14 Gennaio 2026 - 9.37

Dove manca lo Stato, comandano i maranza

Umberto Baldo

C’è sempre un momento in cui una società capisce che qualcosa non funziona più. 

Non perché lo dica un sociologo o lo certifichi una statistica, ma perché la gente comune cambia comportamento.
Quando un commerciante, per poter lavorare senza ansia, chiama una società di vigilanza privata, quando scopri che non è un caso isolato ma una tendenza; quando il “fai da te” diventa prassi, vuol dire che un limite è stato superato.

Il fenomeno dei cosiddetti maranza, che avevo già provato a raccontare tempo fa partendo anche da una certa ironia folkloristica (https://www.tviweb.it/generazione-maranza/)  oggi va letto in questa chiave. 

Non sono più (solo) una sottocultura giovanile, un modo di vestire, di parlare, di atteggiarsi. 

Sono diventati il simbolo di un vuoto: vuoto di autorità, di regole applicate, di risposte credibili da parte dello Stato.

Le ronde “anti-maranza”, la vigilanza privata davanti ai negozi (proprio in questi giorni la stampa locale ha riportato che ad Abano Terme, il mio paese, alcuni operatori si sono rivolti a servizi di vigilanza privata), i controlli di vicinato che spuntano ovunque non sono un rigurgito autoritario né il preludio a chissà quale deriva sudamericana. 

Sono reazioni emotive, spesso rozze, talvolta sbagliate, ma comprensibili, di cittadini che non si sentono più protetti.
Ed è inutile scandalizzarsi: la storia insegna che quando lo Stato arretra, qualcuno occupa lo spazio lasciato libero. Sempre. 

Dalle bande urbane dell’Ottocento alle periferie europee di oggi, il copione non cambia.

Il punto vero, però, non sono i maranza. 

I maranza sono un effetto, non la causa.
La causa è un sistema che da anni preferisce predicare piuttosto che decidere, comprendere piuttosto che intervenire, includere senza mai pretendere nulla in cambio.

Da tre anni e più chi governa non può cavarsela dando la colpa ai Magistrati. 

Le leggi le fa il Parlamento, non le Procure. 

Se le norme sono confuse, inapplicabili od anacronistiche, la responsabilità è politica.
Oggi abbiamo un groviglio di regole che non spaventano nessuno, sanzioni che non fanno male a nessuno, una polizia locale spesso disarmata non solo di mezzi ma di poteri effettivi.

La domanda è brutale ma inevitabile: che cosa rischia davvero un ragazzotto che gira con un coltello in tasca, provoca risse, molesta, vandalizza, rapina un telefono od un paio di scarpe?
Nella percezione comune: poco o nulla. 

Ed è questa percezione – giusta o sbagliata che sia – ad essere devastante.

Riempiamo l’Italia di carceri minorili, con il risultato di creare perfette palestre di delinquenza? 

Davvero qualcuno pensa che sia una soluzione?
Oppure continuiamo a produrre “grida manzoniane”, nuovi reati da prima pagina e zero applicazione concreta?

Forze dell’ordine e Magistratura avrebbero bisogno dell’opposto: poche norme, chiarissime, automatiche, applicabili il giorno stesso.
Ti trovo con un coltello? Stop: niente patente fino ai ventun anni.
Hai partecipato ad una rissa? Servizi sociali obbligatori.
Hai rubato un telefono? Sanzione economica ai genitori, senza se e senza ma.

Non vendetta, prevenzione. Non ideologia, ma chiarezza di intenti.

Misure forse impopolari, sicuramente poco “progressiste” da salotto, ma terribilmente concrete. 

E soprattutto comprensibili da chiunque, anche da un sedicenne con la tracolla griffata (tarocca) ed il monopattino elettrico.

E poi c’è il grande rimosso: il lavoro.
L’idea dei cantieri di lavoro obbligatorio per i ragazzi che non rispettano le regole non è una punizione medievale, è buon senso. 

Boschi da pulire, argini da sistemare, manutenzione urbana, lavanderie di Rsa, magazzini comunali.
Lavoro vero, fatica vera, orari veri. 

Senza psicologismi, senza buonismi, con regole ferree e qualcuno che comanda davvero.

Fa miracoli? No.
Serve a tutti? No.
Ma manda un messaggio chiaro: la comunità non è un concetto astratto, è fatta di diritti ma anche di doveri. 

E i doveri, prima o poi, si pagano.

Ecco perché, in questo quadro, i cittadini che si organizzano, i commercianti che chiamano la vigilanza privata, le “telecamere umane” dei controlli di vicinato non sono il problema. Sono il sintomo.
Il problema è uno Stato che ha paura di sembrare severo e finisce per sembrare assente.

E quando lo Stato è percepito come assente, nessuno è innocente: non i genitori che hanno smesso di fare i genitori per fare gli “amici”; non la scuola che ha scambiato l’autorità per autoritarismo; non la politica che annuncia e non decide.

I maranza, oggi, sono solo lo specchio di tutto questo. 

E come spesso accade, lo specchio non è bello da guardare. 

Ma fingere che non esista è il modo migliore per ritrovarsi, domani, a vivere dentro quell’ immagine.

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