13 Aprile 2015 - 8.21

VERONA contro VICENZA -La protesta di Cologna contro gli scarichi dell’Ovest Vicentino

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Una forte voce di protesta si alza da Cologna Veneta (Verona), dove da anni associazioni e forze politiche conducono una battaglia a tutela del territorio dopo la costruzione del tubo collettore che convoglia le acque reflue dell’Ovest Vicentino nel Comune Veronese.
Il Gruppo d’Intervento Giuridico onlus ha diffuso un comunicato nel quale si ripercorrono le ultime tappe di questa querelle che oppone Cologna e i Comuni della Bassa Veronese e Padovana al distretto conciario dell’Ovest Vicentino. Secondo la nota inviata dal Gruppo le acque della Valle dell’Agno e del Chiampo possono presentare valori di sostanze perfluoro-alchiliche che eccedono di 1.500, 2.000 volte lo standard di qualità. Ecco il comunicato…
Il Sindaco di Cologna Veneta Silvio Silvano Seghetto, in seguito alla richiesta di informazioni ambientali e opportuni interventi recentemente inoltrata (26 febbraio 2015) dal Gruppo d’Intervento Giuridico onlus in merito al collettore fognario ARICA posto sul Torrente Fratta-Gorzone, ha chiesto alla Regione Veneto, all’A.R.P.A.V., al Consorzio di gestione del depuratore, alla Provincia di Vicenza, informando contemporaneamente la magistratura e la polizia giudiziaria competenti, tutti gli elementi utili per poter comprendere se vi sia “una situazione di pericolo per l’ambiente” e poter provvedere con un’ordinanza contingibile e urgente.
L’A.R.P.A.V. ha indicato lo scorso 10 marzo i siti web istituzionali dove sono conferiti i dati sull’inquinamento, il rischio ambientale e il rischio sanitario per la presenza di acido perfluoroottansolfonico (PFOS) relativi a Cologna e allo scarico del collettore fognario ARICA, di raccolta dei reflui di cinque depuratori (Trissino, Montecchio Maggiore, Arzignano, Montebello Vicentino e Lonigo) nel Fiume Fratta-Gorzone.
La questione dei reflui industriali del Distretto industriale di Valdagno e Valle del Chiampo -continua il comunicato- dove è localizzato un enorme distretto tessile e conciario e lo stabilimento di fluorocomposti della Miteni Spa, risale già ai primi anni sessanta del secolo scorso, ma non è per questo ammissibile come un destino ineluttabile.
Le analisi svolte dall’A.R.P.A.V. hanno evidenziato che l’incidenza della contaminazione provocata sul corso d’acqua Fratta-Gorzone a Cologna Veneta è prevalentemente dovuta alla rilevante presenza di sostanze perfluoro-alchiliche nello scarico industriale della ditta Miteni Spa, allacciata all’impianto di depurazione di Trissino, la quale contribuisce per il 96,989% all’apporto totale di PFAS, in presenza di un impianto di depurazione non in grado di abbattere tale tipo di sostanze, in quanto non dotato di tecnologia adeguata. Scrive l’ARPAV: “Allo stato attuale risulta che la propagazione della contaminazione ha raggiunto un’area di estensione di circa 150 km2 ed interessa principalmente le province di Vicenza, Verona e Padova, con presenza in falda e nei corsi d’acqua superficiali e nel sistema dei pozzi utilizzati per uso potabile nella zona di Lonigo, Sarego, Brendola e Vicenza”.
Un inquinamento folle, secondo il Gruppo di intervento, che infetta e aggredisce una zona che va almeno da Trissino (VI) a Montagnana (PD). Se è vero che la presenza di sostanze perfluoro-alchiliche nell’acqua non è ancora fatta oggetto di specifici limiti (standard di qualità ambientale), è altrettanto vero che la direttiva 2013/39/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio, del 12 agosto 2013, che modifica le direttive 2000/60/CE e 2008/105/CE per quanto riguarda le sostanze prioritarie nel settore della politica delle acque, individua l’acido perfluoroottansolfonico e derivati (PFOS) come sostanza pericolosa prioritaria, fissandone lo standard di qualità ambientale (SQA) a una concentrazione di 6,5 × 10 –4 μg/l e cioè 0,65 ng/l, a fronte di valori rilevati nelle acque superficiali e sotterranee nella Valle dell’Agno e del Chiampo che, come dimostrato dallo studio (tre campagne di monitoraggio nel maggio 2011, ottobre 2012, febbraio 2013) dell’Istituto di Ricerca Sulle Acque – IRSA del Consiglio Nazionale delle Ricerche, raggiungono valori di PFOA (acido perfluoroottanoico) superiori a 1000ng/L e di PFAS totale superiore a 2000ng/L.
Questo significa che le acque della Valle dell’Agno e del Chiampo, e di tutto il tessuto idrografico che insiste in quella regione, possono presentare valori di sostanze perfluoro-alchiliche che eccedono di 1.500, 2.000 volte lo standard di qualità proposto dalla Direttiva Quadro sulle Acque di 0,65ng/L.
Si ricorda, inoltre, che il PFOS (acido perfluorottano solfonoico) è classificato nel DESC (Database ecotossicologico sulle sostanze chimiche) del Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare come cancerogeno (categoria di pericolo 2), tossico per la riproduzione (categoria di pericolo 1b) e nocivo per i lattanti allattati al seno, tossico per diversi organi bersaglio per esposizione ripetuta (categoria di pericolo 1), tossico per gli organismi acquatici con effetti di lunga durata. Il suo utilizzo è soggetto a forti restrizioni.
Se è vero che la Regione Veneto ha istituito una commissione tecnica sul PFOS e i suoi effetti su ambiente e salute pubblica (deliberazione Giunta regionale n. 1490 del 12 agosto 2013) e che il Consorzio ARICA abbia adottato una serie di misure di riduzione del concentrato di PFOS e di PFOA (acido perfluorottanoico) ammissibile allo scarico, ulteriormente ridotto a partire dall’1 aprile 2015, è vero soprattutto che – a fronte dei gravi rischi ambientali e sanitari – dovrebbero esser adottati fin d’ora drastici provvedimenti in base al principio di precauzione, previsto dall’art. 191 del TFUE (Trattato sul funzionamento dell’Unione europea) e dell’art. 3 ter del Codice dell’ambiente (decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i.).
Centinaia di migliaia di persone, nella già florida campagna veneta delle province di Vicenza, Verona e Padova bevono quell’acqua, mangiano quella verdura e continuano a essere a rischio. Che cosa si aspetta ancora
?

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