4 dicembre 2017 - 14.08

PRIMARIE- Vicenza, finisce il variatismo: Bulgarini e il sindaco sfiduciati dalle primarie

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“Cantami o diva del pelide Achille/l’ira funesta che infiniti addusse/lutti agli Achei…”

Non c’è nulla di più appropriato per cominciare una riflessione sul risultato delle primarie del centrosinistra vicentino. L’ira di Achille. Al di là delle parole profuse di miele e sapienza politica, snocciolate in un collegamento televisivo e in un articolo di giornale, non è difficile immaginare quale debba essere stata la rabbia di Variati all’indomani della sconfitta, senza se e senza ma, del suo delfino Jacopo. Lui lo ha sostenuto, incoraggiato, si è esposto per Bulgarini quando prudenza e sottigliezza politica avrebbero suggerito un atteggiamento più accorto. Ha scelto Variati, per una volta seguendo il cuore più che l’intelletto: impossibile pensare che la sua accortezza politica non gli avesse fatto vedere quanto debole era la posizione del vicesindaco. Jacopo ha condotto una campagna solitaria, affiancato da pochi e deboli scudieri, sostenuto dalla famiglia (fantastico peraltro lo spot al contrario della sorella Ginevra che ho visto su facebook) e da pochi altri. L’ho visto isolato, solo contro tutti. Non poteva che perdere, che poi abbia perso così male forse pochi lo avrebbero pronosticato, ma ha perso. E con lui ha perso Achille, uno che non è tanto abituato ad arrivare secondo, tantomeno terzo su tre. Ma la sconfitta ancora non dice tutto, perchè bisogna anche andare a vedere chi ha vinto. Ha vinto Otello Dalla Rosa, quello che al sindaco uscente aveva dato un sei, anzi un sei meno, quando gli avevano chiesto di stilare una pagella. Ha vinto chi si poneva come segno di discontinuità con l’amministrazione uscente, pur essendo dello stesso partito. E poi, proviamo a pensarci bene: chi c’è dietro Dalla Rosa? C’è sicuramente l’infallibile macchina delle preferenze della premiata ditta Sala, non solo quella della pur molto votata Isabella, ma quella che discende dal capostipite, il novantenne Giorgio Sala che di teoria del consenso non ha certo bisogno di prendere lezioni da nessuno, che dall’alto della scuola democristiana i voti sa dove andarli a cercare e come fare a prenderli e a farli contare. Ma non c’è solo questo. Con Otello Dalla Rosa stanno anche tutti gli scontenti, quelli che nel secondo mandato Variati non hanno trovato un posto, quelli che si sono visti sottrarre la sedia sulla quale fino ad un minuto prima si erano accomodati, quelli che – almeno un po’ – il sentimento di una rivalsa, se non proprio di una vendetta, l’hanno coltivato per mesi e per anni. Si tratta di quelli che lo strapotere di un Achille che vince a mani basse il primo turno per la riconferma non lo hanno mai ben digerito, che certe scelte le hanno criticate, di quelli che si sono messi di traverso su mostre, gestione del torrione di Porta Castello e tanti altri argomenti. Sono anche quelli che non mandano giù il piano immobiliare destinato a cambiare il volto della città in zona Cesarini. Ora tutti questi hanno vinto e Achille ha perso.

Bisogna fare molta attenzione ad indicare anche chi altro ha perso: Giacomo Possamai. Il rampollo ha corso bene, ha perso con l’onore delle armi, ma ha portato nel baratro con sè anche il partito. Il Pd esce dalle primarie con le ossa in frantumi. Con Possamai e per Possamai si sono spesi tutti: parlamentari, consiglieri regionali, assessori, tutti. E tutti hanno perso, di poco, ma hanno perso.

Dietro la lavagna finiscono sindaco, giunta, amministrazione uscente e governante da dieci anni, partito di riferimento, apparato e struttura. E’ la fine del Variatismo in tutte le sue accezioni.

Farà bene, tutto questo, al centrosinistra vicentino? Credo che se non basteranno le cure del reparto di rianimazione politica, bisognerà rivolgersi ai Caschi Blu dell’Onu per fare in modo che le parti belligeranti non facciano esplodere il conflitto. Del resto non pare che i protagonisti siano persone in grado di dimenticare facilmente. E allora è facile, alzando il calice della vittoria, dichiarare che nella prossima campagna elettorale ci sarà spazio per tutti che, sì, “ho già chiamato i perdenti e adesso cominciamo un percorso comune”, ma non bisogna dimenticare “l’ira funesta”. Chi oggi ha perso non cercherà una rivincita nell’urna delle amministrative? Chi oggi ha perso tratterà per avere un posto in giunta in cambio di voti? Chi da quella giunta dovrà uscire, cosa farà delle sue preferenze? Non sono questioni di poco conto: vincere le primarie non significa fare il sindaco e forse, in queste condizioni, non significa nemmeno essere certi di arrivare al ballottaggio.

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