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	<title>IL GRAFFIO | TViWeb</title>
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		<title>Lo scalatore delle domenica: quattromila metri, infradito ed un elicottero gratis</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Aug 2026 07:26:58 +0000</pubDate>
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<p>Se c’è un giorno dell’anno in cui rivendichiamo il diritto di staccare la spina, di cercare la bellezza, l’evasione, o semplicemente un’ora di silenzio, quello è Ferragosto.<br>E’ la festa che, per definizione, spalanca le porte alla libertà: il mare, la collina, i sentieri d’alta quota.<br>Milioni di italiani si mettono in cammino, salgono in macchina, infilano uno zaino sulle spalle e partono alla ricerca di qualche giorno lontano dalla routine.<br>Peccato che, qualche volta, nella nostra idea di libertà ci dimentichiamo di un piccolo dettaglio: la responsabilità.<br>E la cronaca di questi giorni ce lo ricorda con una storia arrivata dal Monte Bianco, che merita di essere portata sotto l’ombrellone, dentro uno zaino da montagna o, per i più prudenti, comodamente seduti in poltrona con l’aria condizionata, perché racconta di noi e del tempo in cui viviamo.<br>La vicenda è quella dei 32 alpinisti rimasti al rifugio del Goûter, a quasi quattromila metri, lungo la via normale francese del Monte Bianco.<br>Da giorni i bollettini segnalavano un grave pericolo di caduta massi provocato dal caldo eccezionale.<br>Loro, però, erano già saliti. E fin qui, potremmo anche dire: capita.<br>Ma la montagna non è un ascensore, e chi la frequenta sa che le condizioni possono cambiare.<br>Il piccolo particolare è che, arrivato il momento di scendere, invece di mettersi gli scarponi ed affrontare la discesa, qualcuno ha pensato bene di telefonare alle Autorità francesi per chiedere un elicottero.<br>Possibilmente pubblico, ed ovviamente gratis.<br>La risposta è stata un elegantissimo NO.<br>Nessun ferito. Nessuna emergenza sanitaria. Nessuna persona impossibilitata a muoversi.<br>La discesa a piedi, secondo le valutazioni del Soccorso alpino francese, era possibile adottando le necessarie precauzioni.<br>Jean-Marc Peillex Sindaco di Saint-Gervais, noto da anni per la sua crociata contro l'&#8221;alpinismo da consumo&#8221; e gli azzardi sul Monte Bianco, ha utilizzato l&#8217;episodio come caso di scuola.<br>Nel suo comunicato ufficiale ha ribadito che il soccorso pubblico non deve trasformarsi in un &#8220;servizio taxi gratuito&#8221; per persone incolumi che hanno semplicemente valutato male i rischi o ignorato gli avvisi.<br>Il PGHM (Peloton de gendarmerie de haute montagne), ha sostenuto fermamente la decisione del Sindaco, applicando il principio secondo cui il soccorso pubblico scatta solo in presenza di pericolo imminente, ferite o reale incapacità di muoversi.<br>Insomma, non c&#8217;era un&#8217;emergenza.<br>C&#8217;era un disagio. Ed il disagio, pare, non è ancora diventato una categoria del soccorso pubblico.<br>Chi voleva comunque l&#8217;elicottero ha dovuto chiamare una compagnia privata e pagarselo, mentre chi ha ritenuto di non voler aprire il portafoglio si è dovuto adattare a scendere con il “caval di San Francesco”.<br>Ora, sarebbe facile liquidare la storia come una delle tante bizzarrie dell&#8217;estate.<br>Ma quei 32 escursionisti raccontano, in piccolo, qualcosa di molto più grande: la curiosa trasformazione dell&#8217;avventura in un servizio turistico.<br>Perché ormai pretendiamo di andare alla ricerca della natura selvaggia con le stesse aspettative con cui entriamo in un centro commerciale.<br>Vogliamo la montagna, ma possibilmente senza i rischi della montagna. Vogliamo il sentiero d&#8217;alta quota, ma senza la fatica. Vogliamo il brivido dell&#8217;avventura, ma con la rete di sicurezza sempre pronta.<br>E soprattutto vogliamo essere liberi di scegliere, lasciando volentieri alla collettività il compito di occuparsi delle conseguenze.<br>È nata così una curiosa figura antropologica: lo scalatore della domenica.<br>Quello che sale verso i quattromila metri con l&#8217;attrezzatura psicologica del turista da stabilimento balneare. Quello che magari affronta un ghiacciaio con la stessa preparazione con cui affronta la passeggiata sul lungomare. Quello che considera gli scarponi un optional, il bollettino meteorologico una fastidiosa formalità, e l&#8217;elicottero del soccorso una specie di taxi alpino.<br>Infradito, T-shirt e smartphone.<br>Perché la montagna, in fondo, nella testa di costoro è lì da milioni di anni proprio per permetterci di fare una bella fotografia da mettere su Instagram.<br>Poi magari arriva un cartello che dice pericolo, un bollettino che dice pericolo, una guida alpina che dice pericolo, il buon senso che, con voce sempre più flebile, dice pericolo.<br>Ma niente. Noi saliamo lo stesso.<br>Perché la libertà individuale, nella sua versione contemporanea, sembra essere diventata il diritto di ignorare tutti gli avvertimenti, e poi pretendere che qualcun altro intervenga quando la realtà si presenta con la cattiva abitudine di non rispettare i nostri programmi.<br>È il diritto all&#8217;imprudenza ed all’impudenza.<br>E naturalmente è un diritto che funziona benissimo finché non arriva il conto.<br>Perché siamo individualisti quando decidiamo, e diventiamo improvvisamente collettivisti quando bisogna pagare le conseguenze.<br>Questa volta, peraltro, la Francia non ci ha dato una lezione.<br>Anzi, è successo quasi il contrario.<br>Sul versante italiano del Monte Bianco, una richiesta del genere, formulata da persone sane, illese e perfettamente in grado di camminare, avrebbe trovato una risposta sostanzialmente analoga.<br>In Italia il Soccorso Alpino (CNSAS) e il sistema 118 non sono un servizio taxi.<br>Le normative regionali (soprattutto nelle Regioni dell&#8217;arco alpino come Valle d&#8217;Aosta, Piemonte, Lombardia, Veneto, Trentino e Alto Adige) prevedono già da tempo il pagamento o almeno la compartecipazione ai costi.<br>E questo dovrebbe essere abbastanza ovvio.<br>Il soccorso pubblico serve a salvare chi è in pericolo, non a trasformare ogni errore di valutazione in una prestazione gratuita.<br>Perché un elicottero non vola per magia. Costa. Costa il carburante, costa il mezzo, costa il pilota, costa il personale sanitario, costa il tempo degli uomini del soccorso.<br>E soprattutto costa la disponibilità di una risorsa che potrebbe essere necessaria pochi minuti dopo per qualcuno che davvero ne ha bisogno.<br>La questione, quindi, non è soltanto economica.<br>È culturale.<br>La libertà non è il diritto di fare qualunque cosa pretendendo che qualcun altro ne cancelli le conseguenze.<br>Se decido di salire a quattromila metri ignorando un bollettino di pericolo, sono libero di farlo.<br>Ma devo anche essere abbastanza adulto da sapere che, se le cose vanno male, potrebbe toccare a me affrontarne le conseguenze.<br>È una regola antica.<br>La montagna, del resto, è una maestra formidabile proprio perché non conosce il politically correct.<br>Non le interessa quanti follower abbiamo, non sa chi siamo, non legge i nostri post, non riconosce il nostro diritto alla vacanza.<br>E soprattutto non dispone di un numero verde.<br>Se decidiamo di affrontarla, pretende una cosa molto semplice: rispetto.<br>E forse è proprio questo che abbiamo perso.<br>Abbiamo trasformato sempre più parti della nostra vita in ambienti protetti, regolamentati, assistiti, climatizzati. Abbiamo imparato a considerare ogni rischio come un&#8217;anomalia ed ogni disagio come un disservizio.<br>Poi saliamo sul Monte Bianco in cerca dell&#8217;esperienza estrema e ci stupiamo che, lassù, qualcuno non abbia ancora installato il servizio clienti.<br>Ferragosto dovrebbe essere la festa della libertà.<br>Bene.<br>Ma la libertà adulta non significa “faccio quello che voglio e poi qualcuno penserà alle conseguenze”.<br>Significa esattamente il contrario: “Faccio quello che voglio, ma sono disposto a pagare il prezzo delle mie scelte.”<br>Anche se questo significa scendere a piedi. Anche se fa caldo. Anche se la discesa è faticosa. Anche se per una volta non c&#8217;è nessuno disposto a venirci a prendere.<br>Perché, alla fine, la vera avventura non è arrivare a quattromila metri.<br>È arrivarci sapendo perché ci stai andando, con l&#8217;attrezzatura giusta, con un minimo di prudenza e soprattutto con la consapevolezza che la montagna non è un parco giochi per adulti annoiati.<br>E se proprio vogliamo fare gli alpinisti, almeno facciamolo con gli scarponi.<br>Le infradito lasciamole al bar della spiaggia.<br>Buon Ferragosto a tutti.</p>
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		<title>Siccità, i fiumi soffrono ma il rubinetto è in montagna e il clima lo sta chiudendo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Aug 2026 07:33:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questi giorni in cui l’Italia si scopre prolungamento climatico del Nord Africa, e le nostre città novelle Tunisi ed Algeri, telegiornali e social ci inondano con le consuete inquadrature di ordinanza: il Po ridotto ad un magro rigagnolo tra<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>In questi giorni in cui l’Italia si scopre prolungamento climatico del Nord Africa, e le nostre città novelle Tunisi ed Algeri, telegiornali e social ci inondano con le consuete inquadrature di ordinanza: il Po ridotto ad un magro rigagnolo tra banchi di sabbia, altri fiumi in condizioni persino peggiori, le cisterne vuote nei comuni della pianura, i laghi e le falde idriche ai minimi storici.<br>Viene descritto come un fenomeno fluviale od urbano, un inconveniente da gestire con qualche ordinanza sul lavaggio delle automobili.<br>Ma è una narrazione miope, incapace di guardare la mappa del Paese dall&#8217;alto verso il basso.<br>E noi, diligentemente, ci preoccupiamo.<br>Poi torniamo a parlare del caldo.<br>Forse però sarebbe il caso di alzare un po&#8217; lo sguardo.<br>Perché la storia del Po che si restringe e quella dei rifugi alpini che chiudono perché non hanno più acqua potabile, ed anche non potabile, non sono due storie diverse.<br>Sono la stessa storia raccontata da due estremità della stessa cartina geografica.<br>La pianura, infatti, ha una curiosa abitudine: considera l&#8217;acqua una specie di produzione locale.<br>Apriamo il rubinetto e l&#8217;acqua esce.<br>Quindi, evidentemente, da qualche parte deve pur esserci una fabbrica.<br>In realtà quella fabbrica si chiama montagna.<br>È lassù che per millenni abbiamo avuto il nostro gigantesco deposito naturale: neve, ghiacciai, permafrost, torrenti, sorgenti.<br>Una sorta di conto corrente idrico sul quale l&#8217;Italia ha prelevato per generazioni senza mai chiedersi molto seriamente chi facesse i versamenti.<br>Il problema è che il direttore della filiale, cioè il clima, sembra aver cambiato politica.<br>Lo zero termico sale sempre più spesso e più a lungo a quote che un tempo avremmo considerato quasi fantascientifiche.<br>La neve arriva più tardi, dura meno, e spesso non arriva proprio.<br>I ghiacciai arretrano. Il permafrost si degrada e con esso aumenta anche l&#8217;instabilità delle rocce.<br>E così accade una cosa piuttosto curiosa.<br>La montagna diventa più calda e più asciutta, mentre noi in pianura continuiamo a comportarci come se avessimo comunque diritto alla nostra bella fornitura d&#8217;acqua.<br>Una specie di contratto eterno con la natura. Naturalmente senza averlo mai firmato.<br>La faccenda diventa ancora più paradossale quando si sale negli alpeggi.<br>Lì le mucche, che evidentemente non leggono i bollettini meteorologici ma hanno il pessimo vizio di avere fame, trovano prati ingialliti e torrenti sempre più poveri d&#8217;acqua.<br>E allora succede che gli allevatori devono portare in quota foraggio ed acqua con i camion.<br>La transumanza, che per secoli ha significato portare gli animali verso l&#8217;erba, rischia così di trasformarsi nella curiosa versione alpina di un servizio di catering: camion che salgono per portare alle mucche quello che la montagna non riesce più a dare.<br>Non è una battuta.<br>O meglio, è una battuta soltanto perché la realtà, qualche volta, ha un senso dell&#8217;umorismo decisamente discutibile.<br>E mentre succede tutto questo, noi continuiamo tranquillamente a progettare infrastrutture turistiche come se la montagna fosse rimasta quella di trent&#8217;anni fa.<br>Impianti di risalita sempre più in alto, piste da sci sempre più dipendenti dalla neve artificiale, investimenti che presuppongono una disponibilità futura di neve e acqua che proprio futura non sembra.<br>È un po&#8217; come costruire un porto in un lago che sta evaporando.<br>Poi magari ci lamentiamo perché l&#8217;investimento non rende.<br>Il punto, però, non è stabilire oggi se domani dovremo chiudere tutti gli impianti sciistici o trasformare le Alpi in un parco archeologico del turismo invernale.<br>Il punto è molto più semplice.<br>La montagna è il rubinetto della pianura.<br>Se lassù diminuisce la neve, si riducono le riserve d&#8217;acqua.<br>Se i ghiacciai arretrano, cambia il regime dei fiumi. Se i terreni si seccano, quando finalmente arriva un temporale l&#8217;acqua spesso scivola via rapidamente invece di alimentare lentamente le falde ed i corsi d&#8217;acqua.<br>E così può capitare l&#8217;assurdo che conosciamo ormai bene: prima ci lamentiamo perché non piove, poi quando piove troppo ci lamentiamo perché arriva tutta insieme.<br>La natura, evidentemente, non ha ancora imparato a consultare il calendario delle nostre esigenze.<br>Il problema è che continuiamo a ragionare per compartimenti stagni.<br>In pianura parliamo di siccità, in montagna di ghiacciai, negli alpeggi di foraggio, nei rifugi di acqua, nel turismo di neve, nell&#8217;agricoltura di irrigazione.<br>Ma il conto finale è uno solo. E prima o poi arriva.<br>Perché se le nostre montagne non riescono più a trattenere la neve, alimentare i torrenti, mantenere le sorgenti, e nutrire i pascoli come hanno fatto per secoli, non possiamo pretendere che il Po, il Ticino, l&#8217;Adige o il Garda continuino a comportarsi come se nulla fosse.<br>Non è catastrofismo.<br>È contabilità.<br>Solo che questa volta il bilancio non lo fa il Ministero dell&#8217;Economia.<br>Lo fa l&#8217;acqua.<br>E l&#8217;acqua, a differenza dei nostri bilanci pubblici, non può essere corretta con una nota di variazione.<br>Forse sarebbe il caso di ricordarcelo ogni volta che guardiamo un fiume in secca.<br>Perché il problema del Po comincia molto più in alto del Po.<br>Il rubinetto della pianura si chiude sulle vette; continuare ad ignorarlo non farà piovere, né farà ricrescere l&#8217;erba.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Dolomiti Superski, arrivano i rimborsi agli sciatori: fino al 30% sugli skipass dal 2022 al 2025</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Aug 2026 07:40:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una notizia destinata a interessare migliaia di appassionati della montagna e dello sci. Chi ha acquistato uno skipass Dolomiti Superski nelle ultime stagioni potrebbe infatti avere diritto a un rimborso o a un voucher. L’Autorità Garante della Concorrenza e del<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Una notizia destinata a interessare migliaia di appassionati della montagna e dello sci. Chi ha acquistato uno skipass Dolomiti Superski nelle ultime stagioni potrebbe infatti avere diritto a un rimborso o a un voucher.</p>



<p>L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha chiuso l’istruttoria che riguardava Dolomiti Superski e gli operatori del sistema con un pacchetto di compensazioni del valore complessivo di circa 30 milioni di euro, tra rimborsi e sconti destinati agli sciatori.</p>



<p>Il provvedimento riguarda chi ha acquistato skipass giornalieri o plurigiornalieri nelle stagioni invernali 2022/2023, 2023/2024 e 2024/2025 e prevede due possibilità: ottenere un voucher pari al 30% della somma spesa, utilizzabile per l’acquisto di un futuro skipass, oppure scegliere un rimborso in denaro pari al 20%.</p>



<p>Per fare un esempio, chi nel periodo interessato ha speso complessivamente 500 euro potrebbe ottenere un voucher da 150 euro oppure scegliere la restituzione di 100 euro. Cifre tutt’altro che irrilevanti, soprattutto per le famiglie che frequentano abitualmente le Dolomiti e che negli ultimi anni hanno dovuto fare i conti con il forte aumento dei costi dello sci.</p>



<p>L’intervento dell’Antitrust arriva infatti dopo un’istruttoria che ha riguardato le modalità di determinazione dei prezzi degli skipass all’interno di uno dei sistemi sciistici più grandi e conosciuti d’Europa, con circa 1.200 chilometri di piste distribuiti in dodici comprensori.</p>



<p>Adesso l’attenzione si sposta sulle modalità concrete per ottenere le compensazioni. Dolomiti Superski ha annunciato una campagna informativa e la predisposizione di una piattaforma online attraverso la quale gli aventi diritto potranno presentare la propria richiesta. L’apertura è prevista entro la metà di ottobre.</p>



<p>Per chi ha sciato sulle Dolomiti nelle tre stagioni interessate diventa quindi importante recuperare e conservare la documentazione relativa agli skipass acquistati, dalle ricevute alle eventuali conferme elettroniche degli acquisti, in attesa delle istruzioni definitive.</p>



<p>Non mancano però le polemiche. Le associazioni dei consumatori hanno sollevato perplessità soprattutto sulla differenza tra il 30% riconosciuto sotto forma di voucher e il 20% restituito in denaro. Una distinzione che, secondo i critici, finirebbe inevitabilmente per premiare chi decide di tornare a sciare nel circuito Dolomiti Superski, mentre chi preferisce riavere semplicemente parte di quanto pagato deve accontentarsi di una percentuale inferiore.</p>



<p>C’è poi la questione delle risorse disponibili, perché le compensazioni sono legate allo stanziamento previsto. Un motivo in più per seguire con attenzione l’apertura della piattaforma e presentare la richiesta senza aspettare troppo.</p>



<p>La vicenda rappresenta comunque una novità significativa per un settore nel quale negli ultimi anni i prezzi sono cresciuti sensibilmente. Lo sci è diventato sempre più costoso e una giornata sulla neve, soprattutto per una famiglia, può ormai trasformarsi in una spesa importante tra skipass, attrezzatura, parcheggio, rifugi e trasporti.</p>



<p>Per migliaia di sciatori italiani, dunque, l’autunno porterà una piccola ma concreta possibilità di recuperare parte di quanto speso nelle ultime stagioni. Meglio controllare fin d’ora vecchie ricevute, email e acquisti online.</p>



<p>Perché questa volta, dopo anni nei quali sulle Dolomiti a salire vertiginosamente non sono state soltanto le funivie ma anche le tariffe, qualcosa potrebbe finalmente tornare indietro. E non soltanto a valle.</p>
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		<title>LA RUSSA, IL PRESIDENTE-TIFOSO E QUELL’INTER CHE SEMBRA SEMPRE INTOCCABILE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Aug 2026 15:30:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un momento in cui anche il tifo dovrebbe conoscere un confine. E quel confine diventa ancora più importante quando il tifoso in questione non è un frequentatore qualsiasi della curva, ma Ignazio La Russa, presidente del Senato della Repubblica,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/la-russa-il-presidente-tifoso-e-quellinter-che-sembra-sempre-intoccabile/">LA RUSSA, IL PRESIDENTE-TIFOSO E QUELL’INTER CHE SEMBRA SEMPRE INTOCCABILE</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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<p>C’è un momento in cui anche il tifo dovrebbe conoscere un confine. E quel confine diventa ancora più importante quando il tifoso in questione non è un frequentatore qualsiasi della curva, ma Ignazio La Russa, presidente del Senato della Repubblica, seconda carica dello Stato.</p>



<p>La fenomenologia politica di La Russa rischia infatti di consegnarci un curioso paradosso: un uomo che, quando un giorno verrà raccontato nei libri dedicati a questa stagione della Repubblica, potrebbe essere ricordato dal grande pubblico più per le sue continue incursioni nel mondo del calcio e per la sua dichiaratissima passione interista che per qualche memorabile iniziativa istituzionale.</p>



<p>Ancora il 13 luglio La Russa interveniva pubblicamente per parlare dell’Inter, della squadra, di Bastoni, di Stankovic e del futuro nerazzurro. Pochi giorni dopo eccolo nuovamente entrare nel dibattito calcistico, questa volta sulla possibile nomina di Andrea Pirlo a commissario tecnico della Nazionale, definendola sostanzialmente un salto nel buio. Non chiacchiere da bar dello sport, dunque, ma dichiarazioni della seconda carica dello Stato che inevitabilmente finiscono sulle agenzie di stampa e diventano notizia nazionale. (<a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/sport/calcio/2026/07/13/la-russa-inter-per-ora-simile-alla-precedente-vedo-bene-mancini_a9857283-03f3-4748-94bf-0b28e11c1b54.html?utm_source=chatgpt.com">ANSA.it</a>⁠)</p>



<p>Naturalmente La Russa ha tutto il diritto di tifare Inter. Può esultare, soffrire, discutere di mercato e considerare Lautaro il più forte del mondo, se vuole. Ma esiste anche una questione di opportunità.</p>



<p>Perché quando una delle più alte cariche della Repubblica interviene continuamente sulle vicende del calcio, la sua voce non pesa come quella di un normale tifoso. Ha un’amplificazione politica, mediatica e istituzionale enormemente superiore. Ed è proprio qui che nasce il cortocircuito.</p>



<p>Il problema, del resto, non è soltanto La Russa. È il clima complessivo che una parte sempre più consistente del pubblico calcistico italiano percepisce intorno all’Inter.</p>



<p>Percepisce, appunto: ed è importante sottolinearlo, perché trasformare una sensazione diffusa in una verità giudiziaria sarebbe scorretto. Ma sarebbe altrettanto sbagliato fingere che quella sensazione non esista.</p>



<p>Da tempo sui social si moltiplicano contestazioni, accuse di disparità di trattamento, discussioni su vicende societarie, arbitrali e federali. Il linguaggio è spesso eccessivo, qualche volta persino grottesco, ma dietro quell’insofferenza esiste una domanda che il sistema del calcio e dell’informazione farebbero bene almeno ad ascoltare: <strong>le regole vengono raccontate e giudicate nello stesso modo per tutti?</strong></p>



<p>È questa la questione.</p>



<p>Non serve sostenere l’esistenza di complotti, cupole o centrali operative clandestine. Basta osservare come il calcio italiano continui ad alimentare un problema enorme di credibilità. E quando la credibilità viene meno, ogni silenzio diventa sospetto, ogni differenza di trattamento diventa un caso, ogni titolo di giornale viene passato al microscopio.</p>



<p>In questo contesto anche una testata prestigiosa come la <em>Gazzetta dello Sport</em> dovrebbe interrogarsi sulla percezione che sta producendo presso una parte dei propri lettori.</p>



<p>La Rosea è stata per generazioni il quotidiano sportivo nazionale per definizione, non il giornale di una tifoseria. Proprio per questo ogni volta che viene accusata di essere indulgente verso una società e inflessibile verso un’altra non dovrebbe liquidare la questione come semplice isteria da social. Dovrebbe chiedersi perché quella convinzione sia diventata tanto radicata.</p>



<p>Il giornalismo non deve accontentare juventini, interisti, milanisti o napoletani. Deve essere credibile soprattutto agli occhi di chi tifa contro la squadra di cui sta scrivendo.</p>



<p>Altrimenti diventa comunicazione di parte.</p>



<p>E proprio mentre il calcio italiano avrebbe disperatamente bisogno di istituzioni autorevoli, dirigenti indipendenti e giornali capaci di mettere tutti sullo stesso piano, assistiamo invece alla trasformazione permanente del dibattito pubblico in una gigantesca curva da stadio.</p>



<p>La Russa ne rappresenta forse l’esempio più appariscente.</p>



<p>È presidente del Senato, ma quando si parla di pallone sembra irresistibilmente attratto dal terreno di gioco. Commenta allenatori, giocatori, mercato e naturalmente la sua Inter. Persino la recente vicenda Pirlo-Nazionale ha visto intervenire direttamente il presidente del Senato, all’interno di una polemica che Reuters ha descritto come ormai entrata pienamente anche nel terreno politico. (<a href="https://www.reuters.com/sports/soccer/russian-betting-company-ties-spark-resistance-appointing-pirlo-italy-coach-2026-07-26/?utm_source=chatgpt.com">Reuters</a>⁠)</p>



<p>Ed allora forse una domanda è legittima: <strong>non sarebbe arrivato il momento di lasciare il calcio al calcio?</strong></p>



<p>Perché il tifoso Ignazio La Russa è libero di parlare quanto vuole.</p>



<p>Il presidente del Senato Ignazio La Russa dovrebbe invece ricordarsi ogni tanto che rappresenta anche milioni di italiani che dell’Inter non sono tifosi affatto.</p>



<p>E molti di questi italiani sono stanchi.</p>



<p>Stanchi della sensazione che nel calcio italiano esistano figli e figliastri,  delle narrazioni a senso unico, delle polemiche che esplodono per alcuni e vengono rapidamente archiviate per altri. Stanchi soprattutto di vedere politica, calcio e informazione intrecciarsi fino a rendere difficilissimo capire dove finisca una cosa e cominci l’altra.</p>



<p>Non sappiamo se esista davvero quel “sistema di protezione” dell’Inter che molti tifosi denunciano: senza prove sarebbe irresponsabile sostenerlo.</p>



<p>Sappiamo però che <strong>esiste un gigantesco problema di percezione</strong>, e in democrazia come nello sport anche la fiducia conta.</p>



<p>Quando milioni di appassionati iniziano a pensare che il campo non sia perfettamente livellato, non basta rispondere che sono tutti complottisti.</p>



<p>Bisogna rendere il campo trasparente.</p>



<p>E magari chiedere alla politica di tornare in tribuna.</p>



<p>Possibilmente senza sciarpa</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/la-russa-il-presidente-tifoso-e-quellinter-che-sembra-sempre-intoccabile/">LA RUSSA, IL PRESIDENTE-TIFOSO E QUELL’INTER CHE SEMBRA SEMPRE INTOCCABILE</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Influencer, starlette, tronisti: perché sono famosi? È colpa tua</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Aug 2026 05:48:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C&#8217;è una domanda tanto semplice quanto scomoda che ogni tanto dovremmo porci mentre scorriamo distrattamente lo smartphone o ci lasciamo trascinare dell’ennesima polemica social.Perché queste persone sono famose?Non parliamo di chi governa un Paese, di uno scienziato che scopre un<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>C&#8217;è una domanda tanto semplice quanto scomoda che ogni tanto dovremmo porci mentre scorriamo distrattamente lo smartphone o ci lasciamo trascinare dell’ennesima polemica social.<br>Perché queste persone sono famose?<br>Non parliamo di chi governa un Paese, di uno scienziato che scopre un vaccino, di un imprenditore che crea ricchezza, di uno scrittore o di un artista che lascia un&#8217;opera destinata a durare.<br>Parliamo di influencer, starlette, concorrenti di reality, opinionisti permanenti, personaggi che sembrano esistere esclusivamente perché qualcuno continua a guardarli.<br>La risposta è tanto brutale quanto disarmante.<br>Sono famosi perché siamo noi a renderli tali.<br>Sessant&#8217;anni fa il sociologo americano Daniel Boorstin aveva già intuito tutto, definendo la celebrità come &#8220;una persona nota per la sua notorietà&#8221;.<br>Una frase che allora sembrava un paradosso, e che oggi descrive perfettamente il nostro tempo.<br>Per secoli la fama era la conseguenza di un&#8217;impresa. Oggi è diventata l&#8217;obiettivo.<br>Non importa perché ti conoscano. Basta che ti conoscano.<br>È una rivoluzione culturale prima ancora che tecnologica.<br>La televisione aveva già cominciato a trasformare la notorietà in spettacolo.<br>I social network hanno completato l&#8217;opera, affidandola agli algoritmi, che non premiano il valore di un contenuto, bensì la sua capacità di trattenere il nostro sguardo.<br>Il principio è semplicissimo.<br>Più fai discutere, più vieni mostrato. Più vieni mostrato, più esisti. Più esisti, più qualcuno è disposto a pagare perché tu continui a esistere.<br>E così basta una provocazione, una lite costruita ad arte, un video studiato per indignare, una lacrima in diretta od un balletto ripetuto milioni di volte.<br>Il talento può attendere. L&#8217;importante è che il pubblico non cambi schermata.<br>La televisione arriva quasi sempre dopo.<br>Reality come L&#8217;Isola dei Famosi o Temptation Island non creano più la notorietà: la certificano.<br>Si limitano a raccogliere personaggi già confezionati dai social e a trasformarli definitivamente in prodotti commerciali.<br>Il vero motore, però, non sono i reality.<br>È l&#8217;economia dell&#8217;attenzione.<br>Per secoli la ricchezza nasceva dalla terra, poi dalle fabbriche, quindi dalla conoscenza.<br>Oggi, sempre più spesso, nasce dalla nostra capacità di catturare gli occhi degli altri.<br>L&#8217;attenzione è diventata la materia prima più preziosa del XXI secolo.<br>E come ogni materia prima, viene estratta, raffinata e venduta.<br>Le piattaforme digitali non commercializzano semplicemente contenuti.<br>Vendono attenzione agli inserzionisti.<br>Noi crediamo di essere i clienti, ma molto spesso siamo il prodotto.<br>Ogni clic, ogni visualizzazione, ogni condivisione ha un valore economico. Persino la nostra indignazione viene monetizzata.<br>Per questo il talento rischia di diventare quasi un dettaglio.<br>Il talento richiede studio, competenza, disciplina e tempo.<br>L&#8217;attenzione può essere conquistata in pochi secondi. Con uno scandalo, con una provocazione, con una volgarità, con una sciocchezza.<br>Il problema, allora, non sono le starlette.<br>Sarebbe troppo facile prendersela con loro. In fondo fanno ciò che il mercato remunera.<br>Il problema siamo noi.<br>Ogni volta che clicchiamo su un titolo costruito per indignarci, ogni volta che seguiamo un profilo che non ha nulla da dire, ogni volta che dedichiamo minuti preziosi ad osservare sconosciuti litigare davanti ad una telecamera, stiamo investendo.<br>Non in cultura. Non in qualità. Ma in traffico pubblicitario.<br>Naturalmente sarebbe comodo dare tutta la colpa alle televisioni, ai social network o agli editori.<br>Ma loro fanno semplicemente ciò che qualsiasi impresa fa da sempre: producono ciò che il mercato compra.<br>Se un&#8217;inchiesta rigorosa raccoglie centomila letture e l&#8217;ennesimo pettegolezzo su un influencer ne raccoglie due milioni, non serve essere cinici per capire quale contenuto verrà pubblicato domani.<br>L&#8217;algoritmo non possiede una coscienza. Possiede statistiche.<br>Esiste anche una spiegazione più profonda.<br>Le fragilità, gli eccessi, e perfino le ridicolaggini, degli altri ci rassicurano.<br>È una forma di voyeurismo morale. Guardando il peggio degli altri finiamo inconsciamente per sentirci un po&#8217; migliori.<br>Ma è una consolazione costosa.<br>Perché una società che scambia la notorietà per il merito finisce inevitabilmente per confondere il rumore con il valore.<br>E quando il rumore vale più della competenza, la mediocrità smette di essere un incidente. Diventa un modello economico. Diventa un modello culturale. Diventa perfino un modello educativo.<br>Così il fenomeno non riguarda più soltanto influencer e reality.<br>Contagia l&#8217;informazione, dove il titolo vale più della notizia. Contagia la politica, dove una battuta virale pesa più di una proposta seria. Contagia perfino il mondo della cultura, dove spesso conta più essere visibili che essere autorevoli.<br>Alla fine il vero potere non appartiene a chi domina TikTok, compare ogni sera in televisione, o riempie le copertine dei rotocalchi.<br>Il vero potere appartiene a chi decide se guardare oppure no.<br>Le celebrità del nulla non vivono di talento. Vivono del nostro tempo.<br>Ed è questa, paradossalmente, la buona notizia.<br>Perché il tempo, a differenza del denaro, siamo noi a decidere come spenderlo.<br>Possiamo continuare ad alimentare una gigantesca industria della vacuità oppure compiere il gesto più semplice e, oggi, più rivoluzionario di tutti: smettere di premiarla.<br>Continuiamo pure a lamentarci della povertà del dibattito pubblico, della superficialità dell&#8217;informazione e della mediocrità dei personaggi che occupano le nostre giornate.<br>Ma finché continueremo a regalare milioni di clic a chi urla, provoca, litiga o si umilia davanti ad una telecamera, avremo esattamente il mondo mediatico che ci meritiamo.<br>Il mercato della vacuità non ha colpevoli misteriosi.<br>Ha milioni di piccoli azionisti.<br>Noi.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Moda, la vera donna, il vero uomo dello stilista è il mercato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Aug 2026 06:27:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Avete presente quei servizi televisivi sulle ultime sfilate di Milano o Parigi?Quelle immagini patinate accompagnate da voci solenni, dove ogni abito improvvisamente smette di essere un abito e diventa una &#8220;riflessione sulla società&#8221;, una &#8220;ricerca sull&#8217;identità&#8221;, quasi una rivelazione sul<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Avete presente quei servizi televisivi sulle ultime sfilate di Milano o Parigi?<br>Quelle immagini patinate accompagnate da voci solenni, dove ogni abito improvvisamente smette di essere un abito e diventa una &#8220;riflessione sulla società&#8221;, una &#8220;ricerca sull&#8217;identità&#8221;, quasi una rivelazione sul futuro dell&#8217;umanità?<br>Lo stilista di turno, ci spiegano, &#8220;racconta la donna del 2027&#8221;.<br>E ogni volta mi viene da sorridere.<br>Non per mancanza di rispetto verso la moda, che è una delle forme più antiche attraverso cui l&#8217;uomo comunica se stesso.<br>Mi viene da sorridere perché quella donna ideale, misteriosa e rivoluzionaria, ha una caratteristica straordinaria: cambia continuamente.<br>Nel 2025 era minimalista, rigorosa, essenziale.<br>Nel 2026 è diventata romantica, avvolta in tessuti morbidi e linee fluide.<br>Nel 2027 sarà probabilmente un&#8217;altra creatura ancora.<br>Una trasformazione antropologica che, curiosamente, coincide sempre con l&#8217;arrivo della nuova collezione e con la necessità di aprire nuovamente il portafoglio.<br>Una coincidenza, naturalmente.<br>La moda vive di miracoli. E i miracoli, si sa, arrivano puntualmente ogni stagione.<br>Parlo da profano.<br>Per me, uomo dalla concretezza un po&#8217; antica, un abito conserva ancora una funzione piuttosto semplice: le scarpe servono per camminare, il cappotto per ripararsi dal freddo, i pantaloni per coprire le gambe.<br>Non significa non apprezzare la qualità.<br>Un bel taglio, un tessuto pregiato, una lavorazione artigianale sono espressioni di talento e cultura.<br>La storia dimostra che alcuni grandi stilisti hanno davvero cambiato il modo di vestire, e perfino il modo in cui una società percepisce il corpo, il ruolo delle donne, il rapporto tra individuo e immagine.<br>Ma le vere rivoluzioni sono rare.<br>Molto più spesso la moda funziona come una ruota.<br>Gira.<br>Non procede sempre verso qualcosa di nuovo: recupera, mescola, ripropone.<br>Tornano gli anni Settanta, poi gli Ottanta, poi i Novanta. Ritornano le spalline, i pantaloni larghi, le giacche oversize, i colori e le forme già conosciuti dalle generazioni precedenti.<br>Il passato viene recuperato, lucidato, ribattezzato e restituito al mercato con una confezione nuova. Il vecchio diventa vintage. Il già visto diventa iconico. Il riciclo diventa innovazione.<br>E una generazione con poca memoria storica finisce spesso per scambiare la ripetizione per rivoluzione.<br>Ma il punto vero non è nemmeno questo.<br>Il punto è il meccanismo economico che sostiene tutto il sistema.<br>La moda, come molte industrie contemporanee, non può limitarsi a vendere prodotti.<br>Deve vendere desideri.<br>Perché una giacca acquistata l&#8217;anno scorso è ancora una giacca. Magari è ancora perfetta, elegante, funzionale.<br>Il problema è proprio questo. Se dura troppo, il mercato ha un problema.<br>Per convincere qualcuno a comprarne un&#8217;altra bisogna allora trasformare ciò che possiede in qualcosa di superato.<br>Non deve “essere” vecchio. Deve “sembrare” vecchio.<br>Nasce così quella che potremmo definire l&#8217;industria dell&#8217;inadeguatezza.<br>Il messaggio implicito è semplice: non sei abbastanza moderno, non sei abbastanza aggiornato, non appartieni più al presente.<br>L&#8217;oggetto non perde valore perché si è consumato; lo perde perché qualcuno ha deciso che non rappresenta più il momento.<br>È l&#8217;obsolescenza programmata applicata al guardaroba.<br>Bisogna alimentare il movimento continuo: collezioni stagionali, pre-fall, capsule collection, eventi, campagne pubblicitarie.<br>Una macchina perfetta nella quale il prodotto conta, ma conta ancora di più il desiderio di possederlo.<br>Già alla fine dell&#8217;Ottocento il sociologo ed economista Thorstein Veblen aveva individuato un meccanismo simile parlando di &#8220;consumo vistoso&#8221;: molti beni non vengono acquistati soltanto per la loro utilità, ma perché comunicano posizione sociale, successo, appartenenza.<br>La moda moderna ha portato questo meccanismo ad una dimensione enorme.<br>Non compriamo soltanto un vestito. Compriamo un&#8217;immagine. Compriamo la promessa di essere più giovani, più interessanti, più accettati. Compriamo, soprattutto, l&#8217;illusione di poter diventare qualcun altro.<br>Sarebbe però troppo semplice attribuire tutta la responsabilità agli stilisti, alle aziende o alla pubblicità.<br>Loro fanno il loro mestiere: creare desideri e trasformarli in vendite.<br>La scelta finale resta anche nelle nostre mani. Il mercato propone, ma il consumatore decide.<br>Nessuno ci obbliga a cambiare guardaroba ogni stagione. Nessuno ci impone di sentirci inadeguati perché una rivista, un influencer o una passerella ci suggeriscono che il nostro modo di vestire appartiene ormai al passato.<br>Ogni acquisto è una scelta. Ogni scelta premia un certo modello economico.<br>Possiamo inseguire ogni nuova tendenza oppure recuperare un&#8217;idea più antica di eleganza: quella che non dipende dalla data sull&#8217;etichetta, ma dalla qualità, dalla misura e dalla capacità di restare fedeli a se stessi.<br>Perché la vera eleganza non ha bisogno di essere aggiornata ogni sei mesi.<br>La moda continuerà naturalmente a raccontarci che ogni stagione nasce una donna nuova.<br>La realtà è molto meno poetica.<br>Ogni stagione deve semplicemente far nascere un nuovo cliente.<br>Perché la &#8220;donna dello stilista&#8221; non esiste.<br>Esiste una persona reale, con i suoi gusti e la sua personalità.<br>E, soprattutto, esistono sempre gli schei.<br>Il vero lusso, forse, oggi consiste proprio nel non avere bisogno di essere continuamente convinti di dover diventare qualcun altro.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Nazionale, alla fine vincono gli amici del quartierino e il calcio italiano va in malora</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jul 2026 22:35:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
		<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Nazionale degli amici miei. Quando il calcio perde, ma il circolo vince C&#8217;è un momento preciso in cui una tragedia sportiva diventa una commedia all’italiana.E’ quando una Nazionale che non si qualifica ai Mondiali da dodici anni, invece di<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>La Nazionale degli amici miei. Quando il calcio perde, ma il circolo vince</p>



<p>C&#8217;è un momento preciso in cui una tragedia sportiva diventa una commedia all’italiana.<br>E’ quando una Nazionale che non si qualifica ai Mondiali da dodici anni, invece di interrogarsi sul perché sia sprofondata in questa situazione, apre il grande mercato delle amicizie.<br>Non servono più scouting, programmi, competenze.<br>Servono relazioni.<br>Il calcio italiano ha dimostrato ancora una volta di essere l&#8217;unico settore al mondo dove, dopo un fallimento, la prima domanda non è &#8220;chi ha sbagliato?&#8221;, ma &#8220;chi conosce chi?&#8221;.<br>E così la scelta del nuovo commissario tecnico si è trasformata in un magnifico spettacolo di teatro dell&#8217;assurdo.<br>Non una selezione del migliore candidato. Una guerra tra compagnie teatrali.<br>La compagnia dell&#8217;amico di questo, quella dell&#8217;amico di quello, quella del dirigente che conosce l&#8217;ex campione, quella del presidente che preferisce il tecnico incontrato al circolo.<br>Mancava soltanto il cameriere con il vassoio degli aperitivi a raccogliere le preferenze.<br>Alla fine ha vinto Roberto Mancini, con Claudio Ranieri nel ruolo di direttore tecnico.<br>Due professionisti di valore, nessun dubbio.<br>A parte che uno è emigrato in Arabia Saudita senza salutare nessuno, e l’altro aveva già optato per la pensione.<br>Ma il problema non è il curriculum dei prescelti.<br>Il problema è il curriculum di chi sceglie.<br>Perché il calcio italiano è riuscito nell&#8217;impresa straordinaria di fallire tre qualificazioni mondiali e poi comportarsi come se il problema fosse trovare il nome giusto sulla porta dell&#8217;ufficio.<br>È come se un ospedale avesse un reparto in crisi da anni e il consiglio dei medici si riunisse per decidere soltanto il colore delle tende.<br>Il malato può aspettare. Prima vengono le tende.<br>Nel frattempo i dirigenti spiegano che tutto è stato fatto con il &#8220;metodo della condivisione&#8221;.<br>Una parola meravigliosa.<br>In Italia &#8220;condivisione&#8221; spesso significa che tutti devono essere d&#8217;accordo, purché vinca il mio candidato.<br>È la versione moderna del vecchio manuale della politica italiana: nessuno perde mai davvero, perché chi perde oggi può sempre sedersi al tavolo domani.<br>Anche il calcio ha imparato la grande arte nazionale: trasformare la responsabilità in un concetto astratto.<br>Se la Nazionale fallisce, sarà colpa dell&#8217;allenatore.<br>Se non arrivano giovani talenti, sarà colpa dei giovani.<br>Se gli stadi sono vuoti, sarà colpa dei tifosi.<br>I vertici invece restano lì, immobili come monumenti.<br>Solo che i monumenti almeno ricordano qualcuno. Questi spesso ricordano soltanto se stessi.<br>La cosa più incredibile è che tutto questo avviene mentre il calcio italiano perde terreno ovunque.<br>La Premier League vola, i club stranieri investono, i giovani migliori emigrano, gli stadi italiani sembrano spesso musei con il prato.<br>Ma il vero campionato continua a giocarsi nei corridoi.<br>Lì siamo imbattibili.<br>Nessuna squadra europea può competere con la nostra specialità nazionale: il posizionamento strategico della poltrona.<br>Abbiamo inventato il catenaccio.<br>Poi lo abbiamo applicato anche alle idee.<br>Tutti chiusi dietro, nessuno responsabile davanti.<br>Il Mondiale del 2030 resta un obiettivo.<br>Prima però la Nazionale dovrà superare l&#8217;avversario più difficile.<br>Non sarà la Germania. Non sarà la Spagna. Non sarà la Francia. Non sarà il Brasile.<br>Sarà il calcio italiano stesso.</p>
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		<title>Il caro carburante ci ammazzerà: è la fine di un’epoca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Jul 2026 16:30:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La favola del carburante economico. La politica nasconde la fine di un&#8217;epoca Prendete i giornali italiani in questi giorni.Le foto a tutta pagina dei distributori con benzina e diesel oltre i 2,50 euro al litro sono perfette per alimentare l&#8217;indignazione<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/il-caro-carburante-ci-ammazzera-e-la-fine-di-unepoca/">Il caro carburante ci ammazzerà: è la fine di un’epoca</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La favola del carburante economico. La politica nasconde la fine di un&#8217;epoca</p>



<p></p>



<p>Prendete i giornali italiani in questi giorni.<br>Le foto a tutta pagina dei distributori con benzina e diesel oltre i 2,50 euro al litro sono perfette per alimentare l&#8217;indignazione quotidiana.<br>Poco importa che si tratti spesso di prezzi da rete autostradale o di casi limite: la realtà è che il costo dei carburanti continua a salire, e non soltanto in Italia.<br>Basta confrontare i prezzi con quelli dei nostri principali partner europei per capire che non siamo di fronte a una peculiarità italiana. In Germania, Francia e Spagna i listini viaggiano su livelli analoghi (basta fare qualche ricerca in Rete), con differenze legate soprattutto alla diversa pressione fiscale.<br>Ila verità è che nessun Paese europeo, oggi, fare il pieno è un&#8217;operazione leggera per il portafoglio.<br>Ma la vera notizia di questa ennesima &#8220;crisi del carburante&#8221; non è il prezzo alla pompa.<br>È lo spettacolo deprimente della politica.<br>Un copione stanco che si ripete identico ad ogni aumento dei prezzi, con ruoli alternati ma con una sceneggiatura sempre uguale.<br>Da una parte un&#8217;Opposizione che accusa il Governo di provocare un massacro sociale. Sparare sull&#8217;Esecutivo quando benzina e gasolio aumentano è sempre facile: è quasi come sparare sulla Croce Rossa.<br>La soluzione proposta è immancabilmente la stessa: utilizzare il presunto surplus di IVA incassato dallo Stato per calmierare i prezzi.<br>Peccato che bastino pochi calcoli per capire che si tratta, nella migliore delle ipotesi, di un intervento marginale.<br>Anche ipotizzando una riduzione fiscale significativa, il risultato sarebbe quello di abbassare il prezzo di pochi centesimi.<br>Passare, per esempio, da 2,50 a 2,44 euro al litro può forse produrre un titolo di giornale, ma cambia poco o nulla nella vita quotidiana delle famiglie.<br>È un pannicello caldo presentato come una cura miracolosa.<br>Dall&#8217;altra parte c&#8217;è un Governo che conosce perfettamente il problema, ma si trova davanti alla solita realtà dei conti pubblici italiani: ogni euro di entrata fiscale diventa prezioso (. Quell&#8217;extra-gettito che oggi viene indicato come un tesoretto da restituire ai cittadini, domani serve per finanziare la spesa pubblica, coprire promesse elettorali od evitare nuove tensioni sui bilanci ( ma vedrete che Giorgia Meloni finirà inevitabilmente per cedere alle pressioni)<br>La politica, insomma, recita la sua parte. Gli uni promettono di abbassare i prezzi. Gli altri promettono di proteggere i conti.<br>Ma nessuno ha il coraggio di dire la verità.<br>E la verità è molto più scomoda di qualche centesimo di sconto fiscale.<br>Per decenni la politica occidentale, di qualunque colore, ha costruito il consenso su una promessa implicita: energia abbondante, carburanti economici, crescita continua, consumi senza limiti.<br>Abbiamo vissuto in un mondo nel quale sembrava normale poter viaggiare sempre di più, riscaldare e raffreddare case sempre più grandi, acquistare prodotti arrivati dall&#8217;altra parte del pianeta pagando trasporti quasi irrilevanti.<br>Abbiamo scambiato una condizione storica eccezionale per un diritto acquisito.<br>Ma non era un diritto.<br>Era il risultato di un equilibrio geopolitico favorevole, di mercati energetici relativamente stabili e di una disponibilità di risorse che oggi non possiamo più dare per scontata.<br>La prima grande favola che la politica dovrebbe smettere di raccontare è quindi questa: l&#8217;energia a basso costo non è garantita per sempre.<br>Se finora non abbiamo pagato la benzina 3 euro o più al litro, è anche perché negli ultimi anni gli Stati occidentali hanno utilizzato le proprie riserve petrolifere strategiche per assorbire gli shock dei mercati e contenere gli aumenti.<br>Ma le riserve, per definizione, non sono infinite.<br>Sono un salvagente da usare nelle emergenze, non una soluzione permanente.<br>Ed oggi il quadro internazionale non lascia spazio a grandi illusioni.<br>La guerra in Ucraina dura ormai da anni. Il Medio Oriente continua ad essere una polveriera. Le rotte commerciali fondamentali sono diventate vulnerabili: prima Hormuz poi Bab el-Mandeb, due dei passaggi più importanti per il commercio mondiale dell&#8217;energia.<br>In questo scenario pensare che i prezzi dei carburanti possano tornare stabilmente ai livelli del passato significa vendere agli elettori una promessa che nessun Governo può mantenere.<br>La colpa della politica non è soltanto quella di non riuscire a risolvere il problema.<br>È quella di fingere che il problema non esista.<br>Una classe dirigente seria dovrebbe preparare i cittadini a un cambiamento profondo: probabilmente l&#8217;epoca dell&#8217;energia sempre disponibile e sempre economica sta finendo.<br>Non è una questione ideologica. Non è una battaglia tra ambientalisti e consumisti negazionisti. È la realtà dei numeri, della geopolitica e delle risorse.<br>Come accadde durante la crisi energetica degli anni Settanta, potremmo essere costretti a cambiare abitudini. Non perché qualcuno ce lo impone dall&#8217;alto, ma perché le condizioni del mondo ci obbligheranno a farlo.<br>Ridurre gli sprechi. Usare l&#8217;automobile con maggiore attenzione. Valutare se ogni spostamento sia davvero indispensabile. Recuperare una certa cultura della moderazione.<br>Sono concetti poco popolari, perché la politica moderna preferisce distribuire promesse invece di spiegare limiti.<br>Dire la verità richiederebbe leadership, maturità e il coraggio di trattare i cittadini da adulti.<br>Ma in un sistema dove ogni problema deve avere una soluzione immediata, ogni costo deve essere cancellato e ogni difficoltà trasformata in colpa di qualcun altro, dire la verità è diventato quasi un atto rivoluzionario.<br>La politica continua a promettere carburante economico.<br>Peccato che il petrolio, la geopolitica e la matematica dei conti pubblici non partecipino alle campagne elettorali.<br>E, prima o poi, presentano sempre il conto,<br>A settembre quasi sicuramente la cosa sarà ancora più palese.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Lottizzazioni: Durigon sta alla pallavolo femminile come io sto a Messi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Jul 2026 09:52:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Claudio Durigon presidente della Lega Volley femminile. La prima domanda non è se farà bene o male. La prima domanda è un’altra: che cosa c’entra con la pallavolo? La risposta è semplice: poco o nulla. Esattamente come il sottoscritto c’entra<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Claudio Durigon presidente della Lega Volley femminile. La prima domanda non è se farà bene o male. La prima domanda è un’altra: che cosa c’entra con la pallavolo?</p>



<p>La risposta è semplice: poco o nulla. Esattamente come il sottoscritto c’entra con Lionel Messi. Eppure oggi, nell’Italia del merito tanto evocato dalla politica, un esponente di primo piano della Lega viene catapultato alla guida di uno dei movimenti sportivi più importanti del Paese.</p>



<p>Non è una questione personale. È una questione di sistema.</p>



<p>Il problema non è Durigon. Il problema è l’idea che ogni spazio di potere debba essere occupato dalla politica. Che ogni istituzione, ogni ente, ogni federazione, ogni società partecipata debba finire sotto il controllo di qualcuno che abbia il “bollino” del partito giusto.</p>



<p>È una logica antica, che pensavamo appartenesse ai manuali della Prima Repubblica. Invece è tornata più viva che mai. Cambiano i partiti, cambiano i simboli, cambiano gli slogan, ma il metodo è sempre lo stesso: spartirsi le poltrone.</p>



<p>La destra aveva promesso una rivoluzione contro il sistema delle nomine, contro le élite, contro le rendite di posizione. Aveva promesso meritocrazia. Ma quando arriva il momento di scegliere chi guida un’istituzione, il curriculum sembra passare in secondo piano rispetto all’appartenenza politica.</p>



<p>Lo sport, poi, dovrebbe essere il luogo in cui il merito è l’unico criterio possibile. Un atleta non gioca perché è amico del presidente. Un allenatore non vince perché ha la tessera di un partito. Un dirigente dovrebbe essere scelto perché conosce quel mondo, ne comprende le dinamiche, ha dimostrato capacità manageriali e visione.</p>



<p>Invece assistiamo alla colonizzazione della politica anche nello sport.</p>



<p>Il rischio è enorme. Perché quando tutto diventa terreno di conquista, nulla rimane realmente autonomo. La politica smette di governare e comincia a occupare. È una differenza sostanziale. Governare significa creare regole; occupare significa distribuire incarichi.</p>



<p>Qualcuno obietterà che anche in passato è sempre successo. Ed è vero. Ma proprio perché è sempre successo bisognerebbe smettere di considerarlo normale. La lottizzazione non diventa una buona pratica solo perché è bipartisan. Resta un vizio della politica italiana, uno dei principali fattori che hanno alimentato sfiducia nelle istituzioni e mediocrità nella classe dirigente.</p>



<p>Chi oggi difende queste nomine con il classico “lo facevano anche gli altri” rinuncia a qualsiasi pretesa di cambiamento. È la certificazione che nulla è cambiato.</p>



<p>Il punto non è sapere se Durigon sarà un buon presidente. Glielo si può anche augurare. Il punto è che quella poltrona dovrebbe essere assegnata al migliore, non al più vicino al potere.</p>



<p>Perché quando la politica entra ovunque, lo sport perde autonomia, le istituzioni perdono credibilità e il merito diventa soltanto uno slogan da campagna elettorale.</p>



<p>E così, un incarico dopo l’altro, una nomina dopo l’altra, l’Italia torna lentamente a ciò che aveva giurato di lasciarsi alle spalle: la Repubblica delle spartizioni, dove le competenze contano meno delle appartenenze e le poltrone sono il premio di una fedeltà politica, non il riconoscimento di un merito.</p>



<p>Altro che Terza Repubblica. Sembra di essere tornati alla Prima</p>
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		<title>La Gazzetta dello sport ed il naufragio di un giornale che abbiamo amato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jul 2026 09:32:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è stato un tempo in cui La Gazzetta dello Sport era molto più di un quotidiano sportivo. Era un rito, un riferimento, un linguaggio comune. La “rosea” accompagnava generazioni di lettori non solo nelle vittorie e nelle sconfitte, ma anche<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>C’è stato un tempo in cui La Gazzetta dello Sport era molto più di un quotidiano sportivo. Era un rito, un riferimento, un linguaggio comune. La “rosea” accompagnava generazioni di lettori non solo nelle vittorie e nelle sconfitte, ma anche nella formazione di un’idea alta di racconto sportivo: passione, competenza, equilibrio, memoria.</p>



<p>Oggi, per molti lettori, quella fiducia appare incrinata. Non per una singola prima pagina, non per un titolo discutibile, non per una scelta editoriale isolata. Il problema è più profondo: la sensazione crescente che il giornale abbia smarrito la sua terzietà, lasciando spazio a una linea percepita come sempre più orientata, selettiva, militante. Una linea che, invece di raccontare il calcio italiano nella sua complessità, sembra spesso piegarlo dentro una narrazione precostituita.</p>



<p>Quando un quotidiano sportivo diventa prevedibile, perde la sua forza. Quando il lettore intuisce già quale sarà il tono di un articolo prima ancora di leggerlo, qualcosa si è rotto. E quando una testata storica viene percepita non più come osservatore autorevole, ma come parte del gioco di potere che dovrebbe raccontare, il danno non è soltanto reputazionale: è culturale.</p>



<p>Il punto non è pretendere una neutralità impossibile o negare che ogni giornale abbia sensibilità, gerarchie e scelte. Il giornalismo non è matematica. Ma esiste una differenza enorme tra una linea editoriale riconoscibile e una redazione percepita come allineata a interessi, simpatie o convenienze. La prima è legittima. La seconda è una resa.</p>



<p>Il tema dell’editore, in questo senso, non può essere ignorato. In Italia il rapporto tra proprietà, informazione, industria e sport è spesso opaco, intrecciato, carico di ambiguità. Quando chi possiede un giornale ha anche interessi, rapporti o battaglie aperte nel sistema che quel giornale racconta, il dovere di indipendenza dovrebbe diventare ancora più rigoroso, non più debole. Proprio in quei casi una redazione dovrebbe dimostrare con i fatti di non essere una cinghia di trasmissione, ma un presidio autonomo.</p>



<p>E qui si arriva al ruolo dei giornalisti. Perché nessun editore, da solo, può cancellare la dignità professionale di una redazione se quella redazione decide di difenderla. Il giornalista non è un funzionario della convenienza, non è un addetto stampa mascherato, non è un soldato arruolato in una guerra tra proprietà, club, famiglie industriali o centri di potere. Il giornalista dovrebbe avere un solo padrone: i fatti. E un solo obbligo: raccontarli senza inginocchiarsi.</p>



<p>La crisi della Gazzetta, almeno agli occhi di una parte dei suoi lettori storici, nasce da qui. Non dall’amore o dall’odio verso una squadra. Non dal tifo. Nasce dalla percezione di una rinuncia: la rinuncia a disturbare tutti, a fare domande scomode a chiunque, a non concedere trattamenti di favore, a non trasformare il racconto sportivo in una battaglia di campo travestita da informazione.</p>



<p>Chi ha amato la “rosea” non gode nel criticarla. Al contrario, prova amarezza. Perché vedere un simbolo del giornalismo sportivo italiano ridursi, anche solo nella percezione pubblica, a strumento di una narrazione di parte è una sconfitta per tutti: per i lettori, per il calcio, per il giornalismo e per gli stessi professionisti che ogni giorno firmano quelle pagine.</p>



<p>La dignità giornalistica non consiste nell’essere contro qualcuno. Consiste nel non essere al servizio di nessuno. Consiste nel saper scrivere un articolo che non piaccia all’editore, al presidente, al dirigente, al grande inserzionista, alla piazza più rumorosa. Consiste nel ricordare che una testata storica non appartiene soltanto a chi la possiede, ma anche alla comunità di lettori che l’ha resa autorevole nel tempo.</p>



<p>La Gazzetta dello Sport può ancora scegliere cosa essere: un giornale che racconta il potere o un giornale che se ne lascia raccontare. Una voce libera o una voce prevedibile. Una memoria dello sport italiano o un bollettino di parte.</p>



<p>Ma per tornare grande non bastano le firme, la storia o il colore della carta. Serve una cosa più rara: il coraggio di essere indipendenti anche quando l’indipendenza costa.</p>
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		<title>Tav a Settecà: perché non può ridursi tutto ad uno scontro politico (ed è troppo tardi)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Jun 2026 14:53:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La polemica sulla Tav a est di Vicenza ha un pregio: costringe finalmente tutti a dire con chiarezza che cosa vogliono. E ha un difetto: arriva quando la partita tecnica sembra già molto avanzata, se non quasi chiusa. Il caso<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>La polemica sulla Tav a est di Vicenza ha un pregio: costringe finalmente tutti a dire con chiarezza che cosa vogliono. E ha un difetto: arriva quando la partita tecnica sembra già molto avanzata, se non quasi chiusa. Il caso è quello del passaggio dell’Alta Velocità verso Padova, nel tratto di uscita dalla città, con la soluzione a raso indicata da RFI e con il contestato scavalco ferroviario, il cosiddetto “salto del montone”, previsto nell’area di Settecà. Tradotto fuori dal linguaggio tecnico: la linea correrebbe in affiancamento ai binari esistenti, ma per risolvere l’incrocio tra la nuova infrastruttura e la linea storica servirebbe un’opera in elevazione, lunga, visibile, impattante. Ed è lì che esplode lo scontro.</p>



<p>Chi ha ragione? Dipende da quale domanda si pone. Se la domanda è quale sia la soluzione più rapida, più semplice da realizzare e meno rischiosa per l’avanzamento complessivo della Verona-Padova, la risposta è probabilmente quella sostenuta da RFI, dal Ministero e dalla Regione: il tracciato a raso, con scavalco, consente di sbloccare il nodo, contenere costi e tempi, evitare di riaprire da capo una progettazione già complessa. Dal punto di vista dell’opera nazionale, questa posizione ha una sua logica. La Tav non è una strada comunale, ma un’infrastruttura strategica inserita in un corridoio più ampio. Chi la guarda da Roma o da Venezia vede soprattutto il rischio di fermare per anni un tratto decisivo per collegare Verona, Vicenza, Padova e il resto della rete.</p>



<p>Ma se la domanda è quale sia la soluzione migliore per Vicenza, per Settecà, per i quartieri attraversati e per una città che ha già pagato un prezzo altissimo in termini di cantieri, demolizioni, trasformazioni urbane e disagi, allora la risposta cambia. Un cavalcaferrovia di quelle dimensioni non è un dettaglio tecnico. È un segno permanente nel paesaggio. È un’infrastruttura che modifica il rapporto tra case, campagna, viabilità locale e qualità della vita. È un’opera che non si misura soltanto in metri, euro e cronoprogrammi, ma anche in rumore, visuale, valore degli immobili, percezione di isolamento, vivibilità dei residenti. Da questo punto di vista, il no del Comune e dei cittadini allo scavalco a Settecà non è una posizione ideologica: è una preoccupazione concreta.</p>



<p>Il punto politico più delicato è che entrambe le parti usano una parte di verità. Il centrodestra accusa l’amministrazione Possamai di essersi mossa tardi e di aver lasciato correre la progettazione fino al punto in cui tornare indietro diventa difficilissimo. È un’accusa che pesa, perché nelle grandi opere il tempo non è neutro: ogni mese perso riduce le alternative reali e aumenta il costo politico ed economico delle modifiche. Ma anche l’amministrazione Possamai ha un argomento forte quando ricorda che la localizzazione dello scavalco a Settecà non nasce oggi e che il problema affonda le radici nelle scelte e nelle omissioni degli anni precedenti. Se davvero nel 2021 il progetto ha imboccato quella direzione di chi è la responsabilità se non di tutti?</p>



<p>La verità, quindi, è scomoda per tutti: RFI ha ragione quando dice che una grande opera non può restare indefinitamente ostaggio di ripensamenti locali; il Comune ha ragione quando dice che Settecà non può essere sacrificata come se fosse uno spazio vuoto; il centrodestra ha ragione quando sottolinea che su questi dossier bisogna incidere prima, non quando il progetto è già maturato; il centrosinistra ha ragione quando ricorda che la soluzione oggi contestata non è comparsa all’improvviso durante questa amministrazione. Ma avere un pezzo di ragione non significa avere tutta la ragione.</p>



<p>La scelta migliore, allora, non è semplicemente dire sì o no alla Tav. Quella è una scorciatoia propagandistica. La scelta migliore è pretendere che il Ministero e RFI mettano nero su bianco, in modo pubblico e verificabile, il confronto tra tutte le alternative: a raso con scavalco a Settecà, galleria corta, galleria lunga, eventuali soluzioni miste e mitigazioni possibili. Non basta dire che l’analisi multicriterio ha scelto la soluzione più efficiente. Bisogna spiegare quanto pesano i costi, quanto pesano i tempi, quanto pesa l’impatto urbano, quanto pesa la tutela dei residenti, quanto pesa il rischio di contenziosi. Perché se il criterio dominante è soltanto “fare prima e spendere meno”, allora è chiaro che la città parte sconfitta.</p>



<p>Nel merito, la soluzione migliore per Vicenza sarebbe evitare lo scavalco a Settecà e privilegiare un’alternativa meno impattante, anche se più costosa, purché tecnicamente sostenibile e compatibile con tempi certi. Una città attraversata da un’opera nazionale non può chiedere di cancellare l’opera, ma può e deve chiedere che l’opera non scarichi il proprio peso su un quartiere per il prossimo secolo. Se l’interramento o una soluzione in galleria sono ancora realmente praticabili, vanno scelte. Se invece RFI dimostrerà, con dati trasparenti e non con formule burocratiche, che quelle alternative sono ormai impraticabili, allora la battaglia dovrà spostarsi su un pacchetto vincolante di compensazioni: barriere antirumore di qualità, inserimento paesaggistico, ricucitura della viabilità, tutela delle abitazioni più esposte, indennizzi adeguati, opere verdi e monitoraggi ambientali permanenti. Non promesse generiche, ma obblighi scritti.</p>



<p>In questa vicenda il torto più grande sarebbe ridurre tutto a una guerra tra partiti. Settecà non è un pretesto elettorale e la Tav non è un feticcio ideologico. È una decisione urbana irreversibile. Proprio per questo la scelta migliore non può essere quella più comoda per chi deve chiudere un dossier, ma quella che regge alla domanda più semplice: fra trent’anni, guardando quel tratto di città, potremo dire che Vicenza è stata attraversata da un’opera necessaria ma rispettosa, oppure dovremo ammettere che, per fare prima, si è scelta la soluzione più pesante per chi ci vive accanto? La risposta, oggi, non può essere affidata solo ai tecnici né solo ai comunicati politici. Deve essere pubblica, motivata e comprensibile. Perché la Tav passerà; il problema è che cosa lascerà dietro di sé.</p>
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		<title>Il mondo brucia, ma i coglioni continuano a negare il cambiamento climatico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jun 2026 14:31:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il mondo brucia, ma c’è ancora chi preferisce discutere del fiammifero. C’è chi guarda le città soffocare nel caldo, i campi spaccarsi per la siccità, le alluvioni spazzare via case e lavoro, i mari salire centimetro dopo centimetro, e trova<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Il mondo brucia, ma c’è ancora chi preferisce discutere del fiammifero. C’è chi guarda le città soffocare nel caldo, i campi spaccarsi per la siccità, le alluvioni spazzare via case e lavoro, i mari salire centimetro dopo centimetro, e trova comunque il modo di dire che è sempre successo, che il clima è sempre cambiato, che non bisogna esagerare, che l’economia viene prima. Come se l’economia potesse respirare sott’acqua. Come se un raccolto bruciato producesse Pil. Come se un territorio devastato fosse solo un fastidio meteorologico.</p>



<p>La verità è che negare il cambiamento climatico non è più ignoranza: è spesso convenienza. È la comodità di non dover cambiare nulla. È la paura di ammettere che il modello su cui abbiamo costruito consumi, trasporti, produzione, energia e politica ha un conto da pagare. Ed è un conto salato, perché il clima non contratta, non aspetta i tempi dei talk show, non si lascia convincere da uno slogan. La fisica non ha bisogno del consenso degli opinionisti.</p>



<p>Dire che serve cambiare dà fastidio perché significa toccare abitudini, interessi, profitti, rendite, privilegi. Significa dire che non tutto ciò che conviene oggi può essere permesso domani. Significa pretendere città meno dipendenti dalle auto, case più efficienti, industrie più pulite, agricoltura meno fragile, energia meno legata ai combustibili fossili, consumi meno compulsivi. Significa anche chiedere alla politica di smettere di usare l’ambiente come decorazione elettorale e trattarlo per quello che è: la base materiale della nostra sopravvivenza.</p>



<p>E qui nasce il fastidio. Perché il cambiamento climatico non chiede solo pannelli solari e raccolta differenziata. Chiede responsabilità. Chiede di guardare in faccia il fatto che alcune conseguenze sono già irreversibili su scale umane: ghiacciai perduti, ecosistemi danneggiati, specie cancellate, coste sempre più vulnerabili, oceani più caldi e più acidi. Non tutto si potrà riparare. Non tutto tornerà come prima. Questa è la parte che molti non vogliono sentire: non siamo davanti a un allarme teorico, ma a una trasformazione in corso.</p>



<p>Chi nega, spesso, non difende la verità. Difende la propria tranquillità. Difende il diritto immaginario di continuare come prima senza sentirsi chiamato in causa. Per questo ogni proposta concreta diventa “ideologia verde”, ogni limite diventa “dittatura”, ogni dato diventa “terrorismo climatico”. È un riflesso infantile: se la realtà disturba, si insulta chi la descrive. Se il termometro segna febbre, si accusa il medico di essere catastrofista.</p>



<p>Ma il catastrofismo non è dire che la casa sta bruciando mentre il fumo entra dalle finestre. Il catastrofismo vero è restare seduti sul divano spiegando che aprire l’acqua sarebbe troppo costoso. Il fanatismo non è chiedere di ridurre le emissioni, proteggere il suolo, ripensare trasporti ed energia. Il fanatismo è credere che un pianeta finito possa reggere all’infinito un’economia che consuma come se avesse scorte infinite.</p>



<p>Il problema, allora, non è solo climatico. È culturale. È morale. È politico. Abbiamo una parte di società che ha trasformato il rifiuto del cambiamento in identità. Non discutono più dei dati: discutono del loro fastidio. Non contestano le soluzioni perché inefficaci: le contestano perché chiedono maturità. E la maturità, in tempi di propaganda facile, è merce rara.</p>



<p>Cambiare non significa tornare alle candele, come ripetono i caricaturisti del nulla. Significa evitare di consegnare ai figli un mondo più povero, più caldo, più instabile e più ingiusto. Significa scegliere innovazione invece di nostalgia fossile. Significa capire che la transizione non è una punizione, ma l’unica manutenzione seria della casa comune. Certo, costa. Ma costa molto di più non farla. Costa in vite, in salute, in raccolti, in infrastrutture distrutte, in migrazioni forzate, in territori resi invivibili.</p>



<p>Il mondo brucia e i negazionisti si offendono perché qualcuno propone di spegnere l’incendio cambiando anche il modo in cui lo abbiamo acceso. Gli sta sulle scatole ammettere che serve cambiare perché significherebbe riconoscere una responsabilità. E allora preferiscono il sarcasmo, la minimizzazione, la battuta da bar, la guerra contro gli ambientalisti, come se screditare chi avverte del pericolo potesse abbassare la temperatura.</p>



<p>Ma il clima non si cura delle nostre scuse. La storia, probabilmente, sarà meno indulgente di quanto lo siamo stati noi. Perché arriverà un momento in cui non si chiederà più chi aveva ragione nei dibattiti televisivi, ma chi ha perso tempo mentre c’era ancora tempo. E allora la domanda non sarà perché gli ambientalisti insistevano tanto. Sarà perché tanti altri, davanti all’evidenza, hanno scelto di negare.</p>
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		<title>Trump perché “sputtani” la Meloni? Quanto costa all’Italia il mancato asservimento agli USA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 14:17:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Perché Trump umilia Meloni? La risposta più semplice — “la odia” — è anche la meno utile. Trump non ragiona quasi mai in termini di alleanze stabili, gratitudine politica o coerenza ideologica. Ragiona in termini di forza, dominio, visibilità e<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Perché Trump umilia Meloni? La risposta più semplice — “la odia” — è anche la meno utile. Trump non ragiona quasi mai in termini di alleanze stabili, gratitudine politica o coerenza ideologica. Ragiona in termini di forza, dominio, visibilità e convenienza immediata. Per questo l’attacco a Giorgia Meloni non va letto soltanto come una volgarità personale, ma come un messaggio politico: il presidente americano sta dicendo che nessun alleato europeo, neppure quello che più aveva cercato di costruire un rapporto privilegiato con lui, può sentirsi al riparo dalla sua logica di subordinazione.</p>



<p>La premier italiana aveva investito molto sul rapporto con Trump. Non solo per affinità politica con una parte del mondo conservatore americano, ma per una ragione strategica: presentarsi come il ponte più affidabile tra Washington e l’Europa. Meloni voleva essere la leader europea capace di parlare con la Casa Bianca trumpiana senza rompere con Bruxelles, con la Nato, con l’Ucraina e con l’establishment atlantico. Era un equilibrio difficile, ma finché Trump la trattava come interlocutrice speciale poteva funzionare. Ora quel capitale politico viene colpito nel punto più sensibile: l’immagine di una premier forte all’estero, rispettata dai grandi, capace di ottenere ascolto dove altri europei vengono respinti.</p>



<p>Trump, però, non riconosce rendite di posizione. Anzi, spesso colpisce proprio chi ha più da perdere dal rapporto con lui. Umiliare Meloni serve a ricordare che il legame con gli Stati Uniti, nella sua visione, non è un’alleanza tra pari ma un rapporto gerarchico. Il messaggio implicito è brutale: se vuoi accesso alla Casa Bianca, devi accettare anche il prezzo dell’umiliazione pubblica. È la stessa tecnica usata più volte con partner, collaboratori e avversari: prima l’investitura, poi lo schiaffo, infine la richiesta di lealtà. Chi incassa resta nel gioco; chi reagisce viene accusato di non capire il nuovo ordine.</p>



<p>Non c’è bisogno di immaginare un odio personale verso Meloni. C’è qualcosa di più freddo: Trump sembra non tollerare che un alleato rivendichi autonomia quando gli Stati Uniti chiedono allineamento pieno. La premier italiana, pur essendo politicamente più vicina a lui di molti leader europei, non può trasformare l’Italia in un satellite americano. Deve fare i conti con l’Unione europea, con il Quirinale, con la Nato, con l’interesse nazionale, con le imprese esportatrici, con l’opinione pubblica italiana e con dossier esplosivi come Ucraina, Medio Oriente, dazi, energia e difesa. Quando Meloni non coincide perfettamente con la linea di Trump, agli occhi del presidente americano smette di essere “l’amica italiana” e diventa una qualunque leader europea da piegare.</p>



<p>L’attacco è tanto più pesante perché arriva dopo mesi in cui Palazzo Chigi aveva provato a evitare lo scontro frontale. Meloni aveva scelto la via della prudenza: non rompere con Trump, non consegnarsi completamente a lui, non farsi trascinare nelle fratture più estreme tra Washington e Bruxelles. Ma questa posizione intermedia, che in Europa poteva apparire come realismo, per Trump può sembrare ambiguità. Il presidente americano preferisce i rapporti binari: o si è con lui, o si è contro di lui. E quando qualcuno tenta di restare nel mezzo, lui spesso forza la scena con una provocazione pubblica.</p>



<p>Per Meloni il danno è doppio. Sul piano internazionale viene colpita la narrazione della premier autorevole, quella che sa sedersi al tavolo dei potenti senza complessi. Sul piano interno viene messa in difficoltà la linea atlantista della destra di governo: se l’alleato americano si comporta da bullo, diventa più difficile spiegare agli italiani che Washington resta il punto di riferimento naturale e indiscutibile. Non a caso la reazione della premier è stata immediata e patriottica: “io e l’Italia non imploriamo mai”. In quella frase c’è la necessità di separare la dignità nazionale dal rapporto personale con Trump.</p>



<p>Quanto può pesare per l’Italia questo conflitto? Molto, se lo scontro smette di essere una sceneggiata verbale e diventa linea politica. Gli Stati Uniti non sono un partner qualsiasi: pesano sulla sicurezza europea, sulla Nato, sull’Ucraina, sull’intelligence, sulla stabilità del Mediterraneo, sull’energia, sui mercati finanziari e sull’export italiano. Un raffreddamento vero con Washington potrebbe complicare i dossier militari, indebolire la capacità italiana di incidere nei negoziati occidentali e aumentare l’esposizione delle imprese a ritorsioni commerciali o nuove incertezze tariffarie. Per un Paese manifatturiero come l’Italia, che vende molto negli Stati Uniti e vive di credibilità internazionale, il costo di una crisi prolungata non sarebbe simbolico.</p>



<p>Ma c’è anche un limite al potere di Trump. L’Italia non è sola: è dentro l’Unione europea, dentro la Nato, dentro una rete di interessi economici e strategici che nessun presidente americano può cancellare con una battuta. Se Meloni saprà trasformare l’offesa personale in una posizione istituzionale ferma, il danno potrà persino essere contenuto. La solidarietà di Mattarella va letta proprio in questa chiave: non è solo sostegno alla presidente del Consiglio, ma difesa della dignità dello Stato italiano. Quando un leader straniero umilia il capo del governo, il problema non riguarda una leader o un partito, riguarda il rango del Paese.</p>



<p>Il punto vero, quindi, non è se Trump odi Meloni. Il punto è che Trump non rispetta l’idea tradizionale di alleanza. Per lui gli alleati sono utili finché si mostrano docili, riconoscenti, spendibili nella sua narrazione di forza. Meloni aveva provato a essere l’interprete europea del trumpismo senza diventarne prigioniera. Oggi scopre che quel rapporto non garantisce protezione, ma espone a un rischio particolare: essere usata come esempio pubblico per intimidire gli altri.</p>



<p>La premier italiana ha davanti una scelta delicata. Se minimizza troppo, apparirà debole. Se rompe troppo, rischia di compromettere dossier strategici per l’Italia. La via più utile è una fermezza senza isteria: difendere la dignità nazionale, evitare l’escalation personale, ricostruire canali istituzionali con Washington e, soprattutto, smettere di fondare la politica estera su rapporti individuali con leader imprevedibili. Perché questa vicenda dimostra una cosa: con Trump non basta essere politicamente affini. Bisogna essere pronti al fatto che, da un giorno all’altro, l’amico diventi il bersaglio.</p>
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		<title>Shiva il bad boy che tutti vogliono</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 13:21:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Shiva è il bad boy che tutti vogliono perché, nel rap italiano di oggi, riesce a stare esattamente nel punto in cui gli opposti si toccano: strada e pop, rabbia e melodia, culto dei fan e curiosità del grande pubblico,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Shiva è il bad boy che tutti vogliono perché, nel rap italiano di oggi, riesce a stare esattamente nel punto in cui gli opposti si toccano: strada e pop, rabbia e melodia, culto dei fan e curiosità del grande pubblico, immaginario estremo e ritornelli che restano addosso. È un artista divisivo, certo, ma proprio per questo centrale. Il suo nome non passa mai inosservato: quando esce un disco, quando compare in una collaborazione, quando torna sui social o quando finisce al centro della cronaca, attorno a lui si accende sempre una discussione. E nella musica contemporanea, dove l’attenzione è la vera moneta, Shiva ha dimostrato di saperla attirare come pochi.</p>



<p>Andrea Arrigoni, in arte Shiva, è diventato uno dei volti più riconoscibili della trap italiana perché non ha mai cercato di sembrare rassicurante. La sua forza sta in un’estetica dura, a tratti cupa, costruita su codici di appartenenza, lealtà, riscatto, soldi, ferite e ambizione. La sua musica non chiede permesso: entra diretta, spesso aggressiva, con un linguaggio che parla alla generazione cresciuta tra periferie reali e periferie digitali, tra storie di strada, Instagram, successo ostentato e senso di vuoto. È estrema non solo nei suoni, ma nell’immaginario: Shiva porta in scena un mondo dove tutto sembra vivere al massimo volume, senza mezze misure.</p>



<p>Eppure il paradosso è proprio questo: più Shiva estremizza il suo personaggio, più allarga il suo pubblico. Perché dietro la scorza da cattivo ragazzo c’è una capacità molto pop di trasformare la tensione in canzoni. I beat sono pesanti, le barre spesso frontali, ma la scrittura sa aprirsi a melodie immediate e a frasi che diventano slogan. Shiva non resta chiuso in una nicchia: prende l’energia della trap, la disciplina del rap, l’attitudine street e le mette dentro una forma accessibile anche a chi non vive quel mondo dall’interno. Per questo riesce a farsi ascoltare dal fan hardcore e dal pubblico più largo, dal ragazzo che cerca autenticità e da chi vuole semplicemente una hit da mettere in macchina.</p>



<p>Negli ultimi anni il suo percorso ha confermato questa doppia natura. “Milano Angels”, pubblicato nel 2024, ha debuttato al primo posto in Italia e ha consolidato la sua posizione tra i nomi pesanti della scena. Poi è arrivato “Santana Money Gang” con Sfera Ebbasta, un joint album che ha unito due immaginari fortissimi della trap italiana, trasformando la collaborazione in una dichiarazione di potere artistico. Nel 2026 Shiva è tornato con “Vangelo”, un progetto costruito già dal titolo su un’idea quasi sacrale della propria storia: caduta, condanna, morte simbolica e resurrezione. È una narrazione potente, perfetta per un artista che vive costantemente tra musica, mito personale e cronaca.</p>



<p>La vicenda giudiziaria ha reso il personaggio ancora più controverso. Shiva è stato condannato in primo grado per tentato omicidio, porto abusivo d’arma e ricettazione in relazione alla sparatoria avvenuta nel 2023 a Settimo Milanese; nel marzo 2025 gli sono stati revocati gli arresti domiciliari, sostituiti dall’obbligo di firma. È un capitolo pesante, che non può essere ignorato né trasformato in folklore. Ma è anche il punto in cui si capisce perché il suo caso divida così tanto: per alcuni Shiva incarna il rischio di una musica che romanticizza la violenza; per altri è il simbolo di un artista che racconta un ambiente, una tensione sociale, un modo di stare al mondo che esiste anche quando la cultura ufficiale preferisce non guardarlo.</p>



<p>Il motivo per cui “mette d’accordo tutti”, allora, non è che piaccia davvero a tutti. È che tutti sono costretti a farci i conti. I fan lo difendono perché vedono in lui coerenza, fame e appartenenza. I colleghi lo cercano perché ha peso, numeri, credibilità e una voce riconoscibile. L’industria lo vuole perché muove ascolti, attenzione e immaginario. Anche chi lo critica finisce per confermarne la centralità, perché Shiva è uno di quegli artisti che non restano sullo sfondo: o li segui, o li contesti, ma difficilmente li ignori.</p>



<p>La sua musica estrema funziona perché intercetta un bisogno preciso: trasformare la rabbia in identità. In un’epoca in cui molti giovani si sentono osservati, giudicati, bloccati o esclusi, Shiva offre un linguaggio di rivalsa. Non promette consolazione, promette forza. Non addolcisce il disagio, lo veste di lusso, crew, barre e bassi profondi. È una formula rischiosa, ma potentissima: prende il buio e lo rende spettacolo, prende la pressione e la trasforma in status, prende la ferita e la fa diventare marchio.</p>



<p>Shiva è il bad boy che tutti vogliono perché rappresenta ciò che il mercato musicale desidera e teme allo stesso tempo: autenticità percepita, conflitto, riconoscibilità, capacità di generare racconto. La sua musica è estrema perché non cerca equilibrio, ma impatto. E proprio in quell’impatto sta la sua forza. Piaccia o no, Shiva è uno dei nomi che hanno definito il suono e l’immaginario della nuova trap italiana: un artista capace di dividere la piazza e riempirla nello stesso momento, di far discutere i giornali e cantare i ragazzi, di trasformare ogni uscita in un evento. Non è il bravo ragazzo della porta accanto. È il personaggio scomodo che la scena continua a chiamare, perché sa fare una cosa che oggi vale più di tutto: non passare mai inosservato.</p>



<p></p>



<p></p>
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		<title>Vicenza, se si votasse domani Possamai leggermente avanti. Ma sicurezza e quartieri terrebbero aperta la partita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 May 2026 07:41:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se a Vicenza si votasse domani per eleggere il sindaco, il centrosinistra partirebbe con un leggero vantaggio, ma la partita sarebbe tutt’altro che chiusa. Il sindaco Giacomo Possamai avrebbe dalla sua il peso dell’amministrazione in carica, la visibilità istituzionale e<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Se a Vicenza si votasse domani per eleggere il sindaco, il centrosinistra partirebbe con un leggero vantaggio, ma la partita sarebbe tutt’altro che chiusa. Il sindaco Giacomo Possamai avrebbe dalla sua il peso dell’amministrazione in carica, la visibilità istituzionale e una coalizione che, almeno sulla carta, continua a parlare a mondi diversi: centrosinistra, civismo, area moderata e riformista. Ma Vicenza resta una città politicamente contendibile, dove l’elettorato si muove spesso più sui temi concreti che sulle appartenenze di partito.</p>



<p>L’ultima sfida comunale ha dimostrato quanto il confine tra vittoria e sconfitta sia sottile. La città non ha espresso un orientamento granitico: ha scelto il cambiamento, ma con un margine ristretto. Questo significa che, in caso di voto immediato, nessuno potrebbe considerarsi davvero al sicuro. Possamai sarebbe favorito, sì, ma dentro uno scenario da ballottaggio, con il centrodestra pronto a giocare la partita soprattutto sul terreno dove oggi sente di avere più presa: la sicurezza.</p>



<p>È proprio la sicurezza il tema che potrebbe pesare di più in una campagna elettorale ipotetica. Il centrodestra lo cavalcherebbe con forza, perché intercetta un’esigenza reale, più volte palesata dai cittadini nei quartieri, nelle zone più sensibili della città e nelle conversazioni quotidiane su degrado, microcriminalità, spaccio, presenze moleste, illuminazione, controlli e percezione di abbandono. Non è solo una questione statistica o di numeri ufficiali: in politica conta molto anche come le persone vivono gli spazi urbani, quanto si sentono tranquille tornando a casa la sera, quanto percepiscono la presenza dello Stato e del Comune nelle strade.</p>



<p>Su questo punto il centrodestra avrebbe un messaggio semplice e potenzialmente efficace: più controlli, più presidio del territorio, più attenzione ai quartieri, più fermezza contro degrado e illegalità. È una linea che parla direttamente a una parte dell’elettorato moderato, agli anziani, ai commercianti, alle famiglie e a chi vive nelle aree dove il tema della sicurezza è sentito come prioritario. Se riuscisse a trasformare questa percezione in giudizio politico sull’amministrazione, il centrodestra potrebbe ridurre il vantaggio di Possamai e portare la sfida sul terreno più favorevole.</p>



<p>Per il sindaco, invece, la sfida sarebbe duplice. Da un lato dovrebbe difendere il lavoro svolto e rivendicare una visione della sicurezza non soltanto repressiva, ma legata anche a vivibilità, presidio sociale, cura degli spazi pubblici, illuminazione, manutenzione, politiche giovanili e collaborazione con le forze dell’ordine. Dall’altro dovrebbe evitare che l’opposizione riesca a imporre l’idea di una città fuori controllo. Perché anche quando questa rappresentazione è parziale o esasperata, può diventare politicamente molto forte se incontra paure e disagi già presenti nella popolazione.</p>



<p>La sicurezza, però, non sarebbe l’unico fronte. Viabilità, cantieri, sosta, grandi opere, centro storico, commercio, casa, servizi e manutenzioni continuerebbero a pesare nel giudizio degli elettori. Vicenza è una città che chiede ordine, efficienza e risposte rapide. Un’amministrazione viene valutata non solo per le grandi strategie, ma per la capacità di risolvere problemi quotidiani: una strada dissestata, una zona poco illuminata, un parco percepito come insicuro, un quartiere che si sente ascoltato poco, un cantiere che complica la vita per mesi.</p>



<p>In questo quadro Possamai conserverebbe un vantaggio politico non trascurabile. Il suo profilo civico, giovane e istituzionale gli consente di parlare anche oltre il perimetro tradizionale del centrosinistra. È il sindaco in carica, quindi può presentarsi come garante di continuità amministrativa e stabilità. Inoltre, la sua coalizione ha dimostrato di saper tenere insieme sensibilità diverse, elemento decisivo in una città dove il voto moderato può spostare l’esito finale.</p>



<p>Ma proprio questa coalizione larga potrebbe diventare anche un punto fragile. Più il dibattito si sposta su sicurezza, ordine pubblico, Tav, mobilità e grandi trasformazioni urbane, più diventa difficile tenere allineate tutte le componenti della maggioranza. Il centrodestra proverebbe a infilarsi lì: nelle contraddizioni, nei tempi lunghi, nelle differenze interne, nella distanza tra annunci e risultati percepiti.</p>



<p>Se il centrodestra arrivasse unito, con un candidato credibile e non puramente identitario, avrebbe reali possibilità di giocarsela. La città conserva un’anima moderata e conservatrice significativa. Ma per vincere non basterebbe agitare il tema della sicurezza: servirebbe una proposta complessiva di governo, capace di convincere non solo chi è già contrario a Possamai, ma anche chi oggi sospende il giudizio e vuole capire chi possa amministrare meglio Vicenza nei prossimi anni.</p>



<p>La previsione, dunque, è prudente ma chiara. Se si votasse domani, Possamai partirebbe davanti e sarebbe il candidato più probabile alla vittoria finale. Al primo turno potrebbe collocarsi in un’area attorno al 43-47 per cento, mentre un centrodestra unito potrebbe muoversi tra il 38 e il 43 per cento. Le liste civiche autonome e l’area centrista non schierata potrebbero essere determinanti, soprattutto in vista del ballottaggio.</p>



<p>Al secondo turno, il sindaco uscente sarebbe leggermente favorito, ma con un margine ridotto. La sicurezza sarebbe il tema in grado di accorciare le distanze più di ogni altro, perché tocca una sensibilità diffusa e perché il centrodestra ha già dimostrato di saperlo trasformare in battaglia politica. Possamai vincerebbe solo se riuscisse a convincere i cittadini che la città è governata, presidiata e ascoltata. Il centrodestra potrebbe vincere solo se riuscisse a dimostrare che su sicurezza, quartieri e vivibilità serve una svolta.</p>



<p>In sintesi, oggi Vicenza non avrebbe un vincitore scontato, ma un favorito sì: Possamai. La sua posizione è più forte, ma non inattaccabile. La partita vera si giocherebbe nei quartieri, tra chi chiede più sicurezza, più ordine e più presenza, e tra chi teme che la città venga raccontata peggio di com’è. In mezzo, come spesso accade a Vicenza, ci sarebbe l’elettorato moderato: pragmatico, esigente, poco ideologico. E probabilmente decisivo.</p>
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		<title>Scirocco civico in Laguna: ai partiti nazionali restano le briciole</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2026 07:30:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[laguna]]></category>
		<category><![CDATA[sindaco]]></category>
		<category><![CDATA[venezia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Casanova &#160;Se i freddi numeri dovrebbero suggerire al &#8220;campo largo&#8221; di Elly Schlein i rischi che si corrono a vendere la pelle dell’orso prima di averlo catturato, gli stessi numeri dovrebbero indurre una seria riflessione&#160;anche in chi balla sul carro<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p></p>



<p>Casanova</p>



<p>&nbsp;Se i freddi numeri dovrebbero suggerire al &#8220;campo largo&#8221; di Elly Schlein i rischi che si corrono a vendere la pelle dell’orso prima di averlo catturato, gli stessi numeri dovrebbero indurre una seria riflessione&nbsp;anche in chi balla sul carro dei vincitori.</p>



<p>Sì,&nbsp;perché a Venezia la lista “Simone Venturini Sindaco” ha fatto il pieno con il 30,11%.&nbsp;</p>



<p>E i partiti tradizionali della coalizione?&nbsp;</p>



<p>Fratelli d’Italia si ferma al 12,90%, la Lega arranca al 4,73%, Forza Italia fa il 2,49% e l’UdC un omeopatico 0,79%.&nbsp;</p>



<p>Calcolatrice alla mano, la somma fa 20,91%.&nbsp;</p>



<p>Tradotto: tutti i simboli del centrodestra uniti prendono quasi dieci punti in meno della sola lista del neo Sindaco.</p>



<p>Il dettaglio che dovrebbe bruciare? Venturini non ha tessere di partito in tasca. È un democristiano (per sua stessa ammissione) cresciuto all’ombra di Luigi Brugnaro.</p>



<p>Alla fine, mentre i leader nazionali a Roma si contendono primazie e percentuali, in laguna ha vinto la Balena Bianca in versione civica.&nbsp;</p>



<p>Un avviso ai naviganti per i teorici del &#8220;vento della nazione&#8221;: a Venezia il vento lo decide ancora lo scirocco locale.&nbsp;</p>



<p>Ai partiti tradizionali non resta che prendere appunti e farsi un bel bagno di umiltà.</p>



<p></p>
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		<title>Sinner, l’Italia che vince e il calcio che affonda: basta celebrare il nanismo pedatorio, siamo ridicoli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 May 2026 17:52:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
		<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un’Italia sportiva che oggi cammina a petto in fuori. Jannik Sinner ha vinto il Masters 1000 di Roma e ha riportato un italiano sul trono del Foro Italico cinquant’anni dopo Adriano Panatta. Non è solo una vittoria: è la<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>C’è un’Italia sportiva che oggi cammina a petto in fuori. Jannik Sinner ha vinto il Masters 1000 di Roma e ha riportato un italiano sul trono del Foro Italico cinquant’anni dopo Adriano Panatta. Non è solo una vittoria: è la conferma di una superiorità tecnica, mentale, organizzativa. Sinner è il numero uno del mondo e lo è perché dietro il talento c’è metodo, lavoro, programmazione, competenza.</p>



<p>E non c’è solo il tennis. L’Italia dello sport oggi è forte, credibile, rispettata. Nei motori abbiamo protagonisti di vertice, in MotoGP e in Formula 1, tra piloti, squadre, tecnologia e cultura della competizione. Abbiamo nazionali di pallavolo tra le più forti del pianeta, atleti capaci di lasciare il segno nell’atletica, nel nuoto, nella scherma, nel ciclismo, negli sport invernali. Abbiamo una generazione che vince, che compete, che non chiede permesso. Un’Italia sportiva moderna, preparata, internazionale.</p>



<p>Poi c’è il calcio.</p>



<p>Il calcio italiano è diventato una periferia dell’impero. Non il centro del mondo, non un modello, non una scuola. Una periferia. E la cosa peggiore è che continua a raccontarsi favole, a gonfiare piccole vittorie domestiche, a celebrare trionfi di cortile come se fossero segnali di rinascita.</p>



<p>Ma il dato è spietato: siamo fuori dal Mondiale. Un fallimento enorme, sportivo, culturale, politico. Altro che festa. C’è poco da festeggiare il nanismo delle vittorie casalinghe, delle coppe di condominio, delle classifiche interne usate come anestetico.</p>



<p>Il calcio italiano non produce abbastanza talento, non protegge i giovani, non innova, non programma. Si è avvitato in logiche di gestione del potere più che di crescita del movimento. Conta chi occupa una poltrona, non chi sa costruire. Conta l’equilibrio tra correnti, non la competenza. Conta la conservazione, non il futuro.</p>



<p>E intanto ci facciamo irridere da tutti.</p>



<p>Gli altri corrono. Noi discutiamo. Gli altri investono su vivai, strutture, seconde squadre, formazione degli allenatori, calcio femminile, tecnologia, arbitraggio, trasparenza. Noi ci perdiamo nei palazzi, nelle liturgie federali, nelle guerre tra club, nei sospetti, nei silenzi. Anche sul fronte arbitrale, dove servirebbero chiarezza assoluta, indipendenza e credibilità totale, il sistema appare spesso chiuso, autoreferenziale, protetto da una narrazione mediatica troppo timida, troppo comoda, troppo allineata.</p>



<p>Il risultato è sotto gli occhi di tutti: stadi vecchi, prodotto impoverito, giovani italiani ai margini, Nazionale fuori dalla storia, tifosi disillusi. E mentre Sinner insegna che il talento ha bisogno di disciplina, visione e standard altissimi, il calcio continua a rifugiarsi nel provincialismo, nell’alibi, nella propaganda.</p>



<p>Serve una rivoluzione. Non cosmetica. Non il solito cambio di nomi per non cambiare niente. Serve gente seria e competente. Serve una federazione che abbia il coraggio di misurare i risultati, premiare chi forma, punire chi vivacchia, aprire finestre, togliere rendite, abbattere feudi.</p>



<p>Serve un progetto nazionale vero: giovani, scuole calcio, impianti, allenatori, arbitri, dirigenti, sostenibilità economica, trasparenza.</p>



<p>Perché l’Italia sportiva dimostra ogni giorno che vincere si può. Non siamo condannati alla mediocrità. Lo dimostrano Sinner, la pallavolo, i motori, gli atleti che nel mondo portano serietà e orgoglio. Il problema non è il Paese. Il problema è il calcio italiano, così com’è governato.</p>



<p>E allora sì: se questo calcio non cambia, chissenefrega di questo calcio. Seguiremo altri sport. Quelli dove l’Italia lavora, cresce, vince. Quelli dove il merito conta ancora più della poltrona.</p>
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		<title>Hantavirus e No Vax: il virus è meno pericoloso della stupidità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 May 2026 15:02:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Cosa avrebbe dovuto fare l’Organizzazione Mondiale della Sanità davanti a persone morte su una nave da crociera a causa di un virus collegato ai roditori?Fingere che non sia successo?Pubblicare ricette di tiramisù per non turbare la sensibilità dei<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Cosa avrebbe dovuto fare l’Organizzazione Mondiale della Sanità davanti a persone morte su una nave da crociera a causa di un virus collegato ai roditori?<br>Fingere che non sia successo?<br>Pubblicare ricette di tiramisù per non turbare la sensibilità dei professionisti della paranoia sanitaria?<br>Ed il Ministero della Salute italiano cosa avrebbe dovuto fare dopo il transito nel nostro Paese, fra cui uno per il nostro Veneto, di passeggeri potenzialmente esposti all’hantavirus?<br>Tacere?<br>Nascondere tutto?<br>Aspettare magari il placet di Heather Parisi prima di attivare i protocolli sanitari?<br>Siamo ormai arrivati a questo punto grottesco: le Autorità Sanitarie non possono nemmeno comunicare prudentemente un fatto senza scatenare l’isteria preventiva dei No Vax, diventati una specie di setta apocalittica dove ogni raffreddore è un complotto globale, ed ogni epidemiologo un emissario di Big Pharma.<br>Manca solo che accusino i topi di essere finanziati da Bill Gates. Ma diamogli tempo.<br>Eppure, sia l’OMS sia il Ministero italiano si sono mossi esattamente per evitare il panico.<br>Nessun allarme globale.<br>Nessuna emergenza stile Covid.<br>Nessuna previsione catastrofica.<br>Solo l’attivazione dei normali controlli previsti dalla legge in presenza di possibili esposizioni a patogeni infettivi.<br>Cioè il minimo sindacale che uno Stato civile deve fare per proteggere la salute pubblica. Roba quasi offensiva nella sua banalità amministrativa.<br>Hanno anche precisato che l’hantavirus si trasmette normalmente tramite roditori infetti, e che il contagio interumano è raro.<br>Hanno spiegato che il rischio globale è basso, così rassicurando la popolazione.<br>Ma niente.<br>Sui social si è subito aperto il solito circo Barnum della disinformazione compulsiva.<br>Un’umanità che durante il Covid ha imparato una sola cosa: diffidare di chi studia e credere ciecamente a chi urla più forte su TikTok.<br>Così ecco Heather Parisi pontificare su lockdown inesistenti e vaccini che non esistono nemmeno. Un capolavoro.<br>È come protestare contro l’obbligo di patente per guidare un unicorno.<br>Il professor Bassetti le ha risposto ricordando un dettaglio trascurabile: per l’hantavirus non esiste un vaccino, ed il tasso di mortalità può essere altissimo (il 50% di chi si contagia con hantavirus muore).<br>Dettagli, appunto. La realtà scientifica sui social è considerata una fastidiosa superstizione.<br>Nel frattempo è riesplosa la pornografia complottista delle “profezie”.<br>Vecchi tweet rilanciati come fossero i rotoli del Mar Morto.<br>Spam account trasformati in profezie di Nostradamus digitali da milioni di utenti disposti a credere a tutto, purché sia abbastanza assurdo da sembrare segreto.<br>E poi i video di X-Files, le clip tagliate, TikTok trasformato in una fogna epistemologica dove fiction, paura e ignoranza si fondono in una poltiglia tossica.<br>Basta una scena televisiva del 2000 ed improvvisamente qualcuno forse si è convinto che Mulder e Scully lavorassero per l’OMS.<br>Del resto viviamo nell’epoca in cui uno con tre follower ed un cappellino di stagnola si sente più attendibile di un virologo che studia da trent’anni.<br>La verità è molto meno cinematografica e molto più semplice: le Autorità sanitarie fanno il loro lavoro.<br>Monitorano, verificano, informano, cercano di prevenire.<br>Che poi sarebbe esattamente ciò che i cittadini dovrebbero pretendere da uno Stato serio.<br>Ma dopo anni di avvelenamento social, una parte dell’opinione pubblica reagisce alle parole “sorveglianza sanitaria” come Dracula davanti all’aglio.<br>Il problema vero, ormai, non è soltanto il virus.<br>È l’analfabetismo scientifico trasformato in identità politica.<br>È la convinzione arrogante che “una mia opinione” valga quanto anni di ricerca.<br>È la ribellione permanente di persone che si sentono oppresse persino da un comunicato prudente del Ministero della Salute.<br>E qui bisogna essere chiari: criticare le istituzioni è legittimo. Sempre.<br>Trasformare ogni misura sanitaria in una teoria del complotto è invece una forma moderna di fanatismo.<br>Non diverso, nella struttura mentale, da quello religioso. Solo con più emoji e meno latino.<br>La cosa tragicomica è che gli stessi che accusano l’OMS di “terrorismo psicologico” sarebbero i primi a gridare allo scandalo se le Autorità non dicessero nulla ed il problema si aggravasse.<br>Vogliono contemporaneamente controlli perfetti e nessun controllo.<br>Sicurezza totale e totale anarchia.<br>Una posizione filosofica sofisticata quanto pretendere di attraversare l’autostrada bendati accusando il guardrail di limitare la libertà personale.<br>L’hantavirus probabilmente non diventerà il nuovo Covid.<br>Lo dicono gli esperti veri, non gli sciamani da social network.<br>Ma questa vicenda conferma una realtà inquietante: dopo la pandemia non siamo diventati più saggi.<br>Siamo diventati più sospettosi, più isterici e soprattutto più convinti che l’ignoranza personale equivalga a spirito critico.<br>E questa, purtroppo, è una malattia per la quale non esiste ancora alcun vaccino.<br>Umberto Baldo</p>



<p>PS: per quanto ci riguarda, poiché crediamo che i media debbano informare con la massima onestà e trasparenza, state tranquilli che Tviweb, nonostante proteste ed anatemi, continuerà a tenere fede al proprio compito.</p>
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		<title>Un bassanese a capo degli arbitri e l’Inter coinvolta ma non indagata (per ora)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2026 17:59:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dino Tommasi, 50 anni, di Bassano del Grappa, prende il posto di Gianluca Rocchi come designatore arbitrale ad interim per Serie A e Serie B fino al termine dell’attuale campionato. Una nomina arrivata nel pieno di una bufera che scuote<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Dino Tommasi, 50 anni, di Bassano del Grappa, prende il posto di Gianluca Rocchi come designatore arbitrale ad interim per Serie A e Serie B fino al termine dell’attuale campionato. Una nomina arrivata nel pieno di una bufera che scuote il sistema arbitrale italiano e che impone, al di là degli sviluppi giudiziari, una riflessione profonda sulla credibilità dell’intero movimento.</p>



<p>Tommasi eredita una poltrona diventata improvvisamente incandescente. Dovrà gestire il finale di stagione in un clima avvelenato, con le designazioni sotto osservazione e ogni scelta destinata a essere letta attraverso la lente del sospetto. Il suo incarico, formalmente temporaneo, ha in realtà un peso enorme: garantire regolarità, trasparenza e autorevolezza proprio nel momento in cui il mondo arbitrale appare più fragile.</p>



<p>Il punto più delicato riguarda però l’altro fronte della vicenda. La Procura di Milano avrebbe smentito il coinvolgimento dell’Inter tra gli indagati. Vale a dire che Rocchi avrebbe assegnato arbitraggi graditi all’Inter senza il coinvolgimento dell’Inter stessa. Siamo davanti a un paradosso difficile perfino da raccontare: un presunto favore senza un presunto beneficiario attivo, una condotta sospetta che, almeno nella ricostruzione finora emersa, non avrebbe dall’altra parte un interlocutore societario coinvolto.</p>



<p>È qui che il caso assume contorni quasi surreali. Se davvero qualcuno avesse orientato scelte arbitrali verso arbitri graditi a una squadra senza alcun input, richiesta o contatto da parte della squadra stessa, bisognerebbe spiegare quale sarebbe stato il movente, quale il vantaggio perseguito e a beneficio di chi. Il rischio è di trovarsi davanti a un cortocircuito logico prima ancora che sportivo: una presunta anomalia costruita attorno a un soggetto che però non risulta coinvolto.</p>



<p>Naturalmente vale per tutti il principio della presunzione di innocenza, a partire da Rocchi e dagli altri soggetti citati nella vicenda. Ma sul piano sportivo il danno d’immagine è già pesantissimo. Il calcio italiano, che da anni promette trasparenza, uniformità arbitrale e modernizzazione attraverso il VAR, si ritrova ancora una volta a fare i conti con sospetti, retroscena e comunicazioni istituzionali che non bastano a rassicurare tifosi e addetti ai lavori.</p>



<p>La nomina di Tommasi serve a mettere una toppa immediata, non a chiudere il problema. Il finale di campionato dovrà essere gestito con attenzione quasi chirurgica, perché ogni designazione sarà vivisezionata, ogni errore sarà ingigantito, ogni episodio discusso come possibile conferma di una tesi. In questo contesto, l’AIA non può limitarsi alla sostituzione dell’uomo al vertice: deve pretendere e offrire chiarezza, perché il vero tema non è solo chi designa gli arbitri nelle ultime giornate, ma se il sistema sia ancora percepito come credibile.</p>



<p>Il paradosso dell’Inter non indagata, a fronte di ipotesi che parlano di arbitraggi graditi al club, resta il nodo più difficile da spiegare all’opinione pubblica. Se non c’è coinvolgimento della società, allora la narrazione del favore rischia di apparire monca, contraddittoria, persino ridicola. Se invece emergeranno altri elementi, saranno gli organi competenti a definirne il peso. Per ora resta una vicenda che somiglia all’ennesimo terremoto del calcio italiano: molte ombre, poche certezze e una domanda inevitabile sullo sfondo. Chi controlla davvero i controllori?</p>
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		<title>Scandalo arbitri, cosa rischia l’Inter?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Apr 2026 06:54:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La vicenda Inter-Rocchi, se confermata nei suoi aspetti più gravi, avrebbe un peso potenzialmente enorme sul piano sportivo. La premessa resta decisiva: finché non c’è un accertamento davanti agli organi competenti, si parla di ipotesi e non di responsabilità provate.<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>La vicenda Inter-Rocchi, se confermata nei suoi aspetti più gravi, avrebbe un peso potenzialmente enorme sul piano sportivo. La premessa resta decisiva: finché non c’è un accertamento davanti agli organi competenti, si parla di ipotesi e non di responsabilità provate. Ma se venisse dimostrato che l’Inter, attraverso propri dirigenti, tesserati o soggetti riconducibili al club, ha concordato con il designatore Gianluca Rocchi gli arbitri da assegnare alle proprie partite, il caso entrerebbe nel terreno dell’illecito sportivo.</p>



<p>Il punto non sarebbe la semplice preferenza per un arbitro rispetto a un altro. Nel calcio, come in ogni ambiente competitivo, possono esistere valutazioni, timori o gradimenti. La questione cambierebbe radicalmente se quel gradimento si fosse trasformato in un’intesa, in una pressione o in un accordo finalizzato a orientare le designazioni arbitrali. In quel caso, per la giustizia sportiva, il tema diventerebbe l’eventuale alterazione del regolare svolgimento delle gare o il tentativo di assicurarsi un vantaggio in classifica.</p>



<p>Le conseguenze per l’Inter dipenderebbero dalla gravità dei fatti accertati, dal numero delle partite coinvolte, dal ruolo dei soggetti eventualmente responsabili e dall’effetto prodotto sulla classifica. Se fosse provata una responsabilità diretta del club, lo scenario sanzionatorio potrebbe essere molto pesante: penalizzazione in classifica, revoca o non assegnazione di un titolo, retrocessione all’ultimo posto, esclusione dal campionato o da determinate competizioni. Nei casi più gravi, dunque, non si tratterebbe di una semplice ammenda, ma di misure capaci di incidere sulla stagione, sul palmarès e sulla partecipazione alle coppe.</p>



<p>La penalizzazione sarebbe una delle ipotesi più realistiche nel caso in cui la responsabilità fosse ritenuta grave ma non tale da imporre automaticamente la retrocessione o l’esclusione. Potrebbe essere applicata nella stagione in corso oppure in quella successiva, soprattutto se la classifica fosse ormai definita o se la sanzione dovesse risultare davvero afflittiva. Più alto sarebbe il numero di gare condizionate, maggiore sarebbe il rischio di una pena severa.</p>



<p>La revoca dello scudetto o la non assegnazione del titolo entrerebbero in gioco se l’eventuale illecito fosse collegato in modo significativo alla conquista del campionato. Anche qui, però, servirebbe un accertamento preciso: non basterebbe dimostrare un’anomalia nel sistema arbitrale, ma bisognerebbe provare che il club abbia avuto un ruolo e che quelle condotte siano state dirette a ottenere un vantaggio sportivo concreto.</p>



<p>La retrocessione rappresenterebbe lo scenario più duro, insieme all’esclusione dal campionato. Sarebbe ipotizzabile davanti a un quadro probatorio particolarmente grave: accordi sistematici, coinvolgimento di figure apicali del club, pluralità di partite interessate e vantaggio effettivo in classifica. In una situazione del genere, la giustizia sportiva potrebbe ritenere insufficiente una semplice penalizzazione e optare per una misura più drastica.</p>



<p>Anche i singoli dirigenti o tesserati eventualmente coinvolti rischierebbero sanzioni pesanti, a partire da lunghe inibizioni o squalifiche. Per chi avesse partecipato a un illecito sportivo, il rischio sarebbe quello di restare fuori dal calcio per anni. Anche l’omessa denuncia avrebbe un peso: chi fosse venuto a conoscenza di condotte illecite senza segnalarle potrebbe a sua volta essere sanzionato.</p>



<p>Resta però fondamentale distinguere tra inchiesta penale e giustizia sportiva. Un’indagine della magistratura ordinaria non equivale automaticamente a una condanna sportiva. Gli atti possono essere trasmessi alla Procura federale e diventare la base di un procedimento disciplinare, ma l’eventuale responsabilità dell’Inter dovrebbe essere accertata nel sistema della giustizia sportiva. Allo stesso modo, un’eventuale responsabilità di singoli soggetti del mondo arbitrale non comporterebbe da sola una sanzione per il club, se non fosse provato un coinvolgimento diretto o un vantaggio ottenuto attraverso condotte riconducibili all’Inter.</p>



<p>In sintesi, se fosse accertato che l’Inter ha concordato con Rocchi gli arbitri da designare per le proprie partite, il club rischierebbe sanzioni molto serie: dalla penalizzazione alla revoca di titoli, fino alla retrocessione o all’esclusione nei casi più gravi. </p>
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		<title>Troppe vigne in Veneto: è tempo di mettere un limite!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2026 19:45:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[FOOD & DRINK]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Torni in un luogo, in bici, magari dopo un paio d’anni ed è completamente trasformato. Là dove c’era prato, magari qualche coltura tradizionale oggi c’è &#8230; una vigna! In Veneto la vite non è più soltanto una coltura. È diventata<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Torni in un luogo, in bici, magari dopo un paio d’anni ed è completamente trasformato. Là dove c’era prato, magari qualche coltura tradizionale oggi c’è &#8230; una vigna! In Veneto la vite non è più soltanto una coltura. È diventata un modello economico dominante, un paesaggio industriale diffuso, un simbolo identitario che negli anni ha occupato spazio, risorse, scelte politiche e immaginario collettivo. Ma proprio per questo oggi serve il coraggio di dirlo con chiarezza: di vigne ce ne sono troppe, e continuare ad allargarne la superficie è un errore economico, ambientale e sanitario.</p>



<p>Per molto tempo il vino veneto è stato raccontato come una storia di successo senza ombre. Export, turismo, promozione territoriale, reputazione internazionale: tutto sembrava confermare la bontà di una corsa apparentemente inarrestabile. Ma ogni monocultura spinta oltre una certa soglia finisce per presentare il conto. E quel conto oggi non riguarda solo i produttori: riguarda il territorio intero, chi lo abita, chi lavora in agricoltura e chi vorrebbe un’economia più equilibrata e meno fragile.</p>



<p>Il primo nodo è economico. Puntare in modo sempre più massiccio sulla vite significa legare una parte enorme del destino agricolo regionale a un solo comparto, esposto per definizione alle oscillazioni dei mercati, ai cambiamenti nei consumi, alla concorrenza internazionale e alle crisi climatiche. Quando un territorio investe quasi tutto su una sola filiera, smette di essere forte: diventa dipendente. E la dipendenza, in economia, non è mai una buona notizia. Se il vino rallenta, se i prezzi si comprimono, se la domanda cala o si sposta, intere aree rischiano di trovarsi senza alternative credibili. È la fragilità nascosta dietro l’apparente prosperità.</p>



<p>Il secondo nodo è agricolo e sociale. L’espansione della vite ha sottratto spazio ad altre colture, impoverendo la diversità produttiva e restringendo le possibilità per chi vorrebbe fare un’agricoltura diversa: cereali di qualità, orticole, frutteti, allevamento estensivo, produzioni biologiche, filiere locali per il mercato interno. Quando il valore fondiario sale perché tutto ruota attorno al vigneto, entrare in agricoltura diventa più difficile per i giovani e per chi non appartiene già al sistema. Il rischio è un territorio meno pluralista, meno accessibile, meno resiliente.</p>



<p>Poi c’è il tema ambientale, che non può più essere liquidato come un fastidio ideologico. La trasformazione intensiva del paesaggio porta con sé consumo di suolo, semplificazione ecologica, erosione, pressione idrica, perdita di biodiversità. Le colline e le campagne non possono essere considerate solo come superfici da mettere a reddito. Sono ecosistemi, non fabbriche all’aperto. E un ecosistema impoverito è un danno collettivo, anche quando produce profitto per qualcuno.</p>



<p>A questo si aggiunge la questione più delicata, ma non meno urgente: la salute. Dove la viticoltura è intensiva, soprattutto se concentrata in prossimità di abitazioni, scuole e aree frequentate, cresce inevitabilmente la preoccupazione dei residenti rispetto all’uso di trattamenti fitosanitari. Non si può far finta che il problema non esista o ridurre ogni critica a un attacco ideologico contro il vino. La salute pubblica viene prima di qualsiasi rendita di settore. Un grande comparto economico dovrebbe essere il primo a pretendere regole più severe, distanze chiare, controlli rigorosi e trasparenza totale. Se invece reagisce difendendo lo status quo, finisce per alimentare sfiducia e conflitto.</p>



<p>Per tutte queste ragioni serve una scelta politica netta: fermare l’ulteriore espansione dei vigneti nelle aree già sature. Non è una crociata contro il vino, né contro i produttori. È una misura di equilibrio, di buon senso e di lungimiranza. Porre un limite non significa demolire una filiera importante; significa impedirle di divorare tutto il resto. Significa riconoscere che lo sviluppo, per essere davvero tale, deve avere un confine.</p>



<p>Il Veneto ha bisogno di meno retorica e più governo del territorio. Ha bisogno di una programmazione che tuteli la varietà agricola, sostenga le colture alternative, premi le pratiche davvero sostenibili e rimetta al centro l’interesse generale. Continuare a piantare vigne come se il futuro fosse la semplice replica del passato è una scorciatoia pericolosa. I segnali della crisi ci dicono che quella stagione dell’espansione infinita è finita.</p>



<p>Ora la domanda è semplice: vogliamo un Veneto interamente piegato alla monocultura del vino, o un Veneto capace di difendere il proprio paesaggio, la salute dei cittadini e un’economia agricola più equilibrata?</p>



<p>La risposta, se si guarda oltre gli slogan, dovrebbe essere altrettanto semplice: serve un limite, e serve adesso.</p>
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		<title>MPS: lo squillo di Lovaglio (ovvero, quando i numeri rompono il giocattolo)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 20:19:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fossimo in un’osteria del Veneto profondo, tra un’ombra e l’altra, il commento sarebbe uno solo, urlato sbattendo il pugno sul legno: “Ma gavio visto che Lovaglio ghe lo ga messo in culo a tutti quanti?”E avrebbe ragione il nostro saggio<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Fossimo in un’osteria del Veneto profondo, tra un’ombra e l’altra, il commento sarebbe uno solo, urlato sbattendo il pugno sul legno: “Ma gavio visto che Lovaglio ghe lo ga messo in culo a tutti quanti?”<br>E avrebbe ragione il nostro saggio avvinazzato.<br>Perché in un Paese dove solitamente le assemblee societarie finiscono in risse da condominio, la notizia ha dell’incredibile: Luigi Lovaglio ha vinto.<br>Sì quello stesso Lovaglio cui il Cda aveva revocato le deleghe, e di recente persino licenziato per giusta causa.<br>Pulito, senza sbavature, quasi con arroganza.<br>Certo, uno scontro all’ultimo sangue, ma tutto sommato niente colpi di scena da film di serie B.<br>Nessun azionista sbucato dalle Cayman con il 12% del capitale nascosto nelle mutande o nel cappello.<br>È successa una cosa che in Italia consideriamo quasi un atto di terrorismo: ha vinto la realtà.<br>Per anni MPS è stata il nostro &#8220;Parco Giochi del Disastro&#8221;: aumenti di capitale che si susseguivano con la frequenza delle sagre paesane, piani industriali scritti col gessetto sulla lavagna durante l&#8217;ora di ricreazione, salvataggi pubblici a go go, una propensione al suicidio finanziario che nemmeno un lemming depresso.<br>Per lungo tempo i soliti soloni ci hanno ammorbato con la favola del “Risiko bancario”.<br>Grandi manovre, regie occulte, sussurri nei corridoi che contano.<br>In prima fila i soliti noti,<br>Delfin e Caltagirone, con lo Stato a fare da arbitro.<br>Uno Stato che si diceva &#8220;neutrale&#8221;, ma era credibile come un arbitro che si presenta in campo con la maglia della Juve e il tatuaggio della Curva Sud.<br>L’obiettivo era nobile, quasi poetico: trattare MPS non come una Banca che deve prestare soldi e far quadrare i conti, ma come una figurina dell&#8217;album Panini per completare lo scambio perfetto nel sistema bancario-assicurativo.<br>&#8220;Te do un pezzetto di Siena e Mediabanca, tu mi dai un po&#8217; di Trieste, e vissero tutti felici e padroni.&#8221;<br>Il piano era perfetto, mancava solo un dettaglio: Lovaglio si è messo a fare la Banca.<br>Mentre gli strateghi galattici discutevano di massimi sistemi ed incastri di potere, questo &#8220;rompiscatole&#8221; ha commesso l&#8217;errore imperdonabile: ha iniziato a fare utili.<br>Ma utili veri, eh?<br>Di quelli che si vedono, che pesano, e che soprattutto rovinano i sogni di gloria dei manovratori.<br>Gli azionisti, con un cinismo che sfiora la maleducazione, hanno fatto una scelta scandalosa: hanno votato per chi fa guadagnare i soldi invece che per chi voleva usarli come pedine del Monopoli.<br>Lo Stato alla fine si è ritrovato nella posizione del &#8220;povero diavolo&#8221;: quello che intriga e suggerisce, ma non decide, che prova ad influenzare ma non comanda, e che alla fine guarda gli altri che festeggiano.<br>Il grande disegno si è sgonfiato come un soufflé tolto troppo presto dal forno.<br>Il risultato?<br>Il &#8220;Risiko&#8221; è rimasto nella scatola, a prendere polvere.<br>MPS, contro ogni pronostico e tradizione, continua a fare la Banca (incredibile, vero?)<br>Morale della favola: in Italia puoi orchestrare tutto, evocare spiriti, costruire castelli di carte e scenari da fantapolitica.<br>Poi però arrivano i numeri, i soci guardano il portafoglio e votano.<br>Ed è lì che i &#8220;fenomeni&#8221; capiscono che, a forza di voler fare i furbi, sono rimasti col cerino in mano.<br>O come direbbero in osteria: &#8220;I pensava de esser lupi, i se gà sveglià piegore.&#8221;</p>
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		<title>Vannacci è già fuori moda? Dopo il crollo di Orban e il calo di Trump che succede al sovranismo?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 17:45:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non è ancora la fine del sovranismo, ma è certamente finita la sua stagione di onnipotenza. Per anni è sembrato il linguaggio politico dominante dell’Occidente inquieto: prometteva protezione, identità, confini, ordine; denunciava le élite, sfidava le istituzioni sovranazionali, trasformava ogni<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Non è ancora la fine del sovranismo, ma è certamente finita la sua stagione di onnipotenza. Per anni è sembrato il linguaggio politico dominante dell’Occidente inquieto: prometteva protezione, identità, confini, ordine; denunciava le élite, sfidava le istituzioni sovranazionali, trasformava ogni conflitto in una prova di autenticità popolare. Oggi, però, qualcosa si è rotto. La caduta di Viktor Orbán in Ungheria, dopo un dominio che sembrava inattaccabile, e l’appannamento di Donald Trump, il cui consenso attraversa una fase di evidente indebolimento, raccontano che il sovranismo non è più percepito come una forza inevitabile. Non è sparito, ma ha smesso di apparire invincibile.</p>



<p>Il caso ungherese è il più simbolico. Orbán non era solo un leader nazionale: era il punto di riferimento internazionale di una destra che aveva fatto dell’“illiberalismo” una proposta di governo. Il suo modello era stato studiato, imitato, celebrato ben oltre Budapest. Per questo la sua sconfitta pesa più del semplice alternarsi delle maggioranze: colpisce il mito di un sistema politico capace di durare indefinitamente grazie alla combinazione di nazionalismo, controllo del potere e costruzione del nemico. Ma proprio il modo in cui Orbán è caduto suggerisce prudenza prima di firmare il necrologio del sovranismo. Gli elettori non hanno rigettato solo una postura ideologica; hanno presentato il conto a un governo logorato, identificato con problemi concreti come inflazione, fatica economica, servizi in crisi, stanchezza del potere. È qui che il sovranismo mostra la sua fragilità: quando smette di sembrare una diga contro il caos e finisce per apparire esso stesso parte del problema.</p>



<p>Lo stesso meccanismo si osserva negli Stati Uniti. Trump resta una figura enorme, capace ancora di polarizzare il dibattito e mobilitare uno zoccolo duro vastissimo. Ma il trumpismo non gode più dell’aura dirompente che lo aveva reso, per molti, sinonimo stesso del futuro. Una parte dell’elettorato che lo aveva sostenuto per rabbia, protesta o fede nell’uomo forte oggi misura il suo giudizio su parametri più materiali: il costo della vita, l’efficacia del governo, la tenuta del quadro internazionale. Quando la promessa di “riprendere il controllo” si scontra con il carovita, con le tensioni geopolitiche o con l’impressione di un conflitto permanente incapace di produrre benessere, il magnetismo del leader si indebolisce. Non scompare, ma si fa più vulnerabile.</p>



<p>È questo il punto politico centrale: il sovranismo non perde perché gli elettori improvvisamente si innamorano del cosmopolitismo, ma perché la sua promessa di protezione viene sottoposta alla prova dei risultati. Finché resta all’opposizione, può presentarsi come rivolta morale contro un sistema corrotto o distante. Quando governa a lungo, però, deve dimostrare di saper trasformare l’identità in amministrazione, la rabbia in efficacia, la propaganda in soluzioni. E qui il meccanismo si inceppa. Perché è relativamente semplice evocare un popolo da difendere; molto più difficile è governarne la complessità senza scaricare ogni fallimento su nemici esterni, complotti o tradimenti interni.</p>



<p>In Europa questo passaggio è particolarmente evidente. La parabola di Orbán segna una discontinuità, ma non cancella il lessico politico che egli ha contribuito a imporre. Anzi, molte delle parole d’ordine del sovranismo sono ormai penetrate nel discorso pubblico ben oltre i partiti che le hanno brandite per primi. Sicurezza, confini, identità, critica delle burocrazie sovranazionali, sospetto verso le mediazioni liberali: sono temi che continuano a orientare il dibattito anche quando il fronte sovranista arretra. Questo significa che il fenomeno non va misurato solo in termini di vittorie o sconfitte elettorali. Una cultura politica può perdere centralità al governo e conservare, tuttavia, una forte capacità di condizionamento simbolico. È per questo che parlare di tramonto definitivo sarebbe prematuro.</p>



<p>Anche in Italia il quadro è meno lineare di quanto possa sembrare. Il sovranismo italiano ha già conosciuto una metamorfosi: da forza apertamente anti-sistema a componente istituzionalizzata del potere. Giorgia Meloni ha incarnato questa trasformazione meglio di chiunque altro, traducendo buona parte del linguaggio identitario in una postura di governo più prudente, più riconoscibile, più compatibile con le regole del gioco europeo. È una normalizzazione che non equivale a una sconfitta del sovranismo, ma piuttosto alla sua adattabilità. Eppure proprio questa versione più disciplinata mostra i suoi limiti quando la realtà economica si fa più dura. Perché anche la destra che si presenta come affidabile deve, alla fine, misurarsi con i conti, con i salari, con i prezzi, con il giudizio quotidiano degli elettori.</p>



<p>Dentro questo scenario si colloca anche Roberto Vannacci. Chiedersi se sia già “fuori moda” significa forse porre male la questione. Vannacci non rappresenta tanto il futuro del sovranismo quanto una sua accentuazione caricaturale e personale. La sua forza sta nell’immediatezza del messaggio, nella provocazione, nella semplificazione brutale, nella capacità di trasformare l’identità in una sfida continua al politicamente corretto. Ma proprio questi tratti, che ne hanno alimentato l’ascesa mediatica, rischiano di segnarne anche il limite. Più che fuori moda, Vannacci appare come il prodotto di un repertorio ormai codificato: non l’invenzione di una stagione nuova, ma la ripetizione in forma più aspra di formule già viste.</p>



<p>Il suo spazio politico esiste, e sarebbe un errore sottovalutarlo. Intercetta una quota di elettorato insofferente non solo verso la sinistra, ma anche verso una destra percepita come troppo normalizzata, troppo istituzionale, troppo addomesticata. In questo senso Vannacci può disturbare, sottrarre consensi, spostare l’asse del discorso pubblico. Ma un conto è agitare il malessere, un altro è trasformarlo in proposta egemonica. Finora la sua figura appare più efficace come detonatore che come costruttore. Più capace di rappresentare una rabbia che di organizzarla in progetto politico duraturo.</p>



<p>Il nodo vero, allora, è che il sovranismo non sta scomparendo: sta entrando nell’età della verifica. Per un lungo ciclo storico ha potuto vivere di rendita simbolica, presentandosi come l’unica risposta netta a una società spaesata dalla globalizzazione, dall’immigrazione, dalle disuguaglianze, dalla crisi della rappresentanza. Oggi quella rendita non basta più. Gli elettori continuano ad avvertire paura, insicurezza, bisogno di appartenenza. Ma chiedono anche risultati. E quando non arrivano, la forza della narrazione si consuma.</p>



<p>Più che la fine di una cultura politica, siamo dunque davanti alla fine del suo automatismo. Non basta più gridare contro Bruxelles, contro le élite, contro gli stranieri, contro il sistema, per apparire credibili. Non basta più incarnare la trasgressione per sembrare il nuovo. Orbán sconfitto, Trump in affanno, Vannacci ancora sospeso tra exploit mediatico e limite politico raccontano tutti la stessa cosa: il sovranismo non è morto, ma non è più il destino naturale della politica contemporanea. È diventato, finalmente, una proposta da giudicare per quello che produce. E per chi ha costruito il proprio successo sulla promessa di difendere il popolo da tutto, è forse questa la prova più difficile.</p>
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		<title>Il pannello dove lo metto? Tutti ecologisti sino a che…</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Mar 2026 12:09:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
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<p>C’è una figura ormai stabile nel paesaggio umano occidentale, come il bidone della differenziata fuori posto o la pista ciclabile che finisce contro un muro; l’ecologista da salotto.<br>Lo riconosci subito. Non tanto per quello che dice, ma per come lo dice.<br>Ha lo sguardo ispirato, la frase pronta, il tono da predica domenicale.<br>Non è uno che difende l’ambiente: è uno che officia l’ambiente.<br>Una specie di chierico laico, con la differenza che al posto del Vangelo cita report letti a metà, e post condivisi con zelo missionario.<br>Ora, mettiamoci d’accordo: chi è che non vuole aria pulita, acqua limpida, cieli azzurri?<br>Solo uno con un serio problema di connessione neuronale potrebbe dichiararsi a favore dello smog a tempo pieno.<br>Su questo siamo tutti allineati, persino il più incallito industriale degli anni Settanta, se lo resusciti.<br>Il punto non è l’obiettivo. Il punto è la coerenza, quella strana creatura che sparisce sempre nel momento decisivo<br>Perché il nostro ecologista da salotto è inflessibile su tutto: no al nucleare, no al gas, no al petrolio, no al carbone.<br>Una sequenza di “no” che sembra il rosario dell’Apocalisse energetica.<br>Poi però arriva il momento in cui qualcuno propone qualcosa di concreto.<br>Un impianto. Un progetto. Una soluzione reale, magari imperfetta, magari discutibile, ma reale.<br>E lì succede il miracolo.<br>Diventa improvvisamente un urbanista, un paesaggista, un agronomo, un esperto di biodiversità, un difensore del campanile, del filare di pioppi, del tramonto “come non si vede più”.<br>Tutto, pur di dire un altro No. Ma questa volta non è un No ideologico. È un No territoriale.<br>Tradotto: non qui.<br>Il caso di Torre di Mosto è quasi didattico, tanto è perfetto.<br>Siamo nel veneziano, nel Veneto che lavora, produce, consuma energia come se fosse ossigeno.<br>Si parla di un impianto fotovoltaico ancora in fase di studio, non di una raffineria saudita.<br>E cosa succede?<br>Proteste, comitati, indignazione, e ieri manifestazione ovviamente.<br>Il paesaggio! Il territorio! L’identità!<br>Improvvisamente, i pannelli solari diventano una minaccia esistenziale.<br>Nel frattempo, giusto per dare un minimo di contesto a questa commedia dell’assurdo, nel resto del mondo accadono cose leggermente più rilevanti.<br>In Medio Oriente si ridisegnano equilibri energetici con la delicatezza di una ruspa. In Asia si riaccendono le centrali a carbone come se non ci fosse un domani, come se il clima fosse un dettaglio decorativo.<br>La Cina costruisce centrali nucleari con la stessa frequenza con cui noi inauguriamo rotonde.<br>E noi?<br>Noi discutiamo se un campo fotovoltaico turba la vista dalla finestra della cucina.<br>C’è qualcosa di profondamente comico, e insieme tragico, in questa sproporzione.<br>È come se, mentre la nave imbarca acqua da tutte le parti, l’equipaggio litigasse sulla tonalità del blu delle scialuppe.<br>La verità è che l’ecologista da salotto non vuole davvero una transizione energetica.<br>Vuole l’idea della transizione, la sua versione estetica, moralmente gratificante e rigorosamente indolore.<br>Vuole sentirsi dalla parte giusta senza pagare il prezzo di esserci davvero.<br>Perché la transizione, quella vera, è sporca, invasiva, complicata.<br>Richiede impianti, infrastrutture, compromessi.<br>Richiede di accettare che qualcosa cambi sotto casa propria, non solo sotto quella degli altri.<br>Ma questo rompe l’incantesimo.<br>E allora meglio continuare con la liturgia del “No”: rassicurante, elegante, totalmente sterile.<br>Nel frattempo, l’energia continuerà a servirci; non per capriccio, ma per vivere.<br>E qualcuno, da qualche parte, la produrrà.<br>Se non siamo noi, saranno altri, con criteri, diciamo, meno raffinati dei nostri.<br>Ma almeno, vuoi mettere, il panorama resterà intatto.<br>Fino al prossimo blackout, naturalmente.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Matteo Miotto ed i nostri caduti insultati da Trump; zero reazioni della politica di casa nostra: inaccettabile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Jan 2026 10:30:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Io c’ero quella fredda giornata del 31 dicembre 2010 quando arrivò la notizia della morte di un alpino italiano in Afghanistan: Matteo Miotto era primo caporal maggiore degli alpini di Thiene (Vicenza), e fu ucciso a 24 anni in Afghanistan,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/matteo-miotto-ed-i-nostri-caduti-insultati-da-trump-zero-reazioni-della-politica-di-casa-nostra-inaccettabile/">Matteo Miotto ed i nostri caduti insultati da Trump; zero reazioni della politica di casa nostra: inaccettabile</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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<p>Io c’ero quella fredda giornata del 31 dicembre 2010 quando arrivò la notizia della morte di un alpino italiano in Afghanistan: Matteo Miotto era primo caporal maggiore degli alpini di Thiene (Vicenza), e fu ucciso a 24 anni in Afghanistan, colpito durante un conflitto a fuoco nel distretto di Gulistan. In forza al 7° reggimento, era di guardia nell&#8217;avamposto &#8220;Snow&#8221; al momento dell&#8217;attacco. Un ragazzo vicentino che perse la vita l’ultimo giorno dell’anno. Un alpino, uno di noi, mai dimenticato. Ricordo ancora il cordoglio dignitoso della famiglia mentre tutti noi stavamo fuori dalla casa di Matteo ad attendere conferme. Mai dimenticato. Fino ad oggi. Quando la memoria di Matteo è stata infangata dalla ennesima uscita di un presidente, quello americano, che non merita neanche di essere citato per nome. Non si sputa sui nostri morti, su chi ci ha lasciato onorando la bandiera e la Patria. E ci giunge fortissimo lo sdegno di tanti per il silenzio che ha accompagnato questo insulto a vittime come Matteo. Nel pezzo di Baldo spieghiamo il perché.</p>



<p>Luca Faietti</p>



<p></p>



<p></p>



<p>A Roma “li mortacci tua” non è solo un insulto.<br>E’ una maledizione laica, un modo brutale per dire: stai superando un limite, stai toccando ciò che non si tocca. I morti, appunto.<br>Ecco, le parole di Donald Trump sui militari dei Paesi Nato impegnati in Afghanistan suonano esattamente così. Non un’opinione politica, non una boutade da campagna elettorale.<br>Ma un secco, sprezzante: “li mortacci vostri”.<br>Perché quando si deridono, si sminuiscono o si liquidano come comprimari i soldati alleati degli Usa che hanno combattuto per vent’anni sotto mandato Onu, non si offende un governo.<br>Si offendono i morti.<br>E, con loro, i vivi che sono tornati a casa con una gamba in meno, una schiena spezzata o una testa che non dorme più.<br>L’Italia in Afghanistan ha lasciato sul terreno 53 militari. Cinquantatré bare avvolte nel tricolore. E oltre 700 feriti, molti dei quali segnati per sempre.<br>Altro che “retrovia”. Altro che “presenza marginale”.<br>Basta scorrere l’elenco delle missioni, dei reparti, delle province più calde – Herat, Farah, Bala Murghab – per capire che i nostri soldati erano lì dove si sparava davvero.<br>E spesso con mezzi inferiori, regole d’ingaggio più restrittive e una politica che li salutava in partenza salvo poi dimenticarsene al ritorno.<br>Su questo punto, all’estero, qualcuno ha reagito.<br>Il premier britannico Starmer ha parlato di parole offensive.<br>Veterani, famiglie, perfino membri della famiglia reale inglese hanno ricordato a Trump che la guerra afghana non è stata un picnic americano con comparse europee.<br>In Italia, invece, silenzio. Meloni zitta, tutti gli altri muti.<br>Ed è qui che la vicenda diventa politicamente imbarazzante.<br>Perché il silenzio non arriva da un governo qualunque.<br>Arriva dal governo dei “patrioti”, da chi si riempie la bocca di bandiera, onore, divisa, valori delle Forze Armate.<br>Da chi non perde occasione per farsi fotografare davanti a un picchetto d’onore o per rivendicare il rispetto dovuto ai militari.<br>E allora una domanda diventa inevitabile: il rispetto vale solo quando non disturba Washington?<br>Perché qui non si trattava di polemizzare con Trump sul commercio, sui dazi o sulla Nato come struttura politica.<br>Qui si trattava di difendere soldati italiani caduti. Uomini che hanno obbedito allo Stato, non ad un Partito. Che sono morti sotto governi di destra, di sinistra, tecnici, arcobaleno e monocromatici.<br>E invece niente. Nessuna parola. Nessuna indignazione. Nessun “così non si fa”.<br>Come se quei 53 morti fossero un dettaglio statistico sacrificabile sull’altare della realpolitik o, peggio, della sudditanza politica.<br>Trump può permettersi di lanciare il suo “li mortacci vostri” da oltreoceano, certo. È nel personaggio.<br>Ma chi governa l’Italia non può permettersi di incassarlo in silenzio.<br>Perché a forza di tacere, di minimizzare, di voltarsi dall’altra parte, si manda un messaggio chiarissimo: i nostri soldati vanno onorati solo nei discorsi ufficiali, non quando qualcuno li offende davvero.<br>E questa sì, più delle parole di Trump, è una mancanza di rispetto che grida vendetta.</p>
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		<title>Vicenza Oro, l’altra faccia di una fiera di poco successo per il territorio!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Jan 2026 14:11:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È partita nel quartiere fieristico di Italian Exhibition Group, Vicenzaoro January 2026, uno degli appuntamenti di riferimento a livello globale per l’industria del gioiello. La manifestazione inaugura il calendario internazionale delle fiere di settore e si presenta con numeri consolidati: oltre 1.300<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>È partita nel quartiere fieristico di Italian Exhibition Group, Vicenzaoro January 2026, uno degli appuntamenti di riferimento a livello globale per l’industria del gioiello. La manifestazione inaugura il calendario internazionale delle fiere di settore e si presenta con numeri consolidati: oltre 1.300 brand espositori, il 40% dei quali esteri, provenienti da 30 Paesi.</p>



<p>Eppure.</p>



<p>Per anni la Fiera dell’Oro di Vicenza è stata sinonimo di eccellenza, centralità e visione. Un appuntamento capace di dettare le linee del settore orafo-gioielliero internazionale, attirando buyer, aziende, designer e media da tutto il mondo. Oggi, però, il suo peso appare ridimensionato, e il declino – lento ma costante – è percepibile tanto dagli addetti ai lavori quanto dagli operatori storici del comparto.</p>



<p>Uno dei segnali più evidenti è la progressiva riduzione di eventi collaterali realmente incisivi. Conferenze di alto profilo, momenti di confronto culturale, contaminazioni con moda, design e arte sono diventati più rari o poco riconoscibili. La fiera sembra aver perso quella capacità di raccontarsi e di produrre contenuti che vadano oltre la semplice esposizione commerciale. In un contesto in cui le manifestazioni fieristiche competono anche sul piano dell’esperienza e della narrazione, questa mancanza pesa in modo significativo.</p>



<p>A questo si aggiunge l’assenza di vere “star” del settore. Le grandi firme internazionali, i designer capaci di catalizzare attenzione, le personalità in grado di generare eco mediatica non trovano più a Vicenza una tappa obbligata. Senza nomi forti dello showbiz a fare da traino, l’attrattività dell’evento si indebolisce, così come l’interesse della stampa specializzata e non e dei buyer internazionali, sempre più selettivi nelle loro scelte.</p>



<p>Il progetto di rilancio affidato a Italian Exhibition Group avrebbe dovuto rappresentare una svolta. L’idea di inserire Vicenza in una strategia fieristica integrata, capace di valorizzarne la storia e allo stesso tempo proiettarla in una dimensione globale, resta però in gran parte sulla carta. La percezione diffusa è quella di una fiera gestita più in chiave amministrativa che strategica, priva di una visione forte e distintiva. E poco collegata alla città, poco sinergica nel rafforzare il connubio col</p>



<p>territorio. Le sinergie promesse non si sono ancora tradotte in un reale riposizionamento internazionale.</p>



<p>Il contesto globale, nel frattempo, corre veloce. Le fiere di riferimento si trasformano in piattaforme ibride, investono su contenuti, community, innovazione digitale e storytelling. Vicenza, che un tempo anticipava i trend, oggi sembra inseguirli, perdendo progressivamente quella leadership che l’aveva resa unica.</p>



<p>Il declino della Fiera dell’Oro di Vicenza non è dunque il risultato di una singola mancanza, ma di una somma di scelte prudenti, di occasioni mancate e di una visione che fatica a emergere. Non si tratta di una crisi irreversibile, ma di una fase che impone una riflessione profonda. Senza un cambio di passo deciso, fatto di coraggio progettuale, contenuti di alto livello e protagonisti capaci di ridare centralità all’evento, il rischio è quello di restare una fiera importante per la sua storia, ma sempre meno decisiva per il futuro del settore.</p>
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		<title>Street TG: informazione locale che fa la differenza. I numeri e l’affidabilità di Tviweb</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jan 2026 10:10:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un’epoca in cui la velocità dell’informazione rischia spesso di compromettere l’accuratezza, Tviweb rappresenta un punto di riferimento solido e riconoscibile per l’informazione locale in Veneto. Il suo Street TG è il cuore pulsante di un progetto editoriale che unisce<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>In un’epoca in cui la velocità dell’informazione rischia spesso di compromettere l’accuratezza, Tviweb rappresenta un punto di riferimento solido e riconoscibile per l’informazione locale in Veneto. Il suo Street TG è il cuore pulsante di un progetto editoriale che unisce presenza sul territorio, verifica delle fonti e una diffusione capillare delle notizie.</p>



<p><strong>Numeri che parlano chiaro</strong></p>



<p>Lo Street TG di Tviweb raggiunge oltre 200.000 contatti quotidiani, sommando il pubblico del notiziario e quello intercettato attraverso il lancio delle notizie sulla rete social proprietaria. Un’audience reale, coinvolta e radicata nel territorio, che segue con continuità gli aggiornamenti su cronaca, attualità, economia e vita locale.</p>



<p>A questo si aggiunge una rete editoriale composta da 30 giornali locali, capaci di garantire una copertura estesa e puntuale su tutta l’area veneta, con circa 500.000 lettori complessivi. Un ecosistema informativo che permette alle notizie di circolare in modo efficace, mantenendo sempre una forte identità territoriale.</p>



<p><strong>Correttezza e credibilità dell’informazione</strong></p>



<p>La forza di Tviweb non è solo nei numeri, ma soprattutto nel metodo. Ogni contenuto nasce da un lavoro giornalistico attento, basato su verifica delle fonti, linguaggio chiaro e rispetto dei fatti. Lo Street TG porta l’informazione direttamente tra le persone, raccontando il territorio con uno sguardo vicino ai cittadini ma sempre professionale.</p>



<p>Questa impostazione ha costruito nel tempo un rapporto di fiducia con il pubblico: un valore fondamentale sia per i lettori sia per le aziende e le istituzioni che scelgono Tviweb come canale di comunicazione.</p>



<p><strong>Un’opportunità concreta per il tuo brand</strong></p>



<p>Investire su Tviweb significa associare il proprio marchio a un’informazione credibile, diffusa e riconosciuta, capace di raggiungere quotidianamente centinaia di migliaia di persone. È un’occasione strategica per chi desidera valorizzare i propri messaggi all’interno di un contesto editoriale serio, autorevole e profondamente connesso al territorio.</p>



<p>Creare una connessione con Tviweb vuol dire entrare in un circuito informativo vivo, dinamico e in costante crescita, dove la qualità dell’informazione diventa valore anche per la comunicazione pubblicitaria.</p>



<p>Contatti pubblicità</p>



<p>📧 amministrazione@tviweb.it</p>



<p>📞 0444 1240421</p>



<p>📍 Viale del Lavoro 38, Vicenza</p>



<p>Tviweb: l’informazione locale che conta, ogni giorno.</p>
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		<title>2026: le dieci cose che non vorrei nel nuovo anno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Jan 2026 12:05:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si parla spesso di desideri, promesse e buoni propositi, ma a volte è più onesto e forse più utile partire da ciò che non vorremmo più vedere. Per il 2026 io non vorrei, prima di tutto, un mondo che continui<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Si parla spesso di desideri, promesse e buoni propositi, ma a volte è più onesto e forse più utile partire da ciò che non vorremmo più vedere. Per il 2026 io non vorrei, prima di tutto, un mondo che continui a considerare la guerra una soluzione accettabile, normalizzando la distruzione e il dolore come se fossero effetti collaterali inevitabili della politica. Non vorrei un pianeta che prosegue indisturbato verso il collasso ambientale, mentre si moltiplicano le conferenze, le parole solenni e gli impegni disattesi, e il tempo reale della natura scorre molto più veloce di quello dei governi. Non vorrei un’Italia rassegnata, che ha smesso di indignarsi e di pretendere, dove l’ingiustizia diventa abitudine e la precarietà viene raccontata come flessibilità. Non vorrei una società in cui la disinformazione e l’odio viaggiano più rapidi della conoscenza, alimentati da algoritmi che premiano lo scontro e semplificano la complessità fino a renderla caricatura. Non vorrei un’economia che continua a produrre disuguaglianze sempre più profonde, in cui pochi accumulano ricchezze smisurate mentre molti faticano a vivere dignitosamente pur lavorando. Non vorrei che la politica restasse prigioniera di slogan, personalismi e paure costruite ad arte, incapace di visione e di coraggio, soprattutto quando si tratta di investire sui giovani e sul futuro. Non vorrei un’Italia che perde i suoi talenti perché non sa o non vuole offrir loro spazio, fiducia e prospettive, trasformando l’emigrazione in una scelta obbligata invece che libera. Non vorrei una cultura ridotta a ornamento, considerata un lusso superfluo e non una necessità, mentre scuole, biblioteche e luoghi di sapere vengono impoveriti o lasciati soli. Non vorrei un mondo che tratta le persone  come numeri o problemi, dimenticando che dietro ogni essere umano ci sono storie, diritti e speranze. E infine non vorrei arrivare al 2026 con la sensazione di aver sprecato un altro anno aspettando che qualcosa cambiasse da solo, senza assumerci la responsabilità, individuale e collettiva, di provare davvero a cambiare direzione.<br></p>
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		<title>Quei test maledetti di Medicina: quando l’accesso diventa una farsa di Stato”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Dec 2025 10:07:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[Gossipando]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per scriverne il finale servirebbero davvero le menti di Agatha Christie, Simenon e Conan Doyle messi insieme.E forse neppure loro basterebbero.Eppure &#8211; rischio la blasfemia – questa doppia tornata di prove scritte è stata, paradossalmente, una benedizione.Perché ha finalmente messo<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Per scriverne il finale servirebbero davvero le menti di Agatha Christie, Simenon e Conan Doyle messi insieme.<br>E forse neppure loro basterebbero.<br>Eppure &#8211; rischio la blasfemia – questa doppia tornata di prove scritte è stata, paradossalmente, una benedizione.<br>Perché ha finalmente messo nero su bianco, al di là di ogni ragionevole dubbio, lo stato comatoso in cui versa da anni il nostro sistema educativo.<br>Altro che mistero.<br>Il dato che salta agli occhi è uno solo, enorme come un elefante in corsia: il disallineamento gravissimo tra le aspettative di chi ha costruito i test (professori universitari) e la realtà della preparazione con cui i ragazzi escono dal liceo.<br>Due mondi paralleli che non si parlano più. Io lo sostengo da tempo: il problema non è Medicina, ma l’intero sistema scolastico, da decenni orientato più all’ascolto, all’inclusione, al “non traumatizziamo nessuno”, che alla preparazione vera.<br>Nei sistemi selettivi – Cina in testa – si studia, punto. Qui da noi si partecipa.<br>Capisco che, in una società ormai disinteressata al valore del sapere in sé (se non è immediatamente monetizzabile, non conta), questo discorso suoni stonato.<br>Ma tant’è.<br>E cosa avrebbero dovuto fare gli insegnanti, in questi anni? Resistere eroicamente? Impossibile. I genitori chiedono voti e promozioni, costi quel che costi, e spesso trovano nel sistema giudiziario un alleato pronto a intervenire se qualcuno osa valutare troppo severamente il pargolo.<br>Così si è arrivati qui.<br>Ma torniamo ai test, che meritano un capitolo a parte.<br>Più che una graduatoria, il risultato assomiglia a un gioco dell’oca.<br>Erano partiti in 54 mila.<br>Dopo il tormentato semestre filtro di Medicina, e due appelli che al confronto Waterloo fu una brillante vittoria strategica, al Ministero sono riusciti a mettere insieme una lista di circa 22.500 “idonei” (i numeri ballano a seconda delle fonti, ma siamo lì).<br>Il seguito della fiaba è stato fissato dal decreto del Ministero dell’Università e della Ricerca n. 1115 del 22 dicembre 2025, che spiega come funzionerà la graduatoria (pubblicazione prevista per il 12 gennaio 2026) e come verranno gestiti i recuperi dei famigerati “debiti”.<br>Nel frattempo, i Tribunali farebbero bene ad attrezzarsi: la valanga di ricorsi è già in formazione.<br>I numeri, più precisamente, parlano di 25.450 idonei complessivi tra Medicina, Odontoiatria e Veterinaria. P<br>Per “idoneo” si intende chi ha ottenuto almeno una sufficienza nelle tre prove di fisica, chimica e biologia (sic!).<br>Di questi, circa sette su dieci (17.175) avrebbero portato a casa almeno due sufficienze su tre. E ora arriva il capolavoro.<br>La graduatoria che assegnerà una sede universitaria agli “eletti” sarà suddivisa in nove sezioni, ordinate dal paradiso all’inferno, così:</p>



<ol class="wp-block-list">
<li>chi ha passato tutte e tre le prove, senza rifiuti</li>



<li>chi ha passato tutte e tre le prove, con un voto rifiutato al primo appello</li>



<li>chi ha passato tutte e tre le prove, con due voti rifiutati</li>



<li>chi ha passato tutte e tre le prove, rifiutandole tutte al primo appello</li>



<li>chi ha passato due prove su tre, senza rifiuti</li>



<li>chi ha passato due prove su tre, con un voto rifiutato</li>



<li>chi ha passato una prova su tre, senza rifiuti</li>



<li>chi aveva passato due prove al primo appello ma ha rifiutato e poi è andato peggio</li>



<li>chi aveva passato una prova al primo appello, ha rifiutato e poi ha fatto disastro<br>Vi siete persi? La vostra mente vacilla? Tranquilli. È normale.<br>La mia prima reazione è stata chiedermi chi avesse partorito un simile marchingegno.<br>Mi sono venuti in mente il Mago Otelma, Branko, Simon &amp; The Stars.<br>Poi ho capito che avevo esagerato: loro almeno qualche stella la guardano.<br>E non è finita. Le ultime due categorie sono dedicate a chi, nella prima prova, aveva uno o due risultati sufficienti ma ha deciso di rifiutarli, per poi non riuscire a ottenere nemmeno una sufficienza al secondo appello.<br>Questi studenti potranno chiedere, entro il 27 dicembre, di “ripescare” il risultato del primo appello.<br>Peccato che finiranno comunque in fondo alla graduatoria. Il sistema di punteggio è altrettanto creativo:</li>
</ol>



<ul class="wp-block-list">
<li>categoria 1: 700 punti di base + punteggi delle tre prove</li>



<li>categoria 2: 600 punti + risultati</li>



<li>categoria 3: 500 punti + risultati</li>



<li>categoria 4: 400 punti + risultati</li>



<li>categoria 5: 300 punti + risultati delle due prove passate</li>



<li>categoria 6: 200 punti + risultati</li>



<li>categoria 7: 100 punti + risultati</li>



<li>categorie 8 e 9: zero punti di partenza, conta solo ciò che resta<br>No, non state avendo un ictus.<br>È proprio questa “genialata” che provoca questi sintomi.<br>L’8 gennaio verrà finalmente pubblicata la graduatoria definitiva e ognuno saprà dove potrà immatricolarsi.<br>Ma per chi ha debiti non finisce qui: la palla passa ai singoli Atenei, che dovranno decidere se e come organizzare corsi di recupero e ulteriori prove.<br>Il decreto parla di esami “uniformi” su tutto il territorio nazionale.<br>Senza spiegare come.<br>Il rischio di difformità è altissimo, così come quello di nuovi ricorsi per il cambio delle regole a partita già giocata.<br>Resta difficile da comprendere come in poco più di un mese si possano recuperare vuoti di preparazione grandi come i buchi neri, ma siate certi che nessun Rettore vorrà entrare nel mirino delle associazioni studentesche.<br>Solo a marzo inizierà il vero percorso universitario dei futuri medici.<br>E ciliegina sulla torta: i voti del semestre filtro non faranno media per la laurea, se lo studente non lo vorrà.<br>Evvai. Dopo, cosa concediamo? Il libretto a punti?<br>Ah, dettaglio rassicurante: i dati delle graduatorie saranno conservati per cinque anni, poi anonimizzati.<br>Non sia mai che tra qualche decennio un paziente curioso voglia sapere se il chirurgo che gli aprirà la pancia entrò a Medicina con un “sei politico”.<br>Capisco che il Ministro avrebbe preferito “mangiare una merda” (scusate il francesismo) piuttosto che gestire una débâcle del genere, e che sia istituzionalmente costretto a dire: “È solo la prima volta, la prossima faremo meglio”.<br>Certo. C’è sempre l’opzione di chiedere una consulenza all’esimio professor Ucamàra, Magnifico Rettore dell’Università della Baucàra, celebre per il motto immortale: “Più ch’el studia, manco impara.”<br>Tanto, Peggio di così non potrebbe fare!<br>Umberto Baldo</li>
</ul>
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		<item>
		<title>Natale senza neve, stagione a rischio per il turismo Veneto e non solo!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Dec 2025 16:42:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Natale&#160; si avvicina e in molte località di montagna l’atmosfera è tutt’altro che invernale. Piste verdi, prati scoperti, temperature sopra la media: la mancanza di neve naturale non è più un’eccezione ma una condizione che si ripete con inquietante<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/natale-senza-neve-stagione-a-rischio-per-il-turismo-veneto-e-non-solo/">Natale senza neve, stagione a rischio per il turismo Veneto e non solo!</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il Natale&nbsp; si avvicina e in molte località di montagna l’atmosfera è tutt’altro che invernale. Piste verdi, prati scoperti, temperature sopra la media: la mancanza di neve naturale non è più un’eccezione ma una condizione che si ripete con inquietante regolarità. Per il turismo montano, che da sempre fonda gran parte della propria economia sulle festività natalizie, il rischio di un flop è concreto. Alberghi, rifugi, scuole di sci, ristoranti e tutto l’indotto legato alla stagione bianca guardano al calendario con preoccupazione, sapendo che senza neve le prenotazioni calano e le disdette aumentano.</p>



<p>È ormai evidente che il pianeta si stia scaldando. Non è un’opinione né una bandiera politica, ma un dato di fatto supportato da osservazioni, misurazioni e dall’esperienza quotidiana. Il tema del cambiamento climatico non appartiene né alla destra né alla sinistra: riguarda l’economia, il lavoro, i territori e le comunità. La montagna è uno degli ambienti più sensibili a queste variazioni e lo sta dimostrando in modo lampante, soprattutto sulle Alpi ma anche sugli Appennini, dove le stagioni sciistiche iniziano sempre più tardi e finiscono sempre prima.</p>



<p>La domanda che molti si fanno è semplice e al tempo stesso rivelatrice: da quanto tempo non nevica davvero in pianura? Nelle aree della Pianura Padana la neve è diventata un evento raro, spesso limitato a brevi episodi che durano poche ore o pochi giorni. Un tempo le nevicate invernali erano parte della normalità; oggi sono ricordate quasi con nostalgia, come qualcosa di straordinario. Questo cambiamento, percepibile anche da chi non vive in montagna, è uno dei segnali più chiari di un clima che sta mutando rapidamente.</p>



<p>Per cercare di salvare la stagione, molte località fanno sempre più affidamento sull’innevamento artificiale. Una soluzione tampone, costosa e energivora, che richiede grandi quantità d’acqua e temperature comunque sufficientemente basse per funzionare. Ma anche questa strada mostra limiti evidenti: senza freddo stabile, i cannoni non bastano, e i costi rischiano di superare i benefici. Nel medio-lungo periodo, la questione diventa strutturale e pone interrogativi seri sul futuro del turismo invernale tradizionale.</p>



<p>Il rischio, oggi, non è solo quello di un Natale sottotono, ma di un intero modello economico da ripensare. La montagna si trova di fronte a una sfida epocale: adattarsi a un clima che cambia, diversificare l’offerta turistica, investire in forme di sviluppo più sostenibili. Ignorare il problema o ridurlo a uno scontro ideologico significa rinviare soluzioni che invece diventano ogni anno più urgenti. La neve che manca non è solo un disagio stagionale: è il segnale di una trasformazione profonda che sta già incidendo sulla vita e sul lavoro di migliaia di persone.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/natale-senza-neve-stagione-a-rischio-per-il-turismo-veneto-e-non-solo/">Natale senza neve, stagione a rischio per il turismo Veneto e non solo!</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>E se fossimo noi ad abolire Musk? Ultima chiamata per l’Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Dec 2025 11:33:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E se fossimo noi europei a decidere finalmente il nostro destino? E se smettessimo di oscillare tra la sudditanza tecnologica a Musk, il ricatto politico di Trump e l’aggressione strategica di Putin? Oggi l’Europa è schiacciata tra tre poteri che<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>E se fossimo noi europei a decidere finalmente il nostro destino? E se smettessimo di oscillare tra la sudditanza tecnologica a Musk, il ricatto politico di Trump e l’aggressione strategica di Putin? Oggi l’Europa è schiacciata tra tre poteri che non la rispettano: l’oligarchia tecnologica americana, il nazionalismo aggressivo statunitense e l’imperialismo russo. A tenerli insieme è un capitalismo estremo che non riconosce più confini, leggi, diritti. La tecnologia è diventata un’arma di dominio, l’informazione uno strumento di manipolazione, la paura una leva di controllo. E l’Europa, finora, ha scelto troppo spesso di obbedire invece che governare.</p>



<p>Musk non è soltanto un imprenditore visionario, è il simbolo di un potere privato che detta l’agenda pubblica. Dalle piattaforme social ai satelliti, dalle infrastrutture digitali alla finanza globale, il messaggio è chiaro: chi controlla la tecnologia controlla la politica. Trump non è solo un candidato ma la voce di un’America che non pensa più in termini di alleati bensì di vassalli. Lo ha già detto: chi non si piega verrà abbandonato. Difesa, economia, sicurezza energetica verranno subordinati a un interesse nazionale interpretato in chiave brutale e transazionale. Putin completa il cerchio sfruttando le divisioni europee, alimentando il caos, investendo nella destabilizzazione permanente. La sua non è solo una guerra militare ma informativa, culturale e politica, una guerra per svuotare l’Europa dall’interno e renderla irrilevante.</p>



<p>Nel frattempo noi ci perdiamo nei decimali dei bilanci, nei veti incrociati, in nazionalismi sempre più piccoli mentre i poteri che contano diventano sempre più grandi. Il rischio non è soltanto l’invasione militare. Il rischio vero è la colonizzazione politica ed economica, diventare una zona grigia del mondo: mercato di consumo, base militare, periferia tecnologica senza sovranità digitale, senza difesa comune, senza una politica estera unitaria.</p>



<p>Serve una reazione adesso. Un’Europa che investa davvero nella propria autonomia tecnologica, che costruisca una difesa comune reale e non simbolica, che parli con una sola voce su energia, guerra, diplomazia e commercio, che metta limiti chiari al potere dei colossi privati e che difenda la democrazia anche contro chi la logora dall’interno. Non c’è più tempo per l’ambiguità, non possiamo più permetterci di essere prudenti mentre il mondo si riarma, si polarizza e si radicalizza. Trump ci anticipa già come saremo spazzati via, Putin lavora ogni giorno perché accada, i nuovi oligarchi globali prosperano sul nostro immobilismo.</p>



<p>L’Europa ha davanti solo due strade: continuare a essere terreno di conquista oppure diventare finalmente soggetto politico della storia. Abolire Musk, in senso politico, significa abolire l’idea che il potere privato possa governare il destino collettivo. Contrapporsi a Trump significa smettere di pensarsi come colonia. Resistere a Putin significa smettere di essere divisi. Non è più una questione di ideologia, è una questione di futuro. E il futuro, se non lo costruiamo noi, verrà deciso da altri.</p>
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		<title>Tartufo e caviale: perché vanno apprezzati come simbolo dello slow food</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Nov 2025 07:54:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[FOOD & DRINK]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Caro Baldo,ho letto il tuo articolo su Tviweb. L’ho letto con attenzione, perché quando tu scrivi, ti si deve seguire. Anche quando stai leggermente provocando, cioè… quasi sempre. Ora, tu ti domandi come mai ci sia questa mia dichiarata simpatia<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Caro Baldo,<br>ho letto il tuo articolo su Tviweb. L’ho letto con attenzione, perché quando tu scrivi, ti si deve seguire. Anche quando stai leggermente provocando, cioè… quasi sempre.</p>



<p>Ora, tu ti domandi come mai ci sia questa mia dichiarata simpatia per il tartufo e questa mia tenera considerazione per il caviale. Bene. Preparati.</p>



<p>Prima di tutto: il tartufo non è un “ingrediente costoso”. È un personaggio. Ha carisma. Si presenta al tavolo con la stessa disinvoltura con cui certi politici appaiono in conferenza stampa: non chiede permesso, invade la scena. Apri una campana di vetro e boom: lui domina l’aria, i pensieri, le conversazioni e a volte anche le persone.</p>



<p>Il tartufo non piace a tutti, e va benissimo. Chi lo ama, lo riconosce da lontano. Chi non lo capisce, lo guarda e dice: “Ma sa di terra”. E certo che sa di terra. È nato lì. Non viene dal supermercato in fiore. È la natura che parla chiaro: profondo, radicato, senza trucco. Il tartufo è come un pensatore: non lo puoi affrontare distrattamente.</p>



<p>Il caviale, invece, è tutta un’altra storia. All’opposto del tartufo, non urla. Sussurra. È l’eleganza della misura. Il caviale è l’unico alimento che ti insegna la lezione fondamentale della vita: la qualità sta nella quantità giusta. Se ne metti troppo, rovini tutto. Se lo mangi come se fosse salsa, stai sbagliando mestiere.</p>



<p>E poi diciamocelo: il caviale è una meditazione zen in forma commestibile. Devi fermarti. Devi assaggiare lentamente. Devi sentire la salinità che si apre piano, come una conversazione interessante. È una pausa. Una parentesi. Una parentesi di gusto che ti costringe alla calma. Altro che status symbol: è autodisciplina.</p>



<p>E allora perché piacciono a me, Baldo?<br>Semplice: perché rappresentano il contrario della velocità con cui viviamo. Sono una dichiarazione di resistenza umana. Una piccola rivoluzione personale contro il panino mangiato in auto, il caffè trangugiato in corsa, l’aperitivo fatto “tanto per”.</p>



<p>Tartufo e caviale ti dicono: fermati. Respira. Assapora. Vivi il momento.<br>Che poi, se fossimo onesti, la vera domanda non è “Perché mi piacciono?”.<br>È “Perché non dovrebbero piacermi?”.<br>Ho forse l’obbligo morale di dichiarare amore solo alla pasta al pomodoro? A cui, tra l’altro, io voglio benissimo. Ma si può amare la semplicità e l’eccellenza, il pane e la poesia, la trattoria e la cucina stellata. Non sono contraddizioni. Sono possibilità.</p>



<p>In conclusione: non ho bisogno che il tartufo e il caviale mi rappresentino. Non sto cercando medaglie gastronomiche. Mi piacciono perché mi fanno sentire presente, sveglio, sensibile al mondo.</p>



<p>Tutto qui.<br>Se poi qualcuno vuole trasformare questo in una questione di status, almeno che sia status con sapore.</p>



<p>Cordialmente,<br>quello che quando arriva il tartufo sorride già prima di mangiare….</p>
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		<title>Zaia, il politico che tutti voterebbero: perché piace così tanto a destra e a sinistra?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Sep 2025 11:29:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Luca Zaia continua a godere di un consenso che in Veneto appare quasi inattaccabile. I sondaggi più recenti lo danno al 72% di fiducia personale, con quasi un elettore su due pronto a sostenere la sua lista. Non si tratta<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Luca Zaia continua a godere di un consenso che in Veneto appare quasi inattaccabile. I sondaggi più recenti lo danno al 72% di fiducia personale, con quasi un elettore su due pronto a sostenere la sua lista. Non si tratta solo di un primato numerico, ma di un fenomeno politico che va oltre la Lega e oltre gli schieramenti tradizionali. Zaia piace a destra e a sinistra perché incarna un profilo raro nella politica italiana contemporanea: moderato, rassicurante, capace di unire più che dividere. Non è un uomo di rottura, ma di equilibrio; non un leader che agita gli animi, ma che li ricompone.</p>



<p>La sua forza sta nello stile, più che negli slogan. In una terra che dalla stagione della Democrazia Cristiana in poi ha sempre prediletto figure centriste e non divisive, Zaia ha saputo interpretare l’anima moderata dei veneti. Qui l’elettorato non ama gli estremismi, non si riconosce nei toni urlati o nella contrapposizione permanente, ma apprezza chi sa raccontare la politica con sobrietà, chi media tra interessi diversi senza spaccare il tessuto sociale. È un approccio che abbraccia il mondo operaio, quello professionale e quello imprenditoriale, restituendo l’immagine di un presidente di tutti, non di una parte. Ed è proprio in questa capacità di “parlare a tutti” che sta la radice del suo successo duraturo: Zaia non divide in categorie contrapposte, ma tiene insieme, costruendo un consenso che non si logora nello scontro quotidiano.</p>



<p>Non è un caso che la sua popolarità superi i confini della coalizione di centrodestra. Tra gli elettori del Partito Democratico, oltre sette su dieci dichiarano di stimarlo. Un dato sorprendente se rapportato alla polarizzazione nazionale, ma spiegabile con la capacità di Zaia di radicarsi nel territorio e di costruire una narrazione del buon governo fondata sulla concretezza amministrativa, sulla vicinanza ai problemi quotidiani, sulla chiarezza comunicativa. La sua immagine pubblica non è mai stata quella di un politico lontano, arroccato nei palazzi, ma di un presidente che “sta tra la gente”, che si muove con linguaggio semplice, diretto, e che non fa della distanza istituzionale un muro ma un ponte.</p>



<p>Il picco di consenso del 2020, quando raggiunse il 92% durante l’emergenza sanitaria, è stato la conferma della sua statura di leader capace di gestire momenti critici con pragmatismo e senza cadere nella retorica. In quei mesi drammatici, Zaia seppe comunicare fermezza senza generare panico, mostrando un volto rassicurante in una fase di grande incertezza. Nonostante il tempo trascorso, quell’immagine si è sedimentata nella memoria collettiva, diventando parte integrante del suo capitale politico. Eppure il suo successo non si esaurisce in quella stagione eccezionale: da allora i livelli di gradimento si sono stabilizzati sopra il 70%, a testimonianza che il suo rapporto con i cittadini è strutturale, non legato solo all’emergenza.</p>



<p>Oggi, a distanza di anni, quell’onda non si è esaurita. La “Lista Zaia” rappresenta un contenitore che va oltre i partiti e si affida a un rapporto diretto tra persona e cittadini. In fondo è questo il cuore del suo successo: l’idea che Zaia sia più grande della Lega, quasi un marchio autonomo, il volto di un Veneto che si riconosce in uno stile politico sobrio, concreto, vicino. È raro, in Italia, che un leader regionale diventi un simbolo a sé stante, capace di scavalcare le logiche di partito e di incarnare direttamente una comunità. Ma nel caso di Zaia è ciò che è avvenuto: la sua figura è diventata sinonimo di stabilità, continuità e pragmatismo.</p>



<p>I veneti, in larga parte, lo rivorrebbero ancora perché in lui vedono non solo un amministratore efficiente ma un presidente che somiglia al carattere della sua terra: poco incline ai proclami, molto alla sostanza. Il Veneto è una regione laboriosa, che predilige il fare al dire, che diffida delle ideologie troppo astratte e preferisce la politica che risolve problemi concreti. In questo senso Zaia è percepito come lo specchio fedele di un’identità collettiva: non un leader calato dall’alto, ma l’espressione naturale del territorio.</p>



<p>Per questo Zaia rimane, oggi come ieri, il simbolo di una politica che non divide ma tiene insieme, che non alza i toni ma costruisce fiducia. La sua figura si è trasformata in una sorta di garanzia di stabilità in tempi incerti, un punto di riferimento che supera i cicli della politica nazionale. In un’Italia abituata allo scontro permanente, il Veneto continua a scegliere la via della moderazione, e in questa scelta trova nel suo governatore un interprete perfetto. Forse sta qui la spiegazione ultima del suo consenso: Zaia non è solo un uomo di partito, ma il presidente che i veneti riconoscono come proprio, quasi al di là della politica stessa.</p>
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		<title>Mia Moglie, Phica.eu e lo scandalo a orologeria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Sep 2025 07:52:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>ISCRIVITI AL CANALE WHATSAPP DI TVIWEB PER RIMANERE SEMPRE AGGIORNATO CLICCA QUI “Mia Moglie” e&#160;Phica.eu&#160;non sono nati ieri.&#160; Il primo, un gruppo Facebook aperto nel 2019, 30mila iscritti; il secondo un forum attivo addirittura dal 2005, con 720mila&#160;&#160;iscritti, 600mila accessi<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>“Mia Moglie” e<a href="http://phica.eu/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;Phica.eu&nbsp;</a>non sono nati ieri.&nbsp;</p>



<p>Il primo, un gruppo Facebook aperto nel 2019, 30mila iscritti; il secondo un forum attivo addirittura dal 2005, con 720mila&nbsp;&nbsp;iscritti, 600mila accessi al giorno e 20milioni di visite al mese.&nbsp;</p>



<p>In comune avevano la stessa logica miserabile: raccogliere e diffondere foto di donne inconsapevoli, commentarle, trasformarle in merce da scambio, in trofei digitali.</p>



<p>Il dramma, però, non fa ridere: parliamo di vent’anni di un forum che raccoglieva foto rubate come fossero figurine, di migliaia di mogli e ragazze esposte al ludibrio senza consenso.&nbsp;</p>



<p>Non è goliardia, è violenza digitale.&nbsp;</p>



<p>Ma finché non tocca a chi conta, resta confinata tra “le cose di serie B”.</p>



<p>Guardate che parliamo di cose inaudite, di commenti quali&nbsp;“: ‘Se la incontrassi la ridurrei su una sedia a rotelle’. ‘Le metterei tre ca***i in cu***o e due in f***a’ &#8211; “Deve ringraziare che sono lontano, perché a questa la scop*** da viva e da morta’”, come raccontato da una ragazza siciliana che aveva denunciato fin dal 2023.<br>E qui sta il primo scandalo: a quanto si legge su social e media le denunce ci sono sempre state. Mille donne comuni avrebbero segnalato il gruppo “Mia Moglie” alla Polizia Postale.&nbsp;</p>



<p>Da tutta Italia sono piovute denunce contro<a href="http://phica.eu/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;Phica.eu</a>.&nbsp;</p>



<p>Ci sarebbero testimonianze precise, ragazze che hanno trovato le loro foto rubate al supermercato, professioniste che hanno visto sezioni intere del forum dedicate a loro.&nbsp;</p>



<p>Ma per anni non è successo nulla.</p>



<p>Cosa volete, sarà perché sono anziano e ne ho viste tante, sarà perché sono convinto come Giulio Andreotti che “a pensare male si fa peccato, ma a volte ci si azzecca”, mi rimane il dubbio che lo “scandalo” sia deflagrato solo quando ad essere coinvolte sono state donne famosi, della politica e dello spettacolo, quelle che quando parlano i media si mettono in fila.</p>



<p>Perché purtroppo in Italia funziona così: puoi gridare allo scandalo quanto vuoi, ma se non hai un nome noto, la tua voce vale come un gettone da jukebox.</p>



<p>Infatti dopo anni di attività di questi siti, in un volgere di pochi giorni ecco la svolta: tra quelle immagini compaiono anche volti noti, donne della politica, giornaliste, figure pubbliche.&nbsp;</p>



<p>E d’improvviso — magia! — la vicenda diventa notizia, i siti vengono oscurati, le autorità si muovono, la politica si indigna bipartisan.&nbsp;</p>



<p>Come se la dignità di una donna valesse di più a seconda del cognome che porta.</p>



<p>È qui che la vicenda diventa ironicamente tragica: in Italia non basta essere vittima per meritare attenzione.&nbsp;</p>



<p>Devi essere una vittima “VIP”.&nbsp;</p>



<p>Maria Rossi di Voghera? Archivio.&nbsp;</p>



<p>Giorgia Meloni o Elly Schlein? Prima pagina, conferenza stampa, giro di vite immediato.&nbsp;</p>



<p>È la logica dello scandalo a intermittenza, che si accende solo quando a subire è qualcuno che conta.</p>



<p>Ma la verità è semplice: non c’è alcuna differenza tra le foto rubate a una premier e quelle di una studentessa di provincia.&nbsp;</p>



<p>Non cambia nulla.&nbsp;</p>



<p>La violenza è la stessa, il danno è lo stesso, la vergogna è la stessa.&nbsp;</p>



<p>Rubare un’immagine, diffonderla senza consenso, commentarla con disprezzo, è un atto che umilia e ferisce allo stesso modo.&nbsp;</p>



<p>Non importa se riguarda una premier, un’attrice o una studentessa.</p>



<p>E se ci vogliono vent’anni e una sfilza di denunce ignorate prima che qualcuno si accorga del problema, allora il vero scandalo non è “Mia Moglie” o<a href="http://phica.eu/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;Phica.eu</a>.<br>Il vero scandalo&nbsp;non sono i siti. Il vero scandalo è che per vent’anni non ci siamo accorti — o meglio, abbiamo fatto finta di non accorgerci — che le vittime non erano loro, ma tutti noi, come società.</p>



<p>In altre parole il vero scandalo siamo noi.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://webmail.aruba.it/smart/javascript/release/dojo/dojo/resources/blank.gif" alt=""/></figure>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://webmail.aruba.it/smart/javascript/release/dojo/dojo/resources/blank.gif" alt=""/></figure>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://webmail.aruba.it/smart/javascript/release/dojo/dojo/resources/blank.gif" alt=""/></figure>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://webmail.aruba.it/smart/javascript/release/dojo/dojo/resources/blank.gif" alt=""/></figure>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://webmail.aruba.it/smart/javascript/release/dojo/dojo/resources/blank.gif" alt=""/></figure>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://webmail.aruba.it/smart/javascript/release/dojo/dojo/resources/blank.gif" alt=""/></figure>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://webmail.aruba.it/smart/javascript/release/dojo/dojo/resources/blank.gif" alt=""/></figure>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://webmail.aruba.it/smart/javascript/release/dojo/dojo/resources/blank.gif" alt=""/></figure>
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		<title>Taser o non Taser? Questo è il dilemma</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Aug 2025 06:38:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non so se sia una tara genetica, o una di quelle eredità che ci portiamo dietro da secoli, ma noi italiani sembriamo avere nel DNA il gusto della divisione e della polemica.Su tutto.Ci si accapiglia per la squadra del cuore,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Non so se sia una tara genetica, o una di quelle eredità che ci portiamo dietro da secoli, ma noi italiani sembriamo avere nel DNA il gusto della divisione e della polemica.<br>Su tutto.<br>Ci si accapiglia per la squadra del cuore, figuriamoci se non si litiga quando in ballo ci sono temi maledettamente seri.<br>Uno di questi è la sicurezza.<br>Eppure dovrebbe essere la base di ogni convivenza civile, un terreno comune.<br>Invece no: diventa il campo di battaglia preferito della politica, con la destra e la sinistra a rinfacciarsi slogan, come se si trattasse di un derby calcistico.<br>La domanda che mi faccio da sempre è semplice: possibile che i partiti non riescano a capire che la sicurezza dei cittadini non è un vezzo ideologico, ma una necessità concreta?<br>Che quella che viene bollata con disprezzo come “deriva securitaria” non è altro che la voce del Sior Piero e della Siora Maria, più preoccupati della loro casa e del loro quartiere che delle dispute filosofiche nei talk show?<br>È “deriva securitaria” impedire che un anziano, tornato dall’ospedale, trovi la sua casa occupata da abusivi e finisca letteralmente in strada?<br>È “deriva securitaria” dire che un comportamento violento va fermato, e che chi brandisce un coltello non si convince con carezze e rosari?<br>Il punto è che, spesso, certa sinistra fa fatica a riconoscere il ruolo cruciale delle forze dell’ordine.<br>Cosa che invece i progressisti di altri Paesi hanno capito benissimo: se lasci il tema della sicurezza alle destre, hai perso in partenza.<br>Perché la sicurezza non è una fissazione, è la preoccupazione prioritaria di qualsiasi cittadino normale.<br>Venendo all’attualità, negli ultimi giorni due persone sono morte dopo essere state fermate dai carabinieri con il taser, uno nell’hinterland genovese, l’altro ad Olbia.<br>Subito i quattro militari finiscono sotto inchiesta, e subito si riapre il teatrino politico: arma da difesa o strumento di repressione?<br>Per chi non lo sapesse: il taser è una pistola che rilascia una scarica elettrica ad alto voltaggio e basso amperaggio.<br>Sia chiaro che non è un giocattolo, ma serve proprio a neutralizzare un soggetto violento senza dover ricorrere alla pistola vera.<br>E infatti lo usano già polizie di oltre cento Paesi, dagli Stati Uniti al Canada, dall’Australia al Regno Unito, dalla Germania alla Spagna, dalla Grecia alla Repubblica Ceca alla Finlandia.<br>In Italia ne abbiamo in dotazione circa cinquemila.<br>Che sia a rischio zero è ovvio che no.<br>Ma se uno scalmanato aggredisce con una bottiglia rotta, un coltello o un machete, e non si riesce a calmarlo e bloccarlo, le alternative realistiche sono solo tre: lasciare che faccia danni a cittadini e agenti, che dovrebbero difendersi a mani nude; sparargli con la pistola vera; usare il taser, peraltro con un protocollo da operetta che obbliga gli agenti ad avvertire prima il malintenzionato: “Attento, adesso ti sparo!”.<br>Non prendo neppure in considerazione certi commenti dell’on. Ilaria Salis: “Le forze dell’ordine dovrebbero essere formate per tutelare la sicurezza delle persone, limitando al minimo l&#8217;uso della forza …”.<br>Bene, d’accordo, ma come si blocca senza l’uso della forza un ubriaco armato?<br>Con la meditazione trascendentale?<br>Il problema vero è che in Italia la gestione della sicurezza resta sempre ostaggio dell’ideologia.<br>Se un agente usa la pistola, finisce sotto processo. Se insegue un malvivente, rischia un’incriminazione. Se usa il taser, viene comunque indagato.<br>Risultato? Qualsiasi scelta diventa quella sbagliata.<br>Qualcuno, fra cui anche dei poliziotti, hanno lanciato l’idea di introdurre il “BolaWrap”, un dispositivo di contenimento a distanza, progettato per immobilizzare temporaneamente un soggetto, attraverso il lancio di un laccio in Kevlar lungo circa 2,5 metri. Alle estremità del cavo sono presenti due ancore con quattro uncini ciascuna, che consentono al laccio di avvolgersi rapidamente attorno alle gambe o al torso del soggetto, impedendogli i movimenti.<br>Certo potrebbe sembrare la soluzione alternativa alla pistola elettrica. Ma in realtà rispetto al taser cambia poco: perché se il soggeto colpito cade in avanti e batte la testa, va al Creatore lo stesso.<br>Così, mentre noi litighiamo, la realtà resta lì, dura e semplice: i cittadini vogliono vivere tranquilli, e vogliono che chi li difende sia messo nelle condizioni di farlo.<br>Finché la politica preferirà i dogmi ideologici al buon senso, la cosiddetta “destra securitaria” potrà continuare a governare senza fatica.<br>Perché il cittadino medio, al netto delle chiacchiere, non vota contro chi gli dà, o gli promette, sicurezza.<br></p>
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		<title>Medici no vax: siamo su scherzi a parte? Il ministro Schillaci caccia i terrapiattisti dalla sanità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Aug 2025 06:54:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immaginate una Commissione mondiale di geografi incaricata di misurare la distanza tra Polo Nord e Polo Sud.Per spirito di pluralismo, qualcuno ci infila due terrapiattisti convinti: quelli che guardano le foto satellitari e vedono… Photoshop.E allora che si fa? Si<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Immaginate una Commissione mondiale di geografi incaricata di misurare la distanza tra Polo Nord e Polo Sud.<br>Per spirito di pluralismo, qualcuno ci infila due terrapiattisti convinti: quelli che guardano le foto satellitari e vedono… Photoshop.<br>E allora che si fa? Si mette ai voti la misura della Terra? E magari, per alzata di mano, la maggioranza decreta che il Pianeta è una pizza 4 stagioni, con l’emisfero Sud a base di carciofini.<br>Benvenuti nell’Italia del pluralismo a tutti i costi, anche a costo di sembrare ridicoli.<br>La vicenda della NITAG – la Commissione Scientifica che dovrebbe consigliare il Ministero sulle campagne vaccinali – è da manuale di commedia all’italiana.<br>Un organismo indipendente, con 22 esperti, nato per basare le decisioni su dati ed evidenze “scientifiche”, un luogo dove si decide se e come vaccinare i bambini o come prevenire un’epidemia.<br>Eppure dentro ci erano finiti, per “equilibri politici”, anche due medici diventati idoli dei No vax, Eugenio Serravalle e Paolo Bellavite, noti per avere espresso pubblicamente opinioni scettiche o quantomeno ambigue sui vaccini contro il COVID-19 e sui vaccini pediatrici.<br>Non a caso Francesca Russo, direttore della Prevenzione della Regione Veneto, dopo soli due giorni dalla nomina, ai primi di agosto aveva rinunciato alla designazione al NITAG, mettendo nero su bianco che la presenza di membri con posizioni antiscientifiche rendeva quella Commissione semplicemente indifendibile.<br>Due, non mille: bastano e avanzano per trasformare un Comitato scientifico in un’arena da talk show, dove l’uno vale uno, e l’epidemiologo si siede accanto al complottista col megafono.<br>Il ministro Orazio Schillaci, con un gesto di normalità (che in questo Paese allo sbando ormai sembra rivoluzionario), di fronte alla levata di scudi della comunità scientifica e di parte della politica, ha detto stop e ha sciolto la Commissione.<br>Via i terrapiattisti della sanità. Applausi.<br>Ma ecco la sorpresa: la Premier Giorgia Meloni, anziché dire “grazie” al suo Ministro, storce il naso.<br>E con lei una fetta del suo Partito, che pare ancora prigioniero di qualche cambiale elettorale firmata ai tempi delle piazze No vax.<br>Evidentemente, qualche vecchio debito con gli ambienti antivaccinisti non è stato ancora estinto. Certo potremmo anche leggerlo come un incidente estivo, che però rischia di lasciare qualche strascico nella maggioranza che anche nel recente passato ha dovuto affrontare il pressing dell&#8217;anima “no vax” al suo interno: dalla nomina della Commissione d&#8217;inchiesta sul Covid, alla decisione dell&#8217;Italia di non aderire al nuovo regolamento sanitario dell&#8217;Oms, fino al piano pandemico ancora non approvato.<br>Così, il “pluralismo” diventa l’alibi per mantenere aperta la porta agli apprendisti stregoni della scienza.<br>Come dire: se invitiamo Pasteur, invitiamo anche lo sciamano col tamburo, non si sa mai che porti qualche “spunto alternativo”.<br>Il pluralismo è una cosa seria, ci mancherebbe; ma non può diventare il bancone di un’osteria dove tutte le opinioni hanno lo stesso prezzo.<br>Altrimenti, domani, per coerenza, toccherà mettere i seguaci di Nostradamus nelle commissioni meteorologiche ed i fan di Harry Potter in quelle di ingegneria aerospaziale.<br>E magari qualcuno che ci dica pure che la bacchetta magica è una valida alternativa al vaccino.<br>Il problema non è il dibattito: la scienza vive di contraddittorio. Il problema è la caricatura. Perché quando un Governo difende il diritto dei No vax a sedere in una Commissione scientifica, non difende la libertà di pensiero.<br>Difende la superstizione, la propaganda, il folklore.<br>È come affidare l’Istituto Geografico Militare ad un gruppo di navigatori che giurano che “le mappe antiche dimostrano che Atlantide c’è”.<br>Il guaio è che i social hanno ormai sdoganato tutto: uno vale uno, l’esperto vale il barista, il virologo vale lo youtuber.<br>Il risultato? Un Paese che invece di vaccinarsi si cura con il bicarbonato.<br>E allora, cara Premier, diciamolo chiaro: questo non è pluralismo.<br>È populismo di bassa lega.<br>E se per tenere buoni i nostalgici del “io il vaccino non lo faccio perché me l’ha detto Facebook” si svende l’autorevolezza delle istituzioni scientifiche, allora sì: l’Italia rischia di diventare davvero quella pizza gigante di cui parlavamo all’inizio.<br>Ma non quattro stagioni: margherita.<br>Perché, diciamolo, in fondo è più facile da digerire.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Record di incidenti, colonna di 7 km dopo Montebello (VI): bollino rosso per rientri poco intelligenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Aug 2025 09:16:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ennesimo incidente sulla A4, un veicolo è uscito di strada e sta provocando code per 7 km tra Montecchio vicentino e Soave. C’è un mistero che ogni estate si ripete, puntuale come l’afa e le zanzare: perché mai milioni di<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Ennesimo incidente sulla A4, un veicolo è uscito di strada e sta provocando code per 7 km tra Montecchio vicentino e Soave. <br>C’è un mistero che ogni estate si ripete, puntuale come l’afa e le zanzare: perché mai milioni di italiani decidono di rientrare dalle ferie proprio di lunedì, il giorno peggiore di tutti? È come scegliere di fare la fila alle Poste il 2 gennaio o di andare all’Ikea il sabato pomeriggio: un gesto che sfida la logica.</p>



<p>Il lunedì, si sa, è già di per sé il giorno più odiato della settimana. Se poi ci aggiungiamo ore di code, clacson impazziti e bambini stanchi sul sedile posteriore, diventa un incubo collettivo. Eppure niente, ostinati, gli italiani tornano in massa proprio quel giorno. Forse perché l’idea di avere ancora la domenica intera in vacanza fa sentire meno colpevoli, forse perché “così fan tutti”, forse semplicemente perché il masochismo, da noi, è una forma d’arte.</p>



<p>Il risultato è sempre lo stesso: traffico paralizzato, autogrill presi d’assalto come se fossero oasi nel deserto, autostrade trasformate in parcheggi a cielo aperto. E mentre ci si lamenta della coda infinita, qualcuno in auto esclama la frase più ipocrita di sempre: “Mai più, l’anno prossimo partiamo in un altro giorno”. Ma puntualmente, dodici mesi dopo, eccoli di nuovo lì, incolonnati al casello di Chiusi come se fosse un rito sacro.</p>



<p>La verità è che basterebbe poco per salvarsi: rientrare il sabato, partire il martedì, o azzardare una notte di viaggio. Ma l’Italia non ama semplificarsi la vita. Anzi, sembra quasi godere nel complicarsela, trasformando il ritorno a casa in una maratona di pazienza e sopravvivenza. Così il bollino rosso diventa l’ultima cartolina dell’estate: un ricordo fatto non di mare, monti e tramonti, ma di clacson, code e aria condizionata a palla.</p>
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		<title>Estate 2025: italiani i nuovi poveri, non ci resta che piangere?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Aug 2025 06:02:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA ARTE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ferragosto è passato. Primi consuntivi dell’estate Baldo Umberto “È tempo che i gabbiani arrivino in città, L&#8217;estate sta finendo, lo sai che non mi va, Io sono ancora solo, non è una novità, Tu hai già chi ti consola, a<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Ferragosto è passato. Primi consuntivi dell’estate</p>



<p>Baldo Umberto</p>



<p>“È tempo che i gabbiani arrivino in città, L&#8217;estate sta finendo, lo sai che non mi va, Io sono ancora solo, non è una novità, Tu hai già chi ti consola, a me chi penserà…”<br>E’ una strofa del tormentone del 1985 con cui il duo “I Righeira” vinsero il Festivalbar, e di fatto era un inno alla fine dell’estate.<br>E avevano ragione loro: Ferragosto è andato, l’estate “ufficiale” reggerà ancora qualche giorno sulle brochure dei tour operator, ma nella testa degli italiani è già autunno.<br>La sabbia comincia a sembrare segatura, le granite hanno il sapore dell’acqua stagnante, e il mare diventa più un ricordo Instagram che una gioia reale.<br>Hai voglia a dire che settembre è ancora estate (ed è vero climaticamente), e che “le prenotazioni volano” (così almeno giurano gli operatori turistici per autoconvincersi).<br>Ma a chi vogliono darla a bere? In Italia il calendario è diverso: passata la metà di agosto cala il sipario, si chiude la baracca, scatta il richiamo della foresta; ma la foresta sono i palazzi grigi delle città, gli uffici ripartiti a metà, e le scuole da riaprire.<br>A questo punto credo che un primo bilancio della stagione si possa abbozzare, anche se non ufficiale: il draft, come direbbero in azienda.<br>La domanda è semplice: per cosa ricorderemo l’estate 2025?<br>Per il caldo direi proprio di no, perché nonostante tutti gli sforzi profusi dai negazionisti del climate change, ciascuno di noi il caldo estremo di questi giorni lo sente sulla propria pelle, ed ormai è chiaro che “ogni estate è la più calda di quelle passate, e la più fresca di quelle future”.<br>Ovviamente sul fattore climatico c’è poco da fare, poco da filosofeggiare: è così, è inutile prendersela, e non basta negarlo davanti a un mojito annacquato sotto l’ombrellone.<br>La vera novità è che la gente comincia a scappare in montagna, e forse tra un paio d’anni il “tormentone balneare” sarà sostituito da “fuga in malga”.<br>Ma torniamo alle spiagge.<br>Da sempre l’altare laico dell’italiano medio, che però quest’anno ha dimostrato un affetto un po’ più tiepido.<br>“Ferragosto senza il pienone: bene gli stranieri, in calo gli italiani”, immagino stiate pensando sia uno dei titoli che ci hanno accompagnato in queste ultime settimane.<br>Sbagliato: Si tratta del titolo del 17 agosto 2023 del più importante quotidiano economico del Paese (https://www.ilsole24ore.com/art/ferragosto-senza-pienone-bene-stranieri-italiani-calo-AFMD4kZ) , il che dimostra che il problema del calo degli italiani nei sacri bagnasciuga della Patria non è un problema del 2025.<br>La tendenza era già visibile negli anni scorsi.<br>E quindi per certi aspetti hanno forse ragione i balneari ad essersi sentiti quasi il bersaglio di questa estate, il classico capro espiatorio (avete notato che nemmeno i politici amici li hanno difesi?).<br>Certo, la questione delle concessioni e dei prezzi da rapina resta.<br>Un ombrellone in certe località costa più di un leasing auto, ed un piatto di spaghetti alle vongole rischia di finire al vaglio della Guardia di Finanza.<br>Ma sarebbe riduttivo dire che è tutta colpa dei listini delle spiagge.<br>Non è un fulmine a ciel sereno! Come abbiamo visto già nel 2023 i giornali scrivevano “Ferragosto senza pienone”.<br>Solo che i balneari hanno fatto orecchie da mercante. E adesso piangono lacrime di coccodrillo, mentre chiedono pietà come se fossero loro le vittime.<br>Il punto vero è che sempre più famiglie scoprono che una settimana di vacanza al mare equivale ad un mese di stipendio.<br>E qui casca l’asino. Perché gli italiani non sono scemi (anche se a volte si impegnano per sembrare tali).<br>Hanno capito che una settimana di mare vuol dire sacrificare tra il 10% e il 17% del reddito annuo. Una follia. Non è più “villeggiatura”, è autolesionismo.<br>Con buona pace delle foto di Ferragosto da postare sui social, il bilancio familiare non perdona.<br>Negli ultimi anni i costi sono saliti in modo costante; nel 2025 addirittura tra il 5% e il 20% in quasi tutti i comparti; strutture ricettive, ristoranti, stabilimenti, trasporti.<br>Risultato? La vacanza estiva rischia di diventare un lusso per pochi, e non parlo dei soliti yacht attraccati a Porto Cervo.<br>E se gli operatori turistici piangono oggi, forse farebbero meglio a guardare al domani: con stipendi fermi ed inflazione che viaggia “sottotraccia”, il futuro promette lacrime amare.<br>Già, perché i numeri ufficiali raccontano di un’inflazione stabile all’1,7%.<br>Peccato che nei supermercati gli alimentari, soprattutto frutta e verdura, aumentino in percentuali ben più elevate, e nei voli aerei le tariffe sembrino quelle di un’asta Sotheby’s.<br>Ma certo i nostri statisti in doppiopetto forse non hanno mai fatto la spesa, né prenotato un volo low cost a 600 euro.<br>Alla fine, la fotografia è questa: gli italiani, stretti tra redditi stagnanti e prezzi folli, hanno riscoperto la staycation, ovvero “restare a casa”.<br>Che suona meglio di “non ci possiamo permettere un tubo”, ma la sostanza è quella.<br>Insomma, l “estate che sta finendo” non è certo stata esaltante.<br>Per me quindi il bilancio provvisorio è semplice: sole rovente, portafogli vuoti, e illusioni finite.<br>Certo, a tenere in piedi il carrozzone ci sono gli stranieri.<br>Tedeschi, francesi, olandesi, americani, arabi, ora anche i russi, che spendono e spandono, dando ossigeno a spiagge e ristoratori (ed alla bilancia commerciale, con grande gioia di Meloni, Giorgetti e Santanché).<br>Ma la cosa che mi disturba molto e che sotto sotto percepisco un retrogusto amaro: un sapore di neocolonialismo turistico.<br>Un po’ quello che accadeva – e accade ancora – in Africa, dove i locali, poveri, restavano spettatori dei privilegi altrui.<br>Oggi i “poveri” siamo noi: italiani che guardano le proprie spiagge diventare scenografie di lusso per altri, senza più il diritto di goderne davvero.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Trump/Putin tanti sorrisi ma nessun risultato sulla guerra in Ucraina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Aug 2025 07:32:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>(Dal The Newyorker) Niente esprime meglio la capacità di resistere all&#8217;aggressione russa che accogliere l&#8217;aggressore su un tappeto rosso e applaudirlo. Venerdì, Donald Trump ha fatto entrambe le cose all&#8217;inizio del suo vertice in Alaska con Vladimir Putin. Questo saluto<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/trump-putin-tanti-sorrisi-ma-nessun-risultato-sulla-guerra-in-ucraina/">Trump/Putin tanti sorrisi ma nessun risultato sulla guerra in Ucraina</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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<p>(Dal The Newyorker) Niente esprime meglio la capacità di resistere all&#8217;aggressione russa che accogliere l&#8217;aggressore su un tappeto rosso e applaudirlo. Venerdì, Donald Trump ha fatto entrambe le cose all&#8217;inizio del suo vertice in Alaska con Vladimir Putin. Questo saluto trionfale è stato seguito da numerose strette di mano amichevoli, una o due cordiali pacche sul braccio e un passo amichevole oltre una schiera di caccia americani F-22 alla base congiunta Elmendorf-Richardson. Quando i due sono arrivati a distanza di voce dalla stampa americana, un po&#8217; di dura realtà si è fatta strada. &#8220;Presidente Putin, smetterà di uccidere civili?&#8221;, ha gridato qualcuno. Ma, nel milleduecentosessantottesimo giorno dall&#8217;invasione russa dell&#8217;Ucraina, Putin e Trump non hanno mai vacillato nella stucchevole cordialità con cui si erano salutati per il loro primo incontro in sei anni. Putin ha mimato di non essere riuscito a sentire la domanda e ha alzato le spalle. In un istante, Trump lo accompagnò per un giro apparentemente improvvisato sulla sua limousine presidenziale; le immagini della Bestia che procedeva lentamente verso la sede dove si sarebbero tenuti i loro colloqui formali mostravano Putin, attraverso il finestrino, con un ampio sorriso.</p>



<p>Quando sono riemersi , poco più di tre ore dopo, dopo una sessione più breve del previsto che non includeva il pranzo previsto, l&#8217;ammirazione reciproca continuava a fluire liberamente. Entrambi sorridevano. Trump si è concesso ai media in un&#8217;esaltazione per il &#8220;fantastico rapporto&#8221; che aveva sempre avuto con Putin e ne ha elogiato  la &#8220;profondissima&#8221; dichiarazione di apertura. Putin, se possibile, è stato più esagerato di Trump, elogiando l&#8217;impegno personale del presidente americano nel &#8220;perseguire la pace&#8221;, come recitava il logo proiettato sul palco alle loro spalle. Putin ha fatto persino leva sull&#8217;odio di Trump per il suo predecessore, Joe Biden, adottando il suo punto di vista secondo cui la guerra con l&#8217;Ucraina non sarebbe mai scoppiata se Trump, e non Biden, fosse stato il presidente americano. Dopo venticinque anni al potere, l&#8217;ex agente del K.G.B. L&#8217;agente ha imparato bene come accarezzare l&#8217;ego della sua quinta controparte statunitense.</p>



<p>Ciò che Putin non ha offerto, tuttavia, è ciò che Trump chiede, senza successo, da mesi: un cessate il fuoco nella guerra della Russia con l&#8217;Ucraina. &#8220;Non c&#8217;è accordo finché non c&#8217;è un accordo&#8221;, ha riconosciuto Trump nel suo breve intervento. Mentre parlava di &#8220;grandi progressi&#8221; e Putin accennava ad accordi non specificati che erano stati raggiunti, &#8220;non ci siamo arrivati&#8221;, ha ammesso Trump. E questo è tutto. Dopo dodici minuti, e senza una sola domanda, la conferenza stampa si è aggiornata, lasciando i giornalisti sbalorditi a interpretare l&#8217;esito criptico: era davvero finita lì, dopo tutto il clamore di Trump?</p>
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		<title>L’estate dei “pinocchi”: il turismo è in crisi o no? Chi ha ragione tra operatori e Governo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Aug 2025 08:50:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Turismo in Italia: estate da record o crisi mascherata? L’estate 2025 in Italia racconta due storie apparentemente opposte. Da un lato, le cifre ufficiali parlano di un settore in piena salute: secondo il World Travel &#38; Tourism Council, la spesa<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Turismo in Italia: estate da record o crisi mascherata?</p>



<p>L’estate 2025 in Italia racconta due storie apparentemente opposte. Da un lato, le cifre ufficiali parlano di un settore in piena salute: secondo il World Travel &amp; Tourism Council, la spesa dei visitatori internazionali toccherà i 60,4 miliardi di euro, con un contributo totale al PIL di 237,4 miliardi, pari all’11 per cento dell’economia nazionale. Il Ministero del Turismo sottolinea inoltre come il nostro Paese sia leader nel Mediterraneo per tasso di saturazione nelle prenotazioni online e mantenga tariffe medie competitive rispetto a Grecia e Spagna.</p>



<p>Ma basta una passeggiata lungo molte spiagge italiane per percepire un’altra realtà. Albergatori e operatori balneari parlano di cali di presenze tra il 15 e il 25 per cento rispetto allo scorso anno. Anche nel cuore di agosto, in passato sinonimo di tutto esaurito, non mancano camere libere e ombrelloni vuoti. I prezzi elevati, uniti alla contrazione del potere d’acquisto delle famiglie, spingono molti italiani a ridurre le vacanze a pochi giorni o a rinunciare del tutto alla villeggiatura estiva.</p>



<p>Non tutto, però, è in flessione. Gli arrivi aerei tra giugno e settembre sono in crescita del 17,9 per cento, con 27 milioni di passeggeri, in gran parte stranieri. Anche il turismo montano segna incrementi, compensando in parte il calo delle località balneari. Nel complesso, secondo Demoskopica, il 2025 potrebbe chiudersi con oltre 65 milioni di presenze, in aumento rispetto al 2024, e con circa 30 milioni di italiani che faranno almeno una settimana di vacanza.</p>



<p>Come si spiegano allora queste immagini contrastanti? La chiave è nella distribuzione e nella tipologia della domanda. Crescono gli arrivi nelle città d’arte, nei borghi e in montagna, mentre le coste soffrono nei giorni feriali. Gli stranieri, spesso con maggiore disponibilità economica, viaggiano più a lungo, mentre gli italiani concentrano le partenze nei weekend. Così, le statistiche globali raccontano una ripresa, ma sul terreno molti operatori vivono settimane difficili.</p>



<p>In definitiva, hanno ragione sia il governo sia gli operatori: i primi se guardiamo ai dati complessivi, i secondi se osserviamo la quotidianità di alcune destinazioni. Per mantenere e distribuire meglio questa crescita, serviranno strategie mirate: rendere le vacanze più accessibili al ceto medio, destagionalizzare i flussi, e ampliare l’offerta oltre il mare. Solo così l’Italia potrà trasformare i record statistici in un benessere percepito da tutto il settore.</p>
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		<title>14 miliardi par el Ponte? Seto dove che te te lo poli me tare…</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Aug 2025 07:02:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chissà se, nei comizi che sicuramente terrà anche in terra veneta in vista delle prossime regionali, Matteo Salvini avrà l’ardire di vantarsi e magnificare la sua recente “grande opera”: il via libera alla costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina.Uso<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Chissà se, nei comizi che sicuramente terrà anche in terra veneta in vista delle prossime regionali, Matteo Salvini avrà l’ardire di vantarsi e magnificare la sua recente “grande opera”: il via libera alla costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina.<br>Uso la parola “ardire” non a caso.<br>Perché se è vero che, almeno sulla base della mia esperienza diretta, parlare con amici ed elettori storici della Lega in Veneto è ancora utile per tastare il polso dell’umore popolare, allora si può dire che a mio avviso l’entusiasmo per quest’opera non abbia ancora varcato il Po (ammesso che sia arrivato anche al Volturno o al Tevere, cosa di cui dubito).<br>A quanto sento, noi qui nel Nordest, più che respirare la storia, ci sentiamo presi per i fondelli.<br>Già, perché a parlare con vecchi leghisti, di quelli che votavano Bossi quando il sole sorgeva a Nord, il Ponte evoca più sbuffi che entusiasmi.<br>La domanda ricorrente è sempre la stessa: &#8220;Che ce ne frega a noi di un ponte che non vogliono nemmeno calabresi e siciliani?&#8221;<br>Oppure, nella versione più realista: &#8220;È l’ennesimo regalo a &#8216;ndrine, camorre e coop amiche.&#8221;<br>Difficile dar loro torto.<br>La Lega, quella vera, era roba da Nord produttivo, da battaglie fiscali, da federalismo e “Roma ladrona!”.<br>Oggi ci ritroviamo un Capitano che fa da testimonial ad un progetto da 13 miliardi (più iva, varianti in corso d’opera, rischio di infiltrazioni mafiose e sondaggi archeologici improvvisi).<br>Per cosa?<br>Per tentare di lasciare una firma nella storia, ora che della Lega restano solo i fasti di un tempo che fu?<br>Un monumento all’ego, scolpito in acciaio e cemento, per dimenticare il fallimento del Viminale, il tramonto del Papeete, la fuga degli elettori verso Meloni e Tajani?<br>E allora giù numeri roboanti: campata da 3.300 metri, torri da 400, altezza di 72 metri sul mare, il tutto per consentire il passaggio delle navi da crociera, che – come tutti sanno – sono la priorità dei trasporti pubblici italiani.<br>Roba che pare una brochure per miliardari emiratini, non un’infrastruttura pensata per un Paese con binari ancora a scartamento coloniale, e strade provinciali chiuse per frane dal 1993.<br>Il sospetto è che questo Ponte sia l’ennesimo giocattolo costoso di un politico in crisi d’identità, che ha già fallito su tutto: Autonomia? Saltata. – Federalismo? Sparito. – Stop sbarchi? Mai visto. – “Pieni poteri”? Ma dai… – Ronde padane? Solo nei sogni. – Diritto di sparare? Per carità. – Castrazione chimica? Non pervenuta.<br>Ora resta il Ponte. Il suo “Meccano” da adulto annoiato, pagato dagli italiani.<br>E mentre a Roma si stappa champagne per aver piazzato la prima pietra virtuale (sì, perché per ora di cantieri veri non si è visto nemmeno un piccone), i veneti si fanno due conti.<br>E così mentre il Capitano sogna l’eternità ingegneristica, il Nord ed il Veneto lo guardano con aria tra lo scettico e il preoccupato.<br>E non solo per i costi. Perché la domanda vera è un’altra: a chi serve davvero questo ponte?<br>Sicuramente non ai Sior Bepi e alle Siora Maria che, da buoni veneti con la calcolatrice in tasca ed il mutuo sulle spalle, si chiedono: quante Romee Commerciali si sarebbero potute costruire con quei soldi? Quante frane si sarebbero potute prevenire sul Fadalto o a Tai di Cadore? Quante strade di montagna messe in sicurezza? Quanti collegamenti ferroviari degni di un Paese moderno?<br>Invece niente.<br>E ci tocca sentire che l’Italia del futuro passa per Scilla e Cariddi, mentre in Sicilia si viaggia a 40 all’ora su rotaie ottocentesche, ed in Calabria si bestemmia ad ogni curva della statale 106 Jonica.<br>Il Veneto produttivo, che ogni anno versa miliardi a Roma senza fiatare (troppo), e con poche altre Regioni tiene in piedi tutta la “baracca romana”, si ritrova a finanziare un’opera che non solo non gli serve, ma che viene vissuta quasi come una provocazione.<br>Un “vezzo” politico da Sud, sbandierato come simbolo di modernità mentre, mi ripeto, la viabilità calabrese è da incubo, ed i treni siciliani sembrano quelli del Regno delle Due Sicilie.<br>E allora viene da chiedersi: davvero Salvini crede che nel Nord Est ci sia qualcuno disposto ad applaudire al Ponte?<br>Davvero pensa di poterlo sbandierare in campagna elettorale come fosse il nuovo miracolo padano?<br>Perché se così fosse, forse non conosce bene i suoi elettori.<br>Anzi, rischia pure, se dovesse provare a parlarne in qualche comizio a Rovigo o a Feltre, di trovarsi i maggiorenti della Liga Veneta che gli suggeriscono, fra gesti eloquenti e volti sbigottiti: “No Matteo, non toccare l’argomento Ponte di Messina, perché qui ci fai perdere voti!”<br>Potrebbe anche trovare qualcuno fra il pubblico che, maleducatamente ma in dialetto stretto, potrebbe suggerirgli un’altra destinazione per quel Ponte: «Matteo, sèto dove che te pòli mètartelo ch’el Ponte…?»<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Ferragosto, vacanze senza soldi: cala il mare sale l’Alaska!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Aug 2025 07:57:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Venerdì finisce la prima settimana d’agosto e, calendario alla mano, entriamo ufficialmente nel clou della stagione estiva: quella manciata di giorni attorno a Ferragosto che, per decenni, ha rappresentato il Sacro Graal delle ferie italiane.Erano i giorni del “non c’è<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Venerdì finisce la prima settimana d’agosto e, calendario alla mano, entriamo ufficialmente nel clou della stagione estiva: quella manciata di giorni attorno a Ferragosto che, per decenni, ha rappresentato il Sacro Graal delle ferie italiane.<br>Erano i giorni del “non c’è più neanche un buco di ombrellone”, del “abbiamo solo lo strapuntino vicino ai bagni chimici”, del “guardi, se vuole possiamo offrirle un lettino in spiaggia”.<br>Erano. Perché ora, signore e signori, non è più così.<br>Verso la fine di luglio ho scritto un pezzo titolato “Spiagge vuote e portafogli leggeri”, (https://www.tviweb.it/spiagge-vuote-e-portafogli-leggeri-cronache-balneari-dalla-decadenza-italiana/) che non era una metafora poetica: bensì la triste fotografia dell’Italia balneare 2025.<br>Evidentemente ho colpito nel segno, perché a quanto pare moltissimi lettori si sono riconosciuti nel racconto, in particolare nella difficoltà a scucire 150/180 euro per una giornata in spiaggia con la famigliola.<br>Sul caro spiagge, sul caro vacanze quindi non ci torno, perché mi sembra di avervi già detto tutto.<br>Ed anche perché ad oggi, con Ferragosto alle porte, mi sembra che la musica non sia cambiata.<br>Faccio un riassunto flash per fretta e stanchezza da caldo: “più presenze in montagna, meno al mare”.<br>Un mantra ripetuto ormai da ogni bollettino turistico, ma che ora assume i contorni della diagnosi medica.<br>Secondo i dati (non le chiacchiere da bar) del Sindacato Italiano Balneari, a luglio le presenze in spiaggia sono calate del 15%. Con punte da codice rosso del 25% in Emilia-Romagna e Calabria. Pure in Toscana e Lazio, il mare langue.<br>E in Veneto? Nessuno ha stappato lo spumante, tranquilli.<br>Certo, c’è chi si aggrappa all’ultima boa: “Aspettiamo agosto, qualcosa succederà”.<br>Sì, qualcosa succederà: dal 20 in poi la gente comincerà a fare le valigie e tornerà a casa.<br>Come sempre, come ogni anno.<br>Sarà per la scuola che apre a settembre, sarà per la tradizione, sarà perché Ferragosto è ancora il totem della vacanza all’italiana.<br>Fatto sta che la piena stagione ha i giorni contati. Dieci, quindici al massimo.<br>E so già cosa diranno i soliti ottimisti: “Ma ci sono località che registrano il pienone!”<br>Certo, come no. Anche una rondine ogni tanto vola in anticipo, ma non per questo possiamo dire che sia arrivata la primavera.<br>Ora, la domanda delle domande: ma davvero è tutta colpa del portafoglio sgonfio?<br>Sicuramente sì; i prezzi alle stelle, unitamente alle risorse sempre più risicate su cui possono contare le famiglie, sono un fattore determinante, ma non credo sia il solo.<br>La verità, per quanto scomoda, è che è cambiato il modo di fare vacanza.<br>Il modello “ombrellone fisso e castelli di sabbia” — mamma che legge Gente, papà che guarda la partita sul telefonino, bambini che scavano buche fino alla falda acquifera — sta andando in soffitta, o forse in montagna.<br>Perché diciamocelo: noi italiani siamo testoni. Abbiamo tempi di adattamento più lunghi di un trasloco ministeriale, e facciamo fatica a capire che oggi le ferie devono essere più “dinamiche”. Un paio di giorni al mare, e gli altri tre/quattro in giro a scoprire il territorio.<br>Ma qualcosa si sta muovendo.<br>L’effetto combinato della pandemia e del cambiamento climatico ha lasciato il segno.<br>Il Covid ci ha spinto verso la fuga dai luoghi affollati, ed il caldo africano ha reso la sabbia rovente degli arenili sempre meno accogliente.<br>Il risultato? Un autentico boom della montagna.<br>E non è finita.<br>Le temperature record del Mediterraneo, le immagini da apocalisse climatica, i temporali tropicali improvvisi… stanno convincendo anche gli altri europei che forse il Sud Europa non è più così desiderabile.<br>Nasce così il nuovo mantra del turismo 2.0: la “coolcation”.<br>Non è uno scioglilingua, ma il nuovo trend: vacanze fresche.<br>Fuga dai 40 gradi all’ombra verso climi nordici e rilassanti.<br>Gli inglesi — da sempre un termometro anticipato delle mode turistiche — già da qualche anno stanno prenotando voli per Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia, ed i più benestanti pure per Groenlandia e Alaska.<br>Non per vedere gli orsi polari, ma per stare sotto i 25 gradi.<br>Certo, oggi sembrano tendenze marginali.<br>Ma occhio: sono le crepe di un “sistema vacanziero” che sta per subire profonde modificazioni, se non per crollare.<br>Quel mondo in cui tutta l’Italia andava in ferie ad agosto, perché chiudeva la Fiat e mezza industria con lei, è ormai un reperto da museo etnografico.<br>E allora che fare?<br>Piangere sui numeri in calo serve a poco, specie se lo si fa con la crema solare negli occhi.<br>Il turismo climatico potrebbe diventare un’occasione.<br>Incentivare le mezze stagioni, allungare la durata dell’anno turistico, spalmare i flussi: ecco la ricetta.<br>Così si combatte l’overtourism, si dà respiro alle località, si smette di concentrare tutto in tre settimane per poi chiudere baracca.<br>Un sogno? Forse.<br>Ma in Italia, dove ogni cambiamento è visto come una bestemmia sussurrata, servirà un bello schiaffo per farci svegliare.<br>Come diciamo dalle nostre parti: “Co l’acua toca el culo, o se impara a noare, o se se nega.”<br>Ecco, l’acqua è già a mezza pancia. Decidete voi.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Veneto, la Lega non correrà da sola: il cerino di Zaia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Jun 2025 10:36:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alla fine, in Veneto, la Lega non correrà da sola. Nonostante la bocciatura del terzo mandato per Luca Zaia, che di fatto lo esclude dalla prossima corsa per la presidenza della Regione, il Carroccio non romperà l’alleanza con Fratelli d’Italia.<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Alla fine, in Veneto, la Lega non correrà da sola. Nonostante la bocciatura del terzo mandato per Luca Zaia, che di fatto lo esclude dalla prossima corsa per la presidenza della Regione, il Carroccio non romperà l’alleanza con Fratelli d’Italia. Una scelta obbligata più che strategica: rompere a Venezia significherebbe rompere anche a Roma, con la conseguente caduta del governo Meloni. Ed è un rischio che nessuno, nemmeno Matteo Salvini, può permettersi in questo momento.</p>



<p>Il governatore veneto esce da questa fase politica con un profilo indebolito, dopo anni in cui era stato accreditato come uno dei leader più apprezzati a livello territoriale, capace di catalizzare consenso trasversale. Ma Zaia, nonostante il consenso personale, non ha mai davvero cercato lo scontro con Salvini dentro la Lega. Ha scelto la strada della fedeltà, anche quando il vento interno al partito cambiava direzione. E oggi quella scelta lo penalizza.</p>



<p>Zaia ha avuto l’occasione, più volte, di porsi come alternativa a Salvini: durante la stagione del Covid, quando il suo approccio pragmatico e rassicurante gli aveva regalato picchi di popolarità superiori a quelli del segretario; oppure quando la Lega andava incontro a sonore batoste elettorali, e lui restava tra i pochi a salvare la faccia del partito. Ma non ha mai colto il momento per costruire una propria leadership nazionale. Ha preferito restare ancorato al Veneto, forte del suo fortino elettorale, convinto che il partito gli avrebbe riconosciuto il diritto alla continuità.</p>



<p>Così non è stato. Il terzo mandato non è passato, e la Lega non lo ha difeso fino in fondo. Salvini ha fatto il minimo sindacale. Fratelli d’Italia, dal canto suo, ha fatto valere la forza dei numeri e del momento: è il partito trainante del centrodestra, e non ha alcun interesse a rafforzare la figura di un governatore che può ancora insidiare la leadership meloniana sul fronte moderato.</p>



<p>E ora? La Lega cercherà un candidato “condiviso”, magari proprio da Salvini, cercando di conservare il Veneto senza rompere il patto nazionale. Ma per Zaia lo spazio si restringe. Non correrà da presidente. Non ha uno sbocco naturale nel governo. E la possibilità di guidare la Lega nazionale sembra ormai tramontata.</p>



<p>Resta un dato politico amaro: chi aveva il consenso per dettare la linea, ha scelto di non usarlo. E ora, come si dice, rischia di restare con il cerino in mano.</p>
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		<title>Estate italiana? Coi prezzi assurdi non ci resta che la vacanza da patrioti: in casa col ventilatore!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Jun 2025 10:05:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Estate Italiana. “Vacanze da patrioti: a casa, col ventilatore” Puntuale come una tassa, come la cervicale d’inverno, o come l’alert della Banca quando il conto va in rosso, anche l’estate 2025 arriva portandosi dietro il suo carico di illusioni e,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>“Estate Italiana. “Vacanze da patrioti: a casa, col ventilatore”</p>



<p>Puntuale come una tassa, come la cervicale d’inverno, o come l’alert della Banca quando il conto va in rosso, anche l’estate 2025 arriva portandosi dietro il suo carico di illusioni e, soprattutto, di rincari.<br>Secondo il Codacons, chi vorrà concedersi una vacanza in Italia dovrà mettere in conto un aumento dei prezzi tra il 10 e il 20%.<br>Tradotto: se l’anno scorso ti sei potuto permettere con qualche sacrificio una settimana a Cesenatico, quest’anno ti conviene puntare ad un fine settimana in tangenziale.<br>Ora, i conti non tornano.<br>Perché mentre l’inflazione europea, quella ufficiale, quella certificata da Eurostat, e quindi verissima, mica come le bollette, è ferma al 2,2%, il listino delle vacanze italiane sembra redatto da uno che ha sbagliato Continente.<br>O qualcuno ci prende per il culo, e allora l’inflazione “vera” è un’altra, o, ed è l’ipotesi più probabile, i soliti noti, dai gestori di stabilimenti balneari ai ristoratori creativi, dagli affitta-ombrelloni agli albergatori illuminati, hanno deciso che anche quest’anno il turista italiano è una piñata da colpire finché esce l’ultimo spicciolo.<br>La scusa ufficiale?<br>“Eh, i costi aumentano…..”.<br>Certo. Ma strano che aumentino sempre e solo nei settori dove si può lucrare di più, magari anche non emettendo qualche scontrino fiscale.<br>Non si è mai visto un ristoratore abbassare i prezzi perché la corrente è calata.<br>No, lì l’aumento è una legge naturale, tipo la gravità.<br>E guai a fiatare: se chiedi il perché di un piatto di spaghetti a 24 euro ti rispondono con lo sguardo di chi ha appena cucinato con le mani di Bottura e le lacrime di Cannavacciuolo.<br>Nel frattempo, il Governo – sì, quello dei patrioti, del “prima gli italiani!”, del “carovita sotto controllo” – si gode il fresco dei palazzi romani mentre i sudditi si organizzano per un’estate a chilometro zero.<br>Zero spiaggia, zero relax, zero ferie.<br>È tutto un “orgoglio nazionale”, un “turismo strategico”, ma alla fine il messaggio è semplice: se sei italiano e vuoi andare in vacanza, sei fuori target.<br>Mah, forse sarà la forma del nuovo patriottismo economico: “prima i turisti (ricchi)”.<br>Del resto, gli italiani sono troppo complicati: si lamentano, cercano sconti, vorrebbero la ricevuta fiscale, e magari pretendono pure il parcheggio gratuito.<br>Molto meglio il turista tedesco o americano che paga e tace, e magari pensa che 40 euro per una frittura sia il prezzo “esperienziale”.<br>Così le ferie estive diventano una missione impossibile per molti italiani: prenotazioni da brivido, prezzi da rapina, e il solito mantra degli operatori turistici: “Eh ma c’è tanta richiesta, sa com’è…”.<br>Un vero inno al libero mercato, che fatta la parafrasi si legge: facciamo il prezzo che ci pare, e non rompeteci i coglioni!<br>Poi si scopre che non tutti quei soldi restano in Italia. Un bel pezzo si perde per strada, tra evasione fiscale, lavoro in nero e affitti in contanti. Ma guai a parlarne: stai rovinando la stagione, sei anti-italiano, sei un gufo!.<br>O peggio: non capisci il valore del turismo.<br>Di questi tempi l’unico “Open to meraviglia” è lo sguardo degli italiani quando scoprono che sempre più famigliole tedesche od olandesi si fanno due settimane in Salento, mentre loro possono aspirare a un paio di giorni in un B&amp;B con vista parcheggio e colazione con tortina confezionata.<br>L’Italia sta diventando la Florida dell’Europa, il suo parco giochi.<br>Il problema è che noi, i padroni di casa, non possiamo più permetterci il biglietto d’ingresso.<br>Ce lo dicono sottovoce, ma è così: la priorità è attirare gli stranieri, perché portano soldi, non fanno domande e si fanno “inchiappettare” senza fiatare dai nostri solerti operatori turistici.<br>E se per riuscirci dobbiamo sacrificare un po’ di italiani, pazienza.<br>È il mercato, bellezza.<br>Così va l’Italia sotto il cielo dell’estate: stranieri al mare, italiani al supermercato con l’aria condizionata.<br>I primi si godono le nostre coste, i secondi guardano i post su Instagram mangiando insalata di riso. Tutto regolare, tutto previsto.<br>A forza di rincari, ci stanno portando dritti dritti verso il concetto di vacanza virtuale: uno si mette in salotto, chiude le finestre, si accende un ventilatore, spruzza un po’ di crema solare e ascolta su YouTube le onde del mare.<br>Costa meno, e nessuno ti chiede 30/40 euro per due lettini e un ombrellone sbiadito del 2007.<br>Complimenti vivissimi. L’estate italiana, quella delle “notti magiche” resta sempre un sogno.<br>Peccato che per gli italiani stia diventando sempre più un incubo.</p>
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		<title>IL GRAFFIO &#8211; “Fuori gli americani dal Veneto! Ma chi vi vuole?”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Mar 2025 18:20:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Luca Faietti ISCRIVITI AL CANALE WHATSAPP DI TVIWEB PER RIMANERE SEMPRE AGGIORNATO CLICCA QUI Prima Donald Trump ci definisce “parassiti” perché, a suo dire, l’Europa si approfitta della generosità degli Stati Uniti. Poi, come se nulla fosse, Jeff Bezos<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p><strong><em>di Luca Faietti</em></strong></p>



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<p>Prima Donald Trump ci definisce “parassiti” perché, a suo dire, l’Europa si approfitta della generosità degli Stati Uniti. Poi, come se nulla fosse, Jeff Bezos – uno di quei magnati della Silicon Valley che di certo non ha problemi a permettersi un ranch in Texas – decide di venire a Venezia per il suo matrimonio, trasformando la città in una dependance privata.</p>



<p>Ecco, caro Bezos, visto che hai appoggiato la politica di Trump, se siamo davvero un peso per l’America, perché hai scelto proprio l’Italia per il tuo giorno più importante? Il Texas non andava bene? Un bel matrimonio country con Trump e J.D. Vance come testimoni d’onore, magari tra un rodeo e un barbecue, sarebbe stato perfetto! Ma no, meglio Venezia, che evidentemente da “parassita” si trasforma in una location da sogno.</p>



<p>Nel frattempo, la Serenissima viene messa sotto assedio per tre giorni: gondole sequestrate, calli blindate, cittadini costretti a subire l’ennesima invasione, ma stavolta non dai turisti fai-da-te col panino nello zaino, bensì da super-ricchi con yacht da mille metri. Un copione già visto, ma che continua a farci storcere il naso.</p>



<p>Quindi, cari oligarchi della big tech: se l’Europa è un problema, fateci un favore, sposatevi altrove. Magari in Florida, a bordo di un razzo diretto su Marte.</p>
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		<title>IL GRAFFIO &#8211; Nicolai Lilin e l’apologia della violenza: perché difendiamo Luca e Paolo (e Mattarella)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Mar 2025 16:07:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Luca Faietti Nel panorama culturale italiano, da sempre segnato da una tradizione di confronto acceso ma fondato su principi democratici e di tolleranza, l’intervento dello scrittore Nicolai Lilin sul caso di Luca e Paolo ha rappresentato un’inquietante deviazione dal<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>di Luca Faietti</p>



<p>Nel panorama culturale italiano, da sempre segnato da una tradizione di confronto acceso ma fondato su principi democratici e di tolleranza, l’intervento dello scrittore Nicolai Lilin sul caso di Luca e Paolo ha rappresentato un’inquietante deviazione dal normale dibattito pubblico. L’autore russo, noto per la sua vicinanza alle posizioni del Cremlino, si è reso protagonista di dichiarazioni che evocano scenari di violenza e repressione, concetti che mal si sposano con la nostra cultura mediterranea, improntata all’ironia e al dissenso civile.</p>



<p>Lilin, intervenendo sulle parole dei due attori liguri che avevano difeso il Presidente Mattarella, e preso in giro chi raccoglieva firme contro di lui, ha fatto riferimento a una punizione fisica, evocando l’idea di “sfondare crani” a chi non la pensa come lui. Un’espressione che, se fosse stata pronunciata in un contesto russo contro il potere, avrebbe probabilmente comportato conseguenze ben più gravi per chi l’ha pronunciata. Ma qui, in Italia, Lilin può permettersi certe uscite senza timore di repressioni, sfruttando proprio quella libertà di espressione che in Russia è sempre più negata.</p>



<p>Le affermazioni di Lilin non sono un caso isolato. Da tempo, personaggi filo-russi tentano di legittimare una visione del mondo fondata sulla forza e sulla negazione del dissenso. Questo tipo di narrazione, che spesso fa leva su un certo fascino per la brutalità e il militarismo, non ha nulla a che vedere con i principi di una società democratica, dove il confronto tra idee deve restare civile e non scivolare nella minaccia o nell’intimidazione.</p>



<p>Se Lilin difende a spada tratta il regime putiniano, dovrebbe avere il coraggio di applicare gli stessi principi a se stesso: nella Russia che tanto ammira, una critica aperta al potere con toni così accesi non verrebbe tollerata. Paradossalmente, egli approfitta della libertà occidentale per diffondere una visione che, se attuata, limiterebbe proprio quella libertà di cui gode.</p>



<p>La cultura italiana è un’altra cosa.<br>La nostra tradizione politica e culturale è basata su un concetto di confronto spesso aspro, ma che raramente sfocia nella violenza. L’ironia, il sarcasmo e la satira hanno da sempre rappresentato strumenti di critica efficaci e profondamente radicati nella nostra società. È proprio questa capacità di dissacrare il potere senza ricorrere alla violenza che distingue l’Italia da quei regimi autoritari che, come quello russo, Lilin sembra voler difendere.</p>



<p>L’Italia non può accettare che il linguaggio della violenza diventi un elemento legittimo del dibattito pubblico. Le parole hanno un peso, e normalizzare concetti come la punizione fisica per chi dissente è un passo pericoloso verso la perdita di quei valori democratici che ci contraddistinguono. Se Lilin vuole davvero difendere un modello autoritario e repressivo, ha già una patria che lo rappresenta: la Russia di Putin. Ma qui, in Italia, abbiamo scelto un’altra strada, fatta di libertà di pensiero, confronto e, sì, anche di quell’ironia che certi autocrati non riusciranno mai a comprendere.</p>
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		<title>Vicenza-Padova: il derby veneto del calcio. Ecco perché vinceranno i biancorossi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Feb 2025 11:31:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
		<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il derby tra Vicenza e Padova non è solo una partita di calcio: è una sfida storica, un evento che infiamma gli animi dei tifosi e divide una regione intera. Con due squadre blasonate che rappresentano due città ricche di<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Il derby tra Vicenza e Padova non è solo una partita di calcio: è una sfida storica, un evento che infiamma gli animi dei tifosi e divide una regione intera. Con due squadre blasonate che rappresentano due città ricche di tradizione calcistica e culturale, ogni incontro tra Vicenza e Padova è una battaglia sul campo. Ma questa volta, ci sono buoni motivi per credere che sarà il Vicenza a trionfare. Ecco perché.</p>



<p></p>



<p>Il Vicenza si presenta al derby in un momento positivo della stagione, con una serie di risultati utili, a parte l’ultimo inciampo a Salo’, che hanno dato fiducia e morale alla squadra. Negli ultimi incontri, i biancorossi hanno mostrato un gioco fluido, organizzato e aggressivo, caratteristiche fondamentali in un match così sentito. La solidità difensiva, unita alla capacità di sfruttare al meglio le occasioni offensive, è un’arma importante contro un Padova che ha faticato a trovare continuità.</p>



<p></p>



<p>Giocare al “Romeo Menti” è un fattore decisivo. Lo stadio di Vicenza è noto per il suo calore e per l’atmosfera unica che i tifosi sanno creare. Il derby sarà sicuramente giocato davanti a una cornice di pubblico straordinaria, e i supporter vicentini, sempre numerosi e rumorosi, sapranno trasformare il Menti in una vera e propria bolgia. Questo supporto può fare la differenza nei momenti decisivi della partita.</p>



<p></p>



<p>Il Vicenza può contare su giocatori di grande esperienza e qualità, capaci di risolvere le partite con giocate individuali. La coppia d’attacco si sta dimostrando una delle più temibili del campionato, mentre il centrocampo garantisce equilibrio e creatività. Occhi puntati su alcuni leader in campo, come il capitano e i giovani talenti che hanno dimostrato di sapersi esaltare nelle partite importanti.</p>



<p></p>



<p>Nei derby, spesso, a fare la differenza non sono solo i valori tecnici, ma anche la motivazione, il cuore e la determinazione. E il Vicenza, con il suo forte legame con la città e i tifosi, sembra essere più affamato di vittoria rispetto agli avversari. I giocatori sono consapevoli dell’importanza della partita e faranno di tutto per regalare una gioia indimenticabile al loro pubblico.</p>



<p></p>



<p>Dall’altra parte, il Padova arriva al derby con qualche difficoltà. Tra infortuni, un rendimento altalenante e una certa fragilità difensiva mostrata nelle ultime settimane, i biancoscudati sembrano avere più problemi da risolvere rispetto al Vicenza. Inoltre, la pressione di affrontare il derby fuori casa potrebbe pesare psicologicamente sulla squadra padovana.</p>



<p></p>



<p>Il derby è sempre una partita imprevedibile, ma il Vicenza ha tutte le carte in regola per imporsi: forma, pubblico, qualità individuali e una motivazione che difficilmente si vede in altri match. I biancorossi hanno l’occasione di scrivere un’altra pagina importante nella loro storia e di dimostrare la loro superiorità contro i rivali storici.</p>



<p>I tifosi vicentini possono già preparare le bandiere: questa volta il derby parla biancorosso.</p>
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		<title>Fenomenologia di Moise Kean: dal flop bianconero al bomber viola</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Feb 2025 09:36:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
		<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Firenze non lo voleva, o almeno non lo desiderava con entusiasmo. Moise Kean, il ragazzo cresciuto tra i riflettori e le critiche, sembrava l’ennesima scommessa destinata a infiammare il dibattito più che il campo. Eppure, oggi, i tifosi viola esultano<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p></p>



<p>Firenze non lo voleva, o almeno non lo desiderava con entusiasmo. Moise Kean, il ragazzo cresciuto tra i riflettori e le critiche, sembrava l’ennesima scommessa destinata a infiammare il dibattito più che il campo. Eppure, oggi, i tifosi viola esultano per il loro nuovo bomber, capace di far meglio persino di Batistuta nelle sue prime stagioni con la maglia della Fiorentina. Ma com’è possibile che lo stesso attaccante che alla Juventus faticava a trovare la porta ora sia diventato una macchina da gol?</p>



<p>Il Moise Kean versione bianconera era un enigma. Alternava sprazzi di talento a lunghi periodi di anonimato. In due anni di ritorno alla Juventus, tra il 2021 e il 2023, ha segnato appena 13 gol in Serie A, un bottino misero per un attaccante di una squadra di vertice. Colpa sua? Colpa di Allegri? O, forse, colpa di un contesto che non ha mai creduto fino in fondo in lui?</p>



<p>Alla Juve Kean non ha mai avuto un ruolo definito: prima punta di riserva, esterno adattato, arma da usare nei momenti di emergenza. Il risultato? Prestazioni opache e una fiducia sempre più in calo.</p>



<p>Quando la Fiorentina ha bussato alla porta con un’offerta da 13 milioni più bonus, Giuntoli non ha esitato: un affare che generava plusvalenza e liberava spazio in rosa per nuovi investimenti. Anche Thiago Motta, futuro allenatore bianconero, non ha opposto resistenza: Kean non rientrava nei suoi piani. Decisione giusta? I numeri dicono il contrario.</p>



<p>Arrivato tra lo scetticismo generale, Kean si è trasformato nel fulcro offensivo della Fiorentina. Sotto la guida di Raffaele Palladino (che ha sostituito Italiano a inizio stagione), ha trovato una squadra che gioca per lui, che lo valorizza e che gli dà quella continuità che alla Juve gli era sempre mancata. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: 15 gol in campionato, una media realizzativa spaventosa e il paragone, sempre più insistente, con Batistuta.</p>



<p>Chi ha sbagliato? </p>



<p>La Juventus ha sottovalutato il potenziale del giocatore, svendendolo per una cifra irrisoria rispetto al suo valore attuale.</p>



<p>Thiago Motta non ha ritenuto Kean utile al suo progetto, magari senza considerare che il problema non era il giocatore, ma il contesto in cui si trovava.</p>



<p>Kean stesso a Torino non aveva la mentalità giusta, forse si sentiva poco apprezzato e non riusciva a esprimersi al meglio.</p>



<p>A prescindere da chi abbia sbagliato, una cosa è certa: Firenze ha trovato un nuovo idolo. Kean ha saputo trasformare il rifiuto in motivazione, il dubbio in certezza, il disprezzo in applausi. E mentre la Juventus si interroga su una cessione che potrebbe diventare un rimpianto, la Curva Fiesole si gode il suo nuovo bomber. Chi lo avrebbe mai detto?</p>
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		<title>Concerto di San Silvestro a Vicenza: una nota stonata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jan 2025 09:59:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Gossipando]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tutto esaurito? Sì. Tutto bene? No. È polemica riguardo il Concerto di San Silvestro firmato Orchestra Teatro Olimpico a Vicenza. Si dice che le difficoltà economiche abbiano costretto a tagli del budget, ad esempio nel cambio della guida sul palco<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Tutto esaurito? Sì. Tutto bene? No. È polemica riguardo il Concerto di San Silvestro firmato Orchestra Teatro Olimpico a Vicenza. Si dice che le difficoltà economiche abbiano costretto a tagli del budget, ad esempio nel cambio della guida sul palco con una nuova presentatrice che non a tutti è piaciuta o per la composizione della orchestra o, ancora, per le immagini trasmesse che non hanno portato ad una visione d’insieme del palco, o, inoltre, per le arie non molto popolari di Puccini. Tante polemiche. Ed una domanda. Possibile che non si comprenda come contenere i budget, a volte, significhi far perdere credibilità ad un evento? E che sia più il danno di immagine che economico? Buon anno. </p>
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		<title>Anno nuovo, problemi vecchi: manca i “schei”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jan 2025 09:02:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>All’appello manca solo l’Epifania, ma si sa che la Befana è una festa che coinvolge quasi esclusivamente i più piccoli, che ancora credono alla vecchietta che, volando su una scopa, porta doni ai buoni e cenere e carboni ai cattivi.&#160;<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/anno-nuovo-problemi-vecchi-manca-i-schei/">Anno nuovo, problemi vecchi: manca i “schei”</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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<p></p>



<p></p>



<p>All’appello manca solo l’Epifania, ma si sa che la Befana è una festa che coinvolge quasi esclusivamente i più piccoli, che ancora credono alla vecchietta che, volando su una scopa, porta doni ai buoni e cenere e carboni ai cattivi.&nbsp;</p>



<p>Per gli altri, dopo la sbornia (e non parlo solo di vino e alcolici) delle festività di Natale e Fine anno, dopo i balli, dopo i concerti in piazza, dopo le promesse di essere migliori, dopo le speranze di un anno migliore di quello appena trascorso, c’è la consapevolezza che di fatto i problemi del 1° gennaio sono gli stessi del 31 dicembre.</p>



<p>E dopo essersi resi conto che le difficoltà non svaniscono magicamente con il brindisi di mezzanotte, giocoforza si ricomincia quindi a guardare avanti, appunto a quelle problematiche&nbsp;&nbsp;&nbsp;economiche, sociali e personali&nbsp;&nbsp;che continuano a seguirci, e a dirci che il calendario altro non è che&nbsp;&nbsp;un’illusione di cambiamento.</p>



<p>Ed il primo problema resta sempre quello degli “schei”, che sono sempre insufficienti alla bisogna.</p>



<p>Come sempre il 2024 si è chiuso con l’approvazione della legge di Bilancio, con un voto di fiducia come ormai accade dal lontano 2018, e con lo strascico delle solite proteste dell’opposizione (forse varrebbe la pena prendere atto che qualche aggiustamento alla Costituzione più bella del mondo sarebbe ormai necessario).</p>



<p>Onestamente non è una Finanziaria che fa sognare. E per il terzo anno consecutivo si palesa in modo evidente che le promesse elettorali dei “patrioti” che ci governano sono state di fatto disattese.</p>



<p>Certo sono state ripristinate le “regole di bilancio europee”, si devono ancora scontare le follie (e le decine di miliardi) del Superbonus 110%, ma da liberale permettetemi di dire che forse si poteva osare di più sul fronte di una profonda revisione della spesa, soprattutto di quella assistenziale.</p>



<p>Ma si sa che sussidi e bonus, unitamente a flax tax e condoni, sono la strada maestra dei nostri Demostene, ed eventuali tagli andrebbero contro la ricerca politica del consenso.</p>



<p>Quindi ragazzi, mettiamocela via, al di là delle parole, delle fanfaronate, delle sparate per avere i titoli dei giornali, la strada resterà quella ben collaudata fin dall’epoca dell’Impero Romano; “panem et circenses”.</p>



<p>Trovo comunque giusto riconoscere a Giancarlo Giorgetti, a capo del Ministero che più di ogni altro subisce l’”assalto alla diligenza” delle lobbies economico-industriali e dei Parlamentari, di aver saputo tenere la “barra dritta” sul deficit.</p>



<p>C’è da augurarsi che ci riesca anche in occasione delle prossime due leggi di bilancio, quando l’avvicinarsi delle elezioni indurrà tutti a incalzare il Ministero per avere più soldi da elargire in regalie e spese improduttive a scopo elettorale.</p>



<p>Il 2025 non si presenta per l’industria italiana come un anno facile, avendo per di più alle spalle due anni interi di contrazione della produzione industriale.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>La prima cosa che viene in mente è il settore Automotive, con 70.000 posti di lavoro coinvolti, ma da mesi i Vertici delle Associazioni degli industriali lanciano segnali di allarme per l’intero comparto della Manifattura, che nel bene e nel male, con l’export, contribuisce in maniera determinante al nostro Pil.</p>



<p>Questa criticità sembra non allarmare più di tanto il Governo, che non si stanca mai di sempre a ricordare che Turismo e Servizi continuano a crescere….</p>



<p>Sarà che si tratta di settori a basso valore aggiunto, dove non si chiedono certo alte professionalità (sicuramente piuttosto che niente meglio piuttosto), ma mi auguro che i nostri Demostene non vedano per i giovani&nbsp;&nbsp;italiani un futuro di camerieri, facchini, bagnini ed affittacamere (sovente abusivi).&nbsp;</p>



<p>Vedrete che quando aumenteranno le ore di cassa integrazione, e molte aziende chiuderanno i battenti, cambieranno anche spartito e musica nei palazzi romani.</p>



<p>Ma intimamente legato all’economia dell’Europa, e inevitabilmente anche dell’Italia, c’è il problema della sicurezza, drammaticamente tornato alla ribalta, dopo 80 anni di pace, con l’aggressione russa all’Ucraina.</p>



<p>Su tale tema si imporranno scelte drammatiche, e sicuramente impopolari.</p>



<p>I cultori di storia ricorderanno che&nbsp;nel 1938, Benito Mussolini chiese retoricamente alla folla se volesse “burro o cannoni”: e la risposta, come è noto, cadde infaustamente sulla seconda alternativa.</p>



<p>Non dico che vedremo Giorgia Meloni sul balcone di palazzo Chigi proporre lo stesso dilemma agli italiani, anche perché ci ha pensato Donald Trump, fra pochi giorni nuovo Presidente Usa, a porre la questione,&nbsp;&nbsp;facendo trapelare che chiederà ai Paesi della Nato di aumentare le spese per la difesa fino a raggiungere il 5% del Pil (l’Italia impiega meno del 2%).</p>



<p>A riproporre la problematica ci ha poi pensato&nbsp;il Segretario Generale della Nato, Mark Rutte, sottolineando che i Paesi europei destinano in media il&nbsp;25% del PIL&nbsp;a sanità e pensioni, ed insistendo sulla necessità di&nbsp;riallocare&nbsp;una parte di questi fondi per rafforzare gli armamenti.</p>



<p>Parole chiare quelle di Rutte: “Non siamo in guerra, ma nemmeno in pace. La nostra&nbsp;deterrenza&nbsp;funziona per ora, ma guardo con preoccupazione ai prossimi 4-5 anni. Non siamo pronti per ciò che potrebbe accadere, e il pericolo si avvicina rapidamente. Ciò che è accaduto in Ucraina potrebbe accadere anche qui.”</p>



<p>Rutte non è un novellino della politica.&nbsp;&nbsp;E’ stato per lungo tempo Primo Ministro dell’Olanda, e sa di cosa parla quando dice:&nbsp;&#8220;L’Europa rappresenta il 10% della popolazione mondiale, ma ha il 50% della quota di welfare&#8221;.</p>



<p>E’ evidente il suo suggerimento che una piccola parte di questa spesa venga ri-orientata per mettere in sicurezza i confini: &#8220;Non stiamo parlando di scegliere tra i tank e gli ospedali: possiamo fare entrambi. Ma se non agiamo ora, non saremo pronti quando sarà troppo tardi&#8221;.</p>



<p>Ecco perché, ribadisco, se un domani non ci si vuole trovare improvvisamente di fronte alla drammatica scelta fra “burro o cannoni”, sarebbe opportuno “snellire” un po&#8217; la spesa pubblica improduttiva (e credetemi che ce n’è tanta di clientelare), fin da subito, destinando più risorse alla difesa collettiva.</p>



<p>Immagino quanto siano inorriditi sentendo questi ragionamenti i nostri pacifisti da marce e da tastiera, la gauche caviar, i centri sociali, il Vaticano, e quant’altri credono che per avere la pace sia sufficiente invocarla.</p>



<p>Ma Rutte fa politica, e mi chiedo cosa ci sia di così fuori dal mondo quando dichiara: &#8220;Quello che sta succedendo in Ucraina potrebbe succedere qui. E la Cina sta osservando con attenzione: se Putin prevarrà, Xi Jinping prenderà nota e potrebbe tentare qualcosa in Asia.&nbsp;Il conflitto è una lezione che non possiamo ignorare: le collaborazioni tra Russia, Iran, Corea del Nord e Cina dimostrano che siamo in un mondo più pericoloso rispetto alla Guerra Fredda&#8221;.</p>



<p>I politici più avveduti hanno capito cosa potrebbe riservare il futuro, ma parlarne apertamente è altra cosa, per cui preferiscono far finta di nulla.</p>



<p>A parte Crosetto, Ministro della Difesa, che ha&nbsp;scritto che l’idea di utilizzare l’esercito principalmente per operazioni e missioni di pace nelle aree critiche del mondo, rimasta valida negli ultimi tre decenni, «è un lusso che oggi, soprattutto alla luce dell’attuale contesto internazionale, l’Italia non può più permettersi». Al contrario, il potenziamento delle proprie capacità militari deve tornare a essere «il principale baluardo in termini di difesa e deterrenza da tutti i tipi di minacce, presenti e future”.</p>



<p>Economia, sicurezza, queste le sfide del 2025.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Ovviamente non è detto che tutto si trasformi in tragedia, anzi!</p>



<p>Ma il solo fatto di prenderne atto, senza insistere banalmente che “tutto va bene”, sarebbe già un bel primo passo.</p>



<p>Umberto Baldo&nbsp;</p>



<p>PS: certo può essere che si stia esagerando, ma&nbsp;la&nbsp;<strong>Polonia</strong>&nbsp;sta espandendo tramite una serrata&nbsp;<strong>riconversione industriale</strong>&nbsp;la sua capacità di produrre armamenti e, al contempo, in sinergia con Stati come&nbsp;<strong>Finlandia e Svezia</strong><strong>,</strong>sta abituando la propria società ad un clima da pre-conflitto. E la Croazia, dopo 17 anni, dalla metà di quest’anno reintrodurrà il servizio militare obbligatorio.&nbsp;&nbsp;Stanno tutti sbagliando?&nbsp;&nbsp;Può essere che per l’Italia basti schierare contro un eventuale invasore le schiere oranti dei nostri pacifisti (in fondo funzionò quando Papa Leone Magno nel 452 d.C. fermò Attila).</p>
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