23 Settembre 2020 - 17.33

Zaia inchioda il Pd alle responsabilità di un partito da rifondare

E’ inevitabile che dopo il “botto” realizzato da Luca Zaia alle elezioni regionali di domenica e lunedì i riflettori siano tutti puntati su di lui.Soprattutto perchè la strabiliante vittoria della sua lista (44,6%) su quella “ufficiale” della Lega (16,89%) lo pone sempre più come il più pericolo avversario di Matteo Salvini.Non succederà nulla, per lo meno a breve, visto che uno che di Lega se ne intende, Flavio Tosi, così descrive l’impossibilità di un attacco al Capitano: “la lega oggi è controllata manu militari da Salvini. Eurodeputati, parlamentari, consiglieri regionali, commissari…. Ha tutto lui. La lista Zaia è solo una Lega 2. Per ora non si può fare altro”.Zaia, che qualcuno chiama ora “Luca-Shenko”, continuerà quindi a fare il “Doge” a Palazzo Balbi, proseguendo con maggiore determinazione la battaglia per l’autonomia differenziata, approvata nel 2017 dai cittadini veneti con un altro plebiscito.  E’ evidente che di fronte ad una vittoria con il 76,79%, roba appunto da Bielorussia, c’è poco da dire, se non prenderne atto.Quindi a mio avviso l’attenzione va rivolta a chi non ce l’ha fatta, in primis il Movimento 5 Stelle, che ora in una delle Regioni più ricche ed operose d’Italia per il prossimo quinquennio non potrà neppure toccare palla.Ma se per i penta stellati veneti il risultato è stato disastroso, non è che per la sinistra le cose siano andate meglio.E penso in particolare al Partito Democratico, mai andato così male in Veneto.Cinque anni fa Alessandra Moretti venne crocefissa per aver ottenuto solo il 22%; oggi il raggruppamento che faceva capo a Lorenzoni ha ottenuto il 15,72%, con il partito Democratico all’11.92%.Stavolta nel Pd non avranno un capro espiatorio “interno” su cui scaricare la colpa della batosta, come fu appunto con la Moretti, ma siate certi che una sconfitta storica come questa innescherà una riflessione, per usare un eufemismo, che porterà molto probabilmente ad un Congresso straordinario.In cui la dirigenza attuale dovrà spiegare come mai non si è gestita adeguatamente la fase pre elettorale, soprattutto per quanto attiene alla mancata individuazione del leader da candidare alla Presidenza della Regione. Finendo per accodarsi ad una sorta di Armata Brancaleone capeggiata da Arturo Lorenzoni. Al quale non può essere addebitato nulla. Per quanto gli è stato possibile, prima di risultare positivo al Covid e di andare in quarantena e poi in ospedale, ha cercato di veicolare al meglio il messaggio politico della “sua coalizione”, messaggio caratterizzato però da qualche tratto velleitario.Un solo esempio; come si fa a drammatizzare la situazione del Veneto, definendolo come “una delle aree più inquinate d’Europa”? E continuando con enunciazioni generiche e fumose del tipo: “vogliamo costruire un Veneto connesso, equo, sostenibile”. Se a questo si aggiunge l’inconsistenza politica di tutta la sinistra veneta, incapace di esprimere un programma, magari minoritario, che però abbia una identità ed una riconoscibilità ben definita, diventa tutto più chiaro.Un programma che nasce “contro” qualcuno, nella specie Luca Zaia, e non per “qualcosa”, non è destinato a fare tanta strada, come si è visto domenica e lunedì scorsi.L’impressione che se n’è avuta è che il Partito Democratico veneto, a corto di idee e di uomini, si sia alla fine affidato alla “galassia” di movimenti e di sigle che aveva vinto le ultime comunali a Padova.Operazione sbagliatissima, da un lato perchè Lorenzoni era conosciuto solo entro le mura padovane, e poi perchè proprio quella “galassia”, in cui non sembrano estranei gli ambienti dei centri sociali e della sinistra antagonista, non è certo un buon biglietto da visita per cogliere consensi nell’elettorato veneto. Il risultato è stato quello che abbiamo visto, con un centrosinistra precipitato a livelli inferiori a quelli del Pci degli anni dei trionfi democristiani. Con la differenza sostanziale che allora il Pci rappresentava settori sociali ben determinati, con un solido radicamento in molte aree industriali ed operaie della Regione.Adesso quel 15,72% non si sa che tipo di elettorato rappresenti, se non forse un elettorato di opinione, sicuramente più radicato in ambiti cittadini che non nei paesi della campagna veneta. Commentando il risultato Lorenzoni ha dichiarato: “E’ stata una campagna elettorale decisamente condizionata da fattori esterni e non gestibili nella quale, oltre a tutte le difficoltà del momento, ci siamo confrontati con un Presidente Zaia che ha beneficiato di una visibilità smisurata, ben oltre le cose che fa o non fa”. Nessuno nega che le dirette quotidiane dalla Protezione Civile di Mestre durante i mesi del lockdown siano state un traino eccezionale per la campagna di Luca Zaia, ma ciò non è sufficiente a spiegare un consenso di oltre il 75%. E’ una spiegazione riduttiva buona per autoassolversi, e per sfuggire alla realtà del “fenomeno Zaia”, che ha radici più profonde, ed un radicamento sociale che va oltre l’elettorato tradizionale della “Liga veneta”Ricordo che nel 2012 Matteo Orfini, allora uno dei giovani turchi del Pd, dichiarò che “per anni abbiamo discusso di una inesistente questione settentrionale”. Mi sembra di cogliere in queste parole una sorta di continuità generazionale all’interno del Partito Democratico. Nel senso che, vecchi o giovani, nel Pd sembra proprio non riescano a capire il malessere del Nord, a parte qualche eccezione come il Sindaco di Bergamo Giorgio Gori.Io credo che il Partito Democratico possa uscire dalle secche attuali solo aprendo una riflessione molto profonda al suo interno.Partendo dal tema dell’autonomia, vero banco di prova di un possibile cambiamento.La soluzione è quello che predica da anni Massimo Cacciari, e che è stata ripresa dopo il risultato elettorale da Nicola Pellicani. E cioè che il Pd debba essere completamente rifondato su base federalista.Cercando di dare vita ad un Partito non più centralista ma radicato sul territorio, sul modello della CSU bavarese.Nel frattempo agli eletti Dem in Consiglio Regionale spetta il compito di controllo dell’operato della maggioranza, e anche di stimolo e proposta su temi di interesse generale.Non sarà una passeggiata, bensì una sorta di “traversata del deserto” che durerà per lo meno altri cinque anni! Almeno fino al 2025, quando Luca Zaia non potrà più ricandidarsi.In bocca al lupo!
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