18 Settembre 2020 - 11.24

Le serie tv de’noantri non piacciono. La grande nostalgia per ‘La freccia nera’ & co.

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Di Alessandro Cammarano

Non è sempre stato così, anzi. Chi ha qualche lustro sulle spalle sicuramente ricorda l’attesa per la puntata settimanale dello di quello che nel giro di meno di due generazioni sarebbe diventata – mutuando il termine anglosassone, tanto per cambiare – “fiction” ma che negli anni gloriosi della RAI era “sceneggiato”, se si trattava della trasposizione televisiva di un’opera letteraria o di “originale televisivo” quando il soggetto era inedito. Se negli anni Sessanta furono “Il conte di Montecristo” e “Oliver Twist”, seguiti dalla “Freccia nera” e dalle “Sorelle Materassi”, negli anni Settanta arrivarono “Pinocchio” e “Sandokan”. Chi non ricorda “Il segno del comando” o “L’amaro caso della baronessa di Carini”?

Stuoli di grandi attori di teatro e di cinema, eserciti di doppiatori storici prestarono i loro volti e voci mettendole al servizio di prodotti di qualità eccelsa diretti da registi come Sandro Bolchi e Vittorio Cottafavi, con incursioni di Luigi Squarzina e Giorgio De Lullo. Chi ha superato i cinquanta, ma anche i più giovani grazie alle repliche, ricordano le atmosfere noir-parapsicologiche de “Il segno del comando”, la fantascienza complottista di “A come Andromeda”, la ricostruzione storica de “Il commissario De Vincenzi”, solo per citare alcune tra le decine di produzioni di altissima qualità.

Non è un inno nostalgico al passato – un po’ sì, in effetti – però il fatto che rispetto a quello che oggi arriva dall’estero gli sceneggiati, pardon la fiction, domestici appaiono come prodotti poco più che amatoriali.

Mentre in Germania si girano tre stagioni di “Dark” – serie complessa, genialmente claustrofobica, sospesa nel tempo e nello spazio – l’Italia produce “Curon”, sgangherata e recitata in puro parrocchia-style; peccato perché di materia da sviluppare la chiesa sommersa della Val Venosta avrebbe avuto da offrirne. Da notare che l’impietoso confronto Dark-Curon è verificabile sulla piattaforma di Netflix.

I polizieschi – “crime” per i cultori di Byron e Dickens – nostrani, tipo “Distretto di polizia” et similia, pullulano di marescialli che si esprimono perlopiù in un vernacolo romanesco “de borgata” tanto buzzurro, e lo dico da romano, da mettere in imbarazzo pure “er Canappia”, borsaiolo, o “er Patata”, ricettatore, che il solerte sottufficiale interroga tra un “ahò” e un “daje”.

Ci staccano di parecchie lunghezze anche gli islandesi – dai paesi scandinavi arrivano prodotti splendidamente confezionati – che mettono in onda, sempre sull’insostituibile Netflix, “I delitti di Walhalla”, serie poliziesco-noir ambientata in una Reykjavik immersa nella tenebra d’inverno e con degli attori spettacolari.

Non parliamo di quello che arriva dal Regno Unito, maestro dei drammi in costume: “Downton Abbey” rasenta la perfezione, noi ci siamo accontentati di “Elisa di Rivombrosa” ovvero di poco più di una telenovela.

Gli Stati Uniti ci inondano di schifezze di tutti generi, ma vantano geni come Ryan Murphy, capace di inventare e produrre capolavori come “Glee”, “Pose” o “Hollywood”. E noi?

Anche sulla qualità degli attori il divario è abissale: in quasi tutti i paesi civili – prima era così anche da noi, quando, come si diceva sopra, la RAI faceva cultura – il teatro presta le sue stelle alla televisione, in Italia avviene esattamente il contrario. Nel Regno unito chi trionfa come Amleto o Medea si concede un redditizio divertimento recitando nell’”Ispettore Barnaby”; da noi la stellina di “Centovetrine” – di solito afflitta da abominevoli difetti di pronuncia – viene scritturata per la parte di Madre Coraggio, spesso affiancata da un tronista in cerca del salto di qualità.

Le eccezioni ci sono anche qui: “Romanzo criminale” e “Gomorra”, per non parlare di quel capolavoro che è “The young Pope” sono state esportate con successo all’estero perché sono oggettivamente fatte benissimo, ma sono merce rara.

Possibile che nessuno tra gli sceneggiatori bravi che abbiano voglia di mettere mano a soggetti interessanti e appetibili, oltre che dotati di qualche interesse per il mercato estero oltre che per quello italico?

Forza Ryan Murphy italiani! Mettete fuori la testa e regalate al pubblico qualcosa per cui valga la pena di non spegnere il televisore dopo cinque minuti.

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