14 Agosto 2019 - 10.35

Lega, tutti i mal di pancia del Veneto

Se provate a cercare in rete il “Partito dei Veneti”, vedrete comparire la videata home con questo slogan a tutto schermo: “Solo un partito presente esclusivamente in Veneto, può fare veramente gli interessi dei veneti”.

Certo, al momento il numero degli aderenti è probabilmente risicato, ma il fatto che questo raggruppamento politico ci sia, testimonia che la nuova Lega “nazionale” di Capitan Salvini certe idee in terra di San Marco non è riuscita a sradicarle.   Il Partito dei Veneti è già il frutto di una sintesi politica, in quanto deriva dalla convergenza dei movimenti: Siamo Veneto, Indipendenza Veneta, Gruppo Chiavegato, Progetto Veneto Autonomo, Veneto Stato d’Europa, oltre ad una serie di reti civiche locali.

In estrema sintesi, il programma di questa nuova formazione politica, nata nell’aprile scorso, è condensato nella parola “Autogoverno”, che tradotto vuol dire che i soldi dei veneti debbano restare in Veneto.

Certo questo rinascente autonomismo per ovvi motivi di copyright non poteva utilizzare il marchio “Liga Veneta”, ma se ci pensate bene gli slogan ed i contenuti del Partito dei Veneti non sono poi molto dissimili da quelli dei Tramarin e dei Rocchetta, che furono fra i fondatori delle Liga. 

Parlando della crisi di Governo in corso, accennavo al fatto che non ritengo improbabile che il Veneto in futuro possa sganciarsi dal “Salvinismo” modello nazionale e nazionalista.

Ad una prima lettura, di fronte alla travolgente avanzata della Lega di “Salvini”, immaginare che questi movimenti possano avere un futuro sembrerebbe quanto meno un azzardo.

Ma in politica vale la regola del “mai dire mai”, specialmente in questi anni in cui l’elettorato è diventato estremamente “volatile”.

E sicuramente non è un caso che un quotidiano nazionale, per la verità mai tenero con la Lega e Salvini, riportasse la notizia che su Facebook, in occasione della crisi di Governo, sono stati postati commenti non proprio favorevoli al Capitano. 

A Zaia che correttamente postava le dirette delle performances di Salvini sulle spiagge del Sud, la rete ha risposto con questi messaggi: «Apprezzo lei signor Zaia, ma non il suo rappresentante di partito. Mesi e mesi di banderuole e di campagna elettorale continua. Ha solo parlato e girato sagre e spiagge. Di lavoro poco e ora che vi erano tante decisioni da prendere fugge. Vergognoso”. E ancora:  “Ben presto finirà di fare il pagliaccio in spiaggia e si leccherà le ferite” – “Apprezzo il suo operato Zaia, ma non quello di Salvini”. Ma alcuni hanno “pestato duro”, affidando alla rete concetti quali: “Ora farà la fine dell’altro Matteo” – “Zaia molli questo buffone” – “Salvini non vuole l’autonomia del Veneto” – “Presidente Zaia, dovrebbe diventare lei il leader della Lega, porterebbe un po’ più di serietà”.

Non so come l’abbia presa Zaia, che comunque ha da sempre un altissimo indice di gradimento non solo in Veneto, dato che viene considerato il miglior Governatore di Regione. 

Non escludo che siano fischiate le orecchie al Capitano, che in ogni caso farebbe bene a fare un po’ di mente locale su questi segnali, che per quanto limitati dovrebbero fargli scattare qualche campanello di allarme.

E’ inutile fare finta di niente.   Piaccia o non piaccia il Veneto è una Regione particolare.  Qui la Liga Veneta  è nata prima della Lega Nord, tanto che elesse due parlamentari già nel 1983.  Il desiderio di autoregolamentarsi deriva dalla memoria di mille anni di governo della Serenissima; non dimentichiamo che quando nel 1797 i francesi si spartirono il territorio veneziano con gli austriaci, nella terraferma veneta le popolazioni contadine insorsero contro i francesi e le guardie civiche, formate dai pochi giacobini locali, al grido di “Viva San Marco”.  Dalle nostre parti persiste, più che nel resto d’Italia, l’uso del dialetto.

E’ difficile quindi che in una terra in cui la Liga Veneta ha predicato per anni l’indipendentismo e “Roma ladrona”, Salvini possa scaldare gli animi con una rinnovata retorica unitaria.

Forse il Capitano potrà ancora tentare di diversificare i temi della prossima campagna elettorale fra nord e sud, spingendo sull’autonomia solo in Veneto e Lombardia, ma il giochino è già adesso scoperto, ed il nodo verrebbe al pettine anche in caso di vittoria. 

Tanto più che non c’è solo il tema dell’autonomia, pur fondamentale in Veneto, fra le promesse non rispettate dalla Lega.

Non c’è stata la flat tax, molto sentita dai cittadini del nord che, avendo redditi nominali più alti, hanno un carico fiscale maggiore, che non tiene in alcun conto del potere di acquisto, che non è superiore a quello di chi paga aliquote più basse in zone dove il costo della vita è più contenuto. Prima o dopo bisognerà considerare in qualche modo che il costo della vita a Milano o Vicenza è quasi due volte quello di Reggio Calabria.  Lo so che è un argomento “indigesto” alla sinistra ed al sindacato, ma non si vede perché un insegnante di Crotone debba guadagnare quasi il doppio in termini di potere di acquisto rispetto ad un insegnante di Padova o Venezia.  L’Istat i dati relativi al costo della vita nelle varie città italiane lo rileva da sempre, ma nessuno si sogna di renderlo noto ai cittadini.

Al nord, ed in Veneto in particolare, è stato mal digerito il reddito di cittadinanza, che va per il 60% a persone che vivono al Sud, e che incoraggia a lavorare in nero, o a non lavorare.

Analogamente, “quota 100” non ha affatto smantellato la legge Fornero, oggetto degli strali di Salvini, e non è certo la “quota 41” invocata dal blocco sociale del Nord. 

Per non dire che Salvini nella gestione della segreteria del partito non sembra tenere in gran conto il 49,88%  dei voti ottenuto nel Veneto, dato che ai vertici della lega i lombardi sono tre su quattro.

Per tutti questi motivi è comprensibile che qualche “mal di pancia” cominci a diffondersi fra i veneti.

E non meraviglia quindi la discesa in campo del Partito dei Veneti.

E non meravigliano parimenti altre iniziative come quella messa in campo a Limena lo scorso 17 febbraio.  Nel paese alle porte di Padova è stata attivata l’ “Asenblea Veneta” (asenblea con una s e la n ovviamente), sponsorizzata da alcuni professori e avvocati.   Lo scopo dichiarato è quello di promuovere la cultura politica indipendentista a tutti i livelli, utilizzando l’autorevolezza regionale dei suoi esponenti, ma anche cercando collegamenti nazionali ed internazionali. Peculiari al riguardo i rapporti che si stanno intessendo con l’Assemblea Nazionale Catalana, ma anche con realtà analoghe in Scozia, Fiandre e Paesi Baschi. 

Concludendo, se il Sud ha trovato nei 5 Stelle una sorta di proprio partito territoriale, con il venire meno della Lega Nord, diventata con Salvini Lega nazionale, il Nord si trova di fatto senza rappresentanza.

E poiché la politica non tollera vuoti, si è creato uno spazio che, prima o poi, qualcuno è destinato ad occupare. 

Certo che sarebbe una vera e propria beffa se il Capitano, concentrando gli sforzi per conquistare il Sud, alla fine dovesse accorgersi che qualcuno, in Veneto e nelle retrovie del Nord, avesse posto le basi per una nuova forza autonomista. Se poi si chiamerà ancora Liga Veneta, o con un altro nome, poco importa.

Stefano Diceopoli

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