20 Novembre 2020 - 12.31

Lo sciopero dei “garantiti” del settore pubblico: una bomba sociale?

Che l’Italia sia ancora quella dei guelfi e ghibellini lo sappiamo da tempo. E le divisioni sono ataviche, non solo quella tradizionale fra nord e sud, ma anche fra città, tanto che un proverbio che si ritiene nato nella “Lucchesìa” medioevale recitava: “meglio un morto in casa che un pisano all’uscio”.  Al che un pisano avrebbe risposto con un bel: “Che Dio ti accontenti”.Ma negli ultimi decenni queste divisioni, considerate fisiologiche nel Belpaese, hanno assunto caratteristiche diverse, ben più profonde perchè vanno a mettere in discussione certi equilibri su cui si fonda una società coesa ed ordinata.Per chi si diletta a leggere i rapporti annuali del Censis non è una novità. Sono diversi anni che questi “Report” sottolineano come la società italiana viva una crisi di spessore e di profondità, e come gli italiani siano incapsulati in un Paese pieno di rancore e incerto nel programmare il futuro.Ma non occorre andare tanto lontano per rendersene conto.  Basta frequentare Internet per toccare con mano che in Italia “si odia” sempre di più, che la violenza verbale e le discriminazioni sui social sono aumentati vistosamente. Sono sempre più numerosi quelli che scelgono di nascondersi dietro uno schermo, talvolta usando anche un profilo e un’identità falsi, per sfogare un livore represso.  Il web rappresenta lo strumento perfetto per sfogare la propria frustrazione in modo subdolo, aggirando il confronto diretto con l’interlocutore. Chi un tempo si limitava a inveire per strada o ai semafori, protetto dalla propria automobile, oggi può trovare terreno fertile in Rete.Ma con la bella differenza che finchè uno urlava in macchina forse se ne accorgevano un paio di persone, ma postando un messaggio in Rete l’effetto moltiplicatore è incommensurabile. In questa società “rancorosa” la crisi da Covid-19 ha senza dubbio amplificato le fratture esistenti. E poiché la crisi non è solo sanitaria, ma anche e sempre più “economica”, la preesistente frattura fra “garantiti” e “non garantiti”, che spesso viene sbrigativamente identificata fra “statali” e “lavoratori del privato”, adesso è diventata una voragine.Possiamo metterla come vogliamo, ma è fuor di dubbio che questa pandemia viene vissuta in modo profondamente diverso, tanto per fare qualche esempio, da un custode di un museo di proprietà pubblica chiuso in casa perchè la struttura è chiusa, rispetto alla guida turistica che di quel museo vive accompagnando i turisti in visita.   O da un insegnante di educazione fisica in smart working perchè la scuola è chiusa, rispetto ad un istruttore di nuoto che non prende più un becco di un quattrino perchè le norme anti covid hanno interdetto l’uso della piscina. Agli occhi dei “non garantiti” coloro che dipendono dallo Stato o dalla Pubblica Amministrazione sono visti come persone che, in virtù del reddito intatto, possono preoccuparsi al 100% della salute restando tranquillamente a casa propria. Mentre anche chi nel settore privato ha un lavoro stabile ha subito una riduzione dello stipendio a causa della cassa integrazione. Chi è precario o addirittura lavora in nero per sopravvivere non ha avuto altra alternativa che affidarsi a bonus arrivati spesso in ritardo, o all’aiuto delle famiglie. E con la prospettiva di trovarsi alla fine della pandemia, quando finirà il blocco dei licenziamenti, senza il lavoro.Quanti camerieri, rider, baristi, operatori turistici, piccoli professionisti, piccole imprese artigiane, piccoli punti vendita, saranno ancora attivi a fine pandemia?Questo è il problema, e sarebbe da incoscienti pensare che tutto questo potrà essere sopportato in silenzio. E questi “stati d’animo” spiegano bene perchè dopo il lockdown, in cui gli italiani si erano adeguati ai blocchi, sia sempre più difficile anche condividere la riproposizione delle misure sanitarie anti Covid, restrittive delle libertà personali e di impresa.E non è un caso se in primavera si cantava e si lanciavano slogan tipo “andrà tutto bene” dai balconi. Quella solidarietà collettiva suona ormai stonata, tanto che qualcuno più esasperato di altri rompe le auto di medici e infermieri, gli “eroi” di marzo e aprile. Come meravigliarsi quindi se in questo clima lo sciopero proclamato per il prossimo 9 dicembre dai Sindacati di categoria degli statali per il mancato rinnovo del contratto abbia avuto l’effetto di una bomba?Tanto da mettere in evidente imbarazzo i Segretari Generali di Cgil, Cisl e Uil, Landini Furlan e Bombardieri, che evidentemente non sono riusciti a far ragionare i Rappresentanti del pubblico impiego.Voglio essere chiaro su questa mobilitazione.Non si può dimenticare che nei 3,5 milioni di pubblici dipendenti ci sono i lavoratori della sanità, che da quasi un anno sono in trincea negli ospedali, i lavoratori delle forze dell’ordine, i vigili del fuoco, tutta gente che merita un grazie ed il rispetto per la loro opera, ed ai quali sarebbe giusto garantire un adeguato compenso.Ma ciò non toglie che proclamare lo sciopero del pubblico impiego, che comprende anche una marea di amministrativi che nei mesi scorsi si sono dovuti confrontare solo con lo smart working e la didattica a distanza, aspettando che arrivi il 27 di ogni mese, costituisce una sorta di autogol. Tanto da offrire il fianco non solo nei social a commenti del tipo: “fannulloni, fate anche sciopero per avere stipendi più alti” o “paghiamo le tasse per farvi avere lo stipendio a fine mese senza neanche lavorare”, ma anche alle dichiarazioni del premier Giuseppe Conte: Un impiegato statale oggi, non muovendosi da casa, può esercitare la propria attività con risparmio di tempo e risorse, mentre altre categorie, come gli esercizi commerciali e le partite Iva stanno soffrendo”.Mi auguro che ci sia una riflessione ed un ripensamento su questa mobilitazione, se anche un intellettuale di sinistra come Massimo Cacciari si augurava qualche giorno fa che i “dipendenti dello stato e del parastato paghino quanto prima questa crisi”, sostenendo che sia inconcepibile che il costo della pandemia ricada solo su metà della popolazione.Un’altra frattura insanabile che si sta ulteriormente accentuando di questi tempi è quella fra coloro che assolvono in pieno gli obblighi fiscali, e gli evasori.E ciò perchè se in tempi di vacche grasse gli evasori potevano anche essere visti come dei “furbi”, e forse da qualcuno invidiati, la crisi da Covid-19 ha drammaticamente evidenziato che se all’Italia non venissero sottratti annualmente circa 107 miliardi di imposte e tasse, probabilmente non si sarebbe smantellata parte della sanità pubblica ad esempio.Non so se vi rendiate conto dell’enormità di questo furto alla collettività.  Tanto per capirci ci stiamo accapigliando per i circa 209 miliardi del Recovery Fund che dovrebbero arrivare dall’Europa.  Ci sembra una cifra colossale, che però corrisponde a meno di due anni di evasione fiscale!!!Da uno studio di Itinerari Previdenziali si ricava che a fronte di 60.359.546  residenti in Italia, coloro che hanno dichiarato un reddito al fisco sono stati 41.372.851.  Ma i paganti, quelli cioè che hanno versato almeno un euro, sono stati 31.155.444. Numeri che mettono di fronte a una cruda verità: il 48,38% dei residenti non produce alcun reddito.Ciò è palesemente impossibile oltre che indecente, e profondamente ingiusto per chi le tasse le paga senza poter evadere; lavoratori dipendenti e pensionati. Ed il furto è doppio, in quanto chi si sottrae all’obbligo fiscale usufruisce dei servizi pagati dagli altri cittadini “virtuosi”, fra cui le cure mediche ed ospedaliere.  Tanto che qualcuno comincia a dire “troppi evasori sono stati curati a spese di contribuenti onesti, e molti sono morti a causa degli evasori”.Quello di un serio contrasto all’evasione è sicuramente un problema che dovrà essere messo in cima all’agenda delle cose da fare nell’immediato futuro, chiunque sia chiamato a governare il Paese.Tviweb si è già occupata di un’ulteriore frattura generata dal Covid, quella generazionale.   Che ha prodotto un nuovo rancore sociale, alimentato e legittimato da una inedita voglia di preferenza generazionale nell’accesso alle risorse e ai servizi pubblici, legata alla visione dell’anziano come privilegiato dissipatore di risorse pubbliche.Anche un tale atteggiamento è inaccettabile, e occorrerà al più presto rimarginare questa rottura generazionale attraverso politiche che da un lato favoriscano l’occupazione e, dall’altro, contribuiscano a sviluppare un nuovo modello di welfare orientato ad una sempre maggiore tutela della salute.L’unica cosa che una classe politica avveduta ed all’altezza non può fare è quella di sottovalutare queste “fratture” che stanno attraversando la nostra società.Diversamente, un’Italia rancorosamente divisa fra “garantiti” e “non garantiti”, fra “evasori” e “cittadini onesti”, fra “giovani” e “anziani” potrebbe trasformarsi in una bomba, politica e sociale, pronta ad esplodere.Ma se ciò dovesse malauguratamente succedere, allora a perderci saremmo tutti!

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