16 Ottobre 2020 - 9.37

PASSAGGIO A NORD – Un centro per curare e fare tornare i rapaci a volare in libertà

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di Anna Roscini

Se la natura non mi ha dato le ali, forse non è mio destino volare, scriveva Giorgio Faletti. C’è chi però da sempre si adopera perché a volare siano gli altri. In questo caso, i rapaci feriti e debilitati. Il Centro Riabilitazione Rapaci di Vicenza è il luogo delle seconde possibilità. Fin da bambino il falconiere Alberto Fagan coltiva la passione per i rapaci e proprio nel CRR ospita e cura gli esemplari in difficoltà, o alleva specie rare e minacciate che è importante tutelare nell’ambito di progetti di ripopolamento. Situato nel comune di Arcugnano, presso il Lago di Fimon a pochi chilometri da Vicenza, il CRR nasce nel lontano 1983 da una collaborazione con il WWF e l’Amministrazione provinciale di Vicenza.

Quali sono le finalità del centro?   
«Il recupero alla vita selvatica di esemplari di rapaci diurni e notturni ritrovati in difficoltà nel territorio, prevalentemente vicentino. All’inizio ne arrivavano un po’ da tutta Italia perché eravamo tra i pionieri di queste iniziative. Adesso quasi ogni provincia ha il suo centro di riferimento».

Quanti rapaci passano in media annualmente per il centro?    
«Annualmente sui 120-130 esemplari. Possono essere animali giovani rimasti orfani o esemplari malati, a causa di tutta una serie di patologie naturali. Abbiamo anche casi di investimenti stradali e di bracconaggio. La causa principale di mortalità per i rapaci diurni rimane però l’elettrocuzione, specie per il falco gheppio, molto diffuso nel territorio, ma anche per le poiane, i falchi pellegrini, i falchi pescatori e gli avvoltoi. Appoggiandosi ai pali della corrente elettrica possono prendere la scossa e morire sul colpo o comunque subire delle ustioni importanti nei punti di contatto. Si tratta di un grosso problema che inizia ad essere riconosciuto nella sua reale entità perché ci sono molti avvoltoi, come il gipeto, il grifone e il capovaccaio, che subiscono questa triste fine. Ci sarebbero diverse tecniche per isolare i tralicci, ma serve l’interessamento pubblico e politico: c’è un sistema da correggere. Queste tecniche sono già state utilizzate sia in Italia che all’estero: basti pensare che in Spagna stava per scomparire un’aquila che vive solo lì e per salvarla sono state modificate delle intere linee elettriche».

Gli animali che passano per il centro vengono poi liberati in natura o ci sono degli esemplari che non possono essere reimmessi?
«Lo scopo è reimmettere i rapaci in natura. Per tornare in natura bisogna essere ben equipaggiati. Non si può tornare camminando, bisogna volare bene ed essere in perfetta forma fisica, altrimenti la natura scarta gli esemplari fuori standard. Ci sono alcuni rapaci che sono rimasti qui, altri hanno ferite tali che non sono compatibili con un’esistenza dignitosa neanche in cattività per cui bisogna purtroppo procedere all’eutanasia per non allungare le loro sofferenze. Tra gli animali che restano in questo momento abbiamo un biancone per esempio che non è in grado di volare e due aquile che son sotto sequestro giudiziario».

Cosa fare se si trova un rapace in difficoltà?       
«Bisogna prima di tutto preoccuparsi di catturarlo in qualche modo perché poi potrebbe scomparire, nascondersi in un cespuglio e diventare irreperibile. In queste situazioni i rapaci sono a pochi giorni o a poche ore dalla fine e possono essere anche predati da animali selvatici. Quando ci avviciniamo a loro non bisogna dimenticarsi che sono degli animali selvatici che ci vedono in quel momento come dei pericolosi aggressori e quindi si difendono in tutti i modi possibili. La cosa migliore da fare sarebbe quella di lanciare sopra all’animale uno straccio in modo da coprirlo e poi raccoglierlo dalla schiena, chiudendo con le dita le zampe sul corpo. A questo punto è meglio metterlo dentro una scatola di cartone, facendo un paio di fori e chiudendo la scatola con del nastro isolante. Bisogna chiamare subito qualcuno che sa cosa fare in queste situazioni: l’Amministrazione provinciale, l’Enpa, noi o i carabinieri forestali che poi smistano le chiamate a chi di dovere. È fondamentale non dare mai da mangiare o da bere a questi animali perché possono vivere anni senza bere un goccio d’acqua, traggono il liquido soprattutto dalla parte grassa del cibo che mangiano. Se tengono il becco aperto in atteggiamento terrifico è perché cercano di spaventare l’aggressore non perché hanno sete. Anche nel caso di nidiacei di rapaci notturni non bisogna dare loro da mangiare, perché si comincia ad instaurare il processo dell’imprinting, ovvero il riconoscimento dei genitori. In questo caso non devono scambiare gli umani per i loro genitori. Una volta fissato, l’imprinting rimane per tutta la vita rendendo l’animale incapace di avere una vita normale, ovvero di riconoscere i propri simili, di accoppiarsi e così via».

È possibile visitare il centro?         
«Organizziamo da anni attività per le scuole. Riceviamo le scolaresche e facciamo vedere ai bambini questi rapaci, illustrandone le problematiche, con cenni di ecologia ed etologia in base all’età degli alunni. Ogni anno c’è la giornata delle fattorie didattiche aperte e in quell’occasione chiunque può venire».

Come nasce questa passione?        
«
Questa passione nasce dalla mia infanzia, sono nato in una famiglia di cacciatori e ho avuto l’occasione di vedere rapaci vari già da piccolino. Un mio parente mi ha regalato un libro che parlava della falconeria e questo mi ha dato modo di appassionarmi moltissimo e di cominciare ad avvicinarmi a questi animali. Stiamo parlando degli anni Sessanta, epoca in cui i falchetti li vendevano in Piazza dei signori il martedì e il giovedì. Sono così diventato falconiere e ho imparato a dare da mangiare ai rapaci e a farli volare. Poi quando sono diventato più grandicello, andavo in montagna ad osservare i rapaci con degli amici del WWF e loro sapevano che avevo questa capacità già sviluppata di addestrare i rapaci che era propedeutica al recupero di questi animali. Addestrando i rapaci, si sa già come trattare questi animali: si sa quali possono essere i loro problemi e si capisce se un animale è in grado di predare da solo o non lo è. Poi Giustino Mezzalira mi ha proposto di aprire un Centro, il WWF non aveva una struttura che fosse in grado di andare incontro a queste esigenze di recupero. A quel punto mi hanno contattato e ho preso in mano con entusiasmo questa opportunità».

Quali sono i progetti a cui ha partecipato nel corso degli anni per la tutela di specie rare e minacciate?
«Negli anni 2000 ho allevato i primi cinque esemplari di capovaccai, una specie quasi estinta in Italia, per un progetto toscano che da oltre vent’anni li alleva con il fine di liberarli in natura. Mi hanno consegnato cinque ovetti e ho riconsegnato loro cinque avvoltoi capovaccai allevati: è stato un bel successo. Poi ho collaborato per una ventina d’anni per il Parco Natura Viva allevando una specie di avvoltoio considerato nel mondo in pericolo critico di estinzione. Si tratta dell’avvoltoio reale indiano. Lo zoo di Bussolengo aveva inizialmente cinque avvoltoi di questo tipo e mi sono occupato di riprodurli. Il Parco Natura Viva è l’unico zoo del mondo che sta allevando questa specie di avvoltoio nell’ambito di un progetto internazionale con l’intento di ripopolare l’ambiente naturale. Siamo ai primi passi, naturalmente prima bisogna avere uno stock riproduttivo che si mantiene da solo e poi il frutto dello stock riproduttivo viene rilasciato in natura. Come è stato fatto con il gipeto sulle Alpi: i gipeti erano scomparsi da cent’anni in questa zona, finché non hanno cominciato a liberare gipeti allevati negli zoo e ora è un animale inserito in maniera definitiva in natura, è ritornato. I parchi zoologici di oggi lavorano con queste finalità: lo scopo è sempre quello della salvaguardia delle specie in natura».

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