17 Febbraio 2020 - 17.15

Il Coronavirus e il cortocircuito dell’informazione globale

Fino ad ora nessuno ha ancora tirato in ballo le “sette trombe dell’Apocalisse”, immagine con la quale l’apostolo Giovanni descrive con linguaggio figurato e simbolico quattro calamità che colpiscono la terra.
Fino ad ora. Perchè non è detto che, se la “sindrome cinese” continuerà a crescere, a qualcuno non venga in mente di rispolverare le “sette trombe del giudizio finale”, che forse molti di voi ricorderanno evocate da Ubertino da Casale nel noto romanzo di Umberto Eco  “Il nome della Rosa”.
Sindrome cinese che pone serie domande sul meccanismo dell’informazione globale, e oserei dire italiana in particolare, che ci bombarda 24 su 24 con notizie relative alla pandemia.
Con toni che pongono il problema di dove sia il confine fra un doveroso racconto giornalistico dei fatti, ed una costruzione mediatica di un clima da ultimi giorni.   Che si autoalimenta in un crescendo continuo di notizie mirate ad alzare l’audience,  il numero dei click o delle copie vendute, inseguendo tutti coloro che si ritiene possano dire qualcosa di nuovo sul coronavirus di Wuhan.
Ed in quest’ansia di venire incontro alla fame di notizie del pubblico, si finisce per sbattere in prima pagina anche lo scienziato che “ritiene” che alla fine il virus infetterà due terzi degli abitanti della terra.
Studioso che, per carità, potrebbe anche aver ragione, anche se speriamo caldamente di no, ma allo stato dei fatti, pur con tutti i dubbi sulla attendibilità dei dati forniti dalla Cina, non c’è alcuna evidenza scientifica che la diffusione porterà ad un tale livello di contagio.
Intendiamoci, nessuno vuole criminalizzare nessuno.  Avere paura di fronte agli scenari di una eventuale epidemia a livello planetario è umano.  A maggior ragione se innescata da un virus del tutto nuovo per quanto appartenente alla stessa famiglia di quello che provoca il comune raffreddore, del quale si conosce poco o nulla, per il quale al momento non ci sono cure, e che ci trova del tutto privi di alcun anticorpo.
E in una società “medicalizzata” come la nostra, in cui siamo abituati ad avere risposte dalla scienza per quasi tutte le malattie, risulta ovviamente scioccante sentire virologi del peso di Roberto Burioni o di Ilaria Capua affermare candidamente di non sapere nulla del coronavirus, avvertendo che è necessario prepararsi per tempo e con le dovute precauzioni all’inevitabile arrivo del Covid-19 anche in Europa ed in Italia.
Ma la sindrome cinese, con le montanti paure di una ecatombe prossima ventura, sta facendo affiorare anche altri sentiment.
Mi spiego meglio.
L’emergenza sanitaria mondiale mette a nudo anche altre paure del nostro inconscio.
Ad esempio quelle di carattere economico.
Sembrerebbe quasi blasfemo paragonare la paura di perdere la vita con quella di perdere i soldi.
Ma è indubbio che sono anche le conseguenze economiche a toglierci tranquillità e certezze.
Non c’è nulla di biasimevole in tutto questo.
Ognuno di noi sa bene che la pandemia è scoppiata nella Regione di Hubei, ed in particolare nella capitale Wuhan, e che questa regione è un po’ il cuore pulsante dell’economia del gigante asiatico, in cui sono concentrate tutte le grandi imprese cinesi, e quelle che lavorano per le aziende europee ed americane.
E questo vuol dire che se la Cina si ferma, si ferma anche una parte dell’economia mondiale.
Questo effetto domino prima della globalizzazione era impensabile.  Ma con le interconnessioni e le dipendenze che ormai legano tutti i Paesi del mondo, il fermo delle fabbriche cinesi provoca in tempi rapidissimi anche il fermo delle fabbriche in Europa ed in America, per mancanza dei pezzi necessari alla produzione.   Abbiamo visto che il settore dell’auto è stato il primo a subire questo impatto, ma se il fermo produttivo continuerà, anche tutti gli altri settori pagheranno uno scotto pesante.
Il rischio è quello che la paura freni le nostre azioni, finendo per condizionare e frenare pesantemente l’economia.
E’ pur vero che per ora i mercati finanziari si stanno muovendo come se il coronavirus non ci fosse.  Dopo una normale e comprensibile “correzione” quando si sono diffuse le prime notizie della pandemia, i mercati finanziari hanno continuato ad operare come niente fosse, e gli indici azionari hanno ricominciato a salire.
Cosa significa?
Che gli analisti finanziari giudicano quello per il coronavirus come un allarme creato dai media?   O che sanno qualcosa che noi non sappiamo?
Direi proprio di no. 
E’ probabile che gli operatori, che sono abituati a ragionare basandosi sui “numeri”, stiano analizzando il fenomeno appunto su base numerica.
E se parliamo di freddi numeri, a fronte di una Cina in cui vive quasi un miliardo e mezzo di persone, e di una provincia come Hubei che conta circa 60 milioni di abitanti, le “statistiche” dei morti e degli infettati rappresentano percentuali dello “zero, virgola zero ecc.”. Percentuali cui si affiancano quelle degli ammalati che sono guariti, e che sono significative.
Ma hanno ragione i mercati o chi paventa invece scossoni epocali?
Come spesso succede la verità potrebbe stare nel mezzo, ma non si può negare che i rischi per la crescita dell’economia cinese sono pesanti, tanto che le grandi banche valutano fra  l’1 ed il 3,5% di Pil perso, ma c’è da dire che si sta ancora navigando a vista.
E’ comunque evidente che il dato che più influenzerà il fattore economico sarà la variabile “tempo”.
Nel senso che se la produzione cinese potrà riprendere a pieno regime in tempi ragionevolmente brevi, tutto sommato i danni saranno contenuti.
Ma se invece la diffusione dell’infezione, con tutte le paure conseguenti, dovesse prolungarsi nel tempo, le conseguenze per l’economia cinese potrebbero essere pesanti.  E dato che la Cina vale attualmente circa un terzo della crescita economica globale, ce ne sarebbe per tutti.  Italia compresa che già sta subendo un notevole impatto sul settore turistico e su quello dei beni di lusso.
E se fosse così, sono pronto a scommettere che l’atteggiamento dei mercati, e delle borse, subirebbe una netta inversione di tendenza verso il pessimismo, cui seguirebbe inevitabilmente una maggiore “volatilità” per i mercati globali.
E assieme al calo dei corsi azionari, sarebbe ragionevole prevedere anche una diminuzione dell’inflazione, forse un’ ulteriore contrazione dei tassi di interesse, ed il ribasso delle materie prime, di cui la Cina è il principale consumatore.
Da non trascurare le capacità di intervento del regime cinese sulla società. Sarebbe impensabile nell’occidente democratico mettere in “quarantena” milioni di cittadini e intere città, senza scontrarsi con le opinioni pubbliche.  I grandi capi cinesi hanno dimostrato di poterlo fare, e quindi è ragionevole pensare che, qualora la pandemia cessasse, le fabbriche ripartirebbero dal giorno dopo a tutto gas.
Ecco perchè sarà il “tempo” a determinare se e come la sindrome cinese si ripercuoterà sulla nostra economia e sui nostri risparmi.
Ovviamente stiamo ancora delineando scenari del tutto ipotetici, e tutti speriamo che le cose alla fine possano essere migliori di come ci fanno temere le nostre ansie.
Resta il fatto che la storia ci insegna che le epidemie hanno comunque sempre determinato un impatto sull’economia.  A volte catastrofico, altre volte come creatrici di opportunità.
Non ci credete?
Pensate che la famosa “peste nera” del XIV secolo da un lato determinò una vera e propria ecatombe, con la morte di oltre un terzo della popolazione europea, ma dall’altro determinò nuove opportunità per i sopravvissuti.
In pratica ci fu un vero e proprio stravolgimento del modello economico.  La principale novità fu l’improvvisa carenza di “braccia” per le produzioni di allora, agricoltura in testa.   Dopo la catastrofe, chi aveva bisogno di braccianti dovette pagarli, perchè la domanda era superiore all’offerta.  Ciò determinò di fatto la fine della “servitù della gleba”, con la nascita del lavoro agricolo salariato, ed un generale innalzamento della qualità della vita delle classi più povere.  La penuria di braccia determinò inoltre un rapporto ottimale fra fattore lavoro e terra disponibile, oltre che stimolare la ricerca di migliori tecnologie da applicare alla produzione.
Certo nessuna persona ragionevole si augura che il coronavirus abbia effetti devastanti come la peste nera, ma credo sia giusto ritenere che se l’epidemia non verrà debellata rapidamente, il ruolo che la Cina ricopre nell’economia globalizzata ed interconnessa potrebbe essere modificato.   Con un cambio importante degli attuali equilibri.

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