29 Aprile 2019 - 13.47

EDITORIALE – Sanità italiana in emergenza per carenza di medici: di chi è la colpa?

“Buna zi, doamna Maria, spune simptomele ei?”.
Che tradotto dal romeno significa “Buongiorno signora Maria, mi dica i suoi sintomi?”
Così potrebbero essere accolti nell’immediato futuro gli utenti degli ospedali di Treviso. A breve, infatti, l’Usl 2 Marca Trevigiana potrà disporre di 10 medici romeni provenienti da Timisoara, città gemellata con Treviso e piuttosto frequentata dagli imprenditori veneti, che negli ultimi vent’anni vi hanno delocalizzato molte aziende.
Questo succede negli ospedali del Veneto, regione peraltro considerata fra le migliori quanto ad assistenza sanitaria per i cittadini. Dove, per la carenza di medici, la Giunta Zaia poche settimane fa ha anche deciso di autorizzare le Ulss ad assumere a tempo determinato i medici in pensione.
Ricorderete certamente la foto sui giornali del dott. Giampiero Giron, noto anestesista di 84 anni, ancora in servizio in sala operatoria a Mestre.
Niente da obiettare, per carità, sulle capacità e sull’esperienza dei medici anziani.  Ma si è naturalmente portati a chiedersi se, oltre una certa età, i riflessi, la vista, la mano ferma, siano ancora gli stessi di un giovane.
Ma perché il Veneto, e prima ancora il Molise, sono costretti a richiamare in servizio i sanitari in quiescenza?
La risposta è molto semplice, quasi banale: perché le uscite dei medici per raggiunti limiti di età, che in sé non sarebbe un dato allarmante, non sono più bilanciate da nuove assunzioni. 
E nel solo Veneto questo si traduce in una carenza di 1.300 sanitari, con tutte le conseguenze che ciò comporta per la funzionalità degli ospedali e l’assistenza ai malati.
Non si tratta ovviamente di un problema della sola Regione Veneto.  Chi più chi meno, tutte le Regioni si trovano di fronte alle stesse difficoltà di trovare chi possa sostituire i medici che lasciano per raggiunti limiti di età.
I dati disponibili non sono sempre univoci, ma stando all’analisi dell’Osservatorio Nazionale della Salute, in Italia mancherebbero 56 mila camici bianchi, e tra 15 anni ci sarà un vuoto di altri 15 mila tra medici e dentisti.
Ovviamente i Sindacati dei medici non sono d’accordo con la scelta di ricorrere ai pensionati od a medici provenienti da altri Paesi, in quanto, secondo l’Anaao-Assomed ci sarebbero 16 mila medici pronti per essere assunti con un contratto a tempo indeterminato.   Tesi cui ha risposto secca l’assessore veneto alla sanità Manuela Lanzarin: “Ci sono 16 mila medici pronti? Ce ne presentino 1.300, quelli di cui abbiamo bisogno»  Anche il direttore dell’Ulss Trevigiana ha replica al sindacato: « D’altronde se ogni anno dai 6 ai 7 mila studenti italiani non riescono ad accedere ai corsi di specialità, e se ai concorsi partecipano sempre meno persone non è certo colpa nostra».
Il problema dei “vuoti in corsia” è comunque ben presente anche al Sindacato ANAAO Assomed, secondo cui la curva dei pensionamenti raggiungerà il suo culmine tra il 2019 e il 2022 con uscite intorno a 6.000/7.000 medici l’anno. Entro il 2025, sempre secondo il Sindacato, dei circa 105.000 medici impiegati nel settore pubblico, circa 52mila andranno in pensione.
Di fronte a detta situazione, che oserei dire “drammatica”, viene spontaneo chiedersi: ma di chi è la colpa?
Escluso il destino cinico e baro, è evidente che le responsabilità sono tutte di una classe politica che non è stata in grado di programmare il ricambio generazionale nel comparto sanitario.
Non è da oggi che i “pronto soccorso” degli ospedali sono allo stremo, con tempi di attesa a volte inaccettabili per i pazienti.  Come pure non è da oggi che le liste di prenotazione per le visite specialistiche prevedono tempi anche fino ad un anno.   E soprattutto è evidente che le cose stanno progressivamente peggiorando.
Sarebbe fin troppo facile, quasi banale, dire che tutto ciò dipende dall’introduzione del “numero chiuso” alle Facoltà di Medicina, introdotto della legge 2 agosto 1999, n.264.
Sicuramente questa disposizione una certa influenza l’ha avuta, ma non dobbiamo dimenticare che l’accesso limitato fu deciso allora sia per migliorare la didattica nelle facoltà di Medicina,  sia per contrastare il fenomeno della cosiddetta “pletora medica”, con le conseguenti disoccupazione e sottoccupazione dei giovani medici che avevano raggiunto dimensioni preoccupanti.  Non va sottaciuto che, allo stato attuale, anche eliminando il numero chiuso nelle Facoltà di medicina, bisognerebbe attendere almeno 9-10 anni per vederne gli effetti in termini di disponibilità per gli organici degli ospedali.
Il problema, almeno a prendere per buoni i dati dell’Anaao, starebbe nelle scuole di specializzazione post laurea.  Per la necessità di tagliare i costi, nel corso degli anni è stato previsto un numero sempre inferiore di borse di specializzazione rispetto a quello effettivamente necessario.  Ma non inferiore di poco.  I posti disponibili per la specializzazione sono sempre circa la metà del numero dei medici neolaureati.   Per fare un esempio, ogni anno vanno in pensione circa 650 pediatri, ma dalle scuole di specializzazione ne escono circa 300. Tra gli anestesisti, ne vanno in quiescenza ogni anno circa 800-900, ma solo 550 si specializzano. Lasciando posti scoperti negli ospedali e nelle Asl.
La conseguenza è che, ogni anno, migliaia di giovani medici neolaureati vengono esclusi dalla formazione specialistica, e sono costretti a “vivacchiare” fra turni di guardia medica e le case di riposo.  
E non meraviglia quindi se più di un migliaio di loro ogni anno fanno le valigie e vanno a lavorare all’estero. Con uno spreco enorme di denaro, visto che per formare un medico si spendono circa 150mila euro di soldi pubblici.  Dati della Commissione Europea e di Eurispes-Enpam certificano che nel decennio 2005-2015 oltre 10.000 medici, ed 8.000 infermieri, hanno lasciato l’Italia per andare a lavorare all’estero. andando a occupare le corsie di ospedali stranieri. Mentre da noi i reparti si svuotano, ed i nostri medici, per coprire le carenze d’organico, fanno i doppi turni e si ammalano di burnout.
Certo altri Paesi offrono condizioni di lavoro, prospettive di carriera, e retribuzioni più attraenti, ma sicuramente le “pratiche clientelari” ed i ”concorsi truccati” che sembrano emergere in questi giorni dall’inchiesta sulla sanità dell’Umbria, ma abbiamo visto “consuetudini” simili anche in altre Regioni, non aiutano a trattenere i giovani sanitari in Italia.
Ma il problema si porrà a breve anche per i “medici di base”, di cui 14.900 andranno in pensione nei prossimi 5 anni, e 33.392  entro un decennio.
Si tratta di un danno enorme per l’assistenza sanitaria: perché alla mancanza dei medici corrisponde un servizio sempre più scadente, in particolare per le fasce più deboli della popolazione che non possono permettersi il lusso dell’assistenza sanitaria privata, peraltro sempre in crescita. 
A onor del vero non si può addossare la colpa a questo Governo. 
La situazione è nota da anni, ma la politica ha sempre fatto “orecchie da mercante”, lasciando il problema al “Governo che verrà”.
Certo non c’è stata alcuna programmazione, e “quota 100” rappresenta il colpo di grazia, almeno per la sanità pubblica.
Il problema è sempre quello di una classe politica che non riesce ad estendere lo sguardo oltre la prossima scadenza elettorale, senza mai porsi il problema di quello che potrà succedere nei decenni che verranno.
Siamo e restiamo il Paese delle emergenze perpetue. Viviamo talmente di emergenze che siamo i migliori in questo campo.   Riusciamo a vivere senza alcuna progettualità, perché preferiamo la politica dell’assistenzialismo e del continuo piagnisteo.
Quindi nessuna meraviglia se, a Treviso, a breve troveremo un medico che ci saluterà con un bel “Buna zi, doamna Maria”.

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