18 Maggio 2019 - 9.25

Le false promesse sul taglio del prezzo della benzina e gli elettori considerati ‘gonzi’

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di Umberto Baldo

Durante la campagna elettorale del 2018, Matteo Salvini aveva più volte affermato che uno dei primi provvedimenti del suo Governo sarebbe stato il taglio del prezzo di benzina e gasolio tramite l’eliminazione delle vecchie accise, la più antica delle quali risale alla guerra di Etiopia del 1935.

A onor del vero il taglio delle accise venne promesso anche Matteo Renzi nel 2014.

Si tratta quindi di un tema, meglio di una promessa, cui ricorrono spesso i leader politici per accaparrarsi i voti degli elettori, che risulta però, alla prova dei fatti, sempre disattesa.

In primis vale la pena di capire quali sono le voci che determinano il prezzo alla pompa dei carburanti.

Il prezzo della benzina, ma anche del gasolio e del Gpl, è determinato da 3 fattori: il costo della materia prima, l’Iva, e l’Accisa.

Concentriamoci un attimo proprio su quest’ultima voce, quella che più indigna i consumatori, e per farvi capire meglio vi riporto di seguito l’elenco di tutte accise introdotte nel tempo per fronteggiare eventi straordinari:

· 1,90 lire (0,000981 euro) per il finanziamento della guerra d’Etiopia del 1935-1936 ;
· 14 lire (0,00723 euro) per il finanziamento della crisi di Suez del 1956 ;
· 10 lire (0,00516 euro) per la ricostruzione dopo il disastro del Vajont del 1963;
· 10 lire (0,00516 euro) per la ricostruzione dopo l’alluvione di Firenze del 1966 ;
· 10 lire (0,00516 euro) per la ricostruzione dopo il terremoto del Belice del 1968;
· 99 lire (0,0511 euro) per la ricostruzione dopo il terremoto del Friuli del 1976 ;
· 75 lire (0,0387 euro) per la ricostruzione dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980 ;
· 205 lire (0,106 euro) per il finanziamento della guerra del Libano del 1983;
· 22 lire (0,0114 euro) per il finanziamento della missione in Bosnia del 1996 ;
· 0,02 euro per il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004 ;
· 0,005 euro per l’acquisto di autobus ecologici nel 2005;
· 0,0051 euro per far fronte al terremoto dell’Aquila del 2009;
· da 0,0071 a 0,0055 euro per il finanziamento alla cultura nel 2011;
· 0,04 euro per far fronte all’arrivo di immigrati dopo la crisi libica del 2011;
· 0,0089 euro per far fronte all’alluvione che ha colpito la Liguria e la Toscana del novembre 2011;
· 0,082 euro (0,113 sul diesel) per il decreto “Salva Italia” nel dicembre 2011 ;
· 0,02 euro per far fronte ai terremoti dell’Emilia del 2012.

Scorrendo le singole voci, soprattutto le più datate, viene quasi da ridere, ma c’è però una precisazione da fare, e non da poco. 
L’idea ancora molto diffusa fra i cittadini, e che politici si guardano bene dal chiarire, che l’Accisa sia determinata dalla somma degli aumenti sopra indicati, per cui sarebbe possibile eliminarne qualcuno, è una vera e propria “bufala”.
Da oltre 20 anni le singole accise non esistono più!
Perché nel Testo Unico del decreto legislativo n. 504 del 26 ottobre 1995 (Governo Dini) l’accisa viene definita in modo unitario, ed il gettito finanzia il bilancio statale nel suo complesso. Nella legge di stabilità del 2013 le accise sono state poi rese strutturali. 
In parole povere, questo vuol dire che oggi non ha più senso parlare di accise “al plurale”, perché di fatto si tratta di una “tassa ordinaria”, composta da una sola aliquota, e non più di una sommatoria di accise finalizzate a fronteggiare singoli eventi emergenziali.
Quindi chi vi annuncia tagli ad esempio all’accisa della guerra di Etiopia o della crisi di Suez gioca su un equivoco e commette, a voler essere buoni, quanto meno una inesattezza. 
Una sorta di trovata “ad effetto”, come facevano i capocomici nelle riviste di terz’ordine. 
All’accisa va poi sommata la cosiddetta imposta di fabbricazione sui carburanti, che porta il totale finale a 0,7242 euro per litro per la benzina verde, e 0,6132 euro per il gasolio IVA esclusa.
Aggiunta anche l’IVA al 22%, si ottengono 0,8835 euro nel primo caso e 0,7481 euro nel secondo.
La sommatoria di tutti questi fattori porta al risultato che in Italia il prezzo dei carburanti risulta fra più alti di tutti i Paesi europei, e dato che il costo della materia prima incide solo per circa il 36% del prezzo finale, al netto delle tasse, che pesano per un 64%, il costo “industriale” di un litro di verde o di gasolio sarebbe alla pompa di circa mezzo euro.
C’è da dire che tutti i Paesi prevedono una tassazione sui carburanti, ma mediamente con una incidenza minore. Così, tanto per fare qualche esempio, il 13 maggio scorso il prezzo medio di un litro di benzina e di gasolio in Spagna era rispettivamente di 1,3451, e di 1,262 euro; in Austria di 1,307 e di 1,253 euro; in Germania di 1,504 e di 1,307 euro. (Fonte Cargopedia.it). Per trasparenza, il prezzo medio in Italia alla stessa data era di 1,638 per la benzina, e di 1,530 per il diesel. Differenze significative, che gravano sul portafoglio dei cittadini che sono costretti ad utilizzare la propria auto per andare al lavoro.
Detto questo, per tornare all’attualità, nel marzo scorso i carburanti hanno segnato un aumento del 2,7% su base annua, e da allora il rialzo è proseguito. Penso ve ne siate accorti quando fate il pieno al vostro motorino, alla vostra auto, o al vostro camion. La giustificazione è sempre quella che il prezzo del petrolio sta crescendo sui mercati internazionali. Sicuramente è vero; guerra in Libia ed embargo di Trump all’Iran hanno fatto schizzare il costo del barile, e gli effetti li hanno visti gli automobilisti che nel Ponte di Pasqua hanno pagato la benzina in autostrada oltre due euro al litro. 
Constatiamo che, come sempre, le Compagnie sono particolarmente “solerti” nel suggerire il rialzo dei listini alle proprie reti di distribuzione quando il prezzo sui mercati aumenta, mentre sono invece più “flemmatiche” nei ribassi quando il prezzo del greggio cala. Viene il dubbio che qualcuno ci marci, o no? Questo andamento dei prezzi, velocissimi in salita, e lenti come lumache in discesa, viene denunciato da sempre dai consumatori, ma nessun Governo è mai intervenuto per chiedere spiegazioni, a parte qualche raro “cinguettio” per non perdere del tutto la faccia. 
La verità è che le accise sulla benzina nel 2017 hanno garantito introiti per le casse dello Stato per 26,7 miliardi. Per rendere l’idea, le accise valgono 14 volte e mezzo il canone Rai, e come abbiamo visto, ad oggi, rappresentano circa il 60% di quanto paghiamo al distributore ogni volta che facciamo rifornimento, compresa l’Iva al 22%. 
I carburanti sono quanto di più facile ed immediato da tassare, così come i giochi o i tabacchi. Fai un decreto, e incassi subito!
E i politici che “incautamente”, e con buona dose di populismo, si lanciano in promesse di riduzione delle imposte, e dell’Accisa in particolare, una volta al Governo si trovano a fare i conti con una realtà di bilancio che rende complicato intervenire con i tagli, perché ciò comporterebbe riduzioni di gettito difficilmente compensabili. Tanto per avere un’idea, un eventuale taglio di 20 centesimi al litro comporterebbe per l’Erario un mancato gettito di 4 miliardi. Quasi quanto il costo del “Reddito di cittadinanza”.
In conclusione, parlare di taglio delle “vecchie accise” è inesatto e fuorviante, e di fronte al macigno del debito del Belpaese ogni promessa di riduzione del costo dei carburanti è destinata a rimanere quello che è: una semplice promessa ad uso degli elettori, probabilmente considerati dei “gonzi” pronti a credere a qualsiasi “favola”. 
Almeno fino a quanto non si innescherà un processo virtuoso di riduzione dei costi di finanziamento del debito pubblico (gli interessi sui Bpt per capirci meglio). Ma per fare questo sarebbe necessaria un’operazione di sistema finalizzata a scardinare la filosofia del “tassa e spendi”, sulla quale si è sviluppato ed attorcigliato da decenni il modello economico-sociale italiano. Con il bel risultato che abbiamo sotto gli occhi. 

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