17 Gennaio 2020 - 11.05

PFAS per esposizione cutanea: la Regione risponde

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In relazione alle dichiarazioni in materia di Pfas rilasciate ad alcuni organi d’informazione dalla Consigliera regionale Cristina Guarda, la Direzione Prevenzione dell’Area Sanità e Sociale della Regione Veneto precisa quanto segue:

“Le istituzioni scientifiche internazionali sono concordi nell’affermare che l’esposizione umana a PFAS avviene prevalentemente per ingestione, attraverso acqua o alimenti contaminati, salvo contesti particolari come quello professionale. Nella popolazione generale, non è mai stato dimostrato dalla letteratura scientifica  un ruolo significativo dell’esposizione cutanea a questi composti. 

Infatti la relazione finale dell’ISS “Relazione finale – valutazione dell’esposizione alimentare e caratterizzazione del rischio- Contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche”, acquisita con protocollo regionale n. 333923 del 25/07/2019, evidenzia anche a distanza di sei anni dalla scoperta del caso Pfas in Veneto, che l’ingestione dell’acqua potabile è stata il principale veicolo di contaminazione della popolazione e che, a seguito degli interventi di messa in sicurezza degli acquedotti mediante installazione dei filtri a carboni attivi, gli abitanti della zona rossa presentano gli stessi livelli di esposizione degli abitanti di tutto il Nord-Est Italia. 

In riferimento allo studio citato “Immunotoxicity and allergenic potential induced by topical application of perfluorooctanoic acid (PFOA) in a murine model Hillary L. Shane”,  si evidenzia che questo studio sia stato effettuato su animali da esperimento (topi) e che pertanto i risultati non possono essere trasferiti a un’esposizione di rischio che riguarda l’uomo, per due motivazioni principali.

La prima motivazione è che il comportamento dei Pfas è specie-specifico. Pertanto necessitano molti dati ed evidenze per trasferire i risultati dall’animale all’uomo.

La seconda motivazione è che le condizioni di esposizione di questi animali da esperimento non sono confrontabili con l’esposizione della popolazione generale né per le dosi, né per il tipo di esposizione che nello studio fa riferimento ad una applicazione  di Pfas direttamente sulla cute .

Si evidenzia peraltro molto pericolosa la similitudine tra i territori che hanno subito la contaminazione da Pfas nelle province di Vicenza, Verona e Padova (area di impatto di cui alla DGR 691/2018),  con le concentrazioni di C6O4 rilevate la scorsa estate, in alcune acque destinate al consumo umano, nel rodigino (valore massimo riscontrato: 90ng/l ). Tali concentrazioni di C6O4, sulle quali si è tempestivamente intervenuti,  non sono paragonabili ai valori a cui per decenni sono stati esposti i cittadini dei territori sopracitati, prima dell’installazione dei filtri avvenuta nel 2013.

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