27 Maggio 2019 - 10.47

EDITORIALE – Uragano della Lega del Generale Salvini

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di Umberto Baldo

Solitamente il giorno dopo le elezioni non si riesce a capire chi ha vinto veramente e chi ha perso. E’ il retaggio di una radicata mentalità proporzionale, per la quale non vince mai nessuno e vincono tutti.

Credo che questa volta il giochino di “interpretare” il voto, facendo raffronti con elezioni precedenti, politiche o amministrative, cercando di confondere gli elettori e portare l’acqua al proprio mulino, non sarà agevole per i leader.

Perché i dati sono chiari, impietosi nella loro crudezza.

E questi dati vedono la Lega di Capitan Salvini dilagare, raggiungendo il 34,34%, il Partito Democratico conquistare il secondo posto con il 22,71%, e il Movimento 5 Stelle piazzarsi terza piazza con un “deludente” 17,06%.

Tralascio le altre forze politiche, pur importanti, perché la partita “vera”, passatemi la metafora ciclistica, si giocava fra i corridori in fuga, non essendo determinanti le posizioni del “Gruppo”.

Tutto quello che sentirete in Tv o leggerete sui giornali e sui media nei prossimi giorni leggetelo con interesse, ma tenete sempre ben presenti quelle tre percentuali che vi ho riportato sopra.

Ma andiamo con ordine, analizzando il voto nel suo complesso.

Europa

I partiti sovranisti presenti un po’ in tutti i Paesi hanno cercato di chiamare gli europei ad una sorta di referendum per rinnegare le Ue.

Va detto subito subito che, tranne che in Francia ed in Italia, i fantasmi sovranisti che si allungavano minacciosi sul continente sono stati respinti o contenuti.

Invertendo la tendenza all’astensionismo che sembrava ormai inarrestabile da da decenni, oltre la metà degli europei ha scelto di andare a votare. E si tratta comunque di oltre 225 milioni di cittadini, più della metà dei 430 milioni di aventi diritto.

E fra questi gli analisti attestano che molti sono stati i giovani, e se l’idea dell’Europa oggi è salva lo si deve anche e soprattutto ai nostri ragazzi e ragazze.

Certo Marine Le Pen ha superato Emmanuel Macron, Matteo Salvini ha dilagato dalle Alpi alla Sicilia, Orban ha raggiunto un imbarazzante 56%, ma alla fine i Gruppi politici che costituiscono la destra populista ed antieuropea in totale raggiungono meno del 25% dei consensi totali, e dopo l’uscita dei deputati britannici questa percentuale è destinata a calare. Numeri importanti per carità, ma non in grado di concretizzare quel ribaltone annunciato e minacciato. 

Il dato vero è che la stragrande maggioranza dei cittadini Ue ha confermato la propria fiducia nell’Europa come destino comune. Il che vuol dire che gli europei restano nella stragrande maggioranza fedeli all’idea di una democrazia liberale, capace di garantire i diritti politici e sociali dei suoi cittadini.

Ma questo non vuol dire che tutto sia come prima, anzi!

Pur confermando la scelta europeista, gli elettori hanno dato una bella “rimescolata alla carte”.

Il Partito Popolare Europeo, pur restando la prima forza politica, ha preso una botta non da poco. I socialisti, a parte Spagna e qualche altro Paese, perderanno circa 50 seggi nel Parlamento europeo. Verdi e Liberali, che hanno indicato come priorità assoluta la scelta pro-Europa, hanno raggiunto risultati molto buoni, e saranno determinanti nella costituzione della nuova maggioranza a Bruxelles.

E questo conferma che la vera partita in questa tornata elettorale si è giocata non più sulla tradizionale divisione fra destra e sinistra, superata e ormai antistorica, bensì tra più Europa e meno Europa.

Certo il quadro che esce dalle elezioni è molto diverso da quello caratterizzato dall’ alleanza Popolari-Socialisti che ha retto l’Europa fin dagli albori.

Sicuramente l’eventuale innesto di verdi e liberali potrebbe cambiare profondamente l’agenda europea dei prossini anni.

Ma la sfida sovranista al momento è stata contenuta. Il “demos”, il popolo europeo, è andato più numeroso ai seggi, e ha dato una risposta chiara in favore della continuazione e del rafforzamento del progetto comunitario, con i cambiamenti che inevitabilmente bisognerà apportare

Italia

E’ indubbio che in Italia gli scenari siano diversi da quelli di altri Paesi europei.

Qui capitan Salvini si è guadagnato sul campo i gradi di “Generale”.

Come uno tsunami l’onda lunga leghista si impone ovunque, da Bolzano ad Agrigento, facendo registrare percentuali fino ad ora impensabili anche nelle regioni del Sud.

La Lega si impone “a doppia cifra” in Sicilia, Calabria, Puglia, Basilicata, Sardegna.

Raggiunge risultati da record nelle tradizionali “ridotte” veneta e lombarda.

In Lombardia si attesta al 43,4% ( Pd 23,1% – M5S 9,3%), ma l’apoteosi la raggiunge nel nostro Veneto con il 49,9% (Pd 18,9% – M5S 8,9%)

Ma la vera novità, in grado di scardinare gli equilibri della prima e della seconda repubblica, è lo sfondamento nell’Italia centrale.

Basti dire che in Emilia Romagna la Lega è il primo partito con una percentuale del 34,3% ( Pd 22,7% – M5S 17,1,%). La stessa leadership Salvini la conquista in un’altra terra rossa come l’Umbria con il 38,2% ( Pd 24% – 14,6%). Ma raggiunge un risultato eclatante anche nella Toscana rossa con il 31,4%, ad una incollatura dal Pd al 33,3%.

Simbolica è anche l’avanzata nel Lazio, dove la Lega tallona il Pd.

E se i dati degli exit poll confermassero che anche il Piemonte entra nell’area leghista/centro destra, tutte le Regioni del Nord saranno in qualche modo “Salvini dipendenti”. E credo non sarà facile per i 5Stelle governare avendo contro il nord produttivo.

Cosa potrà succedere adesso?

Non è facile pronosticarlo. Si può fare solo qualche ragionamento.

Anche se Salvini, “ a caldo”, giura che per il Governo non cambia nulla, in realtà col voto di ieri la geografia politica del Paese esce stravolta.

Ed è comprensibile che Salvini voglia diventare il “padrone dell’agenda”, passando quindi all’incasso.

A quel punto tutto starà nella reazione dei “grillini”. Se continueranno a mettere ostacoli alle riforme richieste dalla Lega, dalla flat tax all’ autonomia regionale, dal decreto sicurezza bis alla Tav, penso che l’orizzonte del Governo gialloverde sarà alquanto limitato.

Il punto è se Di Maio, ridimensionato dalle urne e senza un piano di riserva, avrà ancora la forza, prima che la voglia, di accettare il “prendere o lasciare” che fatalmente il Generale Salvini gli presenterà da domani.

Al momento quindi il Governo quasi sicuramente proverà ad andare avanti.

Fino a quando lo sa solo Dio.

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