12 Agosto 2019 - 8.31

Salvini stop al governo del dr. Jekyll e mister Hyde, ma rischia di perdere il Veneto

E’ probabile che gli storici del futuro si arrovelleranno sulle dinamiche politico-sociali che l’anno scorso, e quest’anno alle europee, hanno spinto gli italiani ad un esercizio acritico e rancoroso del voto, ad aderire alle proposte più stravaganti ed irrealistiche, ad accettare per buone evidenti forzature in campo economico e scientifico, a dare il proprio consenso all’alleanza di governo fra due “opposti”.

Perché era del tutto evidente fin dall’inizio che il “contratto di governo” sembrava scritto a due mani dal Dr Jekyll e Mister Hyde, cioè da due forze politiche del tutto diverse per quanto riguarda la base elettorale, ma soprattutto per i riferimenti ideologici.

L’una, i 5 Stelle, risultante dall’iniziativa politica di un comico, Beppe Grillo, che ha fatto della “dissonanza” con il potere dominante il suo mantra, e che trovò la sua parola d’ordine nel famoso “vaffanculo”, diventato messaggio politico e bandiera di riscatto giustizialista, quasi una medicina, o meglio una formula magica, per iniziare il percorso della decrescita felice.

Ne è uscito un movimento caratterizzato da un mix di giustizialismo, assistenzialismo, movimentismo contrario alle grandi opere, antivaccinismo.

Le Lega era ed è un’altra cosa, nonostante gli sforzi di Salvini, finora promettenti, di farne un partito nazionale.  La Lega trova le origini nelle battaglie nordiste del Senatur Umberto Bossi, che riuscì ad imporre la “questione settentrionale” al centro del dibattito politico, e che ha ancora basi elettorali e zoccolo duro al nord, in particolare in Veneto e Lombardia.  

Ed al riguardo ritengo che non sarà facile per il Capitano riuscire a contemperare le due parti del Paese, Nord e Sud, che piaccia o non piaccia sono due cose diverse.  Il Nord con una struttura produttiva, ed un livello di servizi comparabili con la Baviera e le regioni più sviluppate dell’Europa, il Sud da sempre fanalino di coda dell’Unione Europea.  Due realtà che hanno bisogno di ricette diverse per progredire, spesso contrastanti. Non sarà facile far convivere gli interessi dei piccoli imprenditori del Veneto, che vivono di Europa e di euro, con quelli dei forestali siciliani e calabresi, e prima o poi Salvini se ne renderà conto. 

Il risultato di questa alleanza non poteva essere che quello che abbiamo visto quotidianamente in questo ultimo anno. 

Tensioni, veti, sfide, attacchi personali, mediazioni continue; questo il clima che abbiamo respirato, ed era evidente che, nonostante le costanti rassicurazioni di voler durare 5 anni, la corda si stava sfilacciando, e prima o poi si sarebbe spezzata. 

Viene da chiedersi: perché proprio ora?  Perché in pieno agosto? Perché questa stupefacente escalation con cui Salvini ha liquidato in 24 ore il Governo del Cambiamento?

Nonostante i toni fra alleati negli ultimi giorni fossero al calor bianco, l’impressione era che Salvini avrebbe lasciato trascorrere più o meno serenamente il “generale agosto”, anche se a mio avviso il tour sulle spiagge già programmato per questi giorni avrebbe dovuto fare alzare più di un’antenna. 

A ragionare con i vecchi schemi e categorie della politica “romana”, logica avrebbe voluto che lo strappo Salvini lo maturasse un mese fa, quando il calendario avrebbe consentito una crisi ordinata, senza accavallamenti, e con la possibilità di evadere scadenze importanti come la legge di bilancio, evitando così il rischio dell’aumento dell’ IVA ed il probabile esercizio provvisorio. Consentendo, cosa non meno importante, di partecipare con un Governo in carica alle trattative in corso a Bruxelles per il rinnovo dell’assetto istituzionale della Ue, Commissione in primis. 

Ma il Capitano ha voluto spiazzare tutti, imponendo una road map quasi inimmaginabile fino a qualche giorno fa.

E a mio avviso il motivo sta nel fatto che rompere sui risultati delle europee sarebbe sembrata una rincorsa ai posti di governo, mentre staccare la spina dopo il voto grillino contro la Tav è una palese presa d’atto dell’inconciliabilità dei programmi dei due Partiti. 

Non è facile prevedere cosa succederà nei prossimi giorni, perché l’esperienza insegna che, accusato il colpo, le altre forze politiche sicuramente non saranno disposte ad assecondare la fretta di Salvini di andare alle urne in tempi rapidissimi, e prenderanno tutte le contromisure atte ad imbrigliare gli “ardori” del Capitano, anche al fine di predisporre i temi su cui impostare la campagna elettorale, che è facile prevedere sarà “tutti contro la Lega”, esclusi la Meloni e forse, ma è tutta da vedere, Berlusconi.

E si sa che, nel nostro Paese, la strada per le elezioni è lastricata di prassi costituzionali e di regolamenti parlamentari.

La prima difficoltà, sembra banale ma è così, è che il Parlamento è ufficialmente chiuso per ferie, e per riconvocare deputati e senatori è necessaria una decisione della Conferenza dei capigruppo, e gli esperti  di cose parlamentari valutano che, anche se tutti le altre forze politiche fossero d’accordo, cosa di cui dubito, prima del 20 agosto sarà difficile avere i parlamentari in aula.

Salvini aveva inoltre immaginato che la crisi potesse essere di tipo extraparlamentare, cioè che potesse risolversi con le semplici dimissioni di Conte nelle mani di Mattarella, senza un passaggio del Governo in Parlamento per incassare la sfiducia.

Negli ultimi anni le crisi di Governo hanno sempre seguito questo percorso, ma stavolta non sarà così.   Il premier Conte, anche lui intenzionato a non rendere la vita facile al Capitano, ha deciso che la crisi sarà “parlamentare”, e cioè che lui le dimissioni le darà dopo un Passaggio al Senato, dopo che Salvini avrà spiegato perché vuole la fine della legislatura, ed i parlamentari gli avranno votato la sfiducia.

In Italia c’è poi sempre il rischio del partito dei “responsabili”, termine con cui amano definirsi i parlamentari che proprio non vogliono saperne di andare a casa, e che compaiono magicamente ogni qual volta comincia ad affacciarsi l’ipotesi di scioglimento delle Camere.  Cosa volete, anche se tutti costoro giurano di fare politica esclusivamente per il bene dei cittadini, rinunciare allo stipendio, ai benefit, ed allo status garantiti da uno scranno parlamentare non è facile. Soprattutto in questa legislatura, dove i sondaggi fanno chiaramente intendere che una buona metà dei rappresentanti di certi partiti dovrà tornare all’antico lavoro, ammesso che ce l’abbiano. 

Comunque, scontato che si arrivi alla sfiducia senza ulteriori lungaggini e trabocchetti parlamentari, la parola dovrà poi passare al Presidente della Repubblica.

Il quale dovrà avviare le consuete formali consultazioni,  solo al termine delle quali, constatato che non è possibile alcuna maggioranza alternativa, potrà sciogliere le Camere, decidendo il Governo che dovrà gestire le elezioni.  Anche questo è un tema non di poco conto, perchè sicuramente 5 Stelle e Pd non saranno disposti a concedere a Salvini l’opportunità di “dirigere” le elezioni da Ministro dell’Interno. 

Altre problematiche sono legate alla Legge di bilancio e all’esercizio provvisorio, cui abbiamo già accennato. Si tratta alla fine di una partita con l’Europa, e che Salvini abbia voglia di una manovra in deficit e di menare le mani con Bruxelles lo sappiamo da tempo. Ma gli altri sicuramente si opporranno a che i “soldi degli italiani” diventino materia del contendere con la Ue, con tutti i rischi connessi.

A tal proposito rimane sempre un convitato di pietra cui nessuno sembra interessarsi in questa fase convulsa; i mercati.  

Abbiamo già visto venerdì i primi effetti; 15 miliardi di capitalizzazione di borsa bruciati in un giorno, e spread in netto rialzo a 240 punti.

E siamo in pieno agosto, con la maggior parte degli operatori in ferie.

Cosa succederà più avanti non è dato sapere, ma il rischio di andare a votare con uno spread “stellare”, e nel mezzo di manovre speculative, è tutt’altro che remoto.

Resta infine il tema del bilancio di quanto il Governo giallo-verde è riuscito a produrre in quest’anno.

Di fatto possiamo dire che le uniche concrete realizzazioni, pur con tutte le luci ed ombre, sono state il reddito di cittadinanza e quota 100. 

Per il resto i veti incrociati hanno di fatto bloccato buona parte delle promesse contenute nel contratto di Governo.

Per noi veneti resta la grande incompiuta dell’Autonomia differenziata, e sicuramente si tratta di una grande occasione persa. 

Zaia ed i veneti ci avevano creduto, e sicuramente nulla si può imputare alla Ministra Erika Stefani, il cui impegno si è infranto di fronte al muro di gomma alzato dai Pentastellati.

Credo che l’autonomia non sarà il cavallo di battaglia del Capitano nella prossima campagna elettorale. 

Dato il sentiment sul tema di buona parte dell’elettorato meridionale, sarebbe per lui inopportuno e controproducente insistere a sud di Roma sull’autonomia dei “ricchi nordisti”.  

Sicuramente se ne continuerà a parlare dalle nostre parti, dove è più forte la volontà di gestirsi in modo libero e responsabile.   

E’ molto probabile che il Sior Bepi e la Siora Maria confermeranno alle elezioni le loro preferenze per la Lega,  superando la disillusione per la mancata riforma.

Ma Salvini ha rotto sulla Tav, non sull’autonomia, e questo mostra chiaramente che l’autogoverno del Veneto non è davvero in cima al  programma della Lega nazionale, e forse nemmeno in fondo.

Si tratterà di vedere se l’equivoco reggerà ai tempi lunghi. Ci vorrà tempo, ma non mi sentirei di escludere un futuro sganciamento del Veneto dal “salvinismo”  nazionale, e in parte nazionalista.

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