5 Marzo 2021 - 17.58

Teniamo duro! forse sarà l’ultimo ‘blocco’…

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di Luca Faietti

Alexandre Dumas padre scrisse questa breve frase: “Fino al giorno in cui Dio si degnerà di svelare all’uomo l’avvenire, tutta la saggezza umana consisterà in queste due parole: attendere e sperare”.
Questi due grandi temi, l’attesa e la speranza, sono prepotentemente entrati nelle nostre vite da quando un essere microscopico ha letteralmente rivoluzionato le nostre vite.
Nell’epoca del “tutto e subito” il virus di Wuhan ha cambiato le nostre prospettive, i nostri tempi, le nostre percezioni.
Abbiamo dovuto abbandonare quasi tutte le nostre abitudini, l’aperitivo con gli amici, le feste tutti assieme, le sciate domenicali, la discoteca e le notti brave, la piscina, e l’elenco potrebbe allungarsi.
E queste rinunce sono state scandite dalla speranza che prima o poi tutto questo finisca.
Ma con il prolungarsi della pandemia questa speranza diventa sempre più difficile da accarezzare.
Sono passati dodici mesi, il tempo che necessita ad un neonato per fare i primi passi, e come in un gigantesco gioco dell’oca, però perverso, la prospettiva di una fine della pandemia invece di avvicinarsi sembra allontanarsi sempre più.
A marzo 2020 eravamo all’inizio del lockdown, ma allora ci sostenevano gli “andrà tutto bene” urlati dai balconi; in questo marzo 2021 quelle urla ci rimangono strozzate in gola, perché sappiamo che sono alle porte altri giorni difficili, e l’orizzonte si fa se possibile ancora più cupo.
Ed ecco che l’attesa si trasforma quasi in un incubo, l’incubo di non vedere la fine.
Non siamo fatti per l’incertezza. Per vivere abbiamo bisogno di vedere un traguardo!
Molte Regioni in queste ore stanno colorandosi di rosso, anche se spesso mascherato dai politici ricorrendo alla “nuance” dell’arancione cupo.
Anche le nostre illusioni di un Veneto in giallo stanno infrangendosi contro i “parametri” della diffusione pandemia, contro gli Rt, e da lunedì prossimo anche noi quasi certamente saremo “orange”.
E noi ormai sappiamo cosa vuol dire; città e paesi vuoti, quartieri spettrali, scuole silenziose.
Ed proprio quando pensiamo alle scuole chiuse, ai nostri ragazzi costretti davanti ad un video, che la categoria dell’attesa diventa sempre più pesante da sostenere.
Ma non possiamo fare prevalere il sentimento, bensì la ragione, che ci dice che le varianti colpiscono ora i più giovani, trasformandoli nei principali veicoli di contagio, e di conseguenza diventa illogico, oltre che pericoloso, persistere con la didattica in presenza.
E l’esperienza quotidiana ci dice che i nostri ragazzi, che sono nativi digitali, assieme agli insegnanti stanno forse scrivendo una pagina nuova, un nuovo approccio all’apprendimento, che sicuramente aprirà nuovi orizzonti alla didattica quando questa pandemia sarà diventata un ricordo.
Ecco perché non possiamo farci prendere dallo sconforto, bensì aprirci alla speranza.
Speranza che i vaccini sono l’unico strumento in grado di dar vita ad un “prima” e ad un “dopo” nella pandemia.
Ma la speranza deve essere sostenuta ed alimentata da chi è deputato a mettere in atto le condizioni perché questo incubo finisca.
Quindi fine alle diatribe ed alle contrapposizioni fra Stato e Regioni. Siamo tutti nella stessa barca, e nessuno si salva da solo.
Si metta rapidamente in piedi un piano di vaccinazioni credibile, con tempi certi, con un sistema di prenotazioni civile, ricorrendo a tutte le case farmaceutiche in grado di produrre i preparati, senza preclusioni politiche verso nessun Stato.
Cerchiamo tutti, infine, di stare vicino ai più fragili, ai più deboli, agli anziani, a coloro cioè che vivono nelle loro case l’angoscia e la tristezza delle limitazioni, quegli anziani che sanno bene “che un giovane può dire che un giorno tutto questo sarà finito, mentre loro non possono”.
Anche per loro l’attesa deve diventare speranza.
Luca Faietti

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