10 Settembre 2022 - 9.51

È il Veneto l’epicentro della crisi della Lega

Forse sbaglierò, ma io colgo un qualcosa di “disperato” nel tentativo di Salvini di riacciuffare per i capelli il Veneto ed il Nord Est.

Ne avevo già parlato riferendo dei sondaggi che pronosticano non solo il sorpasso dei Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni sulla Lega, ma addirittura il “doppiaggio”, come confermato nei giorni scorsi dai dati rilevati dall’Osservatorio sul Nordest, che disegnano una situazione scioccante per i vertici leghisti, che alle Europee del 2019 sfiorarono la maggioranza assoluta dei voti.

Di fronte a questa che sarebbe la “Caporetto” della Lega, il Capitano ha reagito ricominciando a frequentare borghi e città venete.

Perché credo abbia realizzato che la “sua” Lega o chiude qui o riparte da qui, dalla terra di San Marco.

Perché il 25 settembre potrebbe piovere, nel quel caso buona parte della dirigenza della Lega si bagnerebbe. Ma potrebbe anche diluviare, e a quel punto nessuno, a partire dal Segretario federale, resterebbe asciutto.

Ecco quindi il senso del tour del Capitano nel Nord Est, da Bolzano a Treviso al Sacrario di Redipuglia, rigorosamente accompagnato da Luca Zaia e da altri maggiorenti locali, tour all’insegna delle dichiarazioni di fedeltà all’autonomia speciale, e delle giustificazioni al mondo delle imprese che non si è rassegnato alla rottamazione di Mario Draghi.

Io credo che l’errore di Salvini sia stato quello che tutti i generali avveduti sanno di dover evitare; cioè di avanzare allontanandosi troppo delle retrovie.

L’offensiva per conquistare i voti del Centro e del Sud Italia, per dare vita alla Lega Nazionale, probabilmente lo ha spinto a dare per scontato che questo non avrebbe creato alcun problema nelle Regioni in cui erano nate prima la Liga Veneta e poi la Lega bossiana.

Analisi quanto meno azzardata, se non sbagliata, perché la sua gestione centralistica, basata di fatto sui commissariamenti, unitamente a candidature calate dall’alto senza sentire militanti e territori, e all’imprevista travolgente avanzata della Meloni, hanno esacerbato il malessere che già covava nella “ridotta veneta”.

Qualche giornale racconta che fra i militanti sembra circoli una parola che abbiamo conosciuto in altri contesti; perestojka, e che si dice che dopo il 25 settembre servirà un Gorbaciov. E che qualcuno arrivi persino ad azzardare l’ipotesi che ci sia un disegno nascosto: quello di ridimensionare l’immagine di Luca Zaia, per offrire in futuro la guida della Regione al sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro.

Fantasie? Può essere! Ma in un clima teso come una corda di violino anche gli ectoplasmi possono sembrare reali.

Quasi sicuramente queste voci sono giunte anche alle sue orecchie, per cui Salvini è corso ai ripari arrivando in Veneto a ribadire che l’autonomia, chiesta con un referendum popolare cinque anni fa, non potrà più essere rinviata.

Messaggio rilanciato alla grande dai suoi fedelissimi, come il commissario veneto Alberto Stefani, salviniano di ferro, che ha messo in chiaro, guardando alle future rappresentanze romane: “I parlamentari veneti della Lega non voteranno il presidenzialismo se prima non sarà chiusa la partita dell’autonomia. Il programma di governo sottoscritto da tutti i rappresentanti del centrodestra parla chiaro: l’autonomia è in cima all’agenda”.

O come l’eurodeputata Mara Bizzotto, catapultata nelle liste dei collegi veneti: “Noi siamo una forza autonomista e lo diciamo chiaro e tondo, l’autonomia deve arrivare subito. Non ci sarà alcun governo di centrodestra senza che si faccia l’autonomia del Veneto, della Lombardia e delle altre regioni che la vorranno chiedere”.

O come il senatore Andrea Ostellari: “Prima bollette e autonomia. La Lega non molla mai. La differenza fra Lega e Fratelli d’Italia è tutta qui: per noi l’autonomia viene prima di tutto. Per noi senza autonomia non si esce dalla crisi”.

Peccato che Guido Crosetto, uno dei fondatori di FdI, dopo una cena con alcuni maggiorenti dell’imprenditoria veneta, abbia rilasciato un’intervista in cui ha detto con chiarezza: “Al primo punto dell’opera del Governo ci deve essere il contrasto alla crisi economica, l’aiuto alle imprese e alle famiglie in un periodo così difficile. L’autonomia si farà insieme al presidenzialismo, già nella prima parte della legislatura, ma non subito”.

Di fronte alle levate di scudi dei leghisti, Salvini ha reagito con queste parole: “Leggo che per altri l’autonomia viene dopo, secondo me è un errore. Per me l’autonomia viene prima. Chi sceglie la Lega fa questa scelta di vita. Autonomia significa efficienza, risparmi, merito. Siamo in una terra che merita, desidera, che ha scelto e legittimamente ambisce all’autonomia. La prima riforma di cui non solo milioni di veneti, ma milioni di italiani hanno diritto, per la Lega è l’autonomia regionale”.

Si potrebbe maliziosamente ricordare al Capitano che di occasioni per “imporre” l’autonomia ne ha avute parecchie negli anni scorsi, ma che non le ha sapute, o volute, sfruttare a dovere.

E non ci vuole certo un Machiavelli per pronosticare che con un eventuale Governo a guida Meloni, egemonizzato da un Partito come FdI, romano-centrico, centralista, e da sempre radicato al centro Sud, la strada dell’autonomia differenziata sarà ancora più in salita.

Concludendo, io sono persuaso che il Veneto sia diventato l’epicentro della crisi della Lega.

Detta in altre parole, chi crede che il Veneto sia solo una grande questione regionale, è in errore.

Il Veneto è per la Lega come un rigassificatore, in grado di rivitalizzare il consenso leghista.

Ma se il gas non arriverà dalle urne allora per il Capitano saranno problemi seri!

E poi il Veneto è la Regione di Luca Zaia, l’unico leghista veramente popolare dopo Salvini, apprezzato come Governatore un po’ in tutto il Paese, e, cosa a mio avviso da non trascurare, l’unico che preferisce tacere anziché rilasciare dichiarazioni da perdente.

A tale riguardo negli ultimi tempi, di fronte ai suoi silenzi, mi sono chiesto spesso se Zaia sia un ottimo amministratore ma un mediocre politico, oppure un uomo che assomiglia ai leader cinesi, cioè uno abituato a guardare lontano, magari nella logica confuciana del “Siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico”.

Può darsi che il “Doge” sia costretto a mostrarcelo a breve!

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