La Repubblica dei 2 centesimi

Umberto Baldo
Qualche giorno fa, rovistando in un armadio, mi è capitato tra le mani un reperto archeologico della nostra economia quotidiana: un contenitore mezzo pieno di monetine da 1 e 2 centesimi di euro.
Erano lì a prendere polvere da una vita, probabilmente da quando la Legge Finanziaria del 2018 stabilì la sospensione del conio di questi inutili tondini di rame.
La norma, sulla carta, era di una chiarezza quasi sospetta per i nostri standard.
Testualmente prescriveva che, per i pagamenti integralmente in contanti, l’importo venisse arrotondato per eccesso o per difetto al multiplo di 5 centesimi più vicino.
Il meccanismo è elementare: se lo scontrino finisce con 1 o 2, si scende a zero; se finisce con 3 o 4, si sale a 5. Lo stesso meccanismo si applica ai finali di 6 o 7 centesimi, che scenderanno a 5, e a quelli di 8 o 9, che saliranno a 10 centesimi.
Per i pagamenti elettronici, invece, nessuna variazione: precisione chirurgica al centesimo, come giusto che sia nell’era digitale.
Tutto chiaro, dunque?
Sì, se vivessimo in un Paese normale.
Ma siccome siamo in Italia, anche un’operazione di banale semplificazione monetaria si trasforma in una commedia dell’assurdo.
È proprio in queste piccole pieghe del quotidiano che ci confermiamo, con orgoglio masochista, il vero “Paese dei Balocchi”.
Armato della mia “scatola del tesoro”, ho provato a rimettere in circolo quella ferraglia.
Ho offerto il “gruzzoletto” (si fa per dire eh!) senza pretendere nulla in cambio, al mio edicolante e poi al fornaio.
Risultato? Un sorriso di compatimento misto a un netto, quasi stizzito, rifiuto.
L’edicolante, con l’aria di chi l’ha vista lunga, mi ha spiegato che l’ultima volta che ha provato a portare un sacchetto di centesimi in Banca ha rischiato il linciaggio fisico.
Proviamo però a ragionare a mente fredda.
Lo Stato ha smesso di coniare queste monete perché il costo di produzione superava il valore nominale: in breve, produrle era un investimento in perdita.
Tuttavia, trattandosi di moneta con corso legale, non se ne poteva vietare la circolazione per decreto.
Si è scelta la via dell’asfissia: rendiamo difficile spenderle con gli arrotondamenti e, prima o poi, spariranno nei cassetti.
D’altronde, parliamo di briciole: per fare un euro servono cento pezzi da un centesimo, o 50 da 2 centesimi, una cifra con cui oggi non paghi nemmeno l’aroma di un caffè.
Eppure, qui casca l’asino.
La legge del 2018 si è rivelata per ciò che è veramente: non una norma cogente, ma una timida “raccomandazione” che ognuno interpreta a proprio uso e consumo.
Detta diversamente il problema non è la norma, è il coraggio di farla rispettare.
E quello, come spesso accade, si è fermato a metà; lo Stato fa le leggi ma poi si defila. Un classico dea Naaazzzziiiiooone.
Se i piccoli commercianti si sono adeguati, eliminando i prezzi “al centesimo” per sopravvivenza pratica, i colossi della Grande Distribuzione si sono rivelati più tetragoni di una falange macedone.
Capita regolarmente: fai la spesa al supermercato, lo scontrino dice 10,02 euro e la cassiera, con una precisione degna di un orologiaio svizzero, pretende quei due centesimi.
Se non li hai, ti guarda come se stessi tentando di rapinare il punto vendita.
Se invece sei tu a dover ricevere il resto, se hanno i centesimi in cassa (non sempre) te li rifilano con noncuranza, sapendo benissimo che quel peso in tasca è moneta morta che non userai mai più.
Ma il colmo dell’ipocrisia si raggiunge alle casse automatiche “fai da te”.
Lì, magicamente, l’arrotondamento compare anche sui pagamenti elettronici.
Perché?
Semplice: gestire meccanicamente i centesimi nelle macchine è problematico ed antieconomico per l’azienda.
In molti Paesi europei (Olanda, Finlandia, Belgio) l’arrotondamento funziona davvero; nessuno si sognerebbe mai di discutere con la cassiera per 2 centesimi.
Da noi la legge si applica quando conviene al padrone del vapore, e si ignora quando serve a vessare il cliente.
In altre parole, altrove si arrotonda e basta. Da noi si interpreta.
Siamo l’unico Paese al mondo capace di creare un limbo monetario dove una moneta esiste ma non si può usare, è legale ma viene rifiutata, è obbligatoria per chi paga ma inutile per chi riceve.
La mia scatola di centesimi non è un tesoro dimenticato, è il monumento alla nostra incapacità di dare seguito alle riforme più banali.
Finché permetteremo che la gestione di un centesimo sia lasciata all’arbitrio del più forte, continueremo ad essere un popolo che annega in un bicchiere d’acqua, preferibilmente pagato 99 centesimi, più arrotondamento a piacere.
E nel frattempo, quel sacchetto di pezzi di rame resta lì nell’armadio: troppo pesante per essere portato in giro, troppo “legale” per essere buttato, perfetto specchio di un’Italia che non sa mai decidere se vuole essere un’economia moderna od un mercato delle pulci lasciato al caso.
In definitiva, non è una questione di centesimi.
È che nel Bel Paese anche le cose più semplici riescono a restare a metà: troppo inutili per funzionare, troppo ufficiali per sparire.










