7 Aprile 2019 - 15.40

EDITORIALE – L’indice di fiducia, una cosa seria

Chi ha qualche anno sulle spalle ricorderà certamente uno spot, allora veniva chiamato “Carosello”, “del lontano 1973”, nel quale un’azienda che produceva, e produce ancora, latte e suoi derivati riassumeva così la sua filosofia aziendale: “la fiducia è una cosa seria, e si dà alle cose serie”.
Indubbiamente la fiducia, o la sfiducia, è alla base di ogni relazione interpersonale.  Senza fiducia negli altri non potremmo nemmeno camminare per strada, per il timore di essere investiti da un’auto, o essere colpiti da un proiettile.  Senza la fiducia non potremmo andare in pizzeria, perché potrebbero darci cibo avariato. E gli esempi potrebbero essere infiniti.
Ma la fiducia è anche una “risorsa sociale” per l’organizzazione degli scambi economici.
Si può cioè ragionevolmente affermare che non può esistere un’economia di mercato senza la fiducia.
E lo hanno ben scoperto migliaia di risparmiatori, che hanno pagato cara la loro scelta di essersi fidati di chi ha loro consigliato di comprare le azioni e le obbligazioni delle Popolari Venete, o più indietro nel tempo i tango bond argentini, o le azioni della Parmalat.
L’economia si basa sulle relazioni umane; quindi si tratta di un fenomeno “sociale”, che non può prescindere dalla fiducia.
Non è un caso quindi se ci capita spesso di leggere sui media frasi del tipo “migliora la fiducia”, o “peggiora il clima di fiducia”, o simili.
Ed esistono sempre più rilevazioni statistiche per testare gli “umori” degli operatori economici o dei cittadini consumatori.
Così viene elaborato “l’indice di fiducia delle famiglie”, e “l’indice di fiducia delle imprese”, e questo tipo di indici sono rilevati a livello nazionale, ad esempio dall’Istat, od internazionale, ad esempio dall’Eurostat.
Ed i più attenti fra voi si saranno certamente accorti che la pubblicazione di questi dati è in grado di condizionare direttamente, ed in tempo reale, le borse ed i mercati.
Ma cos’è la fiducia in economia?
La fiducia è essenzialmente un sentimento, come l’amore o l’odio, e segnala una visione ottimistica, o pessimistica, su eventi futuri, ed è quindi determinante per indirizzare i nostri comportamenti.
Ne deriva che essa è condizionata dalle nostre conoscenze, dalle nostre aspettative, dalla nostra emotività, dalla nostra razionalità, persino dal nostro approccio psicologico ai fatti della vita ed alle vicende economiche.
E’ chiaro che la fiducia varia a seconda dei soggetti interessati agli andamenti  dell’economia.
Così quando i media parlano di “fiducia dei mercati” si riferiscono sostanzialmente ai grandi operatori finanziari che operano sul mercato mondiale.  Ne deriva ad esempio che se i mercati esprimono fiducia nell’Italia, vuol dire che sono disposti ad investire risorse nel nostro debito pubblico (Btp) o nelle nostre aziende.  E per operatori come i Grandi Fondi Pensione Internazionali, o Fondi di investimento come Black Rock, o grandi Banche come Goldman Sachs, vuol dire innanzi tutto avere la ragionevole certezza che i propri investimenti in Italia saranno salvaguardati e remunerati.   Lo so bene che c’è chi dipinge questi soggetti come “avvoltoi”, ma piaccia o non piaccia, le aziende per produrre hanno bisogno di capitali, come pure il nostro Stato per pagare stipendi e pensioni.
E perché questi capitali possano affluire nella nostra economia è fondamentale che l’Italia si presenti come un Paese affidabile, e non come un posto con regole aleatorie, con servizi inadeguati, e soprattutto dove regna l’incertezza del futuro.
E quando ad esempio si parla di moneta, mi sembra evidente che, nonostante nei partiti di Governo ci siano propugnatori di un ritorno alla “liretta”, gli italiani mantengano la loro fiducia nell’euro, come rilevano tutte le indagini statistiche.   E ciò nonostante gli interessi degli operatori economici potrebbero in teoria divergere.  Infatti se io sono un esportatore di merci dovrei avere interesse ad una moneta debole, che si svaluta rispetto alle altre, perché ciò favorirebbe le mie esportazioni.  Diversamente, se sono un importatore, mi sarebbe utile una moneta forte, che mi consentisse di importare le stesse merci ad un prezzo inferiore.  Eppure nonostante questi interessi “divergenti” tutte, ma proprio tutte, le Associazioni delle categorie produttive si sono sempre espresse categoricamente contro ogni ipotesi di fuoriuscita dall’euro, e dalla Ue.
In sostanza l’economia è fatta di interessi contrapposti fra diverse categorie, e di conseguenza ciascuna categoria avrà diverse aspettative e diversi criteri per avere fiducia sulle diverse situazioni.
Ma per poter “girare” l’economia ha bisogno di un fattore comune, di un “carburante condiviso”; appunto la fiducia, che trova la sua origine principalmente nelle politiche attuate dal Governo.
Quindi è la politica che alla fin fine deve operare per promuovere la fiducia dei cittadini, delle imprese e dei mercati.  E per farlo deve soprattutto operare con serietà.  E la litigiosità, il cambio continuo di obiettivi, le fughe in avanti, la competizione elettorale permanente, non sono sicuramente indici di serietà nell’amministrazione della cosa pubblica.
Essere seri è in fondo abbastanza semplice.  Basterebbe pensare a medio-lungo periodo piuttosto che all’immediato, essere consci che il mondo continua anche dopo le elezioni europee, agire con collegialità piuttosto che valorizzare le personalità conflittuali dei singoli leader, promettere il promettibile, cioè cose che si possono effettivamente realizzare, e soprattutto dirà la verità ai cittadini, anche perché le bugie hanno le gambe corte, ed in politica determinano quasi sempre un costo per le generazioni future.
Ma questo, data la situazione attuale, è solo un sogno.
Ed il rischio è che l’Italia continui ad essere il Paese dove tutto punta all’ “happy end”, fino ad un minuto prima che la situazione precipiti.

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