29 Novembre 2022 - 9.59

Scuola: ma siamo sicuri che “merito” e “inclusione” siano parole antitetiche?

Osservo da tempo che quando si è a corto di argomenti, si passa regolarmente ad un inutile e velleitario esercizio di nominalismo. 

I nostri politici sono maestri insuperabili in quest’arte di mascherare il nulla dietro battaglie su semplici nomi, fino a farli diventare “totem identitari”, con cui incrociare le armi in infinite schermaglie con gli avversari. 

Così in questa nostra Italia, ad oltre 70 anni dalla fine ingloriosa del Fascismo, ed a 30 dal crollo del muro di Berlino e dalla caduta rovinosa dell’Urss, c’è ancora chi non riesce a superare divisioni ideologiche che dovrebbero appartenere alla storia, e lì dovrebbero restare. 

In questo, destra post-fascista e sinistra post-comunista, sono unite nell’amore per le “etichette”. 

E così, per fare solo un esempio, a sinistra si sentenzia che il genere maschile e femminile sono puramente delle convenzioni, ed a destra si afferma con forza che noi non siamo un Paese, bensì una Nazione. 

Concetto, quello di Nazione, che sotto le spinte culturali della sinistra internazionalista, divenne desueto fin dagli anni ’60, unitamente a quello di Patria; e francamente mi piacerebbe tanto vedere le facce di De Gaulle che della parola “Patrie” si riempiva la bocca,  di Mazzini, Garibaldi, e di tutti quegli idealisti che nel corso del Risorgimento alla Patria immolarono le proprie vite. 

Come pure mi piacerebbe vedere come la prenderebbero quei 600mila ragazzi che morirono fra Carso, Piave, Tofane, Isonzo, nell’apprendere che quell’ideale di Patria che pensavano di servire alla fin fine era solo una parola vuota, sostituibile con il termine inglese Country. 

Sempre in tema di nominalismo, ci sono parole che “a gauche” sembrano avere lo stesso effetto che il crocifisso o l’acqua santa hanno sui vampiri. 

E’ così ad esempio per la parola “merito”, aggiunta inopinatamente dall’attuale Governo Meloni alla denominazione del Ministero dell’Istruzione. 

Parola sulla quale si è accesa una polemica infinita, tanto che l’on. Elisabetta Piccolotti, forse non nota ai più, ma che è la moglie del Segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni (e che con il marito siede alla Camera dai Deputati a stretto contatto con il paladino, o ex paladino lo vedremo, dei braccianti Soumahoro), ha reso noto di aver presentato un emendamento per cambiare nuovamente la denominazione in “Ministero dell’Istruzione pubblica e dell’inclusione”. 

E finalmente siamo arrivati alla parola magica, “inclusione”, che nella visione della sinistra sembra essere antitetica al merito. 

Ma è proprio così? 

Davvero merito ed inclusione sono di fatto due contrari? 

Permettetemi di esprimere qualche dubbio. 

Il merito, e la retorica che lo accompagna, è un concetto da sempre divisivo in Italia, perché esiste davvero un problema reale di meritocrazia, che attiene a molti ambienti di potere e di lavoro, e va ben oltre i muri di una scuola. 

La meritocrazia riguarda principalmente i concorsi pubblici, le cattedre universitarie, i ruoli da primario, le assunzioni, e poi i ruoli aziendali strategici, spesso assegnati a soggetti meno “meritevoli” di altri, che però possono contare su appoggi familiari o politici. 

Ma a questo Lor Signori sembrano meno interessati, vista la loro propensione a piazzare negli Enti, nei Ministeri, nelle cattedre, amici o amici degli amici, preferendo alla preparazione culturale e professionale la fedeltà al Partito o alla corrente. 

L’inclusione, la presunta antitesi del merito secondo alcuni, è palesemente tutt’altra cosa, e francamente mi sembra di poter dire che la scuola pubblica attualmente nel nostro Paese non escluda nessuno. 

Se poi per inclusione si intende abbassare il livello medio di apprendimento, e quindi culturale, assecondare bullismo ed indisciplina, eliminare ogni forma di voto o giudizio per non turbare i “pargoli” e soprattutto le famiglie che pensano che i loro figli siano tutti novelli Einstein, promuovere tutti indistintamente, esautorare gli insegnanti, allora direi che proprio non ci siamo. 

Perché sono da sempre convinto che la missione della scuola, oltre che fornire le doverose “nozioni” (che nulla c’entrano con il nozionismo), non sia quella di preparare i ragazzi ad affrontare la vita come fosse una vacanza al mare o un gioco continuo, bensì di metterli in condizione di affrontare un futuro che è sempre una dura lotta di sopravvivenza e conquista. 

Non è trasformando le scuole, anche quelle superiori, in giardini di infanzia, che si aiutano i figli della parte più povera del Paese. 

Serve un sistema di borse di studio che li metta alla pari con i figli dei ricchi, che è in fondo quello che prevede la Costituzione all’art 34: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. 

A parte il termine “capaci” sul quale mi sembra possano esserci pochi dubbi (anche se con i maitre a penser della gauche nulla è scontato) provate a sostituire la parola “meritevoli” con “includibili”, e vediamo se la frase continua ad avere un qualche senso compiuto! 

Il complessivo calo qualitativo della scuola italiana è ormai sotto gli occhi di tutti, ed a ricordarcelo sono i periodici Test Invalsi tanto aborriti dagli insegnanti. 

Credo sia innegabile che il problema immediato stia nel livello di competenza degli studenti, inteso come insieme di conoscenze acquisite, capacità comunicative e competenze analitiche, e basta parlare con qualche professore universitario per sentirsi dire che da decenni gli atenei vedono arrivare giovani sempre meno preparati, per molti dei quali è addirittura difficile pensare ad un percorso di recupero che possa consentire loro di risalire la china.

Ecco perché sono convinto che il rifiuto del merito sia in realtà il rifiuto della realtà. 

Qualche decennio fa, quando la parola inclusione la trovavi sicuramente nei vocabolari, ma non continuamente sulle labbra di tutti i nostri pseudo-pedagogisti, e a scuola si riconosceva il merito stimolando gli alunni ad accrescere il loro bagaglio culturale, bene o male il Paese conobbe il boom, e l’ascensore sociale funzionava, nel senso che molti figli di operai o contadini, studiando ed impegnandosi, riuscirono a migliorare la propria condizione arrivando ad occupare posti di rilievo nelle professioni, nella Pubblica Amministrazione e nel mondo produttivo. 

Adesso, spiace dirlo, con l’inclusione imperante, e con il merito azzerato, si è di fatto fermato l’ascensore sociale, ed il benessere ed il successo sono ormai nuovamente determinati dalla famiglia e dal luogo in cui hai la ventura di nascere.

Come in un novello Medioevo, se hai una famiglia benestante alle spalle che può supportarti, quasi sicuramente avrai un certo successo nella vita lavorativa, altrimenti o scegli di andare all’estero, oppure, magari dopo i 30 anni, ti adatti a lavori e retribuzioni che non ripagano certo sforzi e sacrifici. 

Il punto è tutto qui, volenti o nolenti, di destra o di sinistra. 

Da una parte c’è chi in nome di un’inclusione mitizzata vuole perpetuare questo modello di scuola, dove alla fine del percorso per molti ragazzi può esserci il Reddito di Cittadinanza. 

Dall’altro chi, e ce ne sono anche a sinistra sia pure in minoranza, si rende conto che così non si può più andare avanti, e soprattutto che merito ed inclusione non sono termini antitetici, ma possono essere le due facce di una stessa medaglia. 

Il che non vuol dire cambiare registro di punto in bianco, ma imboccare un percorso che faccia capire concretamente ai nostri ragazzi che non è inutile, o tempo perso, scervellarsi per risolvere un’equazione matematica, impegnarsi per fare una buona versione di latino, cercare di scrivere correttamente in italiano, perché alla fine il merito di chi si è impegnato e ha studiato verrà riconosciuto. 

Questa è la vera scommessa, non altro, se vogliamo cambiare rotta nella scuola, e nella società. 

E chissà che una nuova riedizione del merito non finisca per contagiare anche gli insegnanti, consentendo di premiare quelli bravi ed impegnati. 

Gli altri se ne dovranno fare una ragione, unitamente ai Sindacati della scuola, quelli che da decenni propugnano la politica del “todos caballeros”. 

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