14 Gennaio 2019 - 11.48

EDITORIALE – Lode al mulo ‘Iroso’, l’ultimo soldato alpino

di Ulisse Padovano

Alzi la mano chi non ha mai cantato da bambino “Sul cappello, sul cappello che noi portiamo, c’è una lunga c’è una lunga penna nera…..” o “il testamento del capitano”. Forse ai bambini o agli adolescenti di oggi possono suonare come “canti del passato”, di un passato con cui noi, vecchi “di adesso”, eravamo soliti accompagnare il passo sui sentieri di montagna, o a fare da sottofondo ai falò in cui si mangiava e si beveva, rigorosamente vin e sgnappa.

Erano i “canti degli alpini”, che restano parte integrante della storia e delle tradizioni non solo delle genti di montagna, ma di tutti i Veneti, Lombardi, Friulani, Piemontesi, Abruzzesi.

Di tutte quelle genti i cui giovani hanno costituito da sempre la linfa vitale delle truppe alpine.

Sono certo che ognuno di noi, anche quelli che non hanno portato la penna nera sul cappello, ha un ricordo particolare degli alpini, magari in occasione di qualche calamità naturale, o semplicemente perché ha assistito ad una delle oceaniche “adunate dei veci”.

Con la mia famiglia trascorrevo le vacanze estive in Comelico, in quel di Sappada.

Si era a fine anni ‘50, primi ’60, e ho ancora vivo il ricordo della lunga colonna di alpini che verso metà luglio attraversava il paese, per recarsi al campo estivo sul Monte Peralba, la montagna da dove nasce il Piave, che la retorica novecentesca definisce ancora “fiume sacro alla Patria”.

Si trattava allora di ragazzi di leva, che si spostavano non usando i camion militari, bensì il “caval di San Francesco”. Dovevano “farsi le gambe”!

Ma quel che accendeva la fantasia di noi ragazzi che applaudivamo al loro passaggio erano si i cappelli con la penna, ma soprattutto i “compagni” di questi ragazzi, i muli.

Già, perché allora i muli erano parte integrante delle truppe alpine.

E fu fondamentale il loro apporto allo sforzo bellico della Prima Guerra Mondiale. Alcuni calcolano che all’inizio del conflitto ce ne fossero circa 250mila, scesi a 39mila al cessare delle ostilità.

La guerra di montagna si svolse lungo i sentieri impervi delle alpi venete, friulane e trentine, e senza i muli forse non sarebbe stato neanche possibile combatterla.

I muli portavano sulla schiena obici e mortai, oltre a cibo, medicine, tende, munizioni, posta.

Un mulo è in grado di portare fino ad un terzo del proprio peso: ad esempio due quintali per un animale che ne pesa sei.

E tornando ai miei ricordi di bambino, le vedo ancora bene le piastre da mortaio che pendevano sui fianchi dei muli che accompagnavano gli alpini verso il Peralba.

Il sodalizio fra alpini e muli è nato fin dalla fondazione del Corpo nel 1872, ed è diventato imprescindibile sulle pietraie del Carso, sull’Adamello, sull’Altopiano di Asiago, sul Grappa, solo per citare alcune località, quando questi animali condivisero con i “bocia” ed i “veci” il freddo, la fatica, la fame.

Le tecniche della guerra moderna hanno via via reso marginale il ruolo dei muli, relegandoli alla storia, alle tradizioni, all’iconografia degli alpini.

E alla fine, fra il 1992 ed il 1993 l’esercito ha deciso di chiudere definitivamente con i muli, mettendo all’incanto quelli rimasti “in servizio”.

Ma come sempre succede, c’è un sopravvissuto.

E l’ultimo mulo ad avere fatto il servizio militare (matricola 212) si chiama Iroso, ed ha compiuto 40 anni nei giorni scorsi.

Un vero e proprio “Highlander”, se si pensa che l’età massima per un mulo è di 35 anni.

Certo non è più in forma come negli anni d’oro; ha perso la vista e gli sono rimasti in bocca pochi denti, tanto che per farlo mangiare più agevolmente gli devono bagnare lo speciale mangime studiato per lui. Ma dobbiamo pensare che i suoi 40 anni corrisponderebbe ai circa 120 anni di un uomo.

Il soldato Iroso, l’ultimo mulo alpino “doc”, con tanto di codice di matricola punzonato sullo zoccolo, è nato nel 1979, ed ha potuto invecchiare serenamente, evitando la fine ingloriosa del “macello”, grazie ad un ex alpino, Antonio de Luca, che il 7 settembre 1993 ad un’asta di muli dell’esercito ne comprò 13, fra cui Iroso.

Che ha potuto quindi evitare di essere trasformato in “salame”, e grazie alle amorevoli cure di Toni De Luca trascorrere anni di meritata “pensione” sulle colline trevigiane, e raggiungere l’età di un vero Matusalemme per un mulo.

Domenica 13 gennaio 2019 il reparto “Salmerie” degli alpini di Vittorio Veneto festeggia i 40 anni del mulo Iroso, con una festa in suo onore, coinvolgendo vecchi alpini ed amici.

Auguri Iroso!

Il Dio dei muli ti conceda ancora qualche anno da vivere serenamente!

Prima di raggiungere i tuoi “commilitoni, che accesero le mie fantasie di ragazzo mentre scorrevano a passo ritmato lungo le strade di Sappada, con i loro basti carichi, tenuti alla cavezza dai loro conducenti. O quando, alla fine del campo, sulla via del ritorno alpini e muli venivano festeggiati in piazza a Sappada dai residenti e dai turisti, con brindisi rigorosamente “alcolici” fra le note della fanfara.

Quando alla fine chiuderai gli occhi per sempre, con te finirà la storia gloriosa del rapporto fra gli alpini ed i loro muli, un rapporto secolare fatto di amore e di rispetto.

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