14 Luglio 2019 - 11.00

Caffè e dintorni… a Vicenza: un po’ di cortesia non guasta

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Se si punta sul turismo, alle volte bastano il poco e l’ovvio…

di Alessandro Cammarano

Come si sarebbe detto una volta “visto il grande successo”, proseguiamo il nostro viaggio nella galassia vicentina della somministrazione di caffè, bevande e ristori vari, affrontando un aspetto spinosissimo: l’educazione del barista.

E un preambolo è doveroso, ad evitare fraintendimenti e soprattutto per evitare che chi scrive si veda servire un cappuccino lassativo: quasi tutti i bar, spunciotterie – nome terrificante -, paninoteche, enoteche gourmet, e così via sono gestiti con grande professionalità e rispetto per il cliente…quasi tutti.

Alcuni locali del centro storico di Vicenza brillano per cortesia: caffè buonissimo, vini e panini di qualità, personale attento, gentilezza prima di tutto; altri si distinguono per manifesta bifolcaggine, o peggio per marchiana incompetenza oltre che per evidente sporcizia dei tavoli.

Bisogna anche dire che in altre parti d’Italia, e spesso a costi assai inferiori, i bar offrono servizi di assoluta professionalità. Penso ai locali pugliesi o siciliani dove il barista chiede se l’acqua che accompagna immancabilmente il caffè la vogliamo naturale o gassata e dove il sorriso sincero e aperto è incluso nel prezzo. Non parliamo di Napoli, dove il far sentire il cliente a casa propria è un obbligo, o di Bologna, con la battuta carina compresa nello scontrino.

Le tipologie del gestore-cameriere maleducato sono diverse e tutte degne di essere prese in considerazione.

Iniziamo con il gestore indisponente, quello, per intenderci, che appena si entra nel suo esercizio si mette sulla difensiva; per lui il cliente è essenzialmente un nemico e quindi “O io o lui; ne resterà solo uno”. Il saluto è stentato, talvolta assente, a labbra strette; a qualunque domanda la risposta è monosillabica.

Va bene che sul caffè l’italiano ricama parecchio, ma sbuffare alla richiesta di un “macchiatone” ci pare eccessivo, e se si domanda un goccio di latte freddo il barista, con dantesco occhio di bragia, allunga distrattamente un bricco che contiene una sostanza giallina, dalla consistenza gelatinosa e dall’inconfondibile aroma di camembert, tanto che, trattenuto un moto di disgusto, si decide di bere il caffè “al naturale.

Chiedere l’uso del bagno è considerato delitto di lesa maestà; dunque la risposta “mi spiace, è fuori servizio” è sempre dietro l’angolo ed è declinata con espressione vagamente satanica nella quale si potrebbe leggere un “Se te la fai addosso ridiamo tutti”.

Da stigmatizzare il “sussiegoso”, ovvero il titolare di un buco del tutto anonimo ma gestito con la spocchia altezzosa di un gioielliere di Via Monte Napoleone, che gode nel mettere in imbarazzo il cliente, qualunque sia visto che tanto è sempre inferiore a lui.

Pericolosissimo è l’”improvvisato” ovvero quello che, istigato dalla compagna – che di solito si chiama Sciantàl o Katiuscia – per la quale ha spesso lasciato moglie e figli e la professione di cartongessista, ha aperto una cicchetteria finto shab&chic nella quale “serve” crostini di quinoa con petto d’oca di Cipro affumicato ai legni d’Australia e altre prelibatezze ispirate da improbabili ricerche in rete. Il poveretto parla solo dialetto, come Sciantàl, e si propone al cliente esterrefatto con un elegante “E ‘ora, ‘sa magnemo?”. Si improvvisa anche sommelier, suggerendo che con la sopressa all’aglio il Torcolato ci sta da Dio, giustificando la scelta dissennata con un convinto “Xe un contrasto vincente”.

Tremendo anche il patron dell’enoteca alla moda, quella che una fettina di Pata Negra costa quanto un diamante e non è nemmeno per sempre, che millanta aperture prolungate e notturne e che invece se entri alle nove e mezza della sera e chiedi uno spuntino risponde sprezzante “La cucina è chiusa da mezz’ora” e al rilancio su un tagliere di salumi e formaggi obbietta “Abbiamo appena pulito l’affettatrice e i coltelli sono già in lavastoviglie. Se vuole può bere”. A quel punto vengono alla mente una dozzina di risposte riguardo agli usi che il villano potrebbe fare del Sassicaia miliardario che ci propone, nessuno legato all’assunzione per bocca.

Altra categoria tragica è quella del cameriere distratto. Lo si riconosce subito, o molto anziano e quindi legittimamente distrutto da anni di servizio e con i piedi che lo torturano, o giovanissimo, con un disinteresse al lavoro inversamente proporzionale all’età.

Il menù arriva con comodo, talvolta non arriva con conseguente furto della lista dal tavolo vicino; quando si riesce a ordinare si scopre che i quattro tavoli occupati da avventori arrivati molto dopo di te hanno mangiato e bevuto e si stanno alzando.

Il cappuccino è gelido, l’ombra di bianco è rossa e il tramezzino tonno e cipolline ha subito una metamorfosi in bresaola rucola e grana; inutile obbiettare, soprattutto per non infierire sul vegliardo, che avrebbe tutto il diritto di stare a controllare il suo cantiere preferito invece di fare avanti e indietro fra tavoli e bancone. Il giovane, invece, andrebbe mazzolato per la sua strafottenza indifferente, ma non ne vale la pena, anche perché la ragazza che serve al bar accanto è simpaticissima e noi la prossima volta andremo da lei.

Ultima tragica categoria e rappresentata dallo “sfornito”; una brioche per tipo – “Lei capisce che se mi avanzano poi le devo buttare” – tramezzini giurassici e rarefatti nella farcitura – “La materia prima costa, mica posso rischiare” – tristissimo espositore di merendine confezionate, quasi sempre di marca sconosciuta, e display di sacchetti di patatine dei quali è meglio non controllare la data di scadenza. Orrore puro.

Vien da dire che i tanto vituperati cinesi, che uno per uno si stanno comprando tutti i bar di Vicenza, sono assai meglio di tanti autoctoni; lavorano trentasei ore al giorno, sorridono e non hanno sogni di Harry’s Bar.

Che cosa non si deve fare per un caffè, signora mia!

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