1 Aprile 2026 - 11.50

Bosnia: la nostra Sarajevo

Non è stata una partita, è stata una sentenza. 

In quella cittadina di nome Zenica, in quella  Bosnia nella cui capitale Sarajevo  un secolo fa si sgretolarono gli imperi, oggi si è sgretolata l’illusione di una Nazionale che credeva di aver ritrovato se stessa. 

Se nel 1914 fu un colpo di pistola a cambiare il mondo, oggi  sono bastati un paio di rigori sbagliati  a far precipitare il calcio italiano nel suo personale conflitto.

Dopo la Svezia e la Macedonia del Nord, la Bosnia ed Erzegovina diventa l’ultimo chiodo su una bara che ormai fatichiamo anche solo a sollevare. 

Siamo fuori per la terza volta consecutiva: un record che non appartiene alla storia, ma alla clinica del trauma.

Gli undici di Gennaro Gattuso sono apparsi come soldati stanchi, intrappolati in una trincea tattica senza via d’uscita. 

Ma mentre in campo si consumava il dramma, nelle orecchie degli italiani risuonava una sinfonia ancora più surreale: la telecronaca Rai.

Mentre il mondo ci guardava sprofondare, i microfoni del servizio pubblico sembravano impegnati in un disperato esercizio di equilibrismo, aggrappandosi a falli laterali dubbi e ad ogni minimo soffio dell’arbitro. 

Sul web il verdetto è stato più rapido del VAR: le “stucchevoli proteste” dei telecronisti sono diventate il bersaglio di chi non accetta più l’alibi come strategia difensiva. 

“La Rai è lo specchio del fallimento”, si legge sui social,  Non ci qualifichiamo da due Mondiali e ce la prendiamo ancora con l’arbitro?; fa rimpiangere di non essere nati sordi”.

Il vero schiaffo, però, arriva guardando le altre bandiere che sventoleranno negli USA.

Mentre noi restiamo a casa a lucidare i ricordi di Berlino 2006, ormai lontani come il Rinascimento, il resto del mondo avanza. 

Ce l’ha fatta la Repubblica del Congo, debuttano Capo Verde, Curaçao e la Giordania.

E l’umiliazione finale? 

L’Italia ai Mondiali ci sarà, ma solo sulle panchine altrui. 

L’Uzbekistan vola in America dopo aver ingaggiato Fabio Cannavaro per avere un CT di dimensione mondiale;  Vincenzo Montella guiderà la Turchia. 

Guarderemo i nostri eroi del passato guidare Nazioni emergenti, mentre noi processiamo le macerie.

Il calcio in Italia è lo specchio del Paese, lo è sempre stato. 

Forse sono connessioni invisibili, ma il nostro calcio è sempre stato forte quando noi eravamo forti. 

La Nazionale sapeva rialzarsi quando il Paese sapeva rialzarsi.

Oggi un Paese imbarazzato, goffo, insicuro, vecchio nelle idee e nelle scelte, un Paese che cambia l’abito, mai la mummia che lo indossa, ha il calcio che si merita.

E così, tra una prestazione vergognosa ed il penoso lamento contro l’arbitraggio, la sensazione è che questo “nuovo punto zero” sia solo l’ennesima conferma: a  Zenica-Sarajevo non abbiamo perso solo una qualificazione, abbiamo smarrito il diritto di sentirci grandi.

In questi ultimi anni abbiamo allontanato ogni scelta coraggiosa, ogni decisione innovativa, ogni idea di progresso a favore di un pavido status quo.
Abbiamo sperato che il risultato cambiasse pur facendo sempre le stesse cose; ma si sa che il risultato non cambia.
Per la prima volta nella storia del Mondiale, un Paese vincitore di Coppa del mondo non si qualifica per 12 anni di fila.
Forse è venuto il momento di scegliere se far morire il paziente oppure provare in tutti i modi, anche quelli più dolorosi, a riportarlo in vita.
Magari iniziando da chi, questo disastro, lo ha accompagnato per  mano: il Presidente Gravina. 
A meno di un fantomatico ripescaggio, che comunque considererei il massimo dell’umiliazione, resta il fatto che, ancora una volta, ci toccherà applaudire da lontano.

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