20 Dicembre 2018 - 12.08

ECONOMIA – Cara siora Maria, ti spiego gli hedge fund

di Umberto Baldo

Qualche giorno fa Fabio Rossi ha ben illustrato su Tviweb la “ritirata” dei bitcoin, da molti analisti visti come la valuta del futuro.

Esattamente un anno fa la criptovaluta ha toccato il massimo storico di 20.000 dollari, e adesso langue sui 3.000 dollari. Tanto per capirci, la capitalizzazione è passata da 329 miliardi di dollari a 56 miliardi. E’ evidente che con tali andamenti della quotazione qualcuno fra primi investitori si è comprato villa e Lamborghini, ma molti altri si sono scottati le dita. Certo qualche analista mette in evidenza che due anni fa, nel 2016, la quotazione era di 770 dollari, e quindi sarebbe più che quadruplicata. Ma bisogna andarlo a dire a chi, galvanizzato dalla bolla, se li è comprati magari a 18.000 o 20.000, se li ritrova a 3.000. E non è detto che la caduta sia finita.

Ma in questa fine 2018 non sono solo i bitcoin a mandare segnali di “affanno”, per usare un eufemismo.

Tanto da far dire al Presidente di una grande Banca: “la musica si sta fermando”

E mi riferisco in particolare agli “hedge fund”, ed in generale alla fuga degli investitori dalle obbligazioni ad alto rischio.

Per molti anni questi fondi comuni di investimento privati hanno rappresentato il simbolo della “finanza speculativa”, che operava tramite investimenti singolarmente ad alto rischio finanziario, cui spesso corrispondevano ritorni molto fruttuosi. Per avere una dimensione del fenomeno, questo “circolo chiuso” di Fondi speculativi ha movimentato in un ventennio circa 3.500 miliardi di dollari.

C’è da dire che i nostri “siora Maria” e “sior Bepi” difficilmente possono investire in hedge fund, in quanto le normative richiedono per gli investitori limiti patrimoniali piuttosto alti; negli Usa ad esempio bisogna avere un patrimonio di almeno 1 milione di dollari, o entrate nette per oltre 200mila Us$. Inoltre sono previsti limiti ferrei al numero degli aderenti al singolo fondo.

Riprendendo il nostro ragionamento, il 2018 è stato caratterizzato da una sorta di “epidemia” di hedge fund.

Tanto per citarne alcuni, il fondo Highfields Capital Management LLC di John Jacobson (12,1 miliardi di dollari di asset) dopo 20 anni di attività sta rimborsando i sottoscrittori, ma altri l’hanno già fatto, come Richard Perry , Eric Mindich di Eton Park Capital Management LP, Jason Karp di Tourbillon Global Master Fund, John Paulson, Philippe Jabre, John Griffin di Blue Ridge Capital LLC.

Bloomberg stima che fra luglio e settembre sono stati ben 174 gli hedge fund ad essere liquidati.

Intendiamoci, non è la prima volta che succede. Ad esempio il ritiro di molti gestori di hedge fund lo si vide anche nel 2011, in conseguenza della crisi dei debiti sovrani europei.

Ma le chiusure di quest’anno rappresentano una sorta di record negativo, con 580 “abbandoni” da gennaio a dicembre, numero che ha superato le nuove “aperture”, stabilizzatosi a 552 (fonte Eurekahedge).

Ma soprattutto conferma una tendenza ormai triennale, di cui non è proprio semplice individuare le motivazioni.

Secondo alcuni analisti una delle cause sta nella fine di un decennio caratterizzato da “denaro a costo zero” distribuito senza limiti da tutte le Banche centrali, Fed e Bce in testa. Questa fase sembra ormai agli sgoccioli. La Fed sta costantemente aumentando il costo del denaro, e la Bce si appresta a mettere uno stop al Quantitative Easing (l’acquisto di titoli di Stato, tipo i nostri Btp).

Questo metterà la parola fine all’abbondanza di liquidità che ha caratterizzato questi ultimi dieci anni, con ovvie conseguenze anche sugli investimenti privati.

C’è poi un altro fattore, che si potrebbe definire di tipo “tecnologico”, che ha profondamente modificato il modo in cui funzionano i mercati.

Per spiegarmi meglio, nelle banche e nel mondo della finanza in generale si sono sempre più diffusi nuovi modelli computerizzati che stanno via rendendo la vita sempre più difficile ai “guru” degli Hedge fund.

E’ il cosiddetto “trading quantitativo”, che sfrutta la matematica, ed include trading ad alta frequenza, trading algoritmico ed arbitraggio statistico.

Tanto per capirci, i modelli di trading quantitativo finanziario funzionano un po’ come i modelli di previsione del tempo. I meteorologi arrivano cioè a prevedere “pioggia o sole” raccogliendo ed analizzando tutti i dati climatici dei sensori posizionati in una determinata area geografica. L’analisi quantitativa computerizzata genera dei modelli che, confrontati con gli stessi modelli delle serie storiche, consentono alla fine le previsioni del tempo che farà.

Il metodo usato dagli operatori finanziari è esattamente lo stesso, e capite bene che ha contribuito a ridurre di molto l’intervento “umano” nel processo di acquisto/vendita degli asset finanziari.

Questa “nuova frontiera” informatica ha sicuramente contribuito a ridurre le performances, e quindi le prospettive di guadagno dei gestori della vecchia guardia, vale a dire i vecchi finanzieri americani abituati a decidere gli investimenti, da consigliare poi ai clienti, non sulla base delle fredde analisi dei computer, ma studiando i bilanci delle società. Un metodo analitico che comunque aveva retto alla grande fino alla rivoluzione “quantitativa”.

Anche se a ben guardare gli algoritmi hanno funzionato bene, e creato utili, solo finché il mercato è stato sempre in crescita , mentre l’ accentuata volatilità che ha caratterizzato il 2018 ha creato non pochi problemi anche ai modelli di trading quantitativo, e se avete dei soldi investiti in Fondi comuni di investimento ve ne siete sicuramente già accorti.

Si tratterà di vedere se queste tendenze saranno confermate anche nel nuovo anno, e se alla fine “la musica si fermerà”.

Ma le diffuse incertezze politiche, fra cui le elezioni europee, la guerra dei dazi innescata da Trump, la contrazione di liquidità conseguente anche all’aumento dei tassi, sono sicuramente elementi che non contribuiranno a rasserenare l’orizzonte del 2019.

Osservo infine che forse “non tutto il male vien per nuocere”, come si usa dire.

Il ridimensionamento delle criptvalute e degli hedge fund potrebbe mettere fine all’illusione che fosse possibile diventare ricchi semplicemente comprando titoli o valute virtuali restando seduti sul divano.

Personaggi come il Gatto e la Volpe, e l’albero degli “zecchini d’oro” piantato nel “Campo dei Miracoli” esistono solo nel mondo di Pinocchio, e hanno ben poco da spartire con l’economia reale, che è fatta di fabbriche, di uffici, di beni, di produzione, di servizi, di lavoro, di fatica.

Un bel “ritorno alla realtà” non può essere che salutare.

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