17 Luglio 2019 - 14.48

Ricordando Renato Casarotto, uno dei più grandi alpinisti di sempre

Renato Casarotto, uno dei più grandi alpinisti italiani, perse la vita il 16 luglio del 1986 sul K2. Il 1986 fu l’anno nero del K2. Tra giugno e l’agosto persero la vita tredici alpinisti impegnati in diversi tentativi di ascensione sulla montagna himalayana. Tra questi appunto Renato Casarotto (Arcugnano, 15 maggio 1948), famoso per le sue impegnative solitarie invernali sulle Dolomiti e sul Monte Bianco e per alcune nuove vie aperte all’estero, in Patagonia, in Perù e in Karakorum. Casarotto, il solo di cordata. “Quando scalo pensieri e voce sono una cosa sola. Anche quando mi serve un chiodo, mi dico: ora mi serve un chiodo” – diceva spesso.

Quell’estate Casarotto era sul K2. Il 12 luglio inizia un tentativo solitario sulla linea tentata dai francesi nella spedizione del 1979, lungo lo Sperone Sud Sud-Ovest, mantenendosi in contatto radio con la moglie Goretta, al campo base. Le condizioni dell’ascensione sono difficili, soprattutto a causa del cattivo tempo; il 16 luglio dopo aver raggiunto quota 8300metri Casarotto abbandona l’impresa e scende.

Dopo aver raggiunto senza problemi il fondo della parete alle 19 circa, mentre scende sul ghiacciaio a soli venti minuti dal campo base, l’alpinista viene tradito dal cedimento di un ponte di neve ritenuto sicuro e sul quale erano transitate senza problemi intere spedizioni. Cade così in un crepaccio profondo 40 metri: riesce comunque ad avvertire la moglie, che stabilisce il contatto radio pochi minuti dopo la caduta. Si mobilita una squadra di soccorso, che raggiunge il crepaccio e riesce ad estrarre l’alpinista; questi però è rimasto gravemente ferito dalla caduta, tenta qualche passo, ma quasi subito si accascia sul suo zaino, morendo poco dopo per le numerose emorragie interne, tra le braccia di Gianni Calcagno. La salma verrà successivamente tumulata all’interno dello stesso crepaccio.

 Nel 2003 alcuni alpinisti kazaki ritrovano la salma, portata a valle dal movimento del ghiacciaio, e le danno sepoltura definitiva nei pressi del memorial Gilkey.

Una parte dei contatti radio con la moglie e il luogo della caduta vengono ripresi e inclusi nel docu-film K2 – Sogno e destino, girato da Kurt Diemberger e Julie Tullis (quest’ultima morta anch’essa sul K2 quell’anno).

CASAROTTO, LA SUA VITA

L’alpinista italiano inizia a praticare nel 1968 a vent’anni, durante il servizio militare prestato presso il battaglione degli esploratori alpini in Cadore. Prima di allora aveva compiuto solo qualche escursione in montagna, qualche via ferrata e delle arrampicate sui massi della Valle dei Calvi. Al servizio militare partecipa ai corsi di arrampicata su roccia e ghiaccio ed effettua una ventina di salite in cinque mesi.

Dopo il servizio militare ogni fine settimana si reca sulle Piccole Dolomiti per ripetere o aprire nuove vie. È interessato soprattutto ad arrampicare in libera piuttosto che salire in artificiale.

Nel 1971 decide di provare l’arrampicata solitaria, un modo per Casarotto di misurarsi da soli con la montagna e verificare i propri limiti. Il 4 luglio sale quindi in solitaria la via Carlesso al Soglio Rosso, nel gruppo del Pasubio, utilizzando una rudimentale tecnica di autoassicurazione. Un mese dopo sale anche la via Carlesso al Sengio della Sisilla, sempre in solitaria. Casarotto aveva sempre prediletto l’arrampicata da primo di cordata, anche quando in compagnia di alpinisti capaci, e a questo fatto imputava la sua facilità nell’affrontare le solitarie. Dal 1973 oltre alle solitarie incomincia a praticare le salite invernali.

Nel 1973 conosce Goretta Traverso, ragazza che non viene dal mondo di montagna ma che sarà importante in tutte le spedizioni successive, e due anni dopo si sposano.

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