13 Ottobre 2019 - 10.36

Turchia, Siria, i ‘reietti’ Curdi, l’insignificante Europa e la grande ipocrisia

Da alcuni giorni i media riferiscono dell’attacco dell’esercito turco ai territori del nord est della Siria. Trattandosi di due Stati sovrani si sarebbe tentati di pensare che la Siria dovrebbe reagire militarmente ad un’aggressione realizzata con il chiaro obiettivo di invadere una striscia di terra siriana, dove costituire una “enclave” controllata dai turchi. In realtà ciò non sta accadendo, e la domanda più ovvia è: perché?
Semplicemente perché l’obiettivo vero non è la terra, bensì coloro che su quella terra ci abitano; cioè i curdi. E questo va bene anche al Presidente siriano Assad, ed ai suoi manutengoli iraniani e russi.
Ma chi sono i curdi?
Con una popolazione stimata in circa 35 milioni di persone, rappresentano il quarto gruppo etnico più grande del Medio Oriente ma non hanno mai ottenuto uno Stato nazionale permanente. Un popolo in lotta da 100 anni per avere una propria entità territoriale, un popolo che ha subito un secolo di voltafaccia e tradimenti, che proprio per questo ama ripetere: “Non abbiamo amici, se non le montagne”.
Sapete qual è il problema vero? Che i curdi sono distribuiti tra Turchia, Iraq, Siria, Iran e Armenia, nel vasto altopiano del Kurdistan che racchiude i confini dei cinque Paesi. In ognuno di questi cinque Stati, nessuno veramente democratico, per le loro caratteristiche di popolo fiero, combattivo, musulmano ma con una società ispirata ai principi della inclusione e della solidarietà, che applica l’uguaglianza fra i sessi, i curdi sono percepiti come un corpo estraneo, nel migliore dei casi da sottomettere culturalmente.
E al di là degli schieramenti internazionali, è proprio la loro “diversità” a cementare l’avversione degli Stati che ospitano le comunità curde, da sempre terrorizzati dall’eventuale costituzione di un loro Stato nazionale. Tutto il resto non conta nulla, e fa parte dei riti della politica internazionale. L’unico punto fermo è che Turchia, Iraq, Siria, Iran, non vogliono un Kurdistan indipendente e sovrano, e da qui discendono le persecuzioni e le guerre, che assumono il carattere di vere e proprie “pulizie etniche”.
La storia, pur ricca di colpi di scena, nella sua essenza, è abbastanza semplice. Dopo la prima guerra mondiale e la sconfitta dell’Impero ottomano, i vincitori alleati occidentali avevano previsto la creazione di uno Stato curdo nel Trattato di Sevres del 1920. Ma come spesso succede non rispettarono gli accordi, e tre anni dopo, il Trattato di Losanna fissò i confini attuali della Turchia, senza definire quelli del Kurdistan. Da allora sono stati vani tutti i tentativi dei curdi di dar vita alla patria promessa.
La comunità curda non è poi così monolitica come sembra. I curdi sono a maggioranza musulmana sunnita, e formano una comunità distintiva, unita attraverso razza, cultura e lingua, anche se non hanno un dialetto standard. Ogni gruppo nazionale, però, si differenzia l’uno con l’altro per priorità e alleati. I curdi turchi, i curdi siriani e i curdi iracheni, che insieme hanno combattuto contro l’Isis, sono i gruppi finiti nel mirino di Erdogan. I curdi iracheni hanno da tempo una loro regione autonoma all’interno dell’Iraq (il Kurdistan iracheno), mente i curdi siriani soltanto di recente hanno ottenuto il controllo della regione che abitano, il Rojava.

Ci sono poi questioni politiche vere e proprie che stanno alla base dell’azione turca di questi giorni, e stanno nei legami fra i curdi siriani ed il turco Pkk. Il Partito dell’Unione Democratica (la sigla in curdo è Pyd), assicura il governo dei territori siriani sotto il controllo curdo attraverso l’ala militare dell’Ypg, unità di protezione popolare. Il Pyd persegue un’idea di società socialista-libertaria, un modello raro e innovativo rispetto alle tradizioni islamiche, un modo di pensare vicino a quello espresso dal Pkk, Partito dei Lavoratori del Kurdistan, di Abdullah Öcalan. I timori di Erdogan derivano proprio che questa sintonia fra Pyd e Pkk. In Turchia il Pkk è considerato come un’organizzazione terroristica, tanto che il loro leader Ocalan è in carcere da lunghi anni. Spero ricordiate che a facilitare la cattura di Ocalan nel 1999 da parte dei turchi fu anche il comportamento inqualificabile del governo D’Alema, in verità in buona compagnia di Grecia, Germania e Kenya.

Negli ultimi anni, per le loro rare doti di combattenti, le forze armate dell’esercito curdo (peshmerga) sono state spinte dagli Stati Uniti a combattere lo Stato islamico dell’Isis. E la loro proverbiale combattività ha fatto si che nel 2015 i guerriglieri curdi non solo sono riusciti a riconquistare i territori in cui abitavano (Rojava o Kurdistan siriano), ma sono stati anche determinanti nella sconfitta finale dello Stato Islamico. E’ stata una guerra all’ultimo uomo, che ha attirato l’ammirazione e le simpatie del mondo occidentale. Su questo popolo dimenticato e reietto, che in un’ottica post-marxista, riconosce alle donne gli stessi diritti degli uomini. Sul campo si sono battute milizie curdo-siriane composte da sole donne, che si scontravano spesso a capo scoperto contro gli estremisti islamici, i tagliagole dell’Isis.

Etica avrebbe voluto che, dopo averli utilizzati, gli Usa dovessero aiutare i curdi a concretizzare il loro sogno di uno Stato indipendente. Invece, come è sempre accaduto, Donald Trump, con un cinismo impareggiabile, li ha di fatto abbandonati nelle mani di un “democratico” come Erdogan. Alla faccia di quelle migliaia di ragazze e ragazzi in armi che abbiamo visto per anni nei telegiornali e sui social media, che hanno perso la vita combattendo, anche per noi, contro la Stato Islamico.

Non date retta alle proteste di facciata degli Stati europei. Non date retta alle riunioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Non date retta alle convocazioni degli ambasciatori della Turchia. E’ il solito balletto delle ipocrisie della politica internazionale, ad uso di noi cittadini. Sono cose che la storia ci ha già mostrato: nessuno a suo tempo si mosse per fermare l’eccidio del popolo ebraico da parte dei nazisti, nessuno si mosse per porre fine a quello degli armeni sempre per mano turca, o a quello dei nativi nord americani. Vedrete che anche stavolta nessuno muoverà un dito per fermare le armate di Erdogan. In particolare l’Europa che, come sempre, non può, non sa, non vuole, e come sempre non riesce a dimostrare di essere qualcosa di più di una gilda di mercanti.

Perché su un piatto della bilancia della politica globale c’è la Turchia, membro della Nato con 350mila uomini in armi, partner commerciale di prim’ordine, stato chiave negli equilibri del Medio oriente, e che in questa fase ha in mano per di più l’asso dei 3 milioni e 600mila profughi siriani, che minaccia di scaricare nella nostra Europa.

Sull’altro piatto ci sono i curdi, traditi per l’ennesima volta dalle grandi potenze, cui non restano che … le montagne.

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