutto esaurito, non mancano camere libere e ombrelloni vuoti. I prezzi elevati, uniti alla contrazione del potere d’acquisto delle famiglie, spingono molti italiani a ridurre le vacanze a pochi giorni o a rinunciare del tutto alla villeggiatura estiva.</p>



<p>Non tutto, però, è in flessione. Gli arrivi aerei tra giugno e settembre sono in crescita del 17,9 per cento, con 27 milioni di passeggeri, in gran parte stranieri. Anche il turismo montano segna incrementi, compensando in parte il calo delle località balneari. Nel complesso, secondo Demoskopica, il 2025 potrebbe chiudersi con oltre 65 milioni di presenze, in aumento rispetto al 2024, e con circa 30 milioni di italiani che faranno almeno una settimana di vacanza.</p>



<p>Come si spiegano allora queste immagini contrastanti? La chiave è nella distribuzione e nella tipologia della domanda. Crescono gli arrivi nelle città d’arte, nei borghi e in montagna, mentre le coste soffrono nei giorni feriali. Gli stranieri, spesso con maggiore disponibilità economica, viaggiano più a lungo, mentre gli italiani concentrano le partenze nei weekend. Così, le statistiche globali raccontano una ripresa, ma sul terreno molti operatori vivono settimane difficili.</p>



<p>In definitiva, hanno ragione sia il governo sia gli operatori: i primi se guardiamo ai dati complessivi, i secondi se osserviamo la quotidianità di alcune destinazioni. Per mantenere e distribuire meglio questa crescita, serviranno strategie mirate: rendere le vacanze più accessibili al ceto medio, destagionalizzare i flussi, e ampliare l’offerta oltre il mare. Solo così l’Italia potrà trasformare i record statistici in un benessere percepito da tutto il settore.</p>
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		<title>14 miliardi par el Ponte? Seto dove che te te lo poli me tare…</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Aug 2025 07:02:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chissà se, nei comizi che sicuramente terrà anche in terra veneta in vista delle prossime regionali, Matteo Salvini avrà l’ardire di vantarsi e magnificare la sua recente “grande opera”: il via libera alla costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina.Uso<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Chissà se, nei comizi che sicuramente terrà anche in terra veneta in vista delle prossime regionali, Matteo Salvini avrà l’ardire di vantarsi e magnificare la sua recente “grande opera”: il via libera alla costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina.<br>Uso la parola “ardire” non a caso.<br>Perché se è vero che, almeno sulla base della mia esperienza diretta, parlare con amici ed elettori storici della Lega in Veneto è ancora utile per tastare il polso dell’umore popolare, allora si può dire che a mio avviso l’entusiasmo per quest’opera non abbia ancora varcato il Po (ammesso che sia arrivato anche al Volturno o al Tevere, cosa di cui dubito).<br>A quanto sento, noi qui nel Nordest, più che respirare la storia, ci sentiamo presi per i fondelli.<br>Già, perché a parlare con vecchi leghisti, di quelli che votavano Bossi quando il sole sorgeva a Nord, il Ponte evoca più sbuffi che entusiasmi.<br>La domanda ricorrente è sempre la stessa: &#8220;Che ce ne frega a noi di un ponte che non vogliono nemmeno calabresi e siciliani?&#8221;<br>Oppure, nella versione più realista: &#8220;È l’ennesimo regalo a &#8216;ndrine, camorre e coop amiche.&#8221;<br>Difficile dar loro torto.<br>La Lega, quella vera, era roba da Nord produttivo, da battaglie fiscali, da federalismo e “Roma ladrona!”.<br>Oggi ci ritroviamo un Capitano che fa da testimonial ad un progetto da 13 miliardi (più iva, varianti in corso d’opera, rischio di infiltrazioni mafiose e sondaggi archeologici improvvisi).<br>Per cosa?<br>Per tentare di lasciare una firma nella storia, ora che della Lega restano solo i fasti di un tempo che fu?<br>Un monumento all’ego, scolpito in acciaio e cemento, per dimenticare il fallimento del Viminale, il tramonto del Papeete, la fuga degli elettori verso Meloni e Tajani?<br>E allora giù numeri roboanti: campata da 3.300 metri, torri da 400, altezza di 72 metri sul mare, il tutto per consentire il passaggio delle navi da crociera, che – come tutti sanno – sono la priorità dei trasporti pubblici italiani.<br>Roba che pare una brochure per miliardari emiratini, non un’infrastruttura pensata per un Paese con binari ancora a scartamento coloniale, e strade provinciali chiuse per frane dal 1993.<br>Il sospetto è che questo Ponte sia l’ennesimo giocattolo costoso di un politico in crisi d’identità, che ha già fallito su tutto: Autonomia? Saltata. – Federalismo? Sparito. – Stop sbarchi? Mai visto. – “Pieni poteri”? Ma dai… – Ronde padane? Solo nei sogni. – Diritto di sparare? Per carità. – Castrazione chimica? Non pervenuta.<br>Ora resta il Ponte. Il suo “Meccano” da adulto annoiato, pagato dagli italiani.<br>E mentre a Roma si stappa champagne per aver piazzato la prima pietra virtuale (sì, perché per ora di cantieri veri non si è visto nemmeno un piccone), i veneti si fanno due conti.<br>E così mentre il Capitano sogna l’eternità ingegneristica, il Nord ed il Veneto lo guardano con aria tra lo scettico e il preoccupato.<br>E non solo per i costi. Perché la domanda vera è un’altra: a chi serve davvero questo ponte?<br>Sicuramente non ai Sior Bepi e alle Siora Maria che, da buoni veneti con la calcolatrice in tasca ed il mutuo sulle spalle, si chiedono: quante Romee Commerciali si sarebbero potute costruire con quei soldi? Quante frane si sarebbero potute prevenire sul Fadalto o a Tai di Cadore? Quante strade di montagna messe in sicurezza? Quanti collegamenti ferroviari degni di un Paese moderno?<br>Invece niente.<br>E ci tocca sentire che l’Italia del futuro passa per Scilla e Cariddi, mentre in Sicilia si viaggia a 40 all’ora su rotaie ottocentesche, ed in Calabria si bestemmia ad ogni curva della statale 106 Jonica.<br>Il Veneto produttivo, che ogni anno versa miliardi a Roma senza fiatare (troppo), e con poche altre Regioni tiene in piedi tutta la “baracca romana”, si ritrova a finanziare un’opera che non solo non gli serve, ma che viene vissuta quasi come una provocazione.<br>Un “vezzo” politico da Sud, sbandierato come simbolo di modernità mentre, mi ripeto, la viabilità calabrese è da incubo, ed i treni siciliani sembrano quelli del Regno delle Due Sicilie.<br>E allora viene da chiedersi: davvero Salvini crede che nel Nord Est ci sia qualcuno disposto ad applaudire al Ponte?<br>Davvero pensa di poterlo sbandierare in campagna elettorale come fosse il nuovo miracolo padano?<br>Perché se così fosse, forse non conosce bene i suoi elettori.<br>Anzi, rischia pure, se dovesse provare a parlarne in qualche comizio a Rovigo o a Feltre, di trovarsi i maggiorenti della Liga Veneta che gli suggeriscono, fra gesti eloquenti e volti sbigottiti: “No Matteo, non toccare l’argomento Ponte di Messina, perché qui ci fai perdere voti!”<br>Potrebbe anche trovare qualcuno fra il pubblico che, maleducatamente ma in dialetto stretto, potrebbe suggerirgli un’altra destinazione per quel Ponte: «Matteo, sèto dove che te pòli mètartelo ch’el Ponte…?»<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Ferragosto, vacanze senza soldi: cala il mare sale l’Alaska!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Aug 2025 07:57:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Venerdì finisce la prima settimana d’agosto e, calendario alla mano, entriamo ufficialmente nel clou della stagione estiva: quella manciata di giorni attorno a Ferragosto che, per decenni, ha rappresentato il Sacro Graal delle ferie italiane.Erano i giorni del “non c’è<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Venerdì finisce la prima settimana d’agosto e, calendario alla mano, entriamo ufficialmente nel clou della stagione estiva: quella manciata di giorni attorno a Ferragosto che, per decenni, ha rappresentato il Sacro Graal delle ferie italiane.<br>Erano i giorni del “non c’è più neanche un buco di ombrellone”, del “abbiamo solo lo strapuntino vicino ai bagni chimici”, del “guardi, se vuole possiamo offrirle un lettino in spiaggia”.<br>Erano. Perché ora, signore e signori, non è più così.<br>Verso la fine di luglio ho scritto un pezzo titolato “Spiagge vuote e portafogli leggeri”, (https://www.tviweb.it/spiagge-vuote-e-portafogli-leggeri-cronache-balneari-dalla-decadenza-italiana/) che non era una metafora poetica: bensì la triste fotografia dell’Italia balneare 2025.<br>Evidentemente ho colpito nel segno, perché a quanto pare moltissimi lettori si sono riconosciuti nel racconto, in particolare nella difficoltà a scucire 150/180 euro per una giornata in spiaggia con la famigliola.<br>Sul caro spiagge, sul caro vacanze quindi non ci torno, perché mi sembra di avervi già detto tutto.<br>Ed anche perché ad oggi, con Ferragosto alle porte, mi sembra che la musica non sia cambiata.<br>Faccio un riassunto flash per fretta e stanchezza da caldo: “più presenze in montagna, meno al mare”.<br>Un mantra ripetuto ormai da ogni bollettino turistico, ma che ora assume i contorni della diagnosi medica.<br>Secondo i dati (non le chiacchiere da bar) del Sindacato Italiano Balneari, a luglio le presenze in spiaggia sono calate del 15%. Con punte da codice rosso del 25% in Emilia-Romagna e Calabria. Pure in Toscana e Lazio, il mare langue.<br>E in Veneto? Nessuno ha stappato lo spumante, tranquilli.<br>Certo, c’è chi si aggrappa all’ultima boa: “Aspettiamo agosto, qualcosa succederà”.<br>Sì, qualcosa succederà: dal 20 in poi la gente comincerà a fare le valigie e tornerà a casa.<br>Come sempre, come ogni anno.<br>Sarà per la scuola che apre a settembre, sarà per la tradizione, sarà perché Ferragosto è ancora il totem della vacanza all’italiana.<br>Fatto sta che la piena stagione ha i giorni contati. Dieci, quindici al massimo.<br>E so già cosa diranno i soliti ottimisti: “Ma ci sono località che registrano il pienone!”<br>Certo, come no. Anche una rondine ogni tanto vola in anticipo, ma non per questo possiamo dire che sia arrivata la primavera.<br>Ora, la domanda delle domande: ma davvero è tutta colpa del portafoglio sgonfio?<br>Sicuramente sì; i prezzi alle stelle, unitamente alle risorse sempre più risicate su cui possono contare le famiglie, sono un fattore determinante, ma non credo sia il solo.<br>La verità, per quanto scomoda, è che è cambiato il modo di fare vacanza.<br>Il modello “ombrellone fisso e castelli di sabbia” — mamma che legge Gente, papà che guarda la partita sul telefonino, bambini che scavano buche fino alla falda acquifera — sta andando in soffitta, o forse in montagna.<br>Perché diciamocelo: noi italiani siamo testoni. Abbiamo tempi di adattamento più lunghi di un trasloco ministeriale, e facciamo fatica a capire che oggi le ferie devono essere più “dinamiche”. Un paio di giorni al mare, e gli altri tre/quattro in giro a scoprire il territorio.<br>Ma qualcosa si sta muovendo.<br>L’effetto combinato della pandemia e del cambiamento climatico ha lasciato il segno.<br>Il Covid ci ha spinto verso la fuga dai luoghi affollati, ed il caldo africano ha reso la sabbia rovente degli arenili sempre meno accogliente.<br>Il risultato? Un autentico boom della montagna.<br>E non è finita.<br>Le temperature record del Mediterraneo, le immagini da apocalisse climatica, i temporali tropicali improvvisi… stanno convincendo anche gli altri europei che forse il Sud Europa non è più così desiderabile.<br>Nasce così il nuovo mantra del turismo 2.0: la “coolcation”.<br>Non è uno scioglilingua, ma il nuovo trend: vacanze fresche.<br>Fuga dai 40 gradi all’ombra verso climi nordici e rilassanti.<br>Gli inglesi — da sempre un termometro anticipato delle mode turistiche — già da qualche anno stanno prenotando voli per Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia, ed i più benestanti pure per Groenlandia e Alaska.<br>Non per vedere gli orsi polari, ma per stare sotto i 25 gradi.<br>Certo, oggi sembrano tendenze marginali.<br>Ma occhio: sono le crepe di un “sistema vacanziero” che sta per subire profonde modificazioni, se non per crollare.<br>Quel mondo in cui tutta l’Italia andava in ferie ad agosto, perché chiudeva la Fiat e mezza industria con lei, è ormai un reperto da museo etnografico.<br>E allora che fare?<br>Piangere sui numeri in calo serve a poco, specie se lo si fa con la crema solare negli occhi.<br>Il turismo climatico potrebbe diventare un’occasione.<br>Incentivare le mezze stagioni, allungare la durata dell’anno turistico, spalmare i flussi: ecco la ricetta.<br>Così si combatte l’overtourism, si dà respiro alle località, si smette di concentrare tutto in tre settimane per poi chiudere baracca.<br>Un sogno? Forse.<br>Ma in Italia, dove ogni cambiamento è visto come una bestemmia sussurrata, servirà un bello schiaffo per farci svegliare.<br>Come diciamo dalle nostre parti: “Co l’acua toca el culo, o se impara a noare, o se se nega.”<br>Ecco, l’acqua è già a mezza pancia. Decidete voi.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Veneto, la Lega non correrà da sola: il cerino di Zaia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Jun 2025 10:36:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alla fine, in Veneto, la Lega non correrà da sola. Nonostante la bocciatura del terzo mandato per Luca Zaia, che di fatto lo esclude dalla prossima corsa per la presidenza della Regione, il Carroccio non romperà l’alleanza con Fratelli d’Italia.<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Alla fine, in Veneto, la Lega non correrà da sola. Nonostante la bocciatura del terzo mandato per Luca Zaia, che di fatto lo esclude dalla prossima corsa per la presidenza della Regione, il Carroccio non romperà l’alleanza con Fratelli d’Italia. Una scelta obbligata più che strategica: rompere a Venezia significherebbe rompere anche a Roma, con la conseguente caduta del governo Meloni. Ed è un rischio che nessuno, nemmeno Matteo Salvini, può permettersi in questo momento.</p>



<p>Il governatore veneto esce da questa fase politica con un profilo indebolito, dopo anni in cui era stato accreditato come uno dei leader più apprezzati a livello territoriale, capace di catalizzare consenso trasversale. Ma Zaia, nonostante il consenso personale, non ha mai davvero cercato lo scontro con Salvini dentro la Lega. Ha scelto la strada della fedeltà, anche quando il vento interno al partito cambiava direzione. E oggi quella scelta lo penalizza.</p>



<p>Zaia ha avuto l’occasione, più volte, di porsi come alternativa a Salvini: durante la stagione del Covid, quando il suo approccio pragmatico e rassicurante gli aveva regalato picchi di popolarità superiori a quelli del segretario; oppure quando la Lega andava incontro a sonore batoste elettorali, e lui restava tra i pochi a salvare la faccia del partito. Ma non ha mai colto il momento per costruire una propria leadership nazionale. Ha preferito restare ancorato al Veneto, forte del suo fortino elettorale, convinto che il partito gli avrebbe riconosciuto il diritto alla continuità.</p>



<p>Così non è stato. Il terzo mandato non è passato, e la Lega non lo ha difeso fino in fondo. Salvini ha fatto il minimo sindacale. Fratelli d’Italia, dal canto suo, ha fatto valere la forza dei numeri e del momento: è il partito trainante del centrodestra, e non ha alcun interesse a rafforzare la figura di un governatore che può ancora insidiare la leadership meloniana sul fronte moderato.</p>



<p>E ora? La Lega cercherà un candidato “condiviso”, magari proprio da Salvini, cercando di conservare il Veneto senza rompere il patto nazionale. Ma per Zaia lo spazio si restringe. Non correrà da presidente. Non ha uno sbocco naturale nel governo. E la possibilità di guidare la Lega nazionale sembra ormai tramontata.</p>



<p>Resta un dato politico amaro: chi aveva il consenso per dettare la linea, ha scelto di non usarlo. E ora, come si dice, rischia di restare con il cerino in mano.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/veneto-la-lega-non-correra-da-sola-il-cerino-di-zaia/">Veneto, la Lega non correrà da sola: il cerino di Zaia</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Estate italiana? Coi prezzi assurdi non ci resta che la vacanza da patrioti: in casa col ventilatore!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Jun 2025 10:05:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Estate Italiana. “Vacanze da patrioti: a casa, col ventilatore” Puntuale come una tassa, come la cervicale d’inverno, o come l’alert della Banca quando il conto va in rosso, anche l’estate 2025 arriva portandosi dietro il suo carico di illusioni e,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>“Estate Italiana. “Vacanze da patrioti: a casa, col ventilatore”</p>



<p>Puntuale come una tassa, come la cervicale d’inverno, o come l’alert della Banca quando il conto va in rosso, anche l’estate 2025 arriva portandosi dietro il suo carico di illusioni e, soprattutto, di rincari.<br>Secondo il Codacons, chi vorrà concedersi una vacanza in Italia dovrà mettere in conto un aumento dei prezzi tra il 10 e il 20%.<br>Tradotto: se l’anno scorso ti sei potuto permettere con qualche sacrificio una settimana a Cesenatico, quest’anno ti conviene puntare ad un fine settimana in tangenziale.<br>Ora, i conti non tornano.<br>Perché mentre l’inflazione europea, quella ufficiale, quella certificata da Eurostat, e quindi verissima, mica come le bollette, è ferma al 2,2%, il listino delle vacanze italiane sembra redatto da uno che ha sbagliato Continente.<br>O qualcuno ci prende per il culo, e allora l’inflazione “vera” è un’altra, o, ed è l’ipotesi più probabile, i soliti noti, dai gestori di stabilimenti balneari ai ristoratori creativi, dagli affitta-ombrelloni agli albergatori illuminati, hanno deciso che anche quest’anno il turista italiano è una piñata da colpire finché esce l’ultimo spicciolo.<br>La scusa ufficiale?<br>“Eh, i costi aumentano…..”.<br>Certo. Ma strano che aumentino sempre e solo nei settori dove si può lucrare di più, magari anche non emettendo qualche scontrino fiscale.<br>Non si è mai visto un ristoratore abbassare i prezzi perché la corrente è calata.<br>No, lì l’aumento è una legge naturale, tipo la gravità.<br>E guai a fiatare: se chiedi il perché di un piatto di spaghetti a 24 euro ti rispondono con lo sguardo di chi ha appena cucinato con le mani di Bottura e le lacrime di Cannavacciuolo.<br>Nel frattempo, il Governo – sì, quello dei patrioti, del “prima gli italiani!”, del “carovita sotto controllo” – si gode il fresco dei palazzi romani mentre i sudditi si organizzano per un’estate a chilometro zero.<br>Zero spiaggia, zero relax, zero ferie.<br>È tutto un “orgoglio nazionale”, un “turismo strategico”, ma alla fine il messaggio è semplice: se sei italiano e vuoi andare in vacanza, sei fuori target.<br>Mah, forse sarà la forma del nuovo patriottismo economico: “prima i turisti (ricchi)”.<br>Del resto, gli italiani sono troppo complicati: si lamentano, cercano sconti, vorrebbero la ricevuta fiscale, e magari pretendono pure il parcheggio gratuito.<br>Molto meglio il turista tedesco o americano che paga e tace, e magari pensa che 40 euro per una frittura sia il prezzo “esperienziale”.<br>Così le ferie estive diventano una missione impossibile per molti italiani: prenotazioni da brivido, prezzi da rapina, e il solito mantra degli operatori turistici: “Eh ma c’è tanta richiesta, sa com’è…”.<br>Un vero inno al libero mercato, che fatta la parafrasi si legge: facciamo il prezzo che ci pare, e non rompeteci i coglioni!<br>Poi si scopre che non tutti quei soldi restano in Italia. Un bel pezzo si perde per strada, tra evasione fiscale, lavoro in nero e affitti in contanti. Ma guai a parlarne: stai rovinando la stagione, sei anti-italiano, sei un gufo!.<br>O peggio: non capisci il valore del turismo.<br>Di questi tempi l’unico “Open to meraviglia” è lo sguardo degli italiani quando scoprono che sempre più famigliole tedesche od olandesi si fanno due settimane in Salento, mentre loro possono aspirare a un paio di giorni in un B&amp;B con vista parcheggio e colazione con tortina confezionata.<br>L’Italia sta diventando la Florida dell’Europa, il suo parco giochi.<br>Il problema è che noi, i padroni di casa, non possiamo più permetterci il biglietto d’ingresso.<br>Ce lo dicono sottovoce, ma è così: la priorità è attirare gli stranieri, perché portano soldi, non fanno domande e si fanno “inchiappettare” senza fiatare dai nostri solerti operatori turistici.<br>E se per riuscirci dobbiamo sacrificare un po’ di italiani, pazienza.<br>È il mercato, bellezza.<br>Così va l’Italia sotto il cielo dell’estate: stranieri al mare, italiani al supermercato con l’aria condizionata.<br>I primi si godono le nostre coste, i secondi guardano i post su Instagram mangiando insalata di riso. Tutto regolare, tutto previsto.<br>A forza di rincari, ci stanno portando dritti dritti verso il concetto di vacanza virtuale: uno si mette in salotto, chiude le finestre, si accende un ventilatore, spruzza un po’ di crema solare e ascolta su YouTube le onde del mare.<br>Costa meno, e nessuno ti chiede 30/40 euro per due lettini e un ombrellone sbiadito del 2007.<br>Complimenti vivissimi. L’estate italiana, quella delle “notti magiche” resta sempre un sogno.<br>Peccato che per gli italiani stia diventando sempre più un incubo.</p>
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		<title>IL GRAFFIO &#8211; “Fuori gli americani dal Veneto! Ma chi vi vuole?”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Mar 2025 18:20:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Luca Faietti ISCRIVITI AL CANALE WHATSAPP DI TVIWEB PER RIMANERE SEMPRE AGGIORNATO CLICCA QUI Prima Donald Trump ci definisce “parassiti” perché, a suo dire, l’Europa si approfitta della generosità degli Stati Uniti. Poi, come se nulla fosse, Jeff Bezos<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p><strong><em>di Luca Faietti</em></strong></p>



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<p>Prima Donald Trump ci definisce “parassiti” perché, a suo dire, l’Europa si approfitta della generosità degli Stati Uniti. Poi, come se nulla fosse, Jeff Bezos – uno di quei magnati della Silicon Valley che di certo non ha problemi a permettersi un ranch in Texas – decide di venire a Venezia per il suo matrimonio, trasformando la città in una dependance privata.</p>



<p>Ecco, caro Bezos, visto che hai appoggiato la politica di Trump, se siamo davvero un peso per l’America, perché hai scelto proprio l’Italia per il tuo giorno più importante? Il Texas non andava bene? Un bel matrimonio country con Trump e J.D. Vance come testimoni d’onore, magari tra un rodeo e un barbecue, sarebbe stato perfetto! Ma no, meglio Venezia, che evidentemente da “parassita” si trasforma in una location da sogno.</p>



<p>Nel frattempo, la Serenissima viene messa sotto assedio per tre giorni: gondole sequestrate, calli blindate, cittadini costretti a subire l’ennesima invasione, ma stavolta non dai turisti fai-da-te col panino nello zaino, bensì da super-ricchi con yacht da mille metri. Un copione già visto, ma che continua a farci storcere il naso.</p>



<p>Quindi, cari oligarchi della big tech: se l’Europa è un problema, fateci un favore, sposatevi altrove. Magari in Florida, a bordo di un razzo diretto su Marte.</p>
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		<title>IL GRAFFIO &#8211; Nicolai Lilin e l’apologia della violenza: perché difendiamo Luca e Paolo (e Mattarella)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Mar 2025 16:07:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Luca Faietti Nel panorama culturale italiano, da sempre segnato da una tradizione di confronto acceso ma fondato su principi democratici e di tolleranza, l’intervento dello scrittore Nicolai Lilin sul caso di Luca e Paolo ha rappresentato un’inquietante deviazione dal<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>di Luca Faietti</p>



<p>Nel panorama culturale italiano, da sempre segnato da una tradizione di confronto acceso ma fondato su principi democratici e di tolleranza, l’intervento dello scrittore Nicolai Lilin sul caso di Luca e Paolo ha rappresentato un’inquietante deviazione dal normale dibattito pubblico. L’autore russo, noto per la sua vicinanza alle posizioni del Cremlino, si è reso protagonista di dichiarazioni che evocano scenari di violenza e repressione, concetti che mal si sposano con la nostra cultura mediterranea, improntata all’ironia e al dissenso civile.</p>



<p>Lilin, intervenendo sulle parole dei due attori liguri che avevano difeso il Presidente Mattarella, e preso in giro chi raccoglieva firme contro di lui, ha fatto riferimento a una punizione fisica, evocando l’idea di “sfondare crani” a chi non la pensa come lui. Un’espressione che, se fosse stata pronunciata in un contesto russo contro il potere, avrebbe probabilmente comportato conseguenze ben più gravi per chi l’ha pronunciata. Ma qui, in Italia, Lilin può permettersi certe uscite senza timore di repressioni, sfruttando proprio quella libertà di espressione che in Russia è sempre più negata.</p>



<p>Le affermazioni di Lilin non sono un caso isolato. Da tempo, personaggi filo-russi tentano di legittimare una visione del mondo fondata sulla forza e sulla negazione del dissenso. Questo tipo di narrazione, che spesso fa leva su un certo fascino per la brutalità e il militarismo, non ha nulla a che vedere con i principi di una società democratica, dove il confronto tra idee deve restare civile e non scivolare nella minaccia o nell’intimidazione.</p>



<p>Se Lilin difende a spada tratta il regime putiniano, dovrebbe avere il coraggio di applicare gli stessi principi a se stesso: nella Russia che tanto ammira, una critica aperta al potere con toni così accesi non verrebbe tollerata. Paradossalmente, egli approfitta della libertà occidentale per diffondere una visione che, se attuata, limiterebbe proprio quella libertà di cui gode.</p>



<p>La cultura italiana è un’altra cosa.<br>La nostra tradizione politica e culturale è basata su un concetto di confronto spesso aspro, ma che raramente sfocia nella violenza. L’ironia, il sarcasmo e la satira hanno da sempre rappresentato strumenti di critica efficaci e profondamente radicati nella nostra società. È proprio questa capacità di dissacrare il potere senza ricorrere alla violenza che distingue l’Italia da quei regimi autoritari che, come quello russo, Lilin sembra voler difendere.</p>



<p>L’Italia non può accettare che il linguaggio della violenza diventi un elemento legittimo del dibattito pubblico. Le parole hanno un peso, e normalizzare concetti come la punizione fisica per chi dissente è un passo pericoloso verso la perdita di quei valori democratici che ci contraddistinguono. Se Lilin vuole davvero difendere un modello autoritario e repressivo, ha già una patria che lo rappresenta: la Russia di Putin. Ma qui, in Italia, abbiamo scelto un’altra strada, fatta di libertà di pensiero, confronto e, sì, anche di quell’ironia che certi autocrati non riusciranno mai a comprendere.</p>
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		<title>Vicenza-Padova: il derby veneto del calcio. Ecco perché vinceranno i biancorossi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Feb 2025 11:31:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
		<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il derby tra Vicenza e Padova non è solo una partita di calcio: è una sfida storica, un evento che infiamma gli animi dei tifosi e divide una regione intera. Con due squadre blasonate che rappresentano due città ricche di<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Il derby tra Vicenza e Padova non è solo una partita di calcio: è una sfida storica, un evento che infiamma gli animi dei tifosi e divide una regione intera. Con due squadre blasonate che rappresentano due città ricche di tradizione calcistica e culturale, ogni incontro tra Vicenza e Padova è una battaglia sul campo. Ma questa volta, ci sono buoni motivi per credere che sarà il Vicenza a trionfare. Ecco perché.</p>



<p></p>



<p>Il Vicenza si presenta al derby in un momento positivo della stagione, con una serie di risultati utili, a parte l’ultimo inciampo a Salo’, che hanno dato fiducia e morale alla squadra. Negli ultimi incontri, i biancorossi hanno mostrato un gioco fluido, organizzato e aggressivo, caratteristiche fondamentali in un match così sentito. La solidità difensiva, unita alla capacità di sfruttare al meglio le occasioni offensive, è un’arma importante contro un Padova che ha faticato a trovare continuità.</p>



<p></p>



<p>Giocare al “Romeo Menti” è un fattore decisivo. Lo stadio di Vicenza è noto per il suo calore e per l’atmosfera unica che i tifosi sanno creare. Il derby sarà sicuramente giocato davanti a una cornice di pubblico straordinaria, e i supporter vicentini, sempre numerosi e rumorosi, sapranno trasformare il Menti in una vera e propria bolgia. Questo supporto può fare la differenza nei momenti decisivi della partita.</p>



<p></p>



<p>Il Vicenza può contare su giocatori di grande esperienza e qualità, capaci di risolvere le partite con giocate individuali. La coppia d’attacco si sta dimostrando una delle più temibili del campionato, mentre il centrocampo garantisce equilibrio e creatività. Occhi puntati su alcuni leader in campo, come il capitano e i giovani talenti che hanno dimostrato di sapersi esaltare nelle partite importanti.</p>



<p></p>



<p>Nei derby, spesso, a fare la differenza non sono solo i valori tecnici, ma anche la motivazione, il cuore e la determinazione. E il Vicenza, con il suo forte legame con la città e i tifosi, sembra essere più affamato di vittoria rispetto agli avversari. I giocatori sono consapevoli dell’importanza della partita e faranno di tutto per regalare una gioia indimenticabile al loro pubblico.</p>



<p></p>



<p>Dall’altra parte, il Padova arriva al derby con qualche difficoltà. Tra infortuni, un rendimento altalenante e una certa fragilità difensiva mostrata nelle ultime settimane, i biancoscudati sembrano avere più problemi da risolvere rispetto al Vicenza. Inoltre, la pressione di affrontare il derby fuori casa potrebbe pesare psicologicamente sulla squadra padovana.</p>



<p></p>



<p>Il derby è sempre una partita imprevedibile, ma il Vicenza ha tutte le carte in regola per imporsi: forma, pubblico, qualità individuali e una motivazione che difficilmente si vede in altri match. I biancorossi hanno l’occasione di scrivere un’altra pagina importante nella loro storia e di dimostrare la loro superiorità contro i rivali storici.</p>



<p>I tifosi vicentini possono già preparare le bandiere: questa volta il derby parla biancorosso.</p>
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		<title>Fenomenologia di Moise Kean: dal flop bianconero al bomber viola</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Feb 2025 09:36:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
		<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Firenze non lo voleva, o almeno non lo desiderava con entusiasmo. Moise Kean, il ragazzo cresciuto tra i riflettori e le critiche, sembrava l’ennesima scommessa destinata a infiammare il dibattito più che il campo. Eppure, oggi, i tifosi viola esultano<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p></p>



<p>Firenze non lo voleva, o almeno non lo desiderava con entusiasmo. Moise Kean, il ragazzo cresciuto tra i riflettori e le critiche, sembrava l’ennesima scommessa destinata a infiammare il dibattito più che il campo. Eppure, oggi, i tifosi viola esultano per il loro nuovo bomber, capace di far meglio persino di Batistuta nelle sue prime stagioni con la maglia della Fiorentina. Ma com’è possibile che lo stesso attaccante che alla Juventus faticava a trovare la porta ora sia diventato una macchina da gol?</p>



<p>Il Moise Kean versione bianconera era un enigma. Alternava sprazzi di talento a lunghi periodi di anonimato. In due anni di ritorno alla Juventus, tra il 2021 e il 2023, ha segnato appena 13 gol in Serie A, un bottino misero per un attaccante di una squadra di vertice. Colpa sua? Colpa di Allegri? O, forse, colpa di un contesto che non ha mai creduto fino in fondo in lui?</p>



<p>Alla Juve Kean non ha mai avuto un ruolo definito: prima punta di riserva, esterno adattato, arma da usare nei momenti di emergenza. Il risultato? Prestazioni opache e una fiducia sempre più in calo.</p>



<p>Quando la Fiorentina ha bussato alla porta con un’offerta da 13 milioni più bonus, Giuntoli non ha esitato: un affare che generava plusvalenza e liberava spazio in rosa per nuovi investimenti. Anche Thiago Motta, futuro allenatore bianconero, non ha opposto resistenza: Kean non rientrava nei suoi piani. Decisione giusta? I numeri dicono il contrario.</p>



<p>Arrivato tra lo scetticismo generale, Kean si è trasformato nel fulcro offensivo della Fiorentina. Sotto la guida di Raffaele Palladino (che ha sostituito Italiano a inizio stagione), ha trovato una squadra che gioca per lui, che lo valorizza e che gli dà quella continuità che alla Juve gli era sempre mancata. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: 15 gol in campionato, una media realizzativa spaventosa e il paragone, sempre più insistente, con Batistuta.</p>



<p>Chi ha sbagliato? </p>



<p>La Juventus ha sottovalutato il potenziale del giocatore, svendendolo per una cifra irrisoria rispetto al suo valore attuale.</p>



<p>Thiago Motta non ha ritenuto Kean utile al suo progetto, magari senza considerare che il problema non era il giocatore, ma il contesto in cui si trovava.</p>



<p>Kean stesso a Torino non aveva la mentalità giusta, forse si sentiva poco apprezzato e non riusciva a esprimersi al meglio.</p>



<p>A prescindere da chi abbia sbagliato, una cosa è certa: Firenze ha trovato un nuovo idolo. Kean ha saputo trasformare il rifiuto in motivazione, il dubbio in certezza, il disprezzo in applausi. E mentre la Juventus si interroga su una cessione che potrebbe diventare un rimpianto, la Curva Fiesole si gode il suo nuovo bomber. Chi lo avrebbe mai detto?</p>
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		<title>Concerto di San Silvestro a Vicenza: una nota stonata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jan 2025 09:59:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Gossipando]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tutto esaurito? Sì. Tutto bene? No. È polemica riguardo il Concerto di San Silvestro firmato Orchestra Teatro Olimpico a Vicenza. Si dice che le difficoltà economiche abbiano costretto a tagli del budget, ad esempio nel cambio della guida sul palco<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Tutto esaurito? Sì. Tutto bene? No. È polemica riguardo il Concerto di San Silvestro firmato Orchestra Teatro Olimpico a Vicenza. Si dice che le difficoltà economiche abbiano costretto a tagli del budget, ad esempio nel cambio della guida sul palco con una nuova presentatrice che non a tutti è piaciuta o per la composizione della orchestra o, ancora, per le immagini trasmesse che non hanno portato ad una visione d’insieme del palco, o, inoltre, per le arie non molto popolari di Puccini. Tante polemiche. Ed una domanda. Possibile che non si comprenda come contenere i budget, a volte, significhi far perdere credibilità ad un evento? E che sia più il danno di immagine che economico? Buon anno. </p>
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		<title>Anno nuovo, problemi vecchi: manca i “schei”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jan 2025 09:02:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>All’appello manca solo l’Epifania, ma si sa che la Befana è una festa che coinvolge quasi esclusivamente i più piccoli, che ancora credono alla vecchietta che, volando su una scopa, porta doni ai buoni e cenere e carboni ai cattivi.&#160;<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>All’appello manca solo l’Epifania, ma si sa che la Befana è una festa che coinvolge quasi esclusivamente i più piccoli, che ancora credono alla vecchietta che, volando su una scopa, porta doni ai buoni e cenere e carboni ai cattivi.&nbsp;</p>



<p>Per gli altri, dopo la sbornia (e non parlo solo di vino e alcolici) delle festività di Natale e Fine anno, dopo i balli, dopo i concerti in piazza, dopo le promesse di essere migliori, dopo le speranze di un anno migliore di quello appena trascorso, c’è la consapevolezza che di fatto i problemi del 1° gennaio sono gli stessi del 31 dicembre.</p>



<p>E dopo essersi resi conto che le difficoltà non svaniscono magicamente con il brindisi di mezzanotte, giocoforza si ricomincia quindi a guardare avanti, appunto a quelle problematiche&nbsp;&nbsp;&nbsp;economiche, sociali e personali&nbsp;&nbsp;che continuano a seguirci, e a dirci che il calendario altro non è che&nbsp;&nbsp;un’illusione di cambiamento.</p>



<p>Ed il primo problema resta sempre quello degli “schei”, che sono sempre insufficienti alla bisogna.</p>



<p>Come sempre il 2024 si è chiuso con l’approvazione della legge di Bilancio, con un voto di fiducia come ormai accade dal lontano 2018, e con lo strascico delle solite proteste dell’opposizione (forse varrebbe la pena prendere atto che qualche aggiustamento alla Costituzione più bella del mondo sarebbe ormai necessario).</p>



<p>Onestamente non è una Finanziaria che fa sognare. E per il terzo anno consecutivo si palesa in modo evidente che le promesse elettorali dei “patrioti” che ci governano sono state di fatto disattese.</p>



<p>Certo sono state ripristinate le “regole di bilancio europee”, si devono ancora scontare le follie (e le decine di miliardi) del Superbonus 110%, ma da liberale permettetemi di dire che forse si poteva osare di più sul fronte di una profonda revisione della spesa, soprattutto di quella assistenziale.</p>



<p>Ma si sa che sussidi e bonus, unitamente a flax tax e condoni, sono la strada maestra dei nostri Demostene, ed eventuali tagli andrebbero contro la ricerca politica del consenso.</p>



<p>Quindi ragazzi, mettiamocela via, al di là delle parole, delle fanfaronate, delle sparate per avere i titoli dei giornali, la strada resterà quella ben collaudata fin dall’epoca dell’Impero Romano; “panem et circenses”.</p>



<p>Trovo comunque giusto riconoscere a Giancarlo Giorgetti, a capo del Ministero che più di ogni altro subisce l’”assalto alla diligenza” delle lobbies economico-industriali e dei Parlamentari, di aver saputo tenere la “barra dritta” sul deficit.</p>



<p>C’è da augurarsi che ci riesca anche in occasione delle prossime due leggi di bilancio, quando l’avvicinarsi delle elezioni indurrà tutti a incalzare il Ministero per avere più soldi da elargire in regalie e spese improduttive a scopo elettorale.</p>



<p>Il 2025 non si presenta per l’industria italiana come un anno facile, avendo per di più alle spalle due anni interi di contrazione della produzione industriale.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>La prima cosa che viene in mente è il settore Automotive, con 70.000 posti di lavoro coinvolti, ma da mesi i Vertici delle Associazioni degli industriali lanciano segnali di allarme per l’intero comparto della Manifattura, che nel bene e nel male, con l’export, contribuisce in maniera determinante al nostro Pil.</p>



<p>Questa criticità sembra non allarmare più di tanto il Governo, che non si stanca mai di sempre a ricordare che Turismo e Servizi continuano a crescere….</p>



<p>Sarà che si tratta di settori a basso valore aggiunto, dove non si chiedono certo alte professionalità (sicuramente piuttosto che niente meglio piuttosto), ma mi auguro che i nostri Demostene non vedano per i giovani&nbsp;&nbsp;italiani un futuro di camerieri, facchini, bagnini ed affittacamere (sovente abusivi).&nbsp;</p>



<p>Vedrete che quando aumenteranno le ore di cassa integrazione, e molte aziende chiuderanno i battenti, cambieranno anche spartito e musica nei palazzi romani.</p>



<p>Ma intimamente legato all’economia dell’Europa, e inevitabilmente anche dell’Italia, c’è il problema della sicurezza, drammaticamente tornato alla ribalta, dopo 80 anni di pace, con l’aggressione russa all’Ucraina.</p>



<p>Su tale tema si imporranno scelte drammatiche, e sicuramente impopolari.</p>



<p>I cultori di storia ricorderanno che&nbsp;nel 1938, Benito Mussolini chiese retoricamente alla folla se volesse “burro o cannoni”: e la risposta, come è noto, cadde infaustamente sulla seconda alternativa.</p>



<p>Non dico che vedremo Giorgia Meloni sul balcone di palazzo Chigi proporre lo stesso dilemma agli italiani, anche perché ci ha pensato Donald Trump, fra pochi giorni nuovo Presidente Usa, a porre la questione,&nbsp;&nbsp;facendo trapelare che chiederà ai Paesi della Nato di aumentare le spese per la difesa fino a raggiungere il 5% del Pil (l’Italia impiega meno del 2%).</p>



<p>A riproporre la problematica ci ha poi pensato&nbsp;il Segretario Generale della Nato, Mark Rutte, sottolineando che i Paesi europei destinano in media il&nbsp;25% del PIL&nbsp;a sanità e pensioni, ed insistendo sulla necessità di&nbsp;riallocare&nbsp;una parte di questi fondi per rafforzare gli armamenti.</p>



<p>Parole chiare quelle di Rutte: “Non siamo in guerra, ma nemmeno in pace. La nostra&nbsp;deterrenza&nbsp;funziona per ora, ma guardo con preoccupazione ai prossimi 4-5 anni. Non siamo pronti per ciò che potrebbe accadere, e il pericolo si avvicina rapidamente. Ciò che è accaduto in Ucraina potrebbe accadere anche qui.”</p>



<p>Rutte non è un novellino della politica.&nbsp;&nbsp;E’ stato per lungo tempo Primo Ministro dell’Olanda, e sa di cosa parla quando dice:&nbsp;&#8220;L’Europa rappresenta il 10% della popolazione mondiale, ma ha il 50% della quota di welfare&#8221;.</p>



<p>E’ evidente il suo suggerimento che una piccola parte di questa spesa venga ri-orientata per mettere in sicurezza i confini: &#8220;Non stiamo parlando di scegliere tra i tank e gli ospedali: possiamo fare entrambi. Ma se non agiamo ora, non saremo pronti quando sarà troppo tardi&#8221;.</p>



<p>Ecco perché, ribadisco, se un domani non ci si vuole trovare improvvisamente di fronte alla drammatica scelta fra “burro o cannoni”, sarebbe opportuno “snellire” un po&#8217; la spesa pubblica improduttiva (e credetemi che ce n’è tanta di clientelare), fin da subito, destinando più risorse alla difesa collettiva.</p>



<p>Immagino quanto siano inorriditi sentendo questi ragionamenti i nostri pacifisti da marce e da tastiera, la gauche caviar, i centri sociali, il Vaticano, e quant’altri credono che per avere la pace sia sufficiente invocarla.</p>



<p>Ma Rutte fa politica, e mi chiedo cosa ci sia di così fuori dal mondo quando dichiara: &#8220;Quello che sta succedendo in Ucraina potrebbe succedere qui. E la Cina sta osservando con attenzione: se Putin prevarrà, Xi Jinping prenderà nota e potrebbe tentare qualcosa in Asia.&nbsp;Il conflitto è una lezione che non possiamo ignorare: le collaborazioni tra Russia, Iran, Corea del Nord e Cina dimostrano che siamo in un mondo più pericoloso rispetto alla Guerra Fredda&#8221;.</p>



<p>I politici più avveduti hanno capito cosa potrebbe riservare il futuro, ma parlarne apertamente è altra cosa, per cui preferiscono far finta di nulla.</p>



<p>A parte Crosetto, Ministro della Difesa, che ha&nbsp;scritto che l’idea di utilizzare l’esercito principalmente per operazioni e missioni di pace nelle aree critiche del mondo, rimasta valida negli ultimi tre decenni, «è un lusso che oggi, soprattutto alla luce dell’attuale contesto internazionale, l’Italia non può più permettersi». Al contrario, il potenziamento delle proprie capacità militari deve tornare a essere «il principale baluardo in termini di difesa e deterrenza da tutti i tipi di minacce, presenti e future”.</p>



<p>Economia, sicurezza, queste le sfide del 2025.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Ovviamente non è detto che tutto si trasformi in tragedia, anzi!</p>



<p>Ma il solo fatto di prenderne atto, senza insistere banalmente che “tutto va bene”, sarebbe già un bel primo passo.</p>



<p>Umberto Baldo&nbsp;</p>



<p>PS: certo può essere che si stia esagerando, ma&nbsp;la&nbsp;<strong>Polonia</strong>&nbsp;sta espandendo tramite una serrata&nbsp;<strong>riconversione industriale</strong>&nbsp;la sua capacità di produrre armamenti e, al contempo, in sinergia con Stati come&nbsp;<strong>Finlandia e Svezia</strong><strong>,</strong>sta abituando la propria società ad un clima da pre-conflitto. E la Croazia, dopo 17 anni, dalla metà di quest’anno reintrodurrà il servizio militare obbligatorio.&nbsp;&nbsp;Stanno tutti sbagliando?&nbsp;&nbsp;Può essere che per l’Italia basti schierare contro un eventuale invasore le schiere oranti dei nostri pacifisti (in fondo funzionò quando Papa Leone Magno nel 452 d.C. fermò Attila).</p>
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		<title>Elogio del monopattino, indispensabile in città: solo Salvini non l’ha capito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Dec 2024 11:58:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le città sono sempre più congestionate da traffico, smog e caos. Le ore perse in coda, il rumore costante e l’aria irrespirabile sono problemi che minano la qualità della vita di milioni di persone. In questo contesto, il monopattino elettrico<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Le città sono sempre più congestionate da traffico, smog e caos. Le ore perse in coda, il rumore costante e l’aria irrespirabile sono problemi che minano la qualità della vita di milioni di persone. In questo contesto, il monopattino elettrico si presenta come una soluzione pratica, economica ed ecologica, capace di rivoluzionare la mobilità urbana. Tuttavia, recenti normative volute dal ministro Matteo Salvini ne hanno drasticamente limitato l’utilizzo, mostrando una visione miope di fronte a una delle poche innovazioni realmente in grado di ridurre l’impatto ambientale e migliorare la vivibilità delle nostre città.</p>



<p>I monopattini elettrici rappresentano un’alternativa concreta alle auto per gli spostamenti brevi, che costituiscono la maggioranza dei tragitti urbani. Secondo i dati, oltre il 50% dei viaggi in città copre meno di 5 chilometri, una distanza perfetta per un monopattino. Questo mezzo permette di evitare gli ingorghi, muovendosi agilmente tra le strade intasate, e riduce il numero di auto in circolazione, con evidenti benefici per la fluidità del traffico.</p>



<p>A differenza delle auto e dei motorini, i monopattini elettrici non producono emissioni dirette. Questo è particolarmente importante in un’epoca in cui la lotta al cambiamento climatico è una priorità globale. L’adozione diffusa di monopattini potrebbe contribuire significativamente a ridurre le emissioni di CO2 e migliorare la qualità dell’aria nei centri urbani. Inoltre, il loro consumo energetico è estremamente ridotto, rendendoli un’opzione sostenibile anche dal punto di vista dei costi.</p>



<p>Rispetto ad altri mezzi di trasporto, i monopattini hanno costi di gestione irrisori. Per chi non può permettersi un’auto o non vuole affrontare i costi di benzina, assicurazione e parcheggio, i monopattini rappresentano una valida alternativa. Anche il sistema di sharing ha reso questi mezzi accessibili a tutti, senza necessità di acquistarli.</p>



<p>I monopattini si integrano perfettamente con i trasporti pubblici, offrendo una soluzione “ultimo miglio” per chi deve coprire il tragitto tra una fermata di metro o bus e la destinazione finale. Questo li rende un pilastro della mobilità intermodale, fondamentale per il futuro delle città.</p>



<p>Nonostante questi vantaggi, il ministro Matteo Salvini ha introdotto normative che penalizzano pesantemente l’uso dei monopattini. Tra le misure principali troviamo l’obbligo di targa e assicurazione, l’inasprimento delle sanzioni per chi non indossa il casco e la limitazione delle aree di circolazione.</p>



<p>Questi provvedimenti, che sembrano concepiti più per scoraggiare che per regolamentare, rischiano di frenare lo sviluppo di una mobilità urbana sostenibile. La giustificazione principale, legata alla sicurezza, è certamente importante, ma appare sproporzionata rispetto al reale impatto dei monopattini. Incidenti che coinvolgono questi mezzi sono statisticamente marginali rispetto a quelli causati da auto e motorini. Inoltre, obblighi come la targa e l’assicurazione aggiungono costi e complessità, rendendo il monopattino meno accessibile e meno attraente rispetto ad altri mezzi.</p>



<p>La scelta di Salvini denota una visione ancorata al passato, che privilegia l’auto come mezzo principale di trasporto. Invece di incoraggiare l’adozione di monopattini con incentivi e politiche favorevoli, l’inasprimento normativo rischia di scoraggiare i cittadini dall’utilizzarli, spingendoli di nuovo verso soluzioni più inquinanti e ingombranti. Questo è particolarmente grave in un momento in cui molte città europee stanno invece abbracciando una mobilità più leggera e green, con politiche che incentivano l’uso di monopattini, biciclette e trasporti pubblici.</p>



<p>Le città italiane hanno bisogno di una rivoluzione nella mobilità, e il monopattino può esserne un elemento chiave. Regolamentare è certamente necessario, ma bisogna farlo con equilibrio, senza penalizzare un mezzo che ha dimostrato di poter migliorare la qualità della vita urbana.</p>



<p>Le soluzioni sono molteplici: investire in piste ciclabili, introdurre incentivi per l’uso dei monopattini, migliorare il sistema di sharing e sensibilizzare gli utenti a un utilizzo responsabile. Solo attraverso un approccio lungimirante sarà possibile costruire città più vivibili, dove la mobilità sia sostenibile, inclusiva e al passo con le sfide del nostro tempo.</p>



<p>Matteo Salvini e la politica italiana farebbero bene a imparare dagli esempi virtuosi di città come Berlino o Amsterdam, dove monopattini e altri mezzi leggeri sono diventati pilastri di un sistema di trasporti moderno. In caso contrario, rischiamo di restare ancorati a un modello di mobilità obsoleto, che non può più rispondere alle esigenze di un pianeta in crisi climatica.</p>



<p>Il monopattino non è un nemico, ma un alleato prezioso per il futuro delle nostre città.</p>
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		<title>L’insostenibile pesantezza di Trump: il rischio per l’Europa se vince le elezioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Nov 2024 12:07:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con le elezioni presidenziali statunitensi del 2024 alle porte, l’Europa si trova a fronteggiare una sfida esistenziale: una possibile nuova presidenza di Donald Trump. Per l’Europa, la rielezione dell’ex presidente americano potrebbe significare l’accentuarsi di dinamiche geopolitiche già messe a<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Con le elezioni presidenziali statunitensi del 2024 alle porte, l’Europa si trova a fronteggiare una sfida esistenziale: una possibile nuova presidenza di Donald Trump. Per l’Europa, la rielezione dell’ex presidente americano potrebbe significare l’accentuarsi di dinamiche geopolitiche già messe a dura prova dal precedente mandato di Trump. Se da un lato gli Stati Uniti di Trump rappresentano un partner economico cruciale, dall’altro l’approccio isolazionista e imprevedibile dell’ex presidente rappresenta una minaccia per la stabilità del continente europeo.</p>



<p>Durante la sua prima presidenza, Trump ha messo in discussione il ruolo della NATO e le basi dell’alleanza transatlantica, mostrando una riluttanza ad impegnarsi nella difesa degli alleati europei. Una seconda vittoria di Trump potrebbe significare un’ulteriore erosione della fiducia nelle relazioni transatlantiche, con il rischio di spingere gli Stati Uniti verso un disimpegno strategico in Europa. Questo scenario comporterebbe enormi costi politici e militari per i paesi europei, i quali dovrebbero incrementare le proprie spese in difesa e riconsiderare in toto la propria strategia di sicurezza.</p>



<p>Trump ha spesso espresso ammirazione per Vladimir Putin, suscitando preoccupazioni sulle sue reali intenzioni riguardo alla politica estera americana nei confronti della Russia. In un momento in cui l’Europa è fortemente impegnata a sostenere l’Ucraina nella resistenza contro l’aggressione russa, una presidenza Trump potrebbe comportare un ridimensionamento, se non un’interruzione, dell’appoggio americano a Kiev. Questo sarebbe un segnale devastante per l’Europa, che vedrebbe destabilizzate le proprie frontiere orientali e avrebbe difficoltà a contrastare da sola l’influenza russa.</p>



<p>Un ritorno di Trump alla Casa Bianca comporterebbe probabilmente una nuova ondata di politiche economiche protezionistiche, tese a “fare grande l’America” isolando il paese dal resto del mondo. Già durante il suo primo mandato, Trump ha imposto dazi su numerosi beni europei, dall’acciaio ai prodotti agricoli, e ha minacciato di estendere ulteriormente questa politica. Un secondo mandato potrebbe vedere un rafforzamento di queste barriere commerciali, con gravi ripercussioni sull’economia europea, particolarmente in settori come l’automotive e l’aerospazio.</p>



<p>L’Europa è all’avanguardia nelle politiche climatiche e considera il Green Deal europeo una priorità assoluta per garantire un futuro sostenibile. Tuttavia, Trump ha una lunga storia di negazionismo climatico e, durante il suo primo mandato, ha ritirato gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi. Un secondo mandato minaccerebbe nuovamente gli sforzi globali per ridurre le emissioni, rendendo ancora più difficile per l’Europa sostenere gli obiettivi di sostenibilità ambientale. Con il supporto ridotto degli Stati Uniti, il continente si troverebbe a combattere la crisi climatica senza uno dei suoi principali alleati.</p>



<p>Trump è noto per aver attaccato spesso la stampa, la magistratura e le istituzioni democratiche del proprio paese, sollevando dubbi sulla solidità della democrazia americana stessa. Se questa tendenza dovesse continuare, l’Europa potrebbe trovarsi di fronte a un partner sempre meno affidabile in termini di valori democratici condivisi. La tenuta della democrazia in Europa dipende anche dal sostegno di altre nazioni che condividono gli stessi principi: una presidenza statunitense ostile a tali valori creerebbe un pericoloso precedente e potrebbe alimentare movimenti populisti ed estremisti all’interno dell’Europa stessa<strong>.</strong></p>



<p>La Cina rappresenta una delle principali sfide geopolitiche per l’Occidente, e l’Europa ha cercato di costruire una posizione unitaria, evitando l’escalation di tensioni sia con Pechino sia con Washington. Con Trump alla guida degli Stati Uniti, le relazioni sino-americane potrebbero tornare a inasprirsi, obbligando l’Europa a prendere posizione in un confronto sempre più polarizzante. Questo metterebbe a rischio i delicati equilibri economici europei, che dipendono anche dai rapporti con la Cina.</p>



<p>L’Europa si trova dunque a un bivio: deve prepararsi a un mondo in cui gli Stati Uniti potrebbero diventare un alleato meno affidabile e più imprevedibile. La vittoria di Trump metterebbe in discussione l’architettura di sicurezza, l’economia, e persino i valori democratici sui quali il continente ha costruito il proprio futuro. Sarà essenziale, per i leader europei, preparare piani di contingenza e aumentare la cooperazione interna, creando una maggiore indipendenza strategica che riduca la dipendenza dagli Stati Uniti.</p>



<p>In definitiva, l’Europa non può permettersi di ignorare la possibilità di un nuovo mandato Trump. Il rischio è troppo alto, e una risposta proattiva potrebbe essere l’unica via per proteggere il continente dagli scossoni di una politica americana sempre più imprevedibile e orientata verso l’isolazionismo.</p>
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		<title>Sbatti il mostro in prima pagina: i processi sui giornali manganellate alla credibilità di stampa e magistratura </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Oct 2024 11:24:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Negli ultimi anni si è assistito a un fenomeno preoccupante: il processo mediatico ha progressivamente preso il posto del processo giudiziario. I giornali, i talk show e i social media sembrano essere diventati i nuovi tribunali, con tanto di<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/sbatti-il-mostro-in-prima-pagina-i-processi-sui-giornali-manganellate-alla-credibilita-di-stampa-e-magistratura/">Sbatti il mostro in prima pagina: i processi sui giornali manganellate alla credibilità di stampa e magistratura </a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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<p>Negli ultimi anni si è assistito a un fenomeno preoccupante: il processo mediatico ha progressivamente preso il posto del processo giudiziario. I giornali, i talk show e i social media sembrano essere diventati i nuovi tribunali, con tanto di accuse, condanne e, talvolta, assoluzioni emesse ben prima che la giustizia possa fare il suo corso. Questo fenomeno solleva interrogativi profondi sul ruolo della stampa e sulla responsabilità della magistratura, entrambe istituzioni fondamentali in una democrazia.</p>



<p>La responsabilità dei media è evidente. In nome della notizia, della velocità e del sensazionalismo, troppo spesso si sacrifica la presunzione di innocenza, uno dei principi cardine del nostro ordinamento giuridico. I titoli gridati, le accuse a effetto, e l’ormai famosa espressione “sbatte il mostro in prima pagina” hanno effetti devastanti non solo sulla vita delle persone coinvolte, ma anche sull’intera società. Il pubblico viene spinto a farsi un’idea, a emettere giudizi sommari, influenzato da informazioni parziali, incomplete o distorte.</p>



<p>Un esempio lampante di questa dinamica è la spettacolarizzazione di alcuni processi giudiziari che, pur complessi e delicati, vengono ridotti a episodi semplici da raccontare, con tanto di &#8220;buoni&#8221; e &#8220;cattivi&#8221;. La narrazione è spesso più importante della verità stessa. In questa logica, chi viene accusato diventa colpevole ancora prima che sia concluso il processo, e anche in caso di assoluzione, l’ombra del sospetto può rimanere per sempre. La reputazione personale e professionale viene irrimediabilmente danneggiata, a prescindere dall&#8217;esito giudiziario.</p>



<p>Ma le colpe non sono solo dei media. Anche la magistratura ha le sue responsabilità. La lentezza dei processi, la complessità delle leggi e la scarsa trasparenza di alcune procedure contribuiscono ad alimentare l&#8217;esigenza di una &#8220;giustizia immediata&#8221; che i media sembrano offrire. Quando la magistratura non riesce a fornire risposte rapide e chiare, è facile che i cittadini si rivolgano altrove per cercare giustizia, e i media, sempre pronti a riempire quel vuoto, diventano il luogo dove si celebrano i processi più importanti. Tuttavia, questo fenomeno porta a una perdita di credibilità per entrambe le istituzioni: da un lato, la stampa si allontana dal suo compito di informare correttamente, diventando uno strumento di giudizio affrettato; dall’altro, la magistratura, non più vista come garante di giustizia, viene percepita come inefficace e lenta.</p>



<p>Questa deriva, però, non giova a nessuno. I cittadini devono essere consapevoli che la giustizia richiede tempo, riflessione e prove. Il principio della presunzione di innocenza non può essere abbandonato sull’altare dell’audience o delle vendite dei giornali. Non è compito della stampa sostituirsi ai tribunali: i giornalisti devono raccontare i fatti con accuratezza e imparzialità, senza cadere nella tentazione di emettere giudizi sommari.</p>



<p>Magistrati e giornalisti dovrebbero riflettere profondamente sulle conseguenze del loro operato. Entrambi rischiano di perdere la credibilità, una perdita grave non solo per loro, ma per l’intera democrazia. È necessario riportare il giusto equilibrio tra diritto di cronaca e rispetto delle regole del processo giudiziario, perché un sistema che permette alla stampa di emettere sentenze prima dei tribunali è un sistema che tradisce i suoi stessi principi.</p>



<p>In definitiva la giustizia non deve essere spettacolo. Solo attraverso il rispetto dei ruoli e delle procedure si può garantire un sistema equo, dove l&#8217;informazione e la giustizia possano coesistere senza che l&#8217;una prevarichi l&#8217;altra. Serve più responsabilità da parte di tutti: i media non sono tribunali, e la giustizia non deve essere piegata alle logiche della spettacolarizzazione.</p>
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		<title>Ma le tasse aumentano o no? Giorgetti conferma i partiti di Governo smentiscono: confusione o strategia?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Oct 2024 11:48:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nelle ultime settimane, una nuova controversia ha agitato il panorama politico italiano. Il Ministro dell&#8217;Economia, Giancarlo Giorgetti, ha recentemente annunciato un possibile aumento delle tasse per far fronte alla difficile situazione delle finanze pubbliche. Tuttavia, questa dichiarazione è stata rapidamente<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Nelle ultime settimane, una nuova controversia ha agitato il panorama politico italiano. Il Ministro dell&#8217;Economia, Giancarlo Giorgetti, ha recentemente annunciato un possibile aumento delle tasse per far fronte alla difficile situazione delle finanze pubbliche. Tuttavia, questa dichiarazione è stata rapidamente smentita dagli altri partiti della coalizione di governo, creando confusione e speculazioni sul futuro fiscale del Paese. Qual è la verità dietro queste dichiarazioni contrastanti? Proviamo a fare chiarezza.</p>



<p>Durante una conferenza stampa, Giorgetti ha esposto con chiarezza le difficoltà legate al bilancio dello Stato, lasciando intendere che una delle strade percorribili per garantire stabilità finanziaria fosse un aumento della pressione fiscale. Secondo il ministro, l’incremento delle entrate sarebbe stato necessario per mantenere il deficit entro i limiti concordati con la Commissione Europea, soprattutto in un contesto di costi crescenti per l’energia e le misure di sostegno sociale.</p>



<p>Questa dichiarazione può essere letta come una sorta di &#8220;messaggio&#8221; indirizzato a Bruxelles, un modo per dimostrare che l’Italia è disposta ad affrontare la realtà dei conti pubblici con provvedimenti impopolari, se necessario. I segnali sulla debolezza economica e l’incertezza delle entrate fiscali richiedono misure prudenziali, ed è evidente che il ministro stia cercando di trovare un equilibrio tra stabilità finanziaria e mantenimento dei servizi pubblici essenziali.</p>



<p>Immediatamente dopo l&#8217;annuncio di Giorgetti, diversi leader dei partiti di governo, tra cui esponenti di Fratelli d&#8217;Italia, Lega e Forza Italia, hanno smentito categoricamente la possibilità di un aumento delle tasse. &#8220;Non ci sarà nessun aumento della pressione fiscale,&#8221; ha affermato un alto esponente di Fratelli d&#8217;Italia, aggiungendo che il governo è impegnato a trovare soluzioni alternative senza gravare ulteriormente sui cittadini.</p>



<p>La reazione dei partiti di governo appare fortemente orientata a preservare il consenso popolare. È noto che il tema delle tasse è uno dei più delicati in qualsiasi paese, e qualsiasi accenno a un aumento viene percepito negativamente dall&#8217;elettorato. Di fronte alla prospettiva di una perdita di consensi, la strategia dei partiti è stata quella di smorzare immediatamente le preoccupazioni, rassicurando il pubblico che non ci sarà alcun cambiamento drammatico nella politica fiscale.</p>



<p>La discrepanza tra le parole di Giorgetti e le dichiarazioni degli altri partiti di governo può avere diverse interpretazioni. Da una parte, potrebbe indicare una mancanza di coordinazione interna alla coalizione, dove le varie anime del governo non riescono a comunicare in modo coerente con il pubblico. Questo tipo di dissonanza non è raro nelle coalizioni, soprattutto quando ci sono pressioni contrastanti per far quadrare i conti pubblici da un lato e per evitare misure impopolari dall&#8217;altro.</p>
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		<title>Una Rai megafono di Salvini? Un segnale inquietante per la libertà di stampa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Sep 2024 09:12:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La recente decisione di RaiNews di mandare in onda, senza alcuna mediazione giornalistica, un video di quasi quattro minuti del ministro Matteo Salvini in cui commenta la richiesta di sei anni di carcere avanzata dalla procura di Palermo nel processo<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>La recente decisione di RaiNews di mandare in onda, senza alcuna mediazione giornalistica, un video di quasi quattro minuti del ministro Matteo Salvini in cui commenta la richiesta di sei anni di carcere avanzata dalla procura di Palermo nel processo Open Arms è un episodio che solleva interrogativi gravi e legittimi sulla gestione dell&#8217;informazione pubblica. È giusto, in una democrazia, che un canale televisivo finanziato dai contribuenti venga utilizzato come megafono per le dichiarazioni non verificate di un esponente di primo piano del governo?</p>



<p>La risposta dovrebbe essere un secco &#8220;no&#8221;, eppure, ancora una volta, assistiamo a un episodio in cui le regole del buon giornalismo sembrano essere state calpestate. Il Cdr di RaiNews ha espresso un malcontento che non può e non deve passare inosservato: perché, si chiedono i giornalisti, il canale è stato ancora una volta usato per amplificare le dichiarazioni di un singolo politico, senza alcun contraddittorio o equilibrio informativo? Perché è stato permesso che un intero monologo preso dai social media di Salvini venisse trasmesso senza una minima contestualizzazione o approfondimento?</p>



<p>La vera domanda da porsi è: a chi giova questa scelta? Non certo ai cittadini, che da un servizio pubblico si aspettano pluralismo, equilibrio e un&#8217;informazione non filtrata o distorta da interessi politici. Non giova nemmeno ai giornalisti della redazione, che vedono mortificato il loro lavoro di mediazione e verifica dei fatti. L&#8217;informazione pubblica dovrebbe fungere da garante di un dibattito democratico sano, non da cassa di risonanza per la propaganda di governo.</p>



<p>Il direttore Petrecca, al quale viene chiesto conto di questa decisione, dovrebbe chiarire se questa è la nuova linea editoriale di RaiNews: lasciare spazio illimitato a monologhi politici provenienti dai social media, bypassando ogni tipo di mediazione giornalistica e ogni forma di verifica. Se così fosse, sarebbe un segnale preoccupante, che rischierebbe di minare la credibilità stessa dell&#8217;informazione pubblica, riducendola a strumento di comunicazione governativa.</p>



<p>È doveroso, come suggerisce il Cdr, offrire lo stesso tempo e lo stesso spazio alla controparte in questa vicenda, ma non basta. È necessario ribadire il principio fondamentale che l&#8217;informazione pubblica appartiene ai cittadini e non ai governanti di turno. In un momento storico in cui il rapporto tra media e politica è sempre più ambiguo e spesso malsano, è cruciale mantenere una netta separazione tra chi governa e chi informa, affinché la voce di chiunque possa essere ascoltata in modo equo e bilanciato.</p>



<p>La Rai deve ricordare il suo mandato: servire il pubblico con imparzialità e accuratezza, garantendo un&#8217;informazione che rispecchi tutte le voci e tutte le opinioni, non solo quelle che siedono al potere. Perdere di vista questa missione significa tradire la fiducia dei cittadini e compromettere uno dei pilastri fondamentali della democrazia.</p>
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		<title>Sangiuliano Boccia-to: cosa cambia nella politica italiana dopo l’affaire sexy</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Sep 2024 09:13:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Caso Sangiuliano; sul ponte sventola bandiera bianca Umberto Baldo Come in tutte le cose umane c’è un “prima”, e c’è un “dopo”. E così sarà anche della vicenda che ha visto coinvolto il Ministro, ormai ex, Gennaro Sangiuliano e la<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Caso Sangiuliano; sul ponte sventola bandiera bianca</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Come in tutte le cose umane c’è un “prima”, e c’è un “dopo”.</p>



<p>E così sarà anche della vicenda che ha visto coinvolto il Ministro, ormai ex, Gennaro Sangiuliano e la dottoressa Maria Rosaria Boccia, definita da Dagospia, con la delicatezza che caratterizza il giornale on line di D’Agostino, “pompeiana”.</p>



<p>Lo so che, trattandosi apparentemente di una vicenda “di cuore e di letto”, quel termine potrebbe&nbsp;&nbsp;anche diventare evocativo, e magari anche equivoco, ma in realtà dobbiamo attenerci al fatto inequivocabile che la dottoressa è nata in quel di Pompei.&nbsp;</p>



<p>Vi starete chiedendo perché sottolinei la faccenda del prima e del dopo.</p>



<p>Presto detto.</p>



<p>Quante volte abbiamo visto le opposizioni parlamentari, i grandi Partiti, cercare di ottenere le dimissioni di un Ministro, finito per un qualsivoglia motivo nel mirino.</p>



<p>E quindi interrogazioni parlamentari, richieste di question time, polemiche su giornali e social, per arrivare all’arma finale della mozione di sfiducia in Parlamento.</p>



<p>Tutte armi che risultano spuntate, se la maggioranza cui appartiene il malcapitato decide di difenderlo.</p>



<p>Invece in questo caso una semplice signora biondissima, armata solamente di un account Instagram, è riuscita dove Schlein, Conte, Renzi, Bonelli e compagnia di giro avrebbero certamente fallito; provocare la fuoriuscita di Gennaro Sangiuliano dal primo Governo Meloni della storia.</p>



<p>E sì che la Premier ha fatto di tutto per difendere il Ministro, arrivando persino a respingere le sue dimissioni dopo un lungo, e forse drammatico, faccia a faccia a Palazzo Chigi.</p>



<p>Ma la forza dei social si è rivelata insuperabile, e di fronte al ridicolo, alle vignette, alle barzellette, alle foto montate, alle allusioni, e alla fine anche all’interesse della stampa straniera, anche Giorgia Meloni ha dovuto alzare bandiera bianca, accettando le irrevocabili dimissioni del “Ministro innamorato”, sostituendolo a tamburo battente con Alessandro Giuli, un altro giornalista di mestiere, attualmente Presidente del Maxxi.</p>



<p>Ma, non mollo l’osso ovviamente, più che l’epilogo della vicenda, già scontato per chi capisce qualcosa di politica, la vicenda mette in evidenza che un semplice account Instagram, usato con intelligenza e strategia, conta infinitamente di più di qualsiasi dichiarazione alle agenzie, precisazione, discorso, nota stampa, intervista televisiva (finanche al mitico e governativo per definizione Tg1).</p>



<p>Si è cioè dimostrato che, da casa propria, comodamente seduto in poltrona a seguire i dibattiti, i talk show, le elucubrazioni dei maitres à penser, un qualunque cittadino, o cittadina, armato di un semplice smartphone può interloquire quasi in diretta con i grandi media, costruendo una contro-narrazione, corredata da foto, documenti, video a audio, in grado di smontare&nbsp;&nbsp;e smentire quella “ufficiale”.&nbsp;</p>



<p>Lo abbiamo visto in diretta quando la Boccia si è introdotta nella trasmissione&nbsp;&nbsp;“In Onda” di Luca Telese e Marianna Aprile, raccontando la “sua verità”, così costringendo i media tradizionali a darle spazio, di fatto a rincorrerla (forse non caso la Boccia ha concesso a questa trasmissione la sua prima intervista televisiva)</p>



<p>Guardatela come volete, ma questa vicenda ha dimostrato che un account Instagram ha reso di fatto obsoleti, lenti e superati, tv e giornali.&nbsp;</p>



<p>Un po’ come è accaduto a suo tempo con l’avvento della posta elettronica che ha spazzato via come fossero preistoria&nbsp;&nbsp;posta cartacea e fax.&nbsp;</p>



<p>Certo un una visione di tipo “biblico” parrebbe di trovarsi di fronte alla mitica lotta fra Davide e Golia, con Davide nella vesti della dottoressa Boccia, e Golia in&nbsp;&nbsp;quelle del “Potere costituito”.</p>



<p>Ma è proprio così?&nbsp;</p>



<p>Vediamo come ha usato la sua “fionda“ la bionda pompeiana.</p>



<p>Si parte da un primo post, in cui&nbsp;&nbsp;&nbsp;Boccia ringrazia per la nomina a “Consigliere del Ministro per i grandi eventi”, pubblicato dopo aver appreso che la nomina stessa era stata bloccata.&nbsp;</p>



<p>Un modo perfetto per mettere in mora l’Istituzione Ministero, costretta a smentire, ma nello stesso tempo un potente detonatore per innescare una conversazione social ad alta magnitudo mediatica.&nbsp;</p>



<p>Poi, a fronte di smentite e precisazioni sempre più balbettanti dei palazzi romani, viene sparata una sequenza progressiva e cadenzata di scientifiche e documentate smentite alle note ufficiali; e parliamo di foto di viaggi, di alberghi, di riunioni, di incontri, di visite al Parlamento.</p>



<p>Precisazioni e puntualizzazioni che rispondono ai precedenti post, ma soprattutto che ventilano un seguito di altre “prove”, addirittura di video e registrazioni, senza mai precisare nulla, ma lasciando tutto pericolosamente nel vago.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Tutto questo ha come effetto (ovviamente voluto e cercato) di alzare progressivamente l’interesse mediatico, sino ad arrivare all’interazione diretta con le affermazioni del Presidente del Consiglio prima, e del Ministro poi.</p>



<p>Se ci pensate bene sembra una tattica militare; stanare il nemico costringendolo a scoprirsi,&nbsp;&nbsp;a chiamare a raccolta i media amici, per poi colpirlo, obbligandolo a smentire, confutare, esibire pezze di appoggio e quant’altro.</p>



<p>Il tutto porta al risultato che persino gli amici, di fronte a questa escalation, arrivino a chiedere di finirla; e così si spiega ad esempio l’invito a dimettersi, rivolto a Sangiuliano dall’ “amico” Alessandro Sallusti.</p>



<p>Questo modo di condurre di eventi, in modo quasi scientifico, sembra aver convinto Lor Signori che dietro la dottoressa Boccia ci sia “qualcuno che guida l’operazione”; in altre parole che la donna sia una nuova edizione di Mata Hari.</p>



<p>Francamente non saprei cosa dire, ma in generale non sono incline ad abbracciare ipotesi “dietrologiche” o “complottistiche”.</p>



<p>Io cerco sempre di restare ai fatti, e questa storia a mio avviso dimostra che, “fra il prima ed il dopo”, nulla d’ora in avanti sarà come prima<strong>.</strong></p>



<p>Nel senso che l’affaire Boccia-Sangiuliano dimostra in modo incontrovertibile che nel mondo dell’informazione attuale ogni soggetto è interconnesso, interdipendente, ed in grado con un account ed uno smartphone di guidare una narrazione a proprio favore, ottenendo un risultato politico clamoroso, che tutta l’opposizione assieme non sarebbe stata in grado di raggiungere.&nbsp;</p>



<p>E allo stesso tempo che il “Sistema Istituzionale”, con le sue prese di posizione “ufficiali”, con le sue liturgie, con i suoi bizantinismi, non è più in grado di gestire momenti di difficoltà, comprendendo appieno come sia cambiato il sistema comunicativo.</p>



<p>La crisi, chiamiamola così, nata da un Ministro che è caduto suo malgrado nelle malie e nelle spire dell’amore e dalla “pucchiacca” (termine usato dal grande Vittorio Feltri), è ormai alle spalle, ma siate certi che da oggi in poi qualunque politico avveduto, prima di assumere qualche collaboratore, pretenderà un check up completo, Dna compreso.</p>



<p>Per concludere, era evidente da giorni che l’unico epilogo possibile erano le dimissioni di Sangiuliano.</p>



<p>La Premier ha provato e resistere, ma evidentemente quando ha toccato con mano l’abisso di ridicolo in cui il Governo era ormai precipitato, e immagino dopo aver letto gli editoriali del Times, del Daly Mail, del The Telegraph, del Figaro, del&nbsp;&nbsp;Mundo, di Politico, di Orf, di Newsit, della Reuters, ha realizzato che l’unica via d’uscita era un dignitoso “Basta!”, per quanto tardivo.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Ps: qualora venisse appurato che la dottoressa Boccia ha fatto tutto da sola, fossi un’azienda che opera nel mondo dei media non me la farei scappare.</p>
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		<title>Mense scolastiche troppo care a Vicenza: di chi è la colpa?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Aug 2024 15:23:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Governo taglia la spesa corrente? E la sforbiciata arriva fino a colpire le mense scolastiche vicentine. I genitori si incazzano con l’amministrazione comunale. Anche se in realtà le colpe, o presunte tali, dovrebbero spaziare a 360 gradi.&#160;Ma andiamo con<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il Governo taglia la spesa corrente? E la sforbiciata arriva fino a colpire le mense scolastiche vicentine. I genitori si incazzano con l’amministrazione comunale. Anche se in realtà le colpe, o presunte tali, dovrebbero spaziare a 360 gradi.&nbsp;<br>Ma andiamo con ordine.</p>



<p>La recente decisione di aumentare i costi delle mense scolastiche a Vicenza ha scatenato una polemica significativa, con una forte reazione da parte dei genitori e dei comitati scolastici. I principali motivi della protesta riguardano il fatto che l’aumento è stato ritenuto eccessivo e, soprattutto, che è stato deciso senza un adeguato confronto con le famiglie interessate.&nbsp;</p>



<p>I genitori si sono lamentati che il nuovo tariffario impone un peso economico maggiore sulle famiglie, specialmente su quelle con più figli che frequentano le scuole pubbliche. La preoccupazione principale riguarda l’equità sociale: molti genitori ritengono che l’aumento dei costi delle mense potrebbe mettere in difficoltà le famiglie a basso reddito, rendendo più difficile l’accesso a un servizio essenziale come la mensa scolastica. Alcuni comitati di genitori hanno organizzato petizioni e incontri pubblici per chiedere un confronto con l’amministrazione comunale e una revisione delle nuove tariffe.</p>



<p>Dall’altro lato, l’amministrazione comunale di Vicenza ha difeso la decisione, spiegando che l’aumento delle tariffe è stato necessario per coprire i costi crescenti legati alla fornitura dei pasti, tra cui l’inflazione, l’aumento dei prezzi delle materie prime e i costi del personale. Il Comune ha inoltre sottolineato che l’obiettivo è mantenere elevati standard qualitativi del servizio, che include l’utilizzo di ingredienti biologici e a chilometro zero, e garantire il rispetto delle normative igienico-sanitarie. Inoltre, l’amministrazione ha dichiarato che verranno mantenute agevolazioni per le famiglie con redditi più bassi, cercando di minimizzare l’impatto sulle fasce più vulnerabili della popolazione. “Tutti gli enti locali in Italia – spiega il Pd cittadino – governati da amministrazioni di qualsiasi colore politico, sono in difficoltà economica estrema a causa dei tagli praticati dal Governo ai Comuni sulla spesa corrente. Proprio la voce del bilancio che serve anche a pagare le mense e ad alleviare il costo per le famiglie”.</p>



<p>La polemica riflette un conflitto tra la necessità di bilanciare il bilancio comunale e la preoccupazione dei genitori per l’accessibilità economica del servizio mensa, evidenziando un delicato equilibrio tra sostenibilità economica e giustizia sociale. Come finirà questa diatriba? Difficile dirlo ma certo non giova ai genitori la strumentalizzazione che alcuni politici locali espressione del governo che sta tagliando risorse, stanno portando avanti.</p>
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		<item>
		<title>Olimpiadi: Parigi batte Roma, la grandezza francese ed il nanismo italiano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Aug 2024 08:51:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Al di là di quello che si può pensare Parigi è una capitale molto piccola.&#160; Più piccola di tutte le capitali europee o mondiali più importanti (per capirci ha 2 milioni di abitanti, contro i 4 di Berlino ed i<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p></p>



<p>Al di là di quello che si può pensare Parigi è una capitale molto piccola.&nbsp;</p>



<p>Più piccola di tutte le capitali europee o mondiali più importanti (per capirci ha 2 milioni di abitanti, contro i 4 di Berlino ed i 9 di Londra).</p>



<p>Tuttavia, è una delle più influenti: nelle classifiche che valutano il peso specifico delle città, Parigi è in genere posizionata tra le prime tre, con New York e Londra.</p>



<p>La città ha sempre avuto una capacità di influenza inversamente proporzionale alla propria dimensione, e finora la scommessa ha funzionato anche grazie alla sua enorme carica simbolica: Parigi è capitale dal V secolo dopo Cristo, possiede una continuità del Potere ed un accentramento di funzioni politiche, culturali ed economiche, che nessun’altra città del mondo può vantare, a parte Londra ed Istanbul.</p>



<p>Che cos’ha Parigi che altre capitali non hanno?&nbsp;&nbsp;</p>



<p>A mio avviso la Rivoluzione, nel senso che Parigi è la città-pivot sulla quale, un giorno, la storia ha girato, condizionando tutta l’Europa (ed in parte anche&nbsp;&nbsp;il resto del mondo).</p>



<p>Perché questa lunga premessa se in realtà oggi voglio parlarvi delle Olimpiadi?</p>



<p>Ma per il semplice motivo che, comunque la sia guardi, questi del 2024 per me non sono stati i “Giochi della Francia”, bensì&nbsp;&nbsp;le “Olimpiadi di Parigi”.</p>



<p>La Francia è un Paese di opposti, e di forti passioni; non per caso ha inventato il dualismo destra sinistra.&nbsp;</p>



<p>Era uscito lacerata dalle doppie elezioni, europee e legislative di giugno-luglio, tanto da far scrivere di una guerra civile strisciante, e per fortuna sinora incruenta.&nbsp;</p>



<p>Si trascina da anni una forte contrapposizione tra città e banlieue, tra città e campagna, tra autoctoni e immigrati.&nbsp;</p>



<p>Ha subito gli effetti più devastanti sul suolo europeo del terrorismo jihadista.&nbsp;</p>



<p>C&#8217;erano dunque tutti i presupposti perché i Giochi, che offrono una platea planetaria, diventassero bersaglio di manifestazioni di insoddisfazione le più varie.&nbsp;</p>



<p>E invece è bastato che suonasse “la Marsigliese” perché le fratture si ricomponessero, momentaneamente sia chiaro, in nome del bene supremo e del motto: “giusto o sbagliato è il mio Paese”.&nbsp;</p>



<p>Alla fin fine ha prevalso l’idea che c’erano da onorare le Olimpiadi di Parigi, la capitale amata, e odi-amata, solo da chi si sente escluso dal clima dei suoi bistrot e dei suoi boulevard.</p>



<p>Perché dico che sono state le Olimpiadi di Parigi?</p>



<p>Ma per la scelta ben precisa di concentrare quasi tutto nella città, trasformandola di fatto in uno scenario incomparabile per le manifestazioni e gli atleti.</p>



<p>Ma avete presenti i luoghi dove si svolte le gare?</p>



<p>La reggia di Versailles ha ospitato l’equitazione ed il Pentathlon moderno, e Place de la Concorde BMX freestyle, Skateboard e Basket 3&#215;3 e Breaking.</p>



<p>L&#8217;Esplanade des Invalides ha ospitato il traguardo della Maratona, e il tiro con&nbsp;l’arco.</p>



<p>Il Ponte Alessandro III il nuoto di fondo (pur con tutte le polemiche relative alla “balneabilità” dell’acqua della Senna).</p>



<p>Lo Stadio Tour Eiffel, trasformato in una spiaggia con un colpo d’occhio incredibile, ha ospitato il Beach Volley.</p>



<p>L&#8217;Aquatics Center di Saint-Denis ha ospitato il nuoto artistico, la&nbsp;pallanuoto ed i tuffi.</p>



<p>Il Gran Palais la scherma ed il Taekwondom, lo stadio di Vaires-sur-Marne ha ospitato la canoa ed il&nbsp;canottaggio.</p>



<p>Lo Stade de France ha ospitato l’Atletica leggera ed il Rugby a 7,&nbsp;&nbsp;ed il Sacré Coeur le gare di Ciclismo su strada.</p>



<p>Si poteva pensare a location più cariche di storia?</p>



<p>In fondo quei monumenti sono sempre stati lì, ma grazie alle scelte degli organizzatori hanno riacquistato il loro splendore e sono ridiventate parti integranti del patrimonio della Francia e dell’Umanità.</p>



<p>E pazienza se il tutto è stato condito da una buona dose di “grandeur”, tanto che con le riprese panoramiche e dall’alto quei monumenti ce li hanno fatti imparare a memoria.</p>



<p>Pazienza, un po’ di ostentazione del passato glorioso, ed i riverberi postumi per qualunque cosa sia “de France”, è comprensibile e perdonabile!&nbsp;</p>



<p>Io credo che quella di trasformare Parigi nella scenografia dei giochi Olimpici sia stata una scelta coraggiosa.</p>



<p>E cosa volete, dopo poco anche le polemiche si trasformano in ricordi.</p>



<p>E così per quanto la cerimonia di apertura abbia dato l’aria di prendere in giro i Giochi (nel senso di non averci molto a che fare), la cerimonia di chiusura ha ripetuto fedelmente tutti i codici dell’Olimpismo, della mitologia, della Grecia, dei 5 Cerchi, dell’elevazione dell&#8217;uomo&#8230;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Per chi immaginava (e forse sperava) in un ulteriore spettacolo finale “fuori dagli schemi,&nbsp;&nbsp;si è forse trattato di un fatto del tutto inaspettato.</p>



<p>E cosa c’è di più bello, di più vero, del vedere migliaia di atleti riuniti attorno a un gruppo rock come se stessero suonando in un piccolo spettacolo in una sala da concerto locale, ballando e saltando, e sventolando le bandiere del loro Paese.</p>



<p>Per il momento, e fino&nbsp;all’ 8&nbsp;settembre, quando finiranno i Giochi paralimpici, Parigi resterà al centro del mondo dello sport.</p>



<p>Dopo inevitabilmente calerà il sipario, si tornerà alla “vita normale”, e fatalmente&nbsp;&nbsp;Parigi e la Francia ricadranno nella routine francese, nei guai e nei problemi della politica.&nbsp;</p>



<p>Un&#8217; Olimpiade è fatta sì di “”emozioni”, ma ancora di più di immagini che non si cancellano, magari sbiadiscono, ma restano imperiture.&nbsp;</p>



<p>Istantanee che si fissano anche nelle menti meno allenate all&#8217;esercizio della memoria.&nbsp;</p>



<p>Parigi è stata meravigliosa come teatro sportivo; gli stadi strapieni dalla mattina alla sera, le strade stracolme di appassionati per l&#8217;Atletica ed il ciclismo, ma anche gli spalti sulla Senna, il grande fiume che riporta alla memoria momenti romantici.</p>



<p>Dal punto di vista economico, da non trascurare, sappiamo che imponenti eventi come le Olimpiadi provocano spesso mutamenti importanti sull’assetto e sulla conformazione delle città.&nbsp;&nbsp;&nbsp;In particolare la corsa alla realizzazione di infrastrutture maestose, spesso oggetto di feroci critiche, ha contraddistinto praticamente qualsiasi edizione precedente.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Con le frequenti denunce per le ingenti quantità di risorse utilizzate per la realizzazione di tali opere, che spesso finiscono per diventare le famose “cattedrali nel deserto” o “white elephant”, in inglese.</p>



<p>Ciò non succederà a Parigi, perché il 95% degli edifici utilizzati per le Olimpiadi erano preesistenti, e oltre a tutto la città si era impegnata a ridurre del 50% l’impatto di emissioni di carbonio (ne sanno qualcosa gli atleti costretti a dormire senza condizionamento).&nbsp;</p>



<p>Io credo sia ancora presto per dire se e come le Olimpiadi riusciranno effettivamente a lasciare vantaggi tangibili nel futuro a medio-lungo periodo di Parigi.&nbsp;</p>



<p>Ma ritengo innegabile, tuttavia, che eventi come le Olimpiadi, se programmati con una visione “prospettica”, e attraverso l’ascolto e il coinvolgimento delle comunità, possano “costruire” un’eredità&nbsp; concreta per una città ed i suoi residenti.</p>



<p>A mio avviso la Francia e Parigi ci hanno provato, e quindi “Chapeau”.&nbsp;</p>
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		<title>I tappi delle bottiglie di plastica mi fanno incazzare: servono davvero?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jul 2024 15:11:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AMBIENTE]]></category>
		<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
		<category><![CDATA[bottiglie]]></category>
		<category><![CDATA[tappi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Graffio &#8211; di Luca Faietti Alzi la mano chi non si è mai incazzato cercando di aprire il tappo di una bottiglia di plastica. Non c&#8217;è bisogno di mentire: tutti, almeno una volta, abbiamo provato l’irritazione di dover lottare<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Il Graffio &#8211; di Luca Faietti</p>



<p>Alzi la mano chi non si è mai incazzato cercando di aprire il tappo di una bottiglia di plastica. Non c&#8217;è bisogno di mentire: tutti, almeno una volta, abbiamo provato l’irritazione di dover lottare con quei tappi ostinati, spesso portando a rovesciare acqua ovunque, con il risultato di ritrovarsi la maglietta bagnata e la pressione sanguigna alle stelle. Ma perché questi tappi sembrano così difficili da aprire? Ha davvero senso tutto questo disagio?</p>



<p>La verità è che questa seccatura quotidiana ha delle ragioni dietro che, seppur comprensibili, continuano a far innervosire molti. In primo luogo, i tappi di plastica sono progettati per garantire la sicurezza e l&#8217;integrità del contenuto della bottiglia. Un tappo ben sigillato assicura che l&#8217;acqua o qualsiasi altra bevanda rimanga fresca e non venga contaminata da agenti esterni. Inoltre, molte bottiglie sono progettate per essere a prova di bambino, il che, sebbene nobile come intento, spesso si traduce in una sfida anche per gli adulti.</p>



<p>In secondo luogo, la lotta con i tappi è anche una questione di sostenibilità ambientale. Molte bottiglie moderne utilizzano tappi che devono rimanere attaccati al collo della bottiglia per essere riciclabili insieme, riducendo così l’impatto ambientale dei rifiuti di plastica. Questo sistema, introdotto con la Direttiva UE 2019/904, mira a ridurre la dispersione di piccoli tappi di plastica nell&#8217;ambiente, un problema significativo per l&#8217;ecosistema marino.</p>



<p>Tuttavia, queste spiegazioni non alleviano certo il nervoso quando ci si ritrova con acqua che schizza ovunque. E allora, è possibile trovare un equilibrio tra sostenibilità, sicurezza e facilità d&#8217;uso?</p>



<p>Alcuni produttori stanno cercando soluzioni innovative per migliorare l&#8217;esperienza dell&#8217;utente senza compromettere la sicurezza o l&#8217;ambiente. Ad esempio, stanno sperimentando materiali alternativi per i tappi che mantengano la resistenza necessaria ma siano più facili da aprire. Inoltre, sono in fase di sviluppo meccanismi di apertura più intuitivi, che potrebbero rendere la vita di tutti noi un po&#8217; più semplice.</p>



<p>La tecnologia offre anche soluzioni potenzialmente rivoluzionarie. Si stanno testando tappi intelligenti, dotati di sensori che segnalano eventuali contaminazioni o alterazioni del contenuto, permettendo così una chiusura meno ermetica senza compromettere la sicurezza.</p>



<p>Quindi, mentre l&#8217;attuale situazione dei tappi di plastica può sembrare un fastidioso ostacolo quotidiano, c’è una ragione dietro questa progettazione. Tuttavia, l’industria è consapevole del problema e sta lavorando per trovare soluzioni più user-friendly che non compromettano la sostenibilità e la sicurezza. Nel frattempo, possiamo solo sperare che le nostre abilità nell&#8217;aprire questi tappi migliorino, o che le nuove tecnologie arrivino presto a salvarci da questo piccolo ma frustrante dilemma quotidiano.</p>
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		<title>Le liceali veneziane? Il problema vero è una scuola fuori dal tempo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jul 2024 12:43:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
		<category><![CDATA[graffio]]></category>
		<category><![CDATA[liceali]]></category>
		<category><![CDATA[maturità]]></category>
		<category><![CDATA[scena muta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Graffio &#8211; Di Luca Faietti La recente controversia sulle liceali di Venezia promosse nonostante un comportamento discutibile ha sollevato un acceso dibattito pubblico. Molti, come il giornalista Mario Giordano nel suo articolo su La Verità, hanno criticato la decisione,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Il Graffio &#8211; Di Luca Faietti</p>



<p>La recente controversia sulle liceali di Venezia promosse nonostante un comportamento discutibile ha sollevato un acceso dibattito pubblico. Molti, come il giornalista Mario Giordano nel suo articolo su La Verità, hanno criticato la decisione, ma il focus del dibattito dovrebbe spostarsi su questioni più profonde che affliggono il nostro sistema educativo.</p>



<p>In base all’attuale sistema scolastico, le liceali veneziane sono state promosse poiché avevano accumulato un punteggio di crediti sufficiente. Questo mette in luce un problema strutturale: non si tratta di punire o meno queste studentesse, ma di rivedere le modalità di valutazione e la struttura della maturità. Se il sistema permette la promozione in base ai crediti, non si può poi criticarne il risultato senza metterne in discussione i criteri.</p>



<p>Giordano, nel suo articolo, sembra guardare alla scuola italiana come era 50 anni fa, senza considerare le necessità e le dinamiche attuali. Invoca una scuola del merito, ma è fondamentale chiedersi cosa significhi realmente “merito” nel contesto educativo odierno. Il Ministro Valditara ha proposto la scuola del merito, ma le vere priorità dovrebbero essere altre.</p>



<p><em>Investire sugli insegnanti e le strutture scolastiche</em></p>



<p>Invece di concentrarsi esclusivamente sulla disciplina, dovremmo aumentare gli stipendi dei professori, riconoscendo il loro ruolo cruciale nella formazione delle future generazioni. In molti paesi, i docenti sono pagati adeguatamente e godono di un elevato status sociale, cosa che purtroppo in Italia manca. Incentivare economicamente gli insegnanti potrebbe attrarre talenti migliori e motivare quelli esistenti, migliorando di conseguenza la qualità dell’istruzione.</p>



<p><em>Migliorare le strutture scolastiche</em></p>



<p>Le condizioni delle nostre scuole spesso lasciano a desiderare. Molti edifici sono fatiscenti, le aule sovraffollate e le risorse tecnologiche scarse. Un ambiente di apprendimento adeguato è fondamentale per garantire un’educazione di qualità. Investire nella modernizzazione delle scuole non è solo una questione di sicurezza, ma anche di offrire un contesto stimolante e adeguato alle esigenze educative del XXI secolo.</p>



<p><em>Modernizzare i programmi scolastici</em></p>



<p>Infine, è necessario aggiornare le materie insegnate. Il mondo del lavoro e le esigenze della società sono cambiate drasticamente, e così devono fare i programmi scolastici. L’introduzione di materie come il coding, l’educazione finanziaria, le competenze digitali e una maggiore enfasi su materie scientifiche e tecniche può preparare meglio gli studenti per il futuro.</p>



<p><em>Conclusione</em></p>



<p>Il caso delle liceali di Venezia non è che un sintomo di un problema più ampio. Mario Giordano, con la sua visione nostalgica della scuola, manca di riconoscere le vere sfide che il sistema educativo italiano deve affrontare. Invece di concentrarci sulle punizioni, dovremmo impegnarci a riformare profondamente il nostro sistema scolastico, investendo in insegnanti, strutture e programmi moderni. Solo così potremo costruire una scuola veramente meritocratica e al passo coi tempi.</p>
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		<title>Il sovranismo distruggerà l’Italia: serve altro al nostro Paese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Jun 2024 10:14:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;ascesa del sovranismo in Italia ha suscitato un intenso dibattito politico e sociale. Questo movimento, caratterizzato da un forte nazionalismo e un rifiuto delle istituzioni sovranazionali, rappresenta una sfida significativa per il futuro dell&#8217;Italia in un contesto globale sempre più<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L&#8217;ascesa del sovranismo in Italia ha suscitato un intenso dibattito politico e sociale. Questo movimento, caratterizzato da un forte nazionalismo e un rifiuto delle istituzioni sovranazionali, rappresenta una sfida significativa per il futuro dell&#8217;Italia in un contesto globale sempre più interconnesso. È importante analizzare criticamente questo fenomeno, mettendo in luce le sue contraddizioni e i potenziali rischi per la democrazia e l&#8217;economia italiana.</p>



<p> Sovranismo: una soluzione apparente</p>



<p>I sovranisti italiani propongono un ritorno alla sovranità nazionale come soluzione a molti dei problemi attuali del paese, dalla crisi economica alla gestione dei flussi migratori. Tuttavia, questa visione si basa su alcune assunzioni discutibili e rischia di isolare l&#8217;Italia dalle dinamiche economiche e politiche globali.</p>



<p> Implicazioni economiche del sovranismo</p>



<p>Una delle principali critiche al sovranismo riguarda la sua visione economica, come ben spiegato recentemente dalla presidente di Confindustria vicentina Dalla Vecchia. Il protezionismo, spesso promosso dai sovranisti, può portare a una riduzione degli scambi commerciali con altri paesi, indebolendo l&#8217;economia italiana. L&#8217;Italia, essendo una delle principali economie esportatrici in Europa, beneficia notevolmente del mercato unico europeo. Abbandonare questo mercato significherebbe perdere accesso a uno dei principali canali di crescita economica.</p>



<p>Inoltre, l&#8217;idea di uscire dall&#8217;euro, proposta da alcuni esponenti sovranisti, potrebbe avere conseguenze disastrose. Un ritorno alla lira porterebbe a una svalutazione della moneta, un aumento dell&#8217;inflazione e una perdita di fiducia da parte degli investitori internazionali. La stabilità economica, garantita dall&#8217;appartenenza all&#8217;eurozona, verrebbe compromessa, aggravando ulteriormente la crisi economica del paese.</p>



<p>Rischi per la democrazia</p>



<p>Il sovranismo italiano spesso si accompagna a una retorica populista che mette in discussione le istituzioni democratiche. L&#8217;attacco continuo alle istituzioni europee, alla magistratura e ai media indipendenti mina la fiducia nelle strutture democratiche e promuove una visione autoritaria del potere. Questo atteggiamento può portare a una deriva antidemocratica, in cui il rispetto per i diritti umani e le libertà civili viene progressivamente eroso.</p>



<p>La questione migratoria</p>



<p>La gestione dei flussi migratori è un altro tema centrale per i sovranisti. Tuttavia, le soluzioni proposte, spesso basate su politiche di chiusura e respingimento, non affrontano le cause profonde del fenomeno migratorio e rischiano di violare i diritti umani dei migranti. La cooperazione internazionale e le politiche di integrazione rappresentano approcci più efficaci e sostenibili per gestire le migrazioni in un mondo globalizzato.</p>



<p>Un futuro incerto</p>



<p>L&#8217;adozione di politiche sovraniste potrebbe portare l&#8217;Italia su una strada di isolamento internazionale, con gravi conseguenze per la sua economia e la sua democrazia. È fondamentale che il dibattito politico si concentri su soluzioni pragmatiche e sostenibili, che tengano conto delle interconnessioni globali e promuovano la cooperazione internazionale.</p>



<p>In conclusione, il sovranismo offre risposte semplicistiche a problemi complessi, ma le sue ricette rischiano di aggravare le difficoltà dell&#8217;Italia. Una visione aperta, inclusiva e cooperativa rappresenta la strada migliore per garantire un futuro prospero e democratico per il paese.</p>
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		<title>Tempesta in arrivo: ha senso tenere aperte le scuole?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 May 2024 13:46:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8211; di Luca Faietti Arrivano in redazione molte telefonate di protesta per come è stata gestita l’emergenza alluvionale che ha colpito tutto il vicentino ela città di Vicenza; molti cittadini si lamentano di non essere stati prontamente avvertiti del fatto<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>&#8211; di Luca Faietti</p>



<p>Arrivano in redazione molte telefonate di protesta per come è stata gestita l’emergenza alluvionale che ha colpito tutto il vicentino ela città di Vicenza; molti cittadini si lamentano di non essere stati prontamente avvertiti del fatto che sulla nostra provincia stesse per calare una vera e propria tempesta di stampo alluvionale e in molti ci hanno chiesto perché non si siano invece chiuse le scuole, causando un reale pericolo per le migliaia di studenti vicentini. Molte delle strade che portavano agli istituti scolastici della provincia erano difficilmente raggiungibili dopo che tanti fiumi, fossi, canali, strade erano stati comunque colpiti dalla grossa precipitazione che si era abbattuta sul vicentino e tracimati, causando ingorghi allucinanti. Ora succede che in previsione di ciò che sta accadendo e quindi delle sicure piogge che toccheranno la provincia (a proposito, che codice? Vediamo di non sbagliare), non si sia ancora di fatto allertata la cittadinanza, con sicurezza, sulle possibili conseguenze di ciò che le precipitazioni porteranno tra oggi e domani. Quindi, anche in questo caso, ancora nel pomeriggio e nella prima serata non si sa se le scuole rimarranno aperte o se invece come sarebbe più ragionevole presupporre, possano essere chiuse visto il maltempo e visto ciò che già la prima ondata di piogge ha causato in tema di danni in tutta la provincia. Speriamo che si intervenga a breve per almeno avvertire in un senso o nell’altro le famiglie; è chiaro che il pericolo derivante dalla tracimazione dei fiumi sulle strade possa causare nuovi problemi e possa anche mettere in serio dubbio la sicurezza dei tanti studenti delle scuole del vicentino. Ha senso correre il rischio?</p>
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		<title>Ferragni: perché i veri influencer sono gli editori che la massacrano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Mar 2024 09:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chissà che l’ultima copertina de l’Espresso, occupata dalla immagine di Chiara Ferragni in versione Jocker, alla fine non sia un fattore positivo per la nota influencer.Confesso che mi ha alquanto stupito vedere una storica testata, che dal 1955 è associata<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/ferragni-perche-i-veri-influencer-sono-gli-editori-che-la-massacrano/">Ferragni: perché i veri influencer sono gli editori che la massacrano</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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<p>Chissà che l’ultima copertina de l’Espresso, occupata dalla immagine di Chiara Ferragni in versione Jocker, alla fine non sia un fattore positivo per la nota influencer.<br>Confesso che mi ha alquanto stupito vedere una storica testata, che dal 1955 è associata ad una certa idea di giornalismo d’assalto e d’inchiesta, dedicare addirittura una copertina così violenta e francamente oscena alla Ferragni.<br>Ma il titolo “Ferragni Spa Il Lato oscuro di chiara”, seguito da “Una rete ingarbugliata si società, una girandola di quote azionarie. Tra partner ingombranti, manager indagati, e dipendenti pagati poco. L’Influencer a capo di un impero dove la trasparenza non è di casa”, suggerisce che non siamo all’ accanimento giornalistico, perché Chiara Ferragni è un’imprenditrice, non una semplice influencer, e come tale i suoi affari sono oggetto di inchieste giornalistiche, come è accaduto in passato a tanti altri imprenditori italiani.<br>Io credo che, come spesso succede nel nostro Paese, sempre più si stiano delineando due tendenze; da un lato coloro che provano piacere davanti allo svergognamento altrui, sentimento che in lingua tedesca viene definita schadenfreude, e dall’altra coloro che vorrebbero che la pressione mediatica si allentasse.<br>Parallelamente ci sono i media che ci inzuppano il biscotto perché sanno che l’argomento “tira”, e quindi giù a discettare di divorzio in vista e quant’altro, e lei, la Ferragni, che probabilmente vorrebbe invece una sorta di “silenzio stampa” su cui ricostruire a colpi di messaggi sui social la sua immagine compromessa.<br>A questo punto non c’è dubbio che l’ affaire Ferragnez abbia in qualche modo cambiato il sentiment dell’opinione pubblica. Nel senso che insieme a lei sta perdendo credibilità tutto ciò che appare come un’ostentazione di ricchezza, felicità e perfezione, laddove la maggior parte delle persone vive difficoltà economiche e personali quotidiane.<br>Di conseguenza forse anche alla Ferragni non farebbe male una riflessione sul fatto che quella che sta collassando, oltre al suo “model of live”, è un’idea più generale di società, in cui guardare le vite perfette degli altri, fatte di ville, appartamenti stellari, viaggi da sogno, vacanze, vestiti ed accessori costosissimi, non produce più engagement ma bensì risentimento.<br>Concludendo, forse sarebbe il caso che ci dessimo tutti una calmata, lasciando come dicono gli economisti, “fare al mercato”.<br>Ciò che non è accettabile anche nell’analisi più profonda del caso Ferragni, è la violenza con cui il messaggio di delegittimazione viene fatto passare, anche sui media. È l’indirizzare l’opinione pubblica ad un processo su piazza e sui giornali ancora prima che le sentenze definiscano una persona colpevole o innocente. È questa smania di giustizia sommaria che, spesso ad arte, viene indirizzata dai media per interessi loro particolari o di lobby. Oramai è in atto una deriva del giornalismo sempre più marcata verso l’uso strumentale del mezzo che non giustifica il fine. La vicenda Ferragni, come altre, è la pietra tombale dell’editoria nazionale. I veri influencer sono gli editori, ormai mossi non più solo dal legittimo desiderio di far quadrare i conti attraverso un giornalismo corretto, ma di compiacere le lobby a cui fanno riferimento. O a distruggerne altre. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/ferragni-perche-i-veri-influencer-sono-gli-editori-che-la-massacrano/">Ferragni: perché i veri influencer sono gli editori che la massacrano</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Ferragnez pulp: come triturare il “mostro” in prima pagina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Feb 2024 11:08:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[Gossipando]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vi ricordate come finivano sempre le favole che ci raccontavano da bambini?Con queste parole: “E vissero tutti felici e contenti….”A leggere le cronache sembra che questo potrebbe non essere l’epilogo della favola che ha unito la principessa dei social Chiara<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Vi ricordate come finivano sempre le favole che ci raccontavano da bambini?<br>Con queste parole: “E vissero tutti felici e contenti….”<br>A leggere le cronache sembra che questo potrebbe non essere l’epilogo della favola che ha unito la principessa dei social Chiara Ferragni ed il principe dei rapper Federico Leonardo Lucia, in arte Fedez.<br>Il 27 dicembre scorso Tviweb titolava un articolo con queste parole: “Perché nel Paese delle mafie (l’Italia) non si parla altro che del panettone della Ferragni?”.<br>Si era allora in piena bufera mediatica conseguente alla sanzione appioppata dall’Antitrust per l’affaire Balocco, e forse l’attenzione mediatica era anche comprensibile.<br>Ma di acqua ne è passata tanta sotto i ponti, e quel clamore sembra inestinguibile, manco fosse, mi si passi l’immagine iconoclasta, il roveto ardente di Mosè.<br>Per un momento fate un po’ di mente locale.<br>Inutile negarlo, tutti noi più volte al giorno scorriamo le ultime notizie riportate da Google o da altri motori di ricerca; così semplicemente per tenerci informati su quanto accade nel mondo.<br>E se ci pensate bene da mesi mediamente ogni due notizie la terza riguarda o Chiara Ferragni, o Fedez, o i Ferragnez come duo.<br>Vi sembra normale tutto ciò?<br>In un mondo che vede due guerre sanguinosissime in corso in Ucraina ed a Gaza, focolai di tensione un po’ ovunque, problemi economici ed ambientali, noi siamo condizionati dalle vicende personali di due soggetti il cui unico merito è quello di essere stati bravissimi ad imporsi nel mondo dei social media.<br>Sovraesposizione mediatica?<br>La domanda è legittima, soprattutto leggendo certi titoli di cronaca od editoriali su giornali e media, dove si arriva a parlare di “testi chiave”, manco fossimo di fronte ai delitti di Jack lo Squartatore.<br>E nessun giornale, ma proprio nessuno, riesce a sottrarsi a quello che sembra ormai l’imperativo di parlare dei Ferragnez; “Gazzetta dello Sport” compresa (povero Cairo).<br>Chissà perché mi sembra di vedere Gianni Brera e Candidò Cannavò rivoltarsi nella tomba!<br>Non è necessario addentrarsi nell’analisi delle vicende che hanno interessato la coppia negli ultimi tempi, rimestare il castello di zucchero filato e riflettori da divi, crollato come un più semplice maniero di cartapesta con il Golden Case Balocco e Dolci Preziosi, su cui si è abbattuta la pioggia dello scherno social, attirando un effetto domino di indagini della Guardia di Finanza e di Gip sulle attività economiche di Chiara prima, e di Fedez poi.<br>Non sembra opportuno rivedere le immagini dell’ex principessa chiesta in moglie pubblicamente con tanto di consegna di anello di fidanzamento regalatole a maggio 2017, durante un concerto all’Arena di Verona, impalmata nel 2018 in quel di Noto con una cerimonia fiabesca costata, sembra, 20 milioni di euro.<br>Non interessa calcare la mano su un Fedez che si è dichiarato “Nullatenente”, sulle proprietà della coppia e sulla loro possibile divisione, anche perché il fatto che se ne parli testimonia che una correlazione fra amore e soldi esiste, e la crisi ventilata nella coppia potrebbe costituirne una conferma.<br>E siamo fatalmente arrivati al clou della vicenda, almeno relativamente agli ultimi sviluppi, quella di una seria crisi coniugale che la Ferragni e Fedez starebbero attraversando, e lo scoop come spesso succede lo si deve a quel diavolaccio di Roberto D’Agostino, e al suo Dagospia.<br>In estrema sintesi ad attivare la gran ribalta mediatica sarebbe l’indiscrezione (ma che ha trovato conferma anche su giornali più “paludati”) secondo cui Chiara Ferragni e Fedez, dopo 5 anni e 5 mesi di matrimonio e due figli, Leone, nato nel 2018, e Vittoria, nel 2021, si sarebbero separati, e lui avrebbe già lasciato la celebre casa coniugale milanese a Citylife, scenario di innumerevoli video postati dai due nell’ultimo quinquiennio.<br>A dirla tutta i media stanno dedicando all’affaire “Ferragni” troppo spazio, troppa attenzione, troppa enfasi, forse al limite del buon gusto e della corretta informazione.<br>Perché è vero che si dà ai lettori quello che i lettori vogliono leggere, ed agli spettatori dei talk show quello che vogliono ascoltare, ma non va mai dimenticato dagli addetti al lavori dell’informazione che esiste la parola tedesca “Schedenfreude”, che si traduce con “piacere provocato dalle disgrazie altrui”, che non sarebbe bene assecondare.<br>Detto questo però non si può nascondere che Chiara Ferragni e Fedez hanno costruito il loro impero mediatico grazie al mondo digitale ed ai suoi utenti, appassionati di una cronistoria al cardiopalma fatta di narrazioni minuto per minuto, e rette sull’architrave della sovraesposizione di immagine, personale e di una famiglia intera (e sull’esposizione mediatica dei figli, di fatto ad uso commerciale, ci sarebbe a mio avviso molto da discutere).<br>Detta in altre parole, l’eccessiva mediaticità della vita di lady Ferragni, le si sta inevitabilmente ritorcendo contro. Si tratta del noto fatidico “effetto boomerang” che costituisce la linea sottile tra la vita da celebrità e l’imprevisto.<br>La “bambolina bionda e con gli occhi azzurri”, made in Milan, auto trasformatasi in “prodotto commerciale” dalla testa ai piedi, si trova adesso completamente smontata dai casi della vita, per affrontare la quale, servirebbe una buona dose di prudenza, ed io dico anche di umiltà e concretezza, che la Ferragni forse ha iniziato ad avere solo adesso.<br>Quanto allo scoop della fine del matrimonio, io sarei per parlarne il meno possibile. La fine di un’unione non è cosa da riderci o fare sarcasmo, tanto più se ad esserne coinvolti loro malgrado sono due bambini piccoli.<br>Ecco perché forse sarebbe arrivato il momento che i media si autoimponessero un sano silenzio (non un’autocensura eh!) sulle vicende dei Ferragnez.<br>Si aspettino gli sviluppi delle indagini della Magistratura, e poi caso mai si tireranno le somme su eventuali responsabilità accertate.<br>Fossi la Ferragni eviterei anche l’ospitata nel “salotto di Fabio Fazio” annunciato con grande grancassa per il 3 marzo; non perché non abbia il diritto di difendersi e di dire la “sua verità”, ma perché non mi sembra abbia al momento la serenità per affrontare le polemiche che inevitabilmente seguiranno (il Codacons, sigh, è addirittura partito prima, chiedendo di non mettere in onda dell’intervista; poi un giorno parleremo di questa associazione che pare cavalcare se stessa più che gli interessi dei consumatori). <br>In conclusione, nella vicenda di Chiara Ferragni sembra di ritrovare qualche similitudine con il mito di Icaro, che per spingersi troppo in alto con le ali di cera costruite dal padre Dedalo, si avvicina troppo al sole; la cera si sciolse, le ali bruciarono, e lui cadde in mare.  Ma, nel cielo della Ferragni, hanno contribuito a farla salire anche quelli che oggi le tagliano le ali, e le triturano nel calderone mediatico della esagerazione e del soffocante turpiloquio generalizzato. <br></p>
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		<title>Buon 2024 tra le sfide di Possamai, l’errore di Rucco e il bene di Vicenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 Dec 2023 08:45:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Caro amico ti scrivo, può sembrare un rito, una inutile ripetizione di una prassi dura a morire.Ogni anno che si chiude è come un sipario che cala su un palcoscenico che da qual momento diventa storia, ed è naturale, oserei<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Caro amico ti scrivo, <br>può sembrare un rito, una inutile ripetizione di una prassi dura a morire.<br>Ogni anno che si chiude è come un sipario che cala su un palcoscenico che da qual momento diventa storia, ed è naturale, oserei dire umano, cercare di fare un bilancio.<br>Quindi la domanda è: com’è stato l’anno che ci lascia? Cui segue inevitabilmente il: come sarà quello che arriva?<br>Fra poche ore alzeremo i calici, per salutare l’ora “0”, il momento, scandito dal consueto countdown, di quello che per i cinesi sarà l’anno del Dragone, ma per noi che seguiamo il calendario gregoriano sarà semplicemente il 2024 dell’era cristiana.<br>Ogni anno porta con sé un bagaglio di avvenimenti che non possiamo cancellare con un tratto di penna, semplicemente perché la maggior parte degli stessi continua a far sentire i propri effetti anche nel nuovo anno.<br>Partendo dalla nostra amata città, dalla nostra Vicenza, non c’è dubbio che l’avvenimento che ci viene subito in mente pensando al 2023 sono le elezioni, vinte da Giacomo Possamai, sostenuto dalla galassia delle forze di Centro sinistra.<br>Sono anni ormai che abbiamo capito che i miracoli non li fa nessuno, e a maggior ragione quando ci si trova alla guida di una città.<br>Non solo per l’eredità delle Amministrazioni pregresse, ma anche perché la farraginosità e la lentezza delle nostre burocrazie fanno si che un Sindaco, anche se volesse essere Mandrake, per vedere la realizzazione di un’opera quasi sempre deve aspettare anni, e non è un caso se i primi cittadini avveduti cercano di mettere in cantiere nei primi mesi del proprio mandato le opere che vorrebbero poter esibire come realizzate prima della campagna elettorale successiva.<br>A mio avviso sono troppi pochi i mesi che Possamai occupa la poltrona di Sindaco, per poter sbilanciarsi in qualsiasi giudizio sul suo operato.<br>Ma la giovane età, 33 anni, e la sua pregressa esperienza amministrativa, fanno ben sperare, e come è nel nostro stile saremo prodighi di apprezzamenti per le cose ben fatte, ma critici per quelle che non ci convincono.<br>Inutile fare l’elenco dei problemi di Vicenza; sono annosi e li conosciamo, dal traffico, all’inquinamento, dalla sicurezza al parco della Pace, da Campo Marzo alla Tav.<br>Di conseguenza ci sentiamo di lanciare un appello a tutti coloro che hanno voce in capitolo e potere di decidere, di superare le divisioni, le piccinerie, le camarille politiche, per concentrare tutte forze per il bene della città. Rucco ha perso forse per una campagna elettorale troppo aggressiva che ha fatto pendere fatalmente, in un elettorato storicamente moderato,  l’ago della bilancia verso il centrosinistra. A proposito, bene i caffè con la cittadinanza di Possamai.  Ma ora serve lavorare per il bene comune anche dall’opposizione. <br>Allargando lo sguardo oltre il Veneto, con i problemi del dopo-Zaia che già si affacciano, non ci sentiamo di dirci soddisfatti di come procedono le cose a livello di governo nazionale.<br>L’avvento della destra al potere, dopo le elezioni del 2022, dovrebbe insegnare alla classe politica che le promesse fantasmagoriche in campagna elettorale si trasformano inevitabilmente in delusioni per gli elettori nel momento in cui ci si scontra con la realtà, che per il nostro Paese ha sempre un nome: debito pubblico fuori controllo.<br>Certo ci saremmo aspettato qualche effetto annuncio e qualche iniziativa inopportuna in meno.<br>Forse si sarebbe potuta evitare l’iniziativa “Spesa tricolore” che prometteva prezzi più bassi per i generi alimentari in base ad un accordo Governo-punti vendita. Diciamocela tutta, si è trattato di pura demagogia a buon mercato, perché, come si sta vedendo, l’inflazione sta calando, piuttosto velocemente fra l’altro, anche nei Paesi che non avevano adottato il “carrello patriottico”.<br>Ci sarebbe anche piaciuto non vedere il “fermo treno” per fare scendere un Ministro della Repubblica, che neanche in un film di Totò.<br>E’ vero che la scusa accampata è stata quella di un improrogabile impegno istituzionale, ma cosa volete, il cittadino normale di fronte ad un fatto del genere si sente come gli interlocutori del Marchese del Grillo quando si sentono dire “Mi dispiace, ma io so’ io e voi non ziete un cazzo!”.<br>Lo so bene che la politica è sempre più polarizzata, che ci si sbrana per un pugno di voti, che il Parlamento è ridotto ad un organo di ratifica delle decisioni del Governo, ma continuando su questa china è a rischio l’intero impianto della nostra democrazia.<br>Io mi auguro che la nostra classe politica trovi finalmente il coraggio di cambiare radicalmente il rapporto, e la comunicazione, con noi cittadini elettori, a partire da un’operazione verità.<br>E’ inutile tentare di far vedere la luna nel pozzo, di edulcorare la situazione finanziaria della finanza pubblica.<br>A partire dal nuovo Patto di Stabilità, il futuro sarà un futuro di riduzione della spesa, e quindi sarebbe ad esempio il caso di spiegare alla gente che non si può continuare a non pagare le tasse e pretendere allo stesso tempo migliori servizi.<br>Io credo che ognuno di noi apprezzerebbe sapere cosa ci aspetta, piuttosto che trovarsi continuamente di fronte a problemi e disillusioni.<br>Non sono molto ottimista al riguardo, ma sperare non è mai sbagliato.<br>Con questo spirito, con queste speranze auguro a tutti un felice 2024.<br>Luca Faietti</p>
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		<title>Vicenza- Sbatti Bertasi in prima pagina: perché far politica con gli esposti non va bene</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Sep 2023 08:30:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sbatti l’esposto in prima pagina. Scusate ma non sono d’accordo. Non accetto che una nomina avvenuta coi crismi della regolarità diventi oggetto di una campagna al limite della diffamazione; e qui non entriamo nelle beghe politiche tra chi amministra e<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Sbatti l’esposto in prima pagina. Scusate ma non sono d’accordo. Non accetto che una nomina avvenuta coi crismi della regolarità diventi oggetto di una campagna al limite della diffamazione; e qui non entriamo nelle beghe politiche tra chi amministra e chi fa opposizione. Difendiamo il diritto, a destra o a sinistra, di fare scelte che siano coerenti con il proprio mandato. Non abbiamo particolari simpatie o antipatie per chicchessia, non lavoriamo in modo stolido e vermesco, o ancor peggio subliminalmente ricattatorio, come qualche purtroppo “collega” o pseudo tale usa fare contro tizio, caio, sempronio, o la stessa Tviweb. Crediamo che sia giusto fare scelte, e se il sindaco Possamai ha deciso di dare ruolo ad Alessandro Bertasi come dirigente in capo alla Comunicazione, Informazione, Portale del Comune di Vicenza è una scelta che va rispettata sino a prova contraria; con il diritto di Bertasi di esercitare il suo ruolo appieno. Letture dal buco della serratura non ci interessano. Ne’ strumentalizzare politicamente questioni di questo tipo. La nostra scelta editoriale è di sostenere una buona amministrazione o di criticarla quando serve farlo. Ma non a monte. A valle di proclami e risultati. Sbattere il “mostro” in prima pagina o cavalcare l’arte della chiacchiera fine a se stessa non ci pare un modo corretto di rappresentare la realtà delle cose. A Vicenza, in Veneto e nel Paese forse serve altro. Ed iniziamo, nel nostro piccolo, noi.</p>
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		<title>Juventus, gli agguati mediatici di guitti e saltimbanchi mentre il calcio azzurro affonda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Aug 2023 12:36:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
		<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ormai duci e ducetti della informazione hanno imparato la strada; demolire la Juventus non è un esercizio di campo ma di vicoli e pertugi utili ad attivare agguati mediatici, di sale e salette dove gente mediocre esercita il potere sportivo<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/juventus-gli-agguati-mediatici-di-guitti-e-saltimbanchi-mentre-il-calcio-azzurro-affonda/">Juventus, gli agguati mediatici di guitti e saltimbanchi mentre il calcio azzurro affonda</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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<p>Ormai duci e ducetti della informazione hanno imparato la strada; demolire la Juventus non è un esercizio di campo ma di vicoli e pertugi utili ad attivare agguati mediatici, di sale e salette dove gente mediocre esercita il potere sportivo e calcistico; di una federazione ed una lega calcio che scriviamo con la lettera minuscola perché utile a sottolinearne il nanismo manageriale, organizzativo e morale. In un campionato in cui ormai i top player sono un “bufalo” belga, un portiere svizzero di 36 anni, due scarti della Premier League, l’unico argomento che “tira” è la Juventus. Ormai l’hanno imparato anche dirigenti di bassa caratura come quel tizio del Bologna, e giornalisti che dovrebbero essere stati radiati dall’Albo da anni: urlare contro la Juve dà visibilità, click, reputazione (chi si accontenta gode). E c’è una società bianconera d’altro canto moscia, fatta di ragionieri e amministratori delegati che nemmeno “controllano” per contrappeso i giornali di proprietà. Insomma. Il delitto perfetto e tutti contenti? No. I tifosi della Juve ne hanno le palle piene di questo teatrino. E per protesta non sottoscrivono abbonamenti alla stagione calcistica, fanno affondare la barca di teatranti, guitti e saltimbanchi. In questo squallore almeno qualcuno che le palle le ha e le butta dentro.</p>
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