10 Maggio 2020 - 9.43

Salvini ed i “lumbard” bloccano l’ascesa di Zaia

di Umberto Baldo

La politica non sempre è fatta di grandi scontri ideali. Spesso si nutre di tatticismi, di piccolo cabotaggio, di ripicche, di vendette, di localismi, e sovente anche di piccole paranoie.
In questa logica può anche essere che la presunta ventilata rivalità fra il capitano Matteo Salvini ed il Governatore del Veneto Luca Zaia sia la solita strategia degli avversari politici della Lega, amplificata da giornali e media, per creare divisioni o addirittura spaccature. Insomma può essere che per gli arci nemici della Lega Zaia non sia più, non si offenda il Governatore, il “contadino impomatato” dileggiato fino a ieri, bensì uno statista che può diventare una ”riserva della Repubblica”. Può essere che i retroscena siano tutti infondati, ma un antico proverbio dice che “non si muove foglia se non c’è vento”, per cui vale la pena di soffermarci un po’ per fare qualche ragionamento.
Non c’è alcun dubbio che in questo momento ci sia, come dire, una disparità di vedute fra Zaia ed il “capitano” sull’opportunità di far svolgere le elezioni regionali ai primi di luglio.
Non si tratta di illazioni, a parlare sono le loro prese di posizioni pubbliche.
Da mesi Luca Zaia, ormai presenza fissa nelle seguite reti locali venete, da Telenuovo a Telearena, da Canale Italia a Serenissima Tv, dichiara ad ogni piè sospinto il suo favore a che il rinnovo dei Parlamentini regionali si tenga ai primo di luglio, arrivando anche ad alzare i toni, affermando “Sarebbe una sospensione della democrazia, un pessimo segnale dell’Italia al mondo; tra due mesi ogni attività sarà riaperta, si potrà andare al mare ma non esercitare un diritto costituzionale. Chi evoca fantomatici pericoli mira soltanto a prorogare poltrone e stipendi; mi auguro che il Presidente Mattarella prenda a cuore la vicenda. Rinviare le elezioni all’autunno è un gesto irresponsabile, i virologi hanno già ventilato una seconda ondata di contagi, evidentemente il vero obiettivo è impedire ai cittadini di scegliere chi li amministrerà”.
Comunque la si veda, si tratta di parole pesanti. Che però non smuovono più di tanto “capitan” Salvini, che qualche giorno fa, parlando ad una Tv campana ha dichiarato che: “no, non credo sia possibile votare a luglio per le regionali, e quindi se ne riparlerà a settembre”.
Che poi sarà ottobre, come confermato mercoledì scorso dallo stesso Salvini all’assemblea dei deputati e senatori leghisti.
Certo può trattarsi di una normale divergenza di opinioni, ma io ragionevolmente immagino che ai vertici del Carroccio stia montando una certa insofferenza verso l’ascesa della popolarità di Zaia.
Popolarità evidenziata qualche giorno fa da un sondaggio di Ilvo Diamanti, che certificava che il Governatore del Veneto piace al 50% degli italiani, battendo il suo leader Salvini, fermo al 37%.
E parimenti non deve essere stato visto di buon occhio l’articolo del Financial Times che incorona Luca Zaia quale “astro nascente” all’interno della Lega, definendolo come il nuovo volto per rilanciare un partito “scivolato nei sondaggi” a causa delle difficoltà del suo leader.
Insomma gli elementi perchè Salvini possa essere tentato di limitare l’ascesa di Zaia ci sarebbero tutti. E non sarebbe in quest’ottica del tutto secondario porre un freno al Governatore, che potrebbe veramente oscurare il simbolo della Lega qualora si presentasse alle prossime regionali con una sua lista personale, sia pure collegata al Partito.
E’ indubbio che il Governatore del Veneto è oggettivamente un fuoriclasse, ma non da oggi, e sta gestendo l’emergenza pandemica nelle nostre terre come un modello da seguire nel resto d’Italia.
E di conseguenza gli indici di gradimento di Zaia, se messi a confronto con quelli di Salvini, dicono che fra i due non ci sarebbe partita. Ma se qualcuno immagina uno Zaia arrembante verso investiture diverse, rischia di rimanere deluso.
L’assalto al palazzo d’inverno non rientra nel modus operandi, nella cultura di Zaia, da sempre politico sì ambizioso, ma abituato ad aspettare le occasioni di imporsi senza rotture.
E poi Zaia viene da lontano. Ha 52 anni, ma a 29 era già Presidente della Provincia di Treviso, ha fatto il Ministro dell’Agricoltura, è “Doge” da due legislature, quindi ha imparato cos’è la Lega, fin dalle origini bossiane, da molti definita come un “partito leninista fondato sul “Führerprinzip”.
Zaia è stato bossiano con Umberto Bossi, maroniano con Roberto Maroni, ora salviniano con Matteo Salvini, oltre ad essere stato anche “amico fraterno” dell’ex sindaco di Verona Flavio Tosi.
Un uomo per tutte le stagioni? Può essere una chiave di lettura, che dimostrerebbe la sua vocazione di stare sempre a galla qualunque sia il nocchiero della nave. Coltivando la sua immagine di uomo concreto, che si atteggia come un comune cittadino, che dialoga con tutti, poco incline ai voli pindarici, con una fede incrollabile nelle virtù del mercato e degli schei, che non disdegna di parlare in dialetto.
Ma io penso che proprio la sua lunga esperienza in prima fila gli abbia fatto imparare bene la lezione che nella Lega non sono mai state ammesse voci fuori dal coro.
Per questo Zaia sta ben attento a non farsi coinvolgere da coloro che vedrebbero in lui una possibile alternativa a Salvini.
Ed infatti a coloro che cercano di stimolarlo sul tema risponde secco che “si tratta di un’ossessione, stiamo parlando di sondaggi fatti in un momento particolare. Non me ne frega niente“.
Ribadendo il concetto con la battuta secondo cui “Sallustio diceva che il sentimento che viene dopo la gloria è l’invidia, dobbiamo governare una regione complessa e non abbiamo tempo da perdere con le distrazioni. E stavolta è vero, non è Eracleonte da Gela“, scherzando sulla sua gaffe di qualche tempo fa.
Fa bene Luca Zaia a non esporsi più di tanto? A guardare la storia parrebbe proprio di si.
Perchè la storia della Lega da Bossi in poi è una storia a saldo negativo per la componente veneta.
E si che i veneti erano partiti prima dei lombardi sulla strada dell’autonomia.
Nel lontano 1979 fu il professore di arte padovano Achille Tramarin, scomparso di recente, a fondare di fatto la Liga Veneta, che fu a tutti gli effetti la “madre di tutte le leghe”, la prima a raccogliere la naturale vocazione all’ indipendentismo di buona parte delle genti venete.
Solo qualche anno dopo, nel 1982, Umberto Bossi fonda assieme a Giuseppe Leoni la Lega Lombarda. Ed in quegli anni era molto vivace la concorrenza fra il simbolo di “Alberto da Giussano” e quello del “Leone di San Marco”, il famoso “leon che magna el tèron”.
Ed in una prima fase il successo politico sembrò arridere solo ai veneti, dato che alle politiche del 1983 Tramarin venne eletto alla Camera, nella quale esordì nel dibattito sulla fiducia al Governo Craxi con un discorso pronunciato in dialetto veneto. Dopo poco però la Liga veneta venne travolta da lotte intestine, che videro Franco Rocchetta chiedere a Tramarin di abbandonare la segreteria del Movimento. Tramarin rifiutò e tra carte bollate, schiaffi e spintoni sulle scale di Montecitorio venne espulso, e la segreteria venne assunta da Marilena Marin.
Nel frattempo si palesò la lungimiranza ed il fiuto politico di Umberto Bossi, che mirava a riunire in un unico partito i vari movimenti autonomisti dell’Italia settentrionale. La manovra andò a buon fine, ed i meno giovani di voi ricorderanno certamente nel pratone di Pontida i vessilli della varie Leghe, di fatto una per ogni regione del nord Italia.
Di quella Lega Bossi divenne il Segretario politico, e Marilena Marin il Presidente.
Ma di fatto da quel momento i veneti rimangono in posizione subalterna rispetto ai lombardi, e ogni qual volta un esponente veneto rischiava di fare ombra al capo supremo, scattava inesorabile l’espulsione.
Il primo a farne le spese fu proprio Rocchetta, che venne cacciato nel 1994.
Nel 1998 fu la volta di Fabrizio Comencini, reo di aver invocato l’autonomia della Liga Veneta di cui era segretario.
Anche Giancarlo Gentilini, mitico ed amatissimo sindaco di Treviso, ha avuto modo di provare sulla propria pelle l’ostracismo per alcune dichiarazioni alla stampa evidentemente non gradite ai vertici del Partito.
L’ultimo epurato illustre fu Franco Tosi, ex sindaco di Verona, che dovette uscire dalla Lega dopo il braccio di ferro con i vertici perchè non intendeva rinunciare alla corsa per la Presidenza del Veneto, guarda caso proprio contro Luca Zaia.
Come accennavo, Luca Zaia è uomo politicamente intelligente, e ha sicuramente fatto propria la lezione della storia.
Di conseguenza a mio avviso non farà nulla, meno che mai si contrapporrà a Salvini, e ancora meno proverà a rilanciare la componente veneta in concorrenza a quella lombarda.
Accontentandosi del ruolo di “Doge di Venezia”, di fatto sposando il noto detto veneziano secondo cui è meglio “esare paron de ‘na sessola che servidore de ‘na nave”.
Umberto Baldo

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