23 Aprile 2019 - 11.09

La politica del du iu spek inglish?

La scarsa dimestichezza con la lingua di Shakespeare è sempre stata il “tallone d’Achille” dei nostri governanti.  

L’inglese è un po’ la maledizione dei politici nostrani, e su You Tube sono numerosi i video che lo testimoniano impietosamente.  Provate a cercarli, e vi assicuro che vi farete qualche risata.

Eppure, nonostante questa “carenza linguistica” di fondo, nei discorsi dei nostri leader i termini inglesi sono sempre più presenti.

È un fenomeno che è esploso negli ultimi anni, e che sembra costituire il nucleo di un nuovo politichese, costituito non più da “convergenze parallele” o da “crisi degli schemi bipolari”, bensì da spending review, quantitative easing, foreign fighters, spread, jobs act e via cantando.  

Con il risultato che l’uso eccessivo di termini inglesi non fa altro che confondere i cittadini sul contenuto del messaggio politico, giocando sulla nebulosità, ma anche sul forte potere attrattivo di espressioni poco note e non immediatamente comprensibili.   La sensazione è che “lor signori” pensino che un banale termine inglese messo al posto di uno in italiano dia di colpo l’impressione di essere un ineludibile termine tecnico, sublimato da anni di usi specialistici. 

Senza contare che molti di questi termini sono in realtà anglo-latinismi.  Forse a molti sfugge che parole tipo audit, auditorium, forum, media, memorandum (alias “memo”), quorum, sponsor, summit, tutor, ultimatum, sono in realtà parole che trovano la loro origine nel latino.  Ma quasi sempre vengono declinate imitando la pronuncia inglese.  Ad esempio “audit” (dal verbo latino audire) viene quasi sempre pronunciato all’inglese come “òdit”.

C’è da chiedersi  il perché di questa tendenza ad utilizzare espressioni o termini anglosassoni.

Per caso non è che gli anglicismi in politica sono finalizzati ad oscurare il significato dei concetti a cui fanno riferimento?   

Il dubbio viene perché spesso si utilizzano parole o locuzioni morfologicamente molto distanti dal loro corrispondente italiano, e dunque totalmente sconosciute a buona parte della popolazione italiana, soprattutto la più anziana. 

Sottovalutando quindi che l’optare per anglicismi del tutto superflui, perché si ritengono dotati di un presunto alone di prestigio, novità, internazionalità, modernità, alla fine alimenta la sfiducia del cittadino per la politica.    

Per non dire che cambiare le parole costa poco o nulla, e a volte dà l’illusione di aver cambiato le cose.  Ma sempre di un’illusione si tratta.

Mascheramento della realtà, e ostentazione di una presunta autorevolezza derivante dall’uso di termini incomprensibili ai più, sono due fenomeni che il grande Alessandro Manzoni aveva profondamento compreso quasi duecento anni fa quando, nei Promessi Sposi, Renzo Tramaglino chiede a Don Abbondio cosa ostacoli il suo matrimonio con Lucia Mondella.  Il sacerdote prima accampa qualche scusa, poi di fronte alle insistenze di Renzo, intuisce che per “convincerlo” deve portare argomenti che il giovane non sia in grado di comprendere, sfruttando la sua superiorità culturale; infatti lui conosce il latino, Renzo no. Quindi a fondamento dell’argomentazione degli ostacoli al matrimonio elenca, in latino, gli impedimenti dirimenti previsti dal diritto canonico (error, conditio, votum, cognatio, crimen, cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas…). A quel punto Renzo non può che limitarsi a protestare con il curato perché gli confonde le idee, parlandogli in quel “latinorum” per lui incomprensibile. 

In pratica Don Abbondio utilizza una lingua di per sé corretta, ma sconosciuta al suo interlocutore: lo raggira, si mostra colto pur di farlo sentir ignorante, comunica con l’intenzione di non comunicare.

Qual’è il rapporto fra quel “latinorum ed il linguaggio della moderna politica?

Semplice, provate a sostituire il “latinorum” con l’ “inglesorum” dei politici, ed il gioco è fatto.

Gli artifici verbali e linguistici di Don Abbondio e Azzeccagarbugli si ritrovano oggi nella farraginosità del discorso politico, nel paludato linguaggio della burocrazia, nel dilagante mistificante utilizzo della lingua inglese.

Mistificante perché usata per enfatizzare e rendere volutamente incomprensibili concetti o fenomeni che si potrebbero senza alcun problema esprimere in italiano, per inciso lingua con un dizionario ricchissimo.

Per non dire che spesso alcuni termini non sono neppure locuzioni inglesi, ma pseudoanglicismi, pensati da italiani per italiani.

Si tratta in fondo di una questione di poco rispetto per chi l’inglese non lo conosce, cioè la maggioranza degli italiani.

Perchè la Siora Maria ed il Sior Bepi non sono obbligati a sapere, solo per fare due esempi, che con la locuzione “job on call” in Italia si intende “lavoro a chiamata”, e che il termine “impeachment” vuol dire semplicemente “messa in stato di accusa”. 

Quindi sarebbe il caso che la politica la smettesse di inondarci di parole come: premier, leader, leadership, governance, new economy, job act, spread, bound, spending review, rating, default, welfare, road map, election day, team, staff, authority, privacy, know-how, deadline, devolution, new entry, outsider, meeting, performance, congestion, corporation, scouting, partner, boom, task force, check point, work in progress, low cost…

Il che, sia chiaro, non vuol dire che si debba abbandonare l’apprendimento dell’inglese nelle scuole, perché si tratta dell’idioma più parlato al mondo (a parte il cinese mandarino), ed è ormai incontrovertibile che si tratta della “lingua franca” della scienza, della tecnologia, del commercio internazionale, degli affari e della finanza.  Quindi un idioma ormai indispensabile per chiunque voglia affermarsi nel mondo del lavoro. 

Basterebbe semplicemente che i nostri politici non ne abusassero, e tenessero sempre bene a mente che il loro messaggio deve raggiungere in primis l’intero popolo italiano, che comprende sia l’intellettuale radical-chic che il pastore che pascola il suo gregge nell’altopiano di Asiago, sia il professore universitario che la mamma-casalinga di Lonigo, sia l’anziano pensionato che il giovane studente.

In conclusione, come sarebbe sbagliato respingere qualsiasi influenza straniera nel linguaggio, altrettanto sbagliato sarebbe credere che tutto quello che è “made in England” sia meglio.  A meno che l’obiettivo non sia parlare per “non farsi capire”.

Umberto Baldo

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