Cercasi “Centro” disperatamente

Umberto Baldo
Se vi chiedessi che cos’è “il centro” sono sicuro che non avreste alcuna difficoltà e definirlo.
Perché quello di centro è uno dei concetti più facili da capire, anche se può assumere significati diversi.
Il centro è il punto equidistante da tutti gli altri punti di una figura geometrica, classico il centro del cerchio.
In Filosofia o in Metafisica il centro rappresenta un punto di equilibrio o un fulcro attorno al quale ruota tutto il resto. In molte tradizioni spirituali, il “centro” può indicare un luogo interiore di pace o verità.
Nella società e nella geografia urbanail centro di una città è il cuore della vita economica, politica e culturale. Spesso coincide con la parte storica o amministrativa, mentre nei contesti geografici, il centro può essere identificato come il punto centrale di un’area o di un Paese.
In politica, ed è il significato sul quale vi intratterrò oggi, il “Centro” rappresenta una posizione ideologica intermedia tra la destra e la sinistra.
Facile a definirsi, ma oltre modo difficile da concretizzare, perché la politica non è una scienza esatta, e non potrebbe esserlo, poiché si occupa di realtà umane, sociali e culturali che sono intrinsecamente complesse, mutevoli e soggette a molteplici interpretazioni.
A differenza delle scienze naturali, dove si possono formulare leggi universali attraverso metodi empirici e sperimentali, la politica è influenzata da fattori spesso imprevedibili: emozioni, ideologie, interessi economici, contesti storici e culturali.
Questa natura non esatta della politica ha due facce; da un lato, apre le porte alla creatività, all’innovazione e alla possibilità di adattarsi a situazioni diverse, dall’altro, può dare spazio all’opportunismo, alla manipolazione e all’ambiguità, poiché le “regole” della politica sono fluide e interpretabili.
C’è poi un elemento fondamentale: la politica non opera mai in un vuoto, ma si relaziona costantemente con la società, che è un organismo vivo e in continua evoluzione.
Quello che funziona in un contesto potrebbe fallire miseramente in un altro.
È per questo che non esiste una “formula magica” per il buon governo: ogni decisione politica è un equilibrio dinamico tra principi morali, esigenze pratiche e realtà contingenti.
Perché costruire una forza politica di centro è così difficile?
Per difficoltà di identità e di messaggio, nel senso che ilCentro politico spesso cerca di essere inclusivo e moderato, ma questo può trasformarsi in un’identità poco chiara. Quando si posiziona “tra” due poli, rischia di apparire come una semplice somma di compromessi, senza una visione forte e distintiva. Gli elettori preferiscono spesso partiti che prendono posizioni nette, soprattutto in momenti di crisi.
Poi perchénei contesti politici contemporanei, la polarizzazione è sempre più marcata. I partiti estremi, sia a destra che a sinistra, dominano il dibattito pubblico e attraggono elettori con messaggi chiari e spesso populisti. Il Centro, al contrario, deve faticare per essere ascoltato, poiché il suo linguaggio di razionalità e compromesso risulta meno efficace nei confronti delle emozioni politiche.
Non va voi sottaciuto che, storicamente, il Centro è stato spesso rappresentato dai partiti tradizionali, come i cristiano-democratici o i social-liberali. Con l’indebolimento di questi partiti e la frammentazione delle forze politiche, il Centro ha perso la sua coesione e la capacità di attrarre un blocco elettorale solido.
Gli elettori centristi poi non sono un blocco uniforme: includono moderati di destra e di sinistra, nonché indipendenti con esigenze molto diverse. Creare un programma che soddisfi tutti questi gruppi è estremamente complicato.
Anche il sistema elettorale di un Paese gioca un ruolo cruciale.
Ad esempio i sistemi maggioritari tendono a favorire la competizione tra due grandi blocchi, penalizzando le forze centriste, mentre sistemi proporzionali facilitano sì l’emersione di piccoli partiti centristi, ma questi rischiano di frammentarsi ulteriormente, rendendo difficile un’azione politica unitaria.
C’è infine un elemento poco valutato, ma che io invece considero importante: la percezione di “elitarismo”; nel senso che il Centro viene talvolta percepito come rappresentante delle élite economiche, intellettuali o tecnocratiche, allontanando così gli elettori più sensibili a temi di giustizia sociale o nazionalismo.
Scusate se forse mi sono un po’ dilungato nelle analisi teoriche, e quindi mi calo subito nella cronaca, che venerdì ci ha riferito delle dimissioni del Direttore dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini in forte polemica con la Premier, dimissioni che, per inciso, sono state accolte con grande giubilo da una ampia parte del Centro-destra, Salvini in primis. La Lega è sempre stata nemica dichiarata di tutti i tentativi di migliorare la lotta all’evasione; dal fisco digitale all’incrocio fra reddito presunto e quello dichiarato
Ma non mi interessa tanto la diatriba sull’evasione fiscale, quanto il fatto che da qualche tempo si parla di Ruffini come possibile “federatore” di tutte le forze democratiche e cattoliche “di centro”, ma vicine alla sinistra ed al Pd.
A parte che, fra chiacchiere e discussioni, sembra ci sia la fila per questo ruolo: Sala, Gabrielli, Gentiloni, e appunto Ruffini.
Non vi sembra di essere ad un “casting”?
Si dice che la democrazia non sopporti i vuoti e che, fisiologicamente, finisca sempre per riempirli.
Eppure ormai da tantissimi anni il Centro del nostro sistema politico-parlamentare è privo di una significativa rappresentanza, senza che alcuno sia riuscito a “riempire” un luogo così decisivo per il governo di un Paese occidentale.
E non a caso se ne torna a parlare oggi con una certa insistenza.
E’ passata tanta acqua sotto i ponti, e gli scenari politici, i soggetti che li animano, la stessa società, non sono più quelli del primo centro-sinistra: ma allora il Centro era la Democrazia Cristiana; oggi se dal PD si guarda verso il centro, non si scorge nulla.
Dopo l’esperimento di Mario Monti, nessuna forza ha saputo o voluto proporsi come rappresentante di un ceto medio moderato, di ispirazione liberaldemocratica.
Innanzitutto è evaporata, a mio avviso definitivamente, la possibilità di dar vita a un polo centrista autonomo e distinto rispetto ai due schieramenti maggioritari (vi confesso che io ci avevo sperato).
Parlo ovviamente del clamoroso fallimento del Terzo polo, riconducibile esclusivamente ai gesti e alle scelte dei due capi dei rispettivi partiti personali, Renzi e Calenda, un dato oggettivo che però ha certificato la sostanziale impossibilità di proseguire su questa strada.
E questo anche perché la politica non può sempre e solo ridursi a fatti personali, a scontri pregiudiziali e a beghe da cortile, come, purtroppo, è concretamente capitato nel cosiddetto campo centrista in questi ultimi due anni.
E all’orizzonte, piaccia o non piaccia, io non intravvedo un ritorno al sistema proporzionale, dove ogni partito ha la possibilità di giocarsi la sua partita sino in fondo, a prescindere anche dalle coalizioni in campo.
Certo in un contesto efficiente di democrazia dell’alternanza non ci sarebbe bisogno di un Centro autonomo come al tempo della Prima Repubblica.
Entrambi i Partiti, o gli schieramenti, si dovrebbero candidare per governare il Paese “dal Centro”.
Non a caso si parla di Centro-destra e Centro-sinistra.
La questione del Centro non-solo-politico, e della sua ricostruzione, si impone alla politica e dunque, oggi, in Italia, si impone sia al centro-destra guidato da Meloni che al Pd di Schlein.
La Meloni sembra averlo capito, ma ce la farà a buttare a mare la zavorra dei retaggi del passato e dei debiti contratti con altri componenti della sua coalizione?
La Schlein sembra aver realizzato solo di recente che forse non le conviene fare la “sardina a vita”.
Domani continueremo i nostri ragionamenti, a partire dal concetto che nessun paese è in grado di ricostruire il Centro da solo, e che nessun Centro funziona se non ha radici locali e “baricentro basso”.
Umberto Baldo