3 Agosto 2020 - 12.28

Post Covid-19, quale economia: esiste una questione settentrionale?

di Stefano Diceopoli

In questi bollenti giorni agostani, in cui chi può cerca di dimenticare i problemi della pandemia, in certi casi un po’ troppo disinvoltamente, e quelli del crollo dell’economia, mi sono fatto una domanda. Se al posto di Capitan Salvini in questa fase ci fosse l’Umberto Bossi dei tempi d’oro, quelli della “Padania libera” per intenderci, l’approccio politico all’autunno economicamente più difficile della storia della Repubblica sarebbe lo stesso dell’attuale Governo giallo-rosso?
Certo con i se e con i ma non si scrive la storia, ma io penso che, forte dell’appoggio dei ceti produttivi del nord, Bossi avrebbe rilanciato, magari rozzamente com’era nel suo stile, la cosiddetta “questione settentrionale”.
Cosa che Matteo Salvini, con la sua Lega 2.0, non ha nelle corde, in parte perchè cozzerebbe contro il suo disegno di partito nazionale impegnato a raccattare voti anche al Centro Sud, in parte perchè la sua è un tipo di leadership profondamente diversa da quella che fu di Bossi, con un legame con il Nord molto più flebile e politicamente meno rilevante.
La conseguenza è che con un Governo attualmente dominato da politici che con il Nord hanno poco a che spartire (basta guardare l’origine delle principali cariche dello Stato e dei Ministri con il peso politico maggiore), la rappresentanza delle istanze e delle esigenze del Settentrione è passata nelle mani del Presidente di Confindustria Carlo Bonomi (sic!).
E non è un caso se la bandiera del Nord l’abbia dovuta prendere un industriale!
Perchè l’uomo politico che in questa fase sicuramente potrebbe rappresentare la “questione settentrionale”, il nostro Governatore Luca Zaia, si premura un giorno sì ed uno no di farci sapere che lui sta bene a Palazzo Balbi, e che non ha nessuna intenzione di invischiarsi nelle questioni romane, e quindi nazionali.
Ma che il problema esista lo dimostrano le uscite di politici del Pd come i Sindaci di Milano e di Bergamo Giuseppe Sala e Giorgio Gori, che però quando invitano il proprio partito ad una maggiore attenzione al Nord vengono zittiti e bollati con l’accusa, infamante a gauche, di dire “cose di destra”.
La verità è che il Partito Democratico ha una “questione settentrionale enorme”, ed il vero problema è che non se ne accorge, o peggio non vuole affrontarla.
Ma coloro che sono in prima linea, come il Presidente dell’Emilia Romagna Sefano Bonaccini, lo sanno bene, ed infatti su questo tema continuano a incalzare i vertici “romani”.
Circa un mese fa il Governatore ha dichiarato senza mezzi terminj quello che pensa al riguardo. Bonaccini non è certamente un leghista, è uno che ha mangiato “pane e bandiera rossa” fin da ragazzo, e se si permette di dire a brutto muso che “Oggi il Pd deve avere una chiara identità riformista, rappresentando ancor di più le istanze del Nord del Paese. Io non ho dubbi che senza il Mezzogiorno questo è un Paese senza un grande futuro. Però in questo momento drammatico, la parte del Paese che produce più della metà del Pil, ha bisogno di ripartire subito”, credo lo dica a ragion veduta.
A onor del vero va rilevato che nessuno, nella maggioranza 5Stelle-Dem, ha avuto il coraggio di fiatare e replicare alle parole del Presidente emiliano.
Anche perchè negare che se la “baracca Italia” non è ancora collassata è ancora una volta merito delle Regioni del Nord (Lombardia , Veneto, Piemonte, Emilia Romagna, Liguria), sarebbe troppo anche per il trio Conte-Zingaretti-Di Maio.
Regioni che prima della pandemia producevano ogni anno un residuo fiscale di circa 140 miliardi di euro, soldi che versavano a Roma per alimentare il Fondo Perequativo che trasferisce “schei” alle Regioni meno sviluppate, che è facile capire quali siano.
E senza la ripartenza delle quali non ci sarà più trippa per gatti.
Perchè, comunque la si pensi, il Nord resta il motore dell’economia nazionale, e se si vuole che ci sia un riavvio è da là che bisogna ripartire, a meno che le ubbie della “decrescita felice” portino alla scelta di posizionare l’Italia definitivamente fuori dalla “squadra” dei Paesi più industrializzati, per iscriverla al club di quelli che arrancano senza un futuro, tipo Argentina o Venezuela.
Al di là delle coreografie propagandistiche degli Stati Generali di Villa Pamphili, e delle continue beghe che dividono i partner di Governo un po’ su tutti i temi, se a Roma la classe politica a trazione meridionalista non si rende conto in fretta che l’Italia con questa crisi rischia più degli altri Paesi per le sue ataviche debolezze ( debito pubblico, burocrazia debordante, giustizia lenta e farraginosa ecc.), il pericolo di farsi veramente del male è incombente.
Perchè il post-Covid rimetterà in discussione e ridisegnerà gli attuali equilibri economici a livello globale, mettendo in forse lo stesso futuro dell’Europa, scatenando le lotte per la supremazia planetaria fra le grandi potenze, mettendo in discussione le democrazie, che si devono sempre più confrontare e scontrare con i regimi autoritari che dominano ormai in quasi tutti i continenti.
Il problema quindi non è quello di dividere con il bilancino le risorse nazionali ed europee fra le regioni del nord e quelle del sud, dando vita a quel consueto degradante assalto alla diligenza tipico della nostra classe politica, bensì di puntare su quella parte del Paese, e non è detto che sia solo il nord visto che distretti industriali importanti esistono anche a sud del Po, che sola può fare da locomotiva a tutto il resto.
La diciamo ancora più chiara: non esiste una ripresa senza il protagonismo e le energie vitali delle regioni del Nord.
Perchè, senza creare inutili fossati o vane discriminazioni spesso basate su mere questioni geografiche e luoghi comuni, è fuor di dubbio che nelle regioni del nord ci sia de sempre una certa “etica del lavoro”, che ha consentito la rinascita del dopoguerra prima, e successivamente il posizionamento della nostra industria fra quelle più sviluppate, con cui confrontarsi in un mondo globalizzato.
Pensare che l’Italia possa ripartire senza questo patrimonio di competenze, energie, e voglia di misurarsi ogni giorno sui mercati, è pura follia.
Ecco perchè la questione settentrionale esiste, e va considerata senza revanscismi meridionalistici, o peggio con atteggiamenti anti industriali, dotandosi di un progetto Paese coerente con un vero piano di ripresa e sviluppo.
Ma questa scelta deve essere accompagnata anche da un cambio culturale, che significa mettere finalmente mano a misure sbagliate di assistenzialismo generalizzato, usate non per fare crescere il Paese ma per il proprio consenso elettorale.
E non a caso parlo di cambio culturale, perchè sta passando l’idea che lo Stato debba sostenere tutto e tutti, senza distinguere e senza porsi il problema di chi paga o pagherà, con il pericolo che i giovani finiscano per pensare che si possa vivere di sussidi e bonus stando seduti sul divano. Il “chi produce la ricchezza” sta diventando nella narrazione attuale una sorta di “variabile indipendente”, come lo fu “il costo del lavoro” all’epoca di Luciano Lama. Come poi finì è noto a tutti.
La situazione attuale impone di considerare il fatto che continuare con la politica assistenziale servirebbe solo a sancire definitivamente il declino dell’Italia industriale, postindustriale ed essenzialmente produttiva.
Occorre concentrarsi al massimo su una politica per la crescita, impegnando molte risorse per rendere più competitive le imprese, e per pagare meglio i lavoratori. E non disperdendo come negli ultimi anni le risorse in mille rivoli assistenziali e mille bonus, che se si guarda bene sono elemosine pagate dagli stessi italiani, che però contribuiscono a sopprimere l’etica del lavoro e del rischio di impresa. Pensate sia un caso se la parola più utilizzata dalla pubblicità sia oggi “protezione”?
Naturalmente per far questo serve coraggio e lungimiranza.
E qui inevitabilmente torna in ballo il Partito Democratico.
Il quale non può non porsi il problema di come mai a nord del Po gli elettori l’abbiano abbandonato, scegliendo i Partiti di centro-destra.
Val d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, sono tutte Regioni in cui il Pd arranca da anni, e dove non ha più un Governatore.
Possibile che a Roma non si chiedano il perché? A meno di non pensare che il Partito abbia deciso una sorta di suicidio, rinunciando a fare politica nella parte più produttiva del Paese.
Ma lo capisce anche un bambino che pensare di governare senza, o peggio contro il Nord non ha senso, e soprattutto non porta da nessuna parte.
Anche perchè se le prossime regionali dovessero portare il centro destra a conquistare qualche altra Regione del centro-Sud (oltre a quelle già acquisite), Pd e 5 Stelle si troverebbero assediati nei palazzi romani, in attesa del colpo finale.
Il Partito democratico deve essere conscio che il momento delle scelte è ora.
Continuare ad assecondare le politiche assistenziali, anti industriali e stataliste del Movimento 5 Stelle, nella segreta speranza di provocarne la spaccatura, con il ritorno all’ovile dei grillini “di sinistra”, potrebbe essere un boomerang terrificante. Perchè qualora la spaccatura dovesse realizzarsi, i parlamentari pentastellati, terrorizzati dalla paura di tornare a casa, sarebbero disposti a votare qualsiasi nuovo Presidente del Consiglio, in primis proprio Matteo Salvini.
L’autunno sarà condizionato dai numeri, dalle statistiche, dall’andamento del Pil, dal numero delle imprese che chiuderanno e dei relativi posti di lavoro persi, dai giudizi delle Agenzie di rating e dall’andamento dello spread.
Comunque la si pensi, tutte cose che si giocano al Nord.
Chi non lo capisce, prima o poi rischia di trovarsi, per usare un termine calcistico, “offside”.
Stefano Diceopoli

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